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Karl Raimund Popper. K.R. Popper nasce a Vienna nel 1902, studia filosofia, matematica e fisica. Nel 1928 si laurea in Filosofia. Nel 1929, ottiene l’insegnamento di matematica e fisica. Pubblica nel 1935 la Logica delle scoperte scientifiche ; Con l’avvento del Nazismo si trasferisce in Nuova Zelanda, dove pubblica due opere di carattere etico-politico: La miseria dello storicismo e La società aperta e i suoi nemici. Alla fine della guerra, torna in Europa e si stabilisce a Londra dove insegna presso la Scuola Londinese di Economia. Muore nel 1994. Gli interessi di Popper sono vari ed è per questo che non risulta agevole fornire una classificazione del suo percorso filosofico; in generale si può affermare che egli fu un epistemologo nel senso più pieno del termine; egli, infatti, vicino al neo-positivismo, è, in realtà, un dissidente rispetto a questa corrente. L’epistemologia è la scienza che studia i fondamenti della scienza stessa e quindi possiamo affermare, al di là dei diversi interessi degli studi e della filosofia di Popper, che esiste un filo conduttore che lega gli scritti scientifici agli scritti etico-politici. La sua posizione risulta “critica” rispetto a tutti gli asserti delle diverse scienze a cui si avvicina, tanto che si può addirittura rintracciare una analogia con la concezione socratica della filosofia intesa come perenne ricerca. La filosofia di Popper consiste, dunque, in un razionalismo critico, che si basa sul metodo della discussione e sul principio secondo cui «nulla deve essere considerato esente da critica[…] neppure questo stesso principio del metodo critico». Rispetto a tutta la produzione popperiana noi ci soffermeremo su due aspetti del suo pensiero: Il principio di falsificabilità e la critica allo storicismo che è un tutt’uno con la critica ad i sistemi totalitari, ma procediamo con ordine. Il Neopositivismo, che è la corrente alla quale Popper si avvicina divenendone un contestatore, è detto anche positivismo logico o empirismo logico o neoempirismo; è una corrente filosofica che, pur condividendo con il positivismo ottocentesco la fiducia nella razionalità scientifica, se ne differenzia strutturalmente sia per un concetto più critico della scienza, sia per l’attenzione prestata all’aspetto logico-linguistico, sia per una tendenza più marcatamente, ma non ingenuamente, empiristica; il motivo risiede nel fatto che esso è più connesso alla cultura scientifica tardo-ottocentesca e primo-novecentesca (cfr. per es. la teoria della relatività che aveva messo in crisi il sistema galileiano-newtoniano, considerato fino a quel momento valido in maniera quasi incontrovertibile. Gli asserti fondamentali del Neopositivismo sono i seguenti:
neopositivistico, (il punto 3) secondo cui le teorie metafisiche risulterebbero “insensate” perché non suscettibili di verifica, Popper risponde nel modo seguente: Certo, la metafisica, non essendo falsificabile, non è scienza; ma questo non significa, come vorrebbero i neopositivisti, che sia senza senso. Tant’è che noi “comprendiamo” benissimo che cosa i metafisici vogliono dire, anche se non disponiamo di strumenti atti a controllare la validità delle loro tesi. Peraltro, secondo Popper, ai neopositivisti è sfuggita la serie di interconnessioni psicologiche e storiche fra teorie metafisiche e teorie scientifiche, ovvero la funzione propulsiva esercitata di fatto dalla metafisica nei confronti della scienza. Inoltre, è bene tenere presente che le dottrine metafisiche, pur non essendo empiricamente “controllabili”, sono pur sempre razionalmente “criticabili” e discutibili. Questa affermazione circoscrive ancora meglio le conclusioni di Popper di un nuovo modello e metodo della scienza: 1) che il nostro sapere è strutturalmente problematico e incerto; 2) che la scienza possiede, come tratto costitutivo, la fallibilità e l’autocorrezione ; 3) che all’uomo non compete il possesso della verità, ma solo la ricerca, mai conclusa, di essa. Da ciò l’analogia fra Popper e Socrate: infatti, sostenendo che tutte le conoscenze umane sono incerte e che “la ricerca non ha fine”, il fallibilismo si presenta come un moderno tentativo, in chiave epistemologica, del metodo applicato da Socrate. Fedele al fallibilismo e all’autocorrezione, come metodo, Popper indaga anche in campo sociale ed etico-politico. Il principio della razionalità critica è alla base della possibilità di libertà propria dell’uomo. Cercando di mostrare che cosa distingua specificamente la libertà dell’agire umano intelligente dal mero comportamento, casuale e imprevedibile, che caratterizza in vario modo i sistemi naturali, Popper perviene alla tesi secondo cui la libertà risiede nel “controllo plastico” del comportamento tramite i princìpi della razionalità critica. È libero, in altri termini, chi non si limita ad agire a casaccio, ma controlla i risultati dei suoi tentativi casuali, e perciò apprende dai suoi errori – cosa che fa qualsiasi sistema vivente ma con la differenza che solo l’essere umano mira esplicitamente a trovare le falle delle proprie provvisorie soluzioni. Su questa linea si colloca l’aspra critica di Popper allo storicismo; nell‘opera La miseria dello Storicismo scritto tra il 1945-46, egli denuncia la pretesa dello Storicismo di controllare la realtà facendo leva sull’unicità del metodo scientifico che, secondo il nostro non è applicabile alla storia; contro gli storicisti, convinti di poter prevedere l’evoluzione della storia umana, sulla base della capacità delle scienze sociali di coglierne le leggi di sviluppo, Popper sostiene che tali profezie incondizionate non hanno nulla a che fare con le predizioni condizionate della scienza; egli specifica che per " storicismo " intende tutte quelle teorie che hanno preteso di cogliere il senso globale, oggettivo della storia, ovvero una sorta di destino cui gli individui dovrebbero uniformarsi, accettando la direzione di marcia della società, in tal modo svelata o profetizzata (vedi ad esempio Esiodo, Platone, Comte, Hegel, Marx, ecc.). Popper ritiene invece che non esista un senso della storia precostituito rispetto alle interpretazioni e alle decisioni umane poiché la storia assume il senso che gli uomini le danno. Né la natura né la storia possono dirci che cosa dobbiamo fare, essendo noi stessi ad introdurre finalità e significato nella natura e nella storia. Lo storicismo, insomma, con la pretesa di cogliere in un fatto storico un evento e la sua ripetibilità, sarebbe solo capace di pretenziose profezie politiche ; a questo proposito egli nota che: 1) è un grave errore metodologico pensare di poter capire la totalità anche del più insignificante pezzo di mondo, in quanto tutte le teorie non possono cogliere altro che aspetti selettivi della realtà; 2) dal punto di vista pratico e operativo lo storicismo ed il suo “ olismo "si risolvono nell’utopismo, per ciò che concerne la tecnologia sociale, e nel totalitarismo , per quel che riguarda la pratica politica. Egli ritiene che nello storicismo alberghi sempre un’utopia totalitaria che produce asservimento e sofferenza per gli uomini. In sintesi, il credo filosofico della visione storicistica si accompagna a una forma di fanatismo politico che cela in sé una vocazione inevitabilmente intollerante e violenta, la quale porta gli utopisti, oltre che a eliminare gli altri, anche a scannarsi fra di loro. Da qui la critica ai totalitarismi di ogni tipo. K. R. Popper, The Open Society and its Enemies , vol. II; trad. it. La società aperta e i suoi nemici , vol. II, a cura di D. Antiseri, Armando, Roma, 1981, pagg. 210-211. Nell’opera Popper elenca una serie di regole che definisce una società aperta, nettamente contrapposta alla società chiusa. Le regole della società aperta: 1. La democrazia non può compiutamente caratterizzarsi solo come governo della maggioranza, benché l'istituzione delle elezioni generali sia della massima importanza. Infatti una maggioranza può governare in maniera tirannica. (La maggioranza di coloro che hanno una statura inferiore a 6 piedi può decidere che sia la minoranza di coloro che hanno statura superiore a 6 piedi a pagare tutte le tasse). In una democrazia, i poteri dei governanti devono essere limitati, e il criterio di una democrazia è questo: in una democrazia i governanti – cioè il governo – possono essere licenziati dai governati senza spargimenti di sangue. Quindi se gli uomini al potere non salvaguardano quelle
con l’attributo della sovranità sugli altri. La giusta domanda afferma Popper è un’altra: Come controlliamo chi comanda?, cioè: Come possiamo organizzare le istituzioni in modo da evitare che governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno? È questa la domanda sottesa alla società aperta. La democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico. È questa la sua caratteristica essenziale». Qual è, dunque, l’arma per difendere la libertà e salvaguardare la democrazia? “Il liberale ama la tolleranza e la libertà. Il suo amore per la tolleranza è la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili. Tuttavia, egli è tollerante con i tolleranti, ma intollerante con gli intolleranti. La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti, la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”.