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I parte Vigilanza e controlli interni, Appunti di Finanza

Questo file contiene la I parte del corso

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 26/03/2021

giuspepp2
giuspepp2 🇮🇹

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Gli strumenti, gli intermediari, i mercati finanziari e la regolamentazione/vigilanza sono le quattro
componenti del sistema finanziario.
La regolamentazione e la vigilanza sono attività diverse e separate, anche se molto spesso i termini
sono utilizzati come sinonimi.
REGOLAMENTAZIONE consiste nella definizione di regole che disciplinano l’operatività degli
intermediari finanziari, gli strumenti finanziari negoziati sui mercati finanziari, il rispetto dei
requisiti patrimoniali ecc.
VIGILANZA consiste nel rispetto di queste regole cioè quel complesso di azioni volte a verificare
il rispetto della disciplina
Perché regolare e vigilare il sistema finanziario?
1) per evitare il rischio di contagio all’interno del sistema finanziario che gestisce il risparmio dei
cittadini (la tutela del risparmio è un valore sancito nella carta Costituzionale). Il sistema
finanziario si caratterizza per una rischiosità di tipo sistemico perché è un contagio interno ma
estremamente esteso che si manifesta in tempi rapidi (se una banca fallisce, questo ha dei riflessi
sui depositanti di tutte le banche all’interno del sistema perché alla base di queste
interconnessioni ci sono due infrastrutture come:
- il sistema dei pagamenti dove le banche rappresentano i vari nodi del sistema ma se la
comunicazione tra due nodi dovesse interrompersi, la tensione derivante dal mancato afflusso di
risorse finanziarie potrebbe pregiudicare i pagamenti che una controparte dovrà a sua volta fare
nei confronti di altri intermediari;
- il mercato interbancario in cui le banche si prestano risorse finanziarie che rappresentano una
fonte di approvvigionamento alternativa ai depositi della clientela retail, al finanziamenti principali
2) per assicurare una tutela nei confronti dei risparmiatori e degli investitori che potrebbero
essere indotti a compiere delle scelte inadeguate per la mancanza di cultura finanziaria e per
l’imperfezione dei mercati.
Il fattore alla base dell’imperfezione dei mercati è la presenza di asimmetrie informative, a causa
delle quali il cliente potrebbe non disporre di tutte le informazioni necessarie per una scelta
ponderata. Si regola e si vigila il sistema finanziario per assicurare una corretta, sana e prudente
gestione da parte della governance degli intermediari finanziari. (un intermediario non può
vendere un prodotto ad un cliente se non è adeguato alle sue esigenze misselling)
3) per mettere le banche in condizioni di allocare le risorse dalle unità in surplus alle unità in deficit
nella maniera più efficiente possibile.
4) per regolare le crisi degli intermediari in quanto potrebbero derivare dei costi sopportati dal
tessuto economico attivo nell’area geografica su cui l’intermediario insiste (caso delle aggregazioni
bancarie)
Esistono schemi di protezione (safety net). In Italia le banche, per esercitare la loro attività, devono
aderire ad un sistema di assicurazione dei depositi che è uno strumento di una vigilanza di tipo
protettivo che può intervenire solo ex-post per assicurare il corretto funzionamento del sistema. In
particolare, il fondo interviene quando la banca è andata in crisi, si è conclusa la procedura di
liquidazione ed occorre rimborsare i depositanti dell’istituto in crisi.
Gli strumenti tipici della vigilanza che operano ex ante sono:
- Vigilanza ispettiva: per il quale periodicamente o in concomitanza di fenomeni particolari,
l’autorità manda degli ispettori ad effettuare dei controlli sui conti dell’intermediario ecc;
- Prestatore di ultima istanza (lender of last resort): assicura il supporto economico per
evitare che una banca vada in crisi quando tutte le altre possibili azioni correttive non sono
perseguibili o sono state già eseguite ma senza efficacia;
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Gli strumenti, gli intermediari, i mercati finanziari e la regolamentazione/vigilanza sono le quattro componenti del sistema finanziario. La regolamentazione e la vigilanza sono attività diverse e separate, anche se molto spesso i termini sono utilizzati come sinonimi. REGOLAMENTAZIONE  consiste nella definizione di regole che disciplinano l’operatività degli intermediari finanziari, gli strumenti finanziari negoziati sui mercati finanziari, il rispetto dei requisiti patrimoniali ecc. VIGILANZA  consiste nel rispetto di queste regole cioè quel complesso di azioni volte a verificare il rispetto della disciplina Perché regolare e vigilare il sistema finanziario?

  1. per evitare il rischio di contagio all’interno del sistema finanziario che gestisce il risparmio dei cittadini (la tutela del risparmio è un valore sancito nella carta Costituzionale). Il sistema finanziario si caratterizza per una rischiosità di tipo sistemico perché è un contagio interno ma estremamente esteso che si manifesta in tempi rapidi (se una banca fallisce, questo ha dei riflessi sui depositanti di tutte le banche all’interno del sistema perché alla base di queste interconnessioni ci sono due infrastrutture come:
  • il sistema dei pagamenti dove le banche rappresentano i vari nodi del sistema ma se la comunicazione tra due nodi dovesse interrompersi, la tensione derivante dal mancato afflusso di risorse finanziarie potrebbe pregiudicare i pagamenti che una controparte dovrà a sua volta fare nei confronti di altri intermediari;
  • il mercato interbancario in cui le banche si prestano risorse finanziarie che rappresentano una fonte di approvvigionamento alternativa ai depositi della clientela retail, al finanziamenti principali
  1. per assicurare una tutela nei confronti dei risparmiatori e degli investitori che potrebbero essere indotti a compiere delle scelte inadeguate per la mancanza di cultura finanziaria e per l’imperfezione dei mercati. Il fattore alla base dell’imperfezione dei mercati è la presenza di asimmetrie informative, a causa delle quali il cliente potrebbe non disporre di tutte le informazioni necessarie per una scelta ponderata. Si regola e si vigila il sistema finanziario per assicurare una corretta, sana e prudente gestione da parte della governance degli intermediari finanziari. (un intermediario non può vendere un prodotto ad un cliente se non è adeguato alle sue esigenze  misselling)
  2. per mettere le banche in condizioni di allocare le risorse dalle unità in surplus alle unità in deficit nella maniera più efficiente possibile.
  3. per regolare le crisi degli intermediari in quanto potrebbero derivare dei costi sopportati dal tessuto economico attivo nell’area geografica su cui l’intermediario insiste (caso delle aggregazioni bancarie) Esistono schemi di protezione (safety net). In Italia le banche, per esercitare la loro attività, devono aderire ad un sistema di assicurazione dei depositi che è uno strumento di una vigilanza di tipo protettivo che può intervenire solo ex-post per assicurare il corretto funzionamento del sistema. In particolare, il fondo interviene quando la banca è andata in crisi, si è conclusa la procedura di liquidazione ed occorre rimborsare i depositanti dell’istituto in crisi. Gli strumenti tipici della vigilanza che operano ex ante sono:
    • Vigilanza ispettiva: per il quale periodicamente o in concomitanza di fenomeni particolari, l’autorità manda degli ispettori ad effettuare dei controlli sui conti dell’intermediario ecc;
    • Prestatore di ultima istanza (lender of last resort): assicura il supporto economico per evitare che una banca vada in crisi quando tutte le altre possibili azioni correttive non sono perseguibili o sono state già eseguite ma senza efficacia;
  • L’amministrazione straordinaria per il quale Banca d’Italia nomina un gruppo di amministratori che sostituiscono il management di una banca per evitarne la crisi definitiva e riportarne la gestione su binari appropriati. Per tentare di limitare il comportamento che gli intermediari si adagino e attuino comportamenti di moral hazard, si è lasciato incerto la possibilità che il prestatore di ultima istanza intervenga: questo è un modo individuato dai regolatori per attenuare il fenomeno di comportamenti opportunisti dai soggetti vigilati. ARTICOLO SARCINELLI L’articolo spiega perché esiste la necessità di un controllo pubblico dell’economia soffermandosi sulle ragioni che spiegano la necessità di un intervento dello Stato in campo finanziario. L’essere umano, in generale, è avido e quindi tende a comportarsi opportunisticamente cercando di trarre vantaggio da eventuali situazioni sfruttando l’asimmetria informativa. Dunque, si ammette il bisogno di un intervento dello Stato in campo finanziario. L’attività di vigilanza si compone di due segmenti: regolamentazione e vigilanza. (Collegarsi a sopra perché regolare e vigilare il sistema finanziario) La vigilanza degli intermediari si è molto evoluta nel corso degli anni passando da una di tipo economico/strutturale (riguardante la dimensione e la conformazione del mercato negli anni 30) ad una di tipo prudenziale cioè con vincoli alla gestione dell’impresa bancaria soprattutto in termini di coefficienti di capitale. VIGILANZA STRUTTURALE  risale alla legge bancaria del 1936. Per evitare il ripetersi di spiacevoli situazioni (come la Grande Depressione del ’29), la legge bancaria introdusse alcuni principi indicati come di vigilanza strutturali, che poggiavano sul paradigma teorico: struttura-condotta- performance. Alla Banca d’Italia era assegnato il potere di definire la struttura del settore bancario per incidere sul comportamento degli intermediari, al fine ultimo di orientare la performance dell’intero settore. In una vigilanza di tipo strutturale il regolatore interveniva in maniera significativa nello svolgimento dell’attività degli intermediari sottoposti alla propria attività di regolamentazione e vigilanza. Infatti, per ridurre il rischio insito nell’attività di trasformare delle scadenze, il regolatore impose che le banche potessero dedicarsi solo alla raccolta ed all’erogazione dei prestiti solo su un determinato orizzonte temporale. Il legislatore, nel definire l’impianto normativo, aveva come obiettivo quello di salvaguardare la stabilità degli intermediari (uno degli obiettivi della vigilanza insieme alla concorrenza e trasparenza/corretta dei comportamenti). Lo strumento cardine per assicurare questa stabilità nella nuova condizione di vigilanza divennero i requisiti di capitale minimo pensati come una barriera di sicurezza contro i rischi di insolvenza derivanti da eventi non previsti. Si determinò un coefficiente di capitale minimo dell’8% in rapporto all’attivo ponderato per il rischio  questa regola fu estesa in tutte le banche (non ha valore legale) ma comunque la base per la definizione e il controllo dei vincoli imposti resta il sistema informativo contabile. Il sistema contabile sta andando incontro ad una grande trasformazione con l’introduzione degli standard contabili internazionali e con la sostituzione del principio del costo storico con quello del fair value  queste innovazioni possono indebolire la capacità delle banche di stabilizzare il sistema finanziario: il fair value è soggetto ad oscillazioni e quindi è fonte anche di incertezza quindi nel momento successivo cambia il valore. Le banche valutano alcuni assets sulla base del fair value e queste valutazioni risentono di tutto ciò.

Il problema è che il mercato non si ferma e l’operatività degli intermediari è in continua evoluzione. MODELLI DI VIGILANZA Un tema importante riguarda le modalità di assegnazione alle autorità delle finalità e responsabilità delle attività di regolamentazione e vigilanza. Le autorità sono istituti che perseguono un obiettivo di interesse pubblico ma hanno delle responsabilità ed è per questo motivo che si è affermato il principio dell’accountability che richiede che le autorità devono rendere conto del proprio operato. I modelli organizzativi di vigilanza finanziaria sono modelli con cui compiti e poteri di vigilanza sono assegnati alle autorità. Premessa: un modello di vigilanza perfetto non esiste e ne è la prova il fatto che i paesi adottino modelli tra loro differenti. Infatti, tutti i modelli devono essere calati e valutati nella realtà a cui si riferiscono. MODELLO ISTITUZIONE/SEZIONALE/SETTORIAL E Prevede un’autorità per ciascuna delle tre sezioni in cui è diviso il sistema finanziario (bancario, assicurativo e settore mobiliare). Il fatto che ci sia un’autorità specializzata a 360 gradi su una certa tipologia di intermediari reca con sé: vantaggi  specializzazione: vedendo tutto l’intermediario e potendo controllare tutti i profili di operatività, si presuppone che l’autorità faccia un buon lavoro dato che ha una visione unitaria svantaggi  può dare adito a comportamenti opportunistici dei soggetti vigilati per la presenza di strumenti di protezione (safety net). I rapporti tra regolatore e regolato sono più stretti e risulta più difficile catturare le autorità. MODELLO PER OBIETTIVO/FINALITÀ Assegna l’obiettivo della stabilità ad un’autorità (Banca d’italia), della trasparenza/correttezza dei comportamenti ad un’altra (Consob) e della concorrenza ad un’altra ancora (antitrust) Svantaggio  se l’intermediario è gestito da due autorità, è più difficile trovare il regolatore. APPROCCIO TRASVERSALE Ogni banca, ogni intermediario è assoggettato al controllo die autorità:

  • Una che vigila sulla stabilità microeconomica;
  • Una che vigila sulla trasparenza e sulle regole di condotta Vantaggi: non dover seguire l’evoluzione del mercato o dell’intermediario ma individuare le fattispecie rilevanti per l’obiettivo perseguito Svantaggi: rischio di duplicazione e accrescimento dei costi operativi dato che ci sono due autorità e le procedure sulla base delle quali si svolge il dialogo possono essere diverse per le due autorità MODELLO PER FUNZIONI Richiede un elevato numero di autorità perché sono

tante le funzioni svolte dagli intermediari: gestione del rischio sistema dei pagamenti Vantaggio: specializzazione per funzioni Svantaggi: si perde la visione unitaria, prevede molti costi di coordinamento REGOLATORE UNICO Porta a concentrare le funzioni di vigilanza in un ministero o nella banca centrale. Può essere la soluzione se il sistema finanziario è semplice e piccolo (come quello norvegese). Vantaggi: maggiore coerenza nelle azioni di vigilanza, riduzione dei costi Svantaggi: perdita del gioco di pesi e contrappesi tra una pluralità di agenzie (il sbagliare il meno possibile), quello di contaminazione attraverso l’estensione della vigilanza prudenziale di tipo microeconomico anche a intermediari per i quali è più appropriata la sola trasparenza informativa e operativa (cioè ci sono intermediari per i quali non ha senso imporre una vigilanza prudenziale di tipo micro, cioè intermediari che forniscono servizi di tipo accessorio, ma sono sufficienti requisiti alla trasparenza informativa) REGOLATORE INTEGRATO Si occupa almeno due dei tre settori: bancario, finanziario e assicurativo (coppia probabile: bancario- finanziario). Questo modello è nato grazie ad un questionario somministrato ad un gruppo di 15 paesi: i risultati sono stati molto eterogeni perché i sistemi sono diversi da loro e quindi uno stesso modello non può valere ovunque. Non esiste un modello ottimo ma lo stesso approccio calato in contesti diversi performa diversamente. La storia ci mostra come un approccio sofisticato non rende il sistema stabile quindi il regolatore torna sui propri passi introducendo dei correttivi rendendo un sistema più semplice. È necessaria, dunque, una separazione tra vigilanza e politica, infatti, la storia ha insegnato che si sono manifestati episodi nei quali si è verificata una mancanza di indipendenza delle autorità di vigilanza dalla politica e questo qualora si verifichi, l’interferenza politica si manifesta con un atteggiamento eccessivamente tollerante delle agenzie di vigilanza verso i destinatari dell’azione. Sempre più frequente è la separazione tra banca centrale e vigilanza:

  • per evitare conflitti d’interesse (usare la leva monetaria cioè aumentare o diminuire l’offerta di moneta e questo può essere usata per porre rimedi a errori nella supervisione in quanto si modifica il tasso di interesse)
  • oppure danni alla reputazione della banca centrale nel caso di fallimento di una o più banche. La banca centrale è da tempo riconosciuta come “indipendente” ed il trasferimento della vigilanza ad altra agenzia solleva il problema di assicurare anche a quest’ultima la stessa condizione. “l’indipendenza nei confronti dei vigilati non solo deve esservi nei fatti, ma deve essere percepita

un paese) la cui vigilanza è affidata alle rispettive autorità nazionali competenti sotto la supervisione della BCE

  • Gli enti significativi sono invece direttamente vigilati dalla BCE Questa separazione non è proprio coerente per la BCE che può intervenire sulle less significant. La vigilanza, oltre al compito di prevenire crisi di una o più istituzioni bancarie, stimola l’efficiente allocazione del capitale poiché spinge a finanziare le imprese che hanno i progetti migliori e le strutture più consone. Nasce la teoria della vigilanza indipendente per superare le asimmetrie informative, migliorare la gestione delle banche: visione che riduce il ruolo di vigilanza pubblica e ne affianca una privatizzazione in modo tale da ridurre la corruzione, da ottenere maggiori incentivi per migliorare il governamento delle banche e facilitare il finanziamento delle imprese. Indagini econometriche forniscono alcune conclusioni:
  • le imprese incontrano maggiori ostacoli laddove le autorità di vigilanza dispongono di più incisivi poteri, il che porta a sospettare che la probabilità di cattura da parte dei politici sia molto più elevata. Al contrario, al crescere del grado di indipendenza dell’agenzia, non solo migliora l’accesso al credito, ma vi è meno ricordo a legami politici o alla corruzione. La conclusione che i dati empirici sembrano giustificare è che la vigilanza è importante per l’allocazione delle risorse, ma che l’azione pubblica non deve farsi strumento di interessi particolari e deve essere accompagnata da una non distorta responsabilizzazione degli agenti privati; come sempre in queste materie affidarsi a un unico strumento non è efficiente per conseguire l’obiettivo. Il motivo principe per il quale la vigilanza su questo comparto sia così articolata: le banche sono portatrici di rischio sistemico. Per prevenire l’effetto domino non resta altro che limitare l’esposizione dell’intero sistema ai rischi aggregati, i quali spesso sono nascosti come succede con i derivati e non di facile leggibilità se riguardano il mercato interbancario dei fondi. Tutto questo implica, almeno a livello teorico, che è necessario che sia valutata adeguatamente la quantità di rischio sistemico che il settore bancario può sopportare. Il regime monetario e quello finanziario sono involontariamente più favorevoli alla crescita di squilibri finanziari che non possono essere corretti in assenza di cambiamenti nelle politiche. Dunque, c’è bisogno di uno “shock” per contrastare lo shock stesso: deve esserci un cambiamento nella regolamentazione o meglio nelle politiche. La sfida per la politica monetaria e per quella finanziaria, quindi, consiste nel porre in essere azioni che sostengano vicendevolmente i rispettivi obiettivi di stabilità, non solo in situazioni di crisi, come già succede da sempre, bensì in modo preventivo. Cioè non basta che in risposta ad una crisi la politica monetaria e di vigilanza definiscono come agire per perseguire i propri obiettivi. Questa attività deve avvenire con uno scopo preventivo: per prevenire le crisi e non solo per rispondere alla crisi. Affinché la politica di vigilanza contribuisca al conseguimento della stabilità finanziaria è necessaria che sia sottoposta a delle trasformazioni. La vigilanza è nata e si è consolidata come un’attività micro-prudenziale e per questo è necessario aggiungere sistematicamente una dimensione macro-prudenziale alla stessa per il raggiungimento di questo obiettivo.
  • L’obiettivo macro-prudenziale si propone di ridurre i costi (fa riferimento alla LGD) per l’economia derivanti da gravi difficoltà finanziarie, riguardano il sistema e la sua stabilità, il

rischio da controllare è quello sistemico e le singole istituzioni diventano rilevanti nei limiti in cui sono in grado di provocare una crisi sistemica.

  • Quello micro-prudenziale (banche ben gestite, stabili ed efficienti), invece, cerca di limitare la probabilità di fallimento (fa riferimento alla PD) di una singola istituzione e ciò comporta che le condizioni cicliche e l’interazione tra fenomeni reali e quelli finanziari sono irrilevanti o marginali per questo approccio. Sarcinelli dà per scontato che ad occuparsi alla vigilanza di tipo macro-prudenziale sia la Banca Centrale anche se non è andata così. L’assegnazione del compito della vigilanza macro-prudenziale ha generato un dibattito conclusosi con l’assegnazione alla Banca Centrale. L’autorità di politica monetaria (BCE) esamina due gruppi di informazioni:
  • Dati relativi all’andamento dell’economia reale
  • Dati relativi alla finanza Sarcinelli suggerisce di inserire all’interno di questa funzione variabili che misurano l’esistenza e la dimensione di squilibri finanziari per coniugare le due anime politica monetaria e vigilanza nel perseguimento dei rispettivi obiettivi. ARTICOLO IN INGLESE La letteratura che ha studiato l’evoluzione del ruolo della BCE sul fronte dell’attività di regolamentazione e vigilanza ha identificato 3 tipi di modelli:
  • Bank of England (BoE): nasce come una banca privata e che si era vista assegnare un potere di supervisione per effetto dell’esperienza maturata nel salvataggio di alcuni istituti di credito concorrenti. È solo negli anni ’70 che viene affidato il compito di vigilanza sul comportato bancario: compito che perderà a vantaggio di un single regulator ossia la Financial Services Authority (FSA);
  • Federal Reserve System americana: nasce come autorità di vigilanza in risposta alle crisi che avevano colpito gli USA e successivamente ha assunto incarichi di politica monetaria;
  • Bundesbank (Buba): nasce con l’unico obiettivo monetario della stabilità dei prezzi; mentre l’autorità di vigilanza è BaFin. In alcune questioni BaFin deve consultare Buba, chiamata a dare il suo consenso. Nel corso del tempo si evince che le posizioni cambiano circa i modelli di vigilanza da adottare. C’è stato un primo momento, fino alla fine degli anni ’90, in cui ha dominato l’approccio settoriale e il controllo da parte delle banche centrali. Queste ultime hanno poi perso importanza nell’esercizio dell’attività di vigilanza:
  • In una prima ondata di riforme si ritenne più adeguato assegnare i compiti e gli obiettivi della supervisione sull’intero sistema finanziario ad un Single Regulator. Questo avvenne per rincorrere l’evoluzione dell’industria finanziaria, ma anche nell’auspicio di perseguire delle economie di scala e di scopo (riduzione dei costi direttivi del funzionamento delle autorità);
  • In una seconda ondata di riforme i fallimenti drammatici delle autorità hanno mostrato i limiti di questo tipo di regolamentazione e vigilanza. Si riconosce il principio del “fallacy of composition” cioè assicurare la micro-stabilità non è sufficiente per assicurare quella macro. Le banche centrali ritrovano successo e viene fuori il fatto che non esistesse un modello di vigilanza perfetto. I profili di economisti sono più valorizzati per Banca d’Italia o per Consob?
  • Le autorità sono finanziate da soggetti vigilati cioè dal mercato (market based funding). Questo reca con sé il vantaggio che l’autorità si tiene lontana da eventuali ingerenze da parte del soggetto pubblico. Però aumenta il rischio di cattura del regolatore.
  • Le autorità sono finanziate dal soggetto pubblico (public funding) EFFICACIA DELLA SUPERVISIONE FINANZIARIA È importante misurare gli effetti della vigilanza per:
  • Una prospettiva esterna: dare modo a soggetti terzi di poter valutare l’efficacia
  • Prospettiva interna Da un punto di vista strategico, è importante che le autorità rendano pubblici i risultati della loro attività: la valutazione della performance mette al regolare di mostrare i benefici derivanti dalla sua attività agli stakeholders. Dunque, vi è l’opportunità di fare disclosure su certi aspetti e può generare un aumento della fiducia nei confronti del sistema così come il contrario innescando una crisi di fiducia. Da una prospettiva tattica, valutare gli effetti è necessario perché gestendo le autorità come se fossero delle aziende, è possibile allocare in modo efficace le risorse tra le diverse funzioni di vigilanza. Da un punto di vista operativo, la gestione e la valutazione delle performance potrebbero accrescere la conoscenza circa quali interventi sono efficaci e sotto quali circostanze. L’autorità ha quindi modo di verificare quale sia stata l’efficacia effettiva degli interventi, rafforzando la propria conoscenza circa l’efficacia degli interventi e riuscendo ad aggiustare il tiro mediante un processo di learning by doing. Efficacia della vigilanza finanziaria  grado con cui la vigilanza contribuisce a realizzazione gli obiettivi della vigilanza stessa. Misurare l’efficacia della regolamentazione e della vigilanza è difficile per tre ragioni:
  • È difficile trovare il nesso causale tra attività delle autorità e i comportamenti degli intermediari finanziari perché il comportamento delle banche non dipende solo dalla regolamentazione ma ci sono altri fattori interni da considerare come l’abilità manageriale interna; (se il coefficiente di solvibilità medio delle banche italiane è superiore a quello francese, questo potrebbe derivare anche dal fatto che le banche italiane siano più prudenti e non necessariamente un riflesso di un’efficace attività di regolamentazione)
  • Ci sono conflitti fra effetti a breve e lungo termine nell’intervento dei regolatori: nel breve termine potrebbero esserci effettivi negativi sulle performance degli intermediari ed invece nel lungo periodo gli effetti diventano positivi garantendo una maggiore stabilità.
  • Il dovere di riservatezza rende difficile per i supervisori dare informazioni circa i loro interventi La performance dei supervisori finanziari può essere misurata attraverso due macro categorie di indicatori:  Effort indicators (indicatori di sforzo) vs Effect indicators (indicatori di effetto)  Hard indicators vs Soft indicators Effort indicators: sono indicatori che cercano di misurare lo sforzo delle autorità e fotografano aspetti legati all’efficienza dell’attività (volume di produzione) Effect indicators: sono indicatori che vanno a vedere i risultati (output) come il numero di autorizzazioni revocate, il numero di sanzioni i quali si dividono in risultati finali e risultati intermedi.

Hard indicators: sono di tipo quantitativo, oggettivi, facilmente verificabili e includono dati come i rendimenti o la volatilità dei prezzi azionari. Sulla base di questi dati, è possibile fare delle analisi chiamate event study per studiare l’impatto delle regole osservando l’andamento dei titoli su un periodo sufficientemente lungo. Soft indicators: si basano su dati di tipo qualitativo e fanno riferimento a indagini condotte da organismi internazionali. Sono misurati attraverso questionari periodici. Misurare la performance dei supervisori è un’attività difficile, resa difficile anche dall’eterogeneità sul fronte informativo dei sistemi di reportistica usati dalle autorità.

  • Alle banche centrali è richiesta la diffusione di dati e di informazioni segmentati, in modo da distinguere tra attività di politica monetaria e attività di regolamentazione e vigilanza;
  • A tutti i supervisor è richiesto di riuscire a distinguere tra regolamentazione e vigilanza. Il TUB prevede accanto alla vigilanza informativa e ispettiva, la vigilanza regolamentare mediante la quale Banca d’Italia emana disposizioni di carattere generale avente ad oggetto: l’adeguatezza patrimoniale (gli istituti di credito dovranno detenere capitale adeguato a fronteggiare situazioni di crisi), il contenimento del rischio il cui rispetto dovrebbe garantire una gestione sufficientemente sana e prudente da tutelare i creditori e i depositanti. BASILEA 1 o Il Comitato di Basilea stila il primo Accordo nel 1988 Alla fine degli anni ’90 il contesto normativo sul quale operavano le banche, era poco regolamentato. o È basato sui requisiti patrimoniali in modo da rendere più certa la solvibilità delle banche, da garantire la solvibilità delle istituzioni e superare le distorsioni competitive legate a diverse normative nazionali favorendo la creazione di un level playing field (condizioni concorrenziali uniformi per le diverse istituzioni finanziari nei vari Paesi) o Le prime norme di vigilanza prudenziali erano rappresentate dalla definizione di alcuni coefficienti patrimoniali ponderati per il rischio: tra essi il più importante è il coefficiente di solvibilità. o Il coefficiente di solvibilità: patrimonio di vigilanza/RWA >= 8% o La regolamentazione stabilisce il livello minimo del patrimonio di vigilanza in base ai rischi assunti dalle banche. IL NUMERATORE: o Il patrimonio regolamentare era diviso in: Patrimonio di base (Tier 1, detto patrimonio di vigilanza ed è costituito dalle poste più pregiate come il capitale azionario versato, le riserve palesi) e Patrimonio supplementare (Tier 2, si divide in riserve occulte o non iscritte in bilancio, riserve di rivalutazione, accantonamenti generici a fondi rischi) Tier 1+ Tier 2 = total capital  Se si rapporta a RWA ci restituisce il total capital ratio IL DENOMINATORE: o È costituito dalla sommatoria delle RWA solo ai fini del rischio di credito e moltiplicate per un coefficiente di ponderazione differente a seconda del grado di liquidità, della natura del debitore e dell’area geografica. LIMITI DI BASILEA: concentrazione solo sul rischio di credito; mancato riconoscimento della diversificazione di portafoglio in quanto tutte le imprese con rating diverse venivano trattate come soggetti con lo stesso profilo di rischio di credito; limitato riconoscimento del legame tra scadenza e rischio di credito per cui un credito ad 1 anno assorbiva in termini di capitale di

una strategia e di un processo di controllo dell’adeguatezza patrimoniale) e disciplina del mercato (riguardante gli obblighi di informativa al pubblico sull’adeguatezza patrimoniale, sull’esposizione ai rischi) REQUISITI PATRIMONIALI Le riforme poste in atto da Basilea 3 avevano l’obiettivo di innalzare sia la qualità che la quantità della base patrimoniale e migliorare la copertura dei rischi. Il TIER 1 deve essere almeno pari al 6% delle RWA ed è composto da: Common Equity Tier 1 (patrimonio di qualità primaria: risulta composto da azioni ordinarie emesse dalla banca, riserve utili, riserve palesi) e Tier 1 aggiuntivo (composto da strumenti emessi dalla banca, strumenti innovativi di capitale) Il TIER 2 è invece composto da passività subordinate non garantite emesse dalla banca con scadenza almeno pari a 5 anni ecc. Il TIER 3 è formato da strumenti che non rientrano né nel Tier 1 né nel Tier 2. RISERVE DI CAPITALE: i buffer L’accordo ha previsto per le banche una dotazione di mezzi patrimoniali di elevata qualità che fungono come cuscinetto nei momenti di tensione del mercato. Sono stati introdotti 3 buffer di capitali aggiuntivi:

  • Buffer di conservazione del capitale: ha lo scopo di promuovere la conservazione del capitale e la costituzione di adeguate risorse patrimoniali in eccesso rispetto ai requisiti minimi cui poter attingere nelle fasi di tensione;
  • Buffer anti-ciclico: ha l’obiettivo di mitigare il fenomeno della prociclicità del settore finanziario raccogliendo capitale nei momenti di crescita che poi verrà utilizzato nei momenti di crisi
  • G-Sifi buffer: è richiesto per quelle banche che si definiscono G-Sifi (Globally Systemic Important Financial Institutions) cioè banche di rilevanza sistemica: banche che per dimensione, interconnessione, complessità potrebbero essere ritenute immuni dal fallimento ma che per la loro rilevanza sistemica pongono rischi maggiori per il sistema finanziario. INDICI PATRIMONIALI Uno dei fattori che ha contribuito a rendere instabile il sistema finanziario è stato l’eccessivo grado di leva finanziaria in quanto può contribuire all’espansione di bolle finanziarie. Per questo motivo Basilea III introduce un nuovo indice: il Leverage ratio che è dato dal rapporto tra la misura del patrimonio e la misurazione dell’esposizione. Le banche potranno avere un grado di leva finanziario al massimo pari al 3%. RISCHIO DI CREDITO È una variazione della performance dovuta all’incapacità del debitore di adempiere alle obbligazioni assunte nei tempi e nelle modalità prestabilite. È un rischio puro in quanto può verificarsi solo in negativo e assume diverse configurazioni:
  • Rischio di insolvenza
  • Rischio di migrazione Ecc. PERDITA ATTESA È il valore medio della distribuzione delle perdite. È stimabile ex ante, in quanto attesa non

PERDITA INATTESA (UL)

Si intende il grado di variabilità del tasso di perdita intorno al proprio valore atteso. Questo è il rischio che la perdita ex-post risulti

rappresenta un rischio EL = EAD x PD x LGD superiore rispetto a quella stimata ex ante. Il comitato definisce due alternativi metodi di calcolo dei requisiti patrimoniali:

  • L’approccio standardizzato
  • L’approccio basato sui rating interni (IRB approach, suddiviso poi in IRB di base e avanzato) L’approccio standardizzato è stato quello maggiormente utilizzato in tutto il mondo anche da paesi che non aderiscono al Comitato ed è stato migliorato aumentandone la granularità e la sensibilità al rischio con Basilea III. APPROCCIO STANDARDIZZATO: consiste nel misurare il rischio di credito in modo “standardizzato” cioè prefissato con l’aiuto di valutazioni esterne del merito creditizio. Questo modello prevede che le esposizioni bancarie siano suddivise in classi:
  • Grado A: vengono inserite le esposizioni per le quali la banca controparte ha un’adeguata e tempestiva capacità di far fronte agli impieghi
  • Grado B: rientrano quelle esposizioni dove la banca è soggetta ad un rischio di credito sostanziale
  • Grado C: vengono inserite le esposizioni dove la banca è considerata con alti rischi di insolvenza e margini di sicurezza molto limitati Queste esposizioni vengono poi moltiplicate per i fattori di ponderazione per il rischio. I fattori di ponderazione per il rischio sono previsti in base alla classe di appartenenza e alla qualità creditizia della controparte determinata in base al rating espresso da agenzie esterne accreditate (ECAI, agenzie esterne di valutazione del merito di credito cioè si tratta di istituzioni specializzate in possesso di determinati requisiti quali credibilità e indipendenza, trasparenza nel giudizio). I fattori di ponderazione associati ai diversi rating forniti dalle ECAI sono definiti dall’Autorità di vigilanza sulla base di apposite tabelle di conversione. REQUISITI ECAI Affinché le ECAI possano attribuire i rating, le autorità di vigilanza devono stabilire se queste rispettano determinati requisiti:  Obiettività: la metodologia per assegnare le valutazioni deve essere rigorosa, sistematica e sottoposta a forme di convalida sulla base dell’esperienza storica. Le valutazioni devono essere soggetto ad un costante processo di revisione e tenere conto dei cambiamenti nelle condizioni finanziarie.  Indipendenza: un ECAI dovrebbe essere indipendente e immune da pressioni politiche o economiche che possano influenzare il rating  Trasparenza: le singole valutazioni devono essere trasparenti e disponibili a tutti i soggetti  Pubblicità delle informazioni: un ECAI dovrebbe rendere note informazioni circa le metodologie, la valutazione, l’orizzonte temporale ed il significato di ciascun rating  Risorse: un ECAI dovrebbe disporre di risorse sufficienti che le consentano di effettuare valutazioni di qualità  Credibilità: il fatto che un ECAI sia indipendente da soggetti esterni è una prova della sua credibilità A questo approccio non sono mancate le critiche:

Questo approccio consiste nello sviluppo di un’equazione all’interno della quale ricoprono un ruolo importante 4 indicatori, detti “drivers”:  PROBABILITY OF DEFAULT: indica la probabilità che una controparte non sia più in grado di adempiere del tutto o in parte agli impegni di pagamento assunti in precedenza nell’arco temporale di un anno;  LOSS GIVEN DEFAULT: indica la percentuale di credito di un’esposizione che viene ritenuta deteriorata in caso di default della controparte;  EXPOSURE AT DEFAULT: indica il valore quantitativo-complessivo dell’esposizione di default  MATURITY: indica la vita residua dell’esposizione Il modello IRB si divide a sua volta in:

  • IRB di base: è di applicazione più semplice in quanto alla banca è richiesto di stimare solo la Probability of default mentre le stime dei restanti 3 indicatori verranno fornite dall’autorità di vigilanza (banca d’italia)
  • IRB avanzato: consente di misurare tutti e quattro i profili di rischio con metodologie proprie. Nel sistema IRB, le banche devono ripartire i crediti del “Banking Book” in ampie classi di attività con differenti caratteristiche di rischio sottostante. Le classi di attività sono costituite da:
  • Esposizioni verso imprese
  • Esposizioni verso soggetti sovrani
  • Esposizioni verso banche
  • Esposizioni verso clienti al dettaglio
  • Esposizioni azionarie N.B : le banche possono scegliere quale metodo utilizzare per le classi di esposizione verso banche, imprese e soggetti sovrani; mentre sono obbligati ad utilizzare il metodo avanzato per le esposizioni retail dato che contengono crediti le cui caratteristiche sono molto eterogenee e quindi non è possibile effettuare stime regolamentari. Per il calcolo dei coefficienti (attività ponderate per il rischio) esistono diversi metodi di calcolo in base alle differenti classi d’appartenenza delle esposizioni. Esempio: per calcolare i coefficienti di ponderazione delle esposizioni in strumenti di capitale sono disponibili due metodi: un metodo basato sul mercato (diviso a sua volta in metodo della ponderazione semplice e metodo dei modelli interni) e uno su PD/LGD. Per quanto riguarda le stime della PD, si articola in due fasi:
  1. assegnazione del rating: viene assegnato un rating individuale che esprime una misura ordinale del merito di credito del singolo debitore. Il debitore viene assegnato ad una classe di rating individuata all’interno di una scala composta da otto classi.
  2. quantificazione della PD dove le banche possono scegliere tre tecniche:
  • Approccio statistico
  • Approccio attuariale
  • Approccio del mapping Le banche possono utilizzare in via primaria una tecnica e poi utilizzare le altre per confrontare e apportare qualche aggiustamento.

Bisogna però sottolineare che in generale, le stime di PD possono comportare errori imprevedibili. Al fine di evitare valutazioni troppo ottimistiche, le banche devono integrare nelle proprie misurazioni un fattore di cautela commisurato al presumibile margine di errori. Nei casi in cui le metodologie e i dati sono meno soddisfacenti e il presumibile margine di errore più ampio, il fattore di cautela deve essere maggiore. LA STIMA DELLA LGD (reciproco del recovery rate RR): può essere effettuata tramite due approcci:

  • Il market LGD: utilizza le quotazioni delle esposizioni in default e calcola il tasso di recupero
  • Il workout LGD: si utilizza per i crediti che non presentano una quotazione LA STIMA DELLA EAD: rappresenta il valore delle attività di rischio al momento in cui si verifica lo stato di insolvenza.
  • Se è sopra la linea corrisponde al valore nominale dell’esposizione
  • Se è sotto la linea si determina tramite Credit Conversion Factor CCF cioè il rapporto tra la porzione non utilizzata dalla linea di credito ma che potrebbe essere usata in caso di default e la parte non utilizzata LA STIMA DEL MATURITY: viene inserita all’interno della formula di ponderazione dei requisiti patrimoniali I fattori che vengono presi in considerazione nella valutazione del merito sono svariati e vanno dalle semplici informazioni dirette, facilmente acquisibili, a quelle indirette ottenute da terzi, e a volte sfociano anche in una vera e propria visita o ispezione sul campo. Tra questi, i fattori che possono incidere notevolmente sull’assegnazione del rating sono:
  • dati finanziari quali bilanci, rendiconti finanziari, ecc.;
  • dati acquisiti dal sistema bancario;
  • analisi di scenario economico di settore;
  • analisi geografica (o di territorio);
  • pacchetto garanzie. Le garanzie Le garanzie sono uno dei fattori che incidono sul merito creditizio e quindi sull’assegnazione del rating: esse sono un vantaggio per la clientela che si vedrà concedere più facilmente il finanziamento richiesto. Ciò accade perché le garanzie sono uno strumento rientrante tra gli strumenti di attenuazione del rischio di credito (CRM), ovvero sono contratti accessori al credito che determinano una riduzione del rischio. Le modalità di calcolo variano in ragione dello strumento utilizzato e del metodo seguito dalla banca per il calcolo dei requisiti patrimoniali. Nel caso di protezione del credito di tipo personale la banca finanziatrice che adotta il metodo standardizzato o IRB di base può utilizzare il “principio di sostituzione” , ossia la sostituzione della ponderazione o della probabilità di default (PD) del soggetto debitore con la ponderazione o la PD del fornitore di protezione (protection provider). Le banche che adottano il metodo “IRB avanzato” possono scegliere se utilizzare il “principio di sostituzione” oppure la perdita in caso di inadempimento (LGD), applicando le proprie stime interne. Per le garanzie reali la riduzione del requisito patrimoniale può essere ottenuta applicando due metodi: quello semplice o quello integrale. Quest’ultimo è obbligatoriamente richiesto per i
  • Protezione del credito di tipo reale FCP (funded credit protection)
  • Protezione del credito di tipo personale UFCP (unfunded credit protection) PROTEZIONE DEL CREDITO DI TIPO REALE PROTEZIONE DEL CREDITO DI TIPO PERSONALE Comprende tecniche che attribuiscono all’acquirente il diritto a soddisfare il proprio credito su attività o somme di denaro specificamente individuate. Strumenti tipici sono:
  • Garanzie reali finanziarie (es: deposito in contante o titoli di debito emessi da soggetti sovrani) prestate attraverso contratti di pegno
  • Accordi quadro di compensazione che riguardano operazioni di pronti contro termine, di concessione di titoli in prestito
  • Ipoteche immobiliari Dunque in questo caso l’istituto di credito riceve in anticipo la garanzia e quindi la protezione non dipende dalla promessa di un terzo di pagare l’ente in caso di inadempienza del debitore ma dal diritto di liquidare o di appropriarsi della garanzia al fine di ridurre la perdita. L’ente prestatore non sopporta il rischio che la garanzia ricevuta subisca un deterioramento del valore, determinando una minor protezione. Comprende tecniche fondate sull’impegno da parte di un terzo di pagare un determinato importo nel caso in cui il debitore sia inadempiente o al verificarsi di alcuni eventi connessi con il credito. Strumenti tipici sono:
  • Garanzie personali (guarantees)
  • I derivati su crediti L’istituto di credito fa affidamento sul pagamento da parte del fornitore di protezione in caso di inadempimento del debitore. L’ente prestatore si assume il rischio che il fornitore della protezione non sia in grado di pagare in caso di inadempimento del debitore. Per le diverse tecniche di CRM sono previsti dei requisiti di ammissibilità sia di carattere generale che specifico, il cui rispetto deve sussistere al momento della costituzione della protezione del credito e permanere per tutta la durata della stessa. REQUISITI GENERALI REQUISITI SPECIFICI  Certezza giuridica: la protezione deve essere giuridicamente valida, efficace e vincolante per il fornitore di protezione e opponibile ai terzi in tutti le giurisdizioni rilevanti;  Tempestività di realizzo: le banche sono tenute ad applicare tecniche e procedure che consentano di realizzare tempestivamente le attività poste a protezione del credito tramite la loro liquidazione o diretta acquisizione;  Requisiti organizzativi: le banche devono disporre di un sistema di gestione delle tecniche di attenuazione del rischio di credito che devono riguardare il processo di acquisizione, valutazione, controllo e realizzo degli strumenti;  Informativa al pubblico: bisogna rendere note le informazioni circa la valutazione e gestione delle garanzie reali ecc. Sono tre i requisiti specifici richiesti per far sì che le garanzie finanziarie siano riconosciute ai fini patrimoniali:  Correlazione: non deve esistere correlazione positiva tra il merito creditizio del debitore e il valore della garanzia;  Valore equo: le banche devono essere in grado di calcolare il fair value della garanzia e procedere a rivalutazioni periodiche con cadenza semestrale;  Separatezza: le banche devono assicurarsi che sia rispettata la separatezza tra il patrimonio del depositario e il bene dato in garanzia (separazione esterna) e quella tra i beni appartenenti a soggetti diversi presso lo stesso depositario (separazione interna)

PROTEZIONE DEL CREDITO DI TIPO REALE:

i) garanzie reali finanziarie: sono depositi in contante, oro, titoli di debito con rating assegnato da ECAI riconosciute ecc. Per tali garanzie esistono due metodi di calcolo:

  • Metodo semplificato: la parte dell’esposizione coperta dalla garanzia riceve la ponderazione specifica della garanzia finanziaria in sostituzione di quella del debitore principale (non può essere inferiore al 20% salvo casi eccezionali)
  • Metodo integrale: l’ammontare dell’esposizione viene ridotto del valore della garanzia per calcolare il requisito Per il banking book le banche possono scegliere uno dei due metodi; per il trading book bisogna adottare il metodo integrale. ii) accordi-quadro di compensazione: sono accordi stipulati tra la banca ed una singola controparte riguardi operazioni di finanziamento tramite titoli (SFT) come pronti contro termine attivi e passivi. Per tali accordi esistono due metodi di calcolo: metodo integrale e il metodo dei modelli interni di tipo VaR. PROTEZIONE DEL CREDITO DI TIPO PERSONALE: i) garanzie personali (guarantees): è l’impegno giuridico che viene assunto da un soggetto terzo per adempiere un’obbligazione nei confronti della banca in caso di mancato adempimento da parte dell’obbligato principale (fideiussione dove il fideiussore si obbliga verso il creditore garantendo l’adempimento di un’obbligazione altrui, avallo ossia una dichiarazione cambiaria con la quale un soggetto garantisce il pagamento della cambiale per tutta o parte della somma). C’è anche la contro-garanzia che rappresenta una garanzia indiretta che consente alla banca di richiedere il pagamento dell’obbligazione al contro-garante quando né il debitore originario né il garante siano in grado di adempiere. ii) derivati creditizi dove rientrano tra questi:
  • Crediti default swaps: contratti dove un soggetto, a fronte di pagamenti periodici effettuati a favore della controparte, si protegge dal rischio di credito associato ad un determinato sottostante;
  • Total return swaps: operazione in base alla quale un soggetto cede ad un altro soggetto tutto il rischio e rendimento di un sottostante, a fronte di un flusso che viene pagato a determinate scadenze;
  • Credit linked notes: obbligazioni che pagano tassi di interesse più alti di quelli del mercato ma che presentano anche un rischio RISCHI RESIDUALI Nota che l’utilizzo di strumenti di mitigazione del rischio di credito consente di ridurre il rischio di credito complessivo relativo alla totalità delle esposizioni detenute dall’istituto di credito ma non significa che a tale riduzione non sia associato il manifestarsi di altri rischi. Questi rischi prendono il nome di rischi residuali: rischi derivanti dall’utilizzo di tecniche CRM e connessi con il mancato funzionamento, la riduzione o la cessazione della funzione di protezione delle stesse. Infatti affinché lo strumento di CRM ottenga il riconoscimento dell’effetto sul calcolo del requisito patrimoniale, le banche devono assicurare processi e meccanismi idonei a controllare, gestire e misurare e monitorare tali rischi attraverso l’adozione di tecniche e procedure adeguate. Tra i rischi residuali vi è: Rischio legale.