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Il rapporto tra puruṣa e prakṛti nel Samkhya, Schemi e mappe concettuali di Filosofie Orientali

Il Sāṃkhya, uno dei darśana più antichi, vede come fine ultimo quello di «descrivere il “mezzo” per far cessare “l’oppressione dovuta al dolore” (Sāṃkhyakārikā 1)1», mezzo che non è rivelato dai Veda, bensì discende dalla conoscenza del manifesto, dell’immanifesto e del conoscitore (il puruṣa). Tale dottrina presenta la realtà come il prodotto di un dualismo di base che si esplicita in due principi: puruṣa e prakṛti.

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

Caricato il 22/03/2023

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Gabrielli Serena. Il rapporto tra puruṣa e prakṛti nel Samkhya
Il Sāṃkhyakārikā, opera scritta da Īśvarakṛṣṇa tra il 350 e il 450 d.C., tratta al suo interno della
dottrina del Sāṃkhya.
Il Sāṃkhya, uno dei darśana più antichi, vede come fine ultimo quello di «descrivere il “mezzo” per
far cessare “l’oppressione dovuta al dolore” (Sāṃkhyakārikā 1)1», mezzo che non è rivelato dai
Veda, bensì discende dalla conoscenza del manifesto, dell’immanifesto e del conoscitore (il
puruṣa).
Tale dottrina presenta la realtà come il prodotto di un dualismo di base che si esplicita in due
principi: puruṣa e prakṛti.
Tali principi, tra loro opposti, sono reali ed eterni, e vengono rispettivamente tradotti come
“spirito” (anche se il termine alle volte potrebbe discostarsi dal reale significato di “puruṣa”) o
“coscienza pura”, e “natura”.
Spirito e natura sono principi che poggiano su piani opposti: da un lato la coscienza pura e
l’immodificabilità del puruṣa, il quale è totalmente inattivo; dall’altro la totale dinamicità, anche se
inconsapevole, della prakṛti, che dà origine a tutto ciò che è manifesto (sia la realtà materiale che
quella psichica).
Possiamo dunque ritrovare un’ulteriore opposizione: “corporeità” e “psichicità” sono «pensate
come radicalmente opposte - inquanto prakṛti – alla pura coscienzialità del puruṣa2».
Osserviamo, dunque, come all’interno del Sāṃkhya “corporeità” e “psichicità” siano in un
rapporto di continuità, e che il puruṣa essendo a loro opposto non può essere una realtà psichica.
Trattando del rapporto tra i due principi sopracitati, si finisce per mettere a nudo uno dei problemi
teorici del Sāṃkhya di maggior interesse: il puruṣa esiste non come entità unica, bensì lo si trova in
una pluralità infinita; ognuno di questi è in contatto con la natura, ed è proprio qui che viene a
mancare la nitidezza di tale relazione.
Nonostante l’insufficiente descrizione fornitaci riguardo questo contatto, vediamo comunque
come nella Sāṃkhyakārikā siano descritti i “frutti” del legame tra prakṛti e puruṣa.
La natura è formata da tre «costituenti fondamentali3», i guṇa, grazie al movimento dei quali essa
è attiva.
È proprio in questo frangente che si rivela l’importanza del puruṣa: se esso venisse a mancare i tre
guṇa non sarebbero in grado di attivarsi, rimanendo in un equilibrio statico.
È quindi grazie alla compresenza di puruṣa e prakṛti che avviene il processo creativo.
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11. Cit. in S. Marchignoli, Il Sāṃkhya della Sāṃkhyakārikā (III, 1) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un
percorso tra temi e problemi del pensiero indiano, Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 64.
2. Cit. in S. Marchignoli, Il Sāṃkhya della Sāṃkhyakārikā (III, 1) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un
percorso tra temi e problemi del pensiero indiano, Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 63.
3. Cit. in S. Marchignoli, Il Sāṃkhya della Sāṃkhyakārikā (III, 3) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un
percorso tra temi e problemi del pensiero indiano, Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 66.
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Gabrielli Serena. Il rapporto tra puruṣa e prakṛti nel Samkhya

Il Sāṃkhyakārikā, opera scritta da Īśvarakṛṣṇa tra il 350 e il 450 d.C., tratta al suo interno della dottrina del Sāṃkhya. Il Sāṃkhya, uno dei darśana più antichi, vede come fine ultimo quello di «descrivere il “mezzo” per far cessare “l’oppressione dovuta al dolore” (Sāṃkhyakārikā 1)^1 », mezzo che non è rivelato dai Veda, bensì discende dalla conoscenza del manifesto, dell’immanifesto e del conoscitore (il puruṣa ). Tale dottrina presenta la realtà come il prodotto di un dualismo di base che si esplicita in due principi: puruṣa e prakṛti. Tali principi, tra loro opposti, sono reali ed eterni, e vengono rispettivamente tradotti come “spirito” (anche se il termine alle volte potrebbe discostarsi dal reale significato di “ puruṣa ”) o “coscienza pura”, e “natura”. Spirito e natura sono principi che poggiano su piani opposti: da un lato la coscienza pura e l’immodificabilità del puruṣa, il quale è totalmente inattivo; dall’altro la totale dinamicità, anche se inconsapevole, della prakṛti, che dà origine a tutto ciò che è manifesto (sia la realtà materiale che quella psichica). Possiamo dunque ritrovare un’ulteriore opposizione: “corporeità” e “psichicità” sono «pensate come radicalmente opposte - inquanto prakṛti – alla pura coscienzialità del puruṣa^2 ». Osserviamo, dunque, come all’interno del Sāṃkhya “corporeità” e “psichicità” siano in un rapporto di continuità, e che il puruṣa essendo a loro opposto non può essere una realtà psichica. Trattando del rapporto tra i due principi sopracitati, si finisce per mettere a nudo uno dei problemi teorici del Sāṃkhya di maggior interesse: il puruṣa esiste non come entità unica, bensì lo si trova in una pluralità infinita; ognuno di questi è in contatto con la natura , ed è proprio qui che viene a mancare la nitidezza di tale relazione. Nonostante l’insufficiente descrizione fornitaci riguardo questo contatto, vediamo comunque come nella Sāṃkhyakārikā siano descritti i “frutti” del legame tra prakṛti e puruṣa. La natura è formata da tre «costituenti fondamentali^3 », i guṇa , grazie al movimento dei quali essa è attiva. È proprio in questo frangente che si rivela l’importanza del puruṣa : se esso venisse a mancare i tre guṇa non sarebbero in grado di attivarsi, rimanendo in un equilibrio statico. È quindi grazie alla compresenza di puruṣa e prakṛti che avviene il processo creativo. 1 (^1) 1. Cit. in S. Marchignoli, Il Sāṃkhya della Sāṃkhyakārikā (III, 1) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 64.

  1. Cit. in S. Marchignoli, Il Sāṃkhya della Sāṃkhyakārikā (III, 1) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 63.
  2. Cit. in S. Marchignoli, Il Sāṃkhya della Sāṃkhyakārikā (III, 3) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 66.

Il movimento che la natura compie, dallo stato immanifesto a quello manifesto, trova origine nella buddhi (tradotto come “intelletto”); il secondo a manifestarsi è il facitore dell’ io , cui seguono i cinque sensi di percezione e i cinque sensi di azione. Sotto i cinque sensi di azione ci sono cinque elementi sottili (suono, contatto, forma, gusto, odore) e per concludere i cinque elementi grossi (aria, acqua, terra, fuoco, etere, mezzo attraverso il quale si trasmette il suono). Īśvarakṛṣṇa descrive questa compresenza tra puruṣa e prakṛti attraverso un’immagine metaforica molto chiara che vede come protagonista la “danzatrice - prakṛti ”, la quale si esibisce di fronte al “ puruṣa – spettatore”. La danza della natura (paragonabile al nostro vivere, conoscere ed agire) «avviene per la liberazione di ogni singolo puruṣa^4 »^2 ; per cui l’immanifesto opera al pari di un individuo che cerca di soddisfare il proprio desiderio. La “danzatrice” è descritta come generosa poiché agisce per il bene del puruṣa (che non possiede il moto dei guṇa ) senza aspettarsi nulla in cambio; inoltre è indicata la sua sensibilità , poiché «Come la danzatrice smette di danzare dopo essersi mostrata al pubblico, così la prakṛti cessa la sua attività dopo essersi manifestata la puruṣa^5 ». La natura, dunque, una volta conscia di essere vista, si ritira dallo sguardo del “ puruṣa – spettatore”, ed è proprio con la cessazione di questa danza che il puruṣa viene liberato. L’aspetto importante da sottolineare è il fatto che «nessun puruṣa è legato o liberato né trasmigra^6 », ma è la prakṛti che passa dalla condizione di essere legata da sé stessa (attraverso sette forme), alla condizione di libertà (raggiunta attraverso una sola forma). La coscienza , dal canto suo, non fa altro che subire passivamente la liberazione. Con la conclusione della danza, inoltre, la buddhi arriva alla conoscenza discriminante di ciò che è manifesto, distinguendolo da ciò che è immanifesto, e dal conoscitore. Una volta cessata l’attività della natura , il puruṣa , esentato anche dall’unico atto che gli competerebbe, raggiunge lo stato di isolamento assoluto e definivo. (^2) 4. Cit. in S. Marchignoli, Esempi di testi:4. La relazione tra puruṣa e prakṛti nel Sāṃkhya (IV, 56). Traduzione di C. Pensa (Īśvarakṛṣṇa, Le strofe del Sāṃkhya , Torino 1960) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 101.

  1. Cit. in S. Marchignoli, Esempi di testi:4. La relazione tra puruṣa e prakṛti nel Sāṃkhya (IV, 59). Traduzione di C. Pensa (Īśvarakṛṣṇa, Le strofe del Sāṃkhya , Torino 1960) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 101.
  2. Cit. in S. Marchignoli, Esempi di testi:4. La relazione tra puruṣa e prakṛti nel Sāṃkhya (IV, 62). Traduzione di C. Pensa (Īśvarakṛṣṇa, Le strofe del Sāṃkhya , Torino 1960) / S. Marchignoli, (a cura di) L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo editore, 2005, p. 102.