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Appunti lezioni di indologia professoressa Pieruccini
Tipologia: Appunti
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L’India è un paese straordinariamente importante e ricco nell’immaginario culturale occidentale, già dai tempi dei Romani. La cultura indiana inizia nel 1500 a.C. in un territorio enormemente vasto.
Sito di indologia: “indologia unimi”indologia:home dove si trovano tutte le informazioni e il programma. Il libro di Walpert è su ariel, il libro della prof se non verrà ristampato verrà caricato in pdf.
Dio Ganesha: divinità popolare e molto amata con testa di elefante, figlio di Shiva. È la divinità che precede i viaggi e i passaggi e aiuta a superare gli ostacoli, per questo spesso è posta all’inizio dei libri. Secondo la tradizione il dio non ha una zanna perché se l’è strappata per scrivere il poema epico Mahabharata sotto dettatura.
GEOGRAFIA DELL’INDIA : Per capire che cosa si intenda per India bisogna compararla con l’India britannica, prima della partizione, e l’India odierna: una confederazione di stati. L’India prima del 1947 è molto più grande, perché comprendeva anche gli odierni Bangladesh e Pakistan. In seguito a una serie di rivendicazioni da parte della popolazione musulmana (Muslim League) che si considerava parecchio emarginati, i musulmani indiani hanno ottenuto una terra riservata a loro: il Pakistan occidentale e quello orientale (divisi da migliaia di kilometri).
Nel 1971 il Pakistan orientale si ribellò e ottenne l’indipendenza con l’aiuto dell’India e diventò il Bangladesh (terra del Bengala). Per quanto riguarda la cultura indiana si fa riferimento all’intero sub- continente indiano.
L’area culturale indiana è quindi identificata come sub-continente indiano o Asia meridionale e comprende anche paesi come Buthan, Nepal e Sri Lanka. La storia di questi paesi è differente ma partecipa in parte alla cultura indiana.
GEOGRAFIA FISICA: L’India ha una conformazione geografica in certi sensi paragonabile a quella italiana. C’è un’imponente catena montuosa a Nord ( Himàlaya =Dimora del ghiaccio, con accento sulla prima a e h aspirata) che funge da confine naturale e climatico molto marcato. La maggior parte delle invasioni dell’India sono passate dal passo del Khyber , fra le montagne dell’Afghanistan e il Pakistan. La culla storica della civiltà indiana sta nella pianura indo-gangetica, formata dall’ Indo e dal Gange e dai loro affluenti. La civiltà indiana fu scoperta piuttosto recentemente, circa 100 anni fa e risale alla preistoria anche se ha origini piuttosto misteriose.
Il nome India in realtà non è un nome indiano, deriva dal nome del fiume Indo ( Sindhu ). La parola Sindhu ha subito le trasformazione da parte del persiano e del greco, quindi è diventato il nome di tutta la terra indiana. I mercanti arabi e le popolazioni arabe la chiamavano Hindustan ed è questo il nome che è venuto a conoscenza dell’Occidente. L’India in realtà chiama se stessa con il termine sanscrito Bharat Ganarajya (Repubblica dell’India), Bharat è un personaggio mitologico, figlio di una ninfa, capostipite del popolo indiano.
L’altro fiume fondamentale per la storia e la cultura indiana è il Gange , fiume sacro per eccellenza che porta il nome di una dea (tutti i nomi di fiumi tranne l’Indo sono nomi femminili di divinità legate alla fecondità). Le acque del Gange sono considerate purificatrici ed è uno dei maggiori luoghi di pellegrinaggio, sulle sue sponde sorge la città di Varanasi , la città sacra dell’induismo.
La zona centrale a sud della pianura indo-gangetica è principalmente ricoperta dalla giungla , ancora oggi intatta anche se in parte disboscata. La parola giungla deriva dal sanscrito giangala= terreno arido, inteso
come non frequentato selvaggio non frequentato dagli esseri umani. La foresta rappresenta il luogo della ricerca spirituale, dell’ascesi e della ricerca di qualcosa di superiore (liberazione dal ciclo delle esistenza).
La parte meridionale è l’altipiano del Deccan che, in analogia con gli Appennini italiani, corre verso meridione. I monti di questo altipiano sono denominati Gaath (gradini) e simboleggiano nell’ideologia indiana le scale con cui si scende verso il fiume purificatore.
L’India è parecchio varia a livello climatico, queste variazioni influiscono molto sulle varie comunità. A condizionare il clima dell’India contribuiscono i monsoni. In India vi sono tendenzialmente 3 stagioni, anche se nell’antica letteratura sanscrita se ne identificano 6: la stagione invernale (novembre-marzo) abbastanza gradevole, nella stagione fra marzo-giugno le temperature si alzano moltissimo e fra luglio e settembre, arrivano i monsoni (enormi spostamenti di nubi e umidità). I monsoni portano grandi alluvioni che contribuiscono all’irrigazione dei campi; il monsone, se adeguato, è un beneficio e una festa per la popolazione indiana.
GEOGRAFIA POLITICA: L’India odierna (dal 1947) è una Repubblica costituzionale parlamentare di tipo federale , divisa in 29 Stati e 7 Union Territories, e ha una popolazione di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti. Dopo la partizione c’è stata un’enorme migrazione fra musulmani, indiani e sikh fra Pakistan e India che ha comportato milioni di morti con violenze e razzie reciproche (lettura consigliata: Quel treno per il Pakistan – Khushwant Singh).
RELIGIONI: Circa l’80% degli indiani si dichiara di religione induista , ma il 14% è ancora musulmana (ben 172 milioni di persone!), le altre religioni sono il cristianesimo (2 %), sikh , buddismo e giainismo (tutti intorno all’1%). Il buddhismo era la religione più diffusa nei secoli prima e dopo Cristo. Tutte le religioni nate in India non hanno un organo centrale comune, ma hanno molte scuole di pensiero. Dalla metà del 1 millennio dopo Cristo l’induismo prende sempre più il sopravvento. Le invasioni islamiche del 1200 spazzano via molte scuole buddhiste di cui sopravvivono solo ancora pochi monasteri in Nepal e a nord-est vicino al confine col Buthan. La maggioranza dei buddhisti indiani (0,70%) si sono soprattutto convertiti negli anni Cinquanta come segno di protesta sociale perché erano appartenenti a caste basse (il buddhismo invece le caste non esistono, gli uomini sono considerati tutti uguali). La religione giainista nasce intorno al 1400 e, al contrario del buddhismo, è rimasta sempre in India, oggi ne sopravvivono pochi milioni di rappresentanti legati al vegetarianismo e alla non violenza. Per la loro non violenza i giaina storicamente sono spesso per tradizione banchieri, gioiellieri e grandi intellettuali.
Le varie religioni inglobano in sé le correnti del sapere (anche filosofico). Esiste una parte di popolazione che si mantiene fuori da queste dinamiche: le tribù ( adivasi = abitanti originari). Le tribù appartengono a popolazioni pre-sanscrite e mantengono un’organizzazione e un pensiero autoctoni, abitando in aree molto isolate. Essi mantengono arti, cultura, letteratura proprie, separate da quella “ufficiale” indiana. Si collocano soprattutto nella cintura centrale delle foreste e nell’estremo est al confine con la Birmania.
Da non sottovalutare il fatto che l’India conta 22 lingue ufficiali e possono arrivare a più di 300 contando quelle degli adivasi. La lingua più promossa come lingua maggioritaria dal governo è l’ hindi. L’hindi è parlata soprattutto nella zona settentrionale, viene insegnata a scuola e utilizza l’alfabeto devanagari (=alfabeto della città degli dei, utilizzato anche per il sanscrito). L’inglese, ereditato dal dominio coloniale è largamente utilizzato. Le lingue di origine indoeuropea sono quelle parlate a Nord, nella zona meridionale si parlano lingue dravidiche ( dravida =sud), non indoeuropee, non apparentate col sanscrito.
La lingua hindi viene promossa dal governo come la lingua interregionale per eccellenza; la differenza linguistica influenza anche l’uso degli alfabeti, questo si nota anche sulle banconote di rupie che hanno il valore scritto in diverse lingue e in diversi alfabeti. Tutti gli alfabeti dell’Indocina derivano da un alfabeto comune, inventato da un sovrano indiano nel III secolo a.C. per i suoi editti.
Gli antichi indiani vedici chiamavano sé stessi arya =nobili (stessa radice di “ariani” usata dai nazisti); essi si consideravano quindi una casta superiore e altissima. La migrazione degli arya in territorio indiano è l’ipotesi più adottata dagli studiosi.
In realtà all’inizio del Novecento si è scoperta l’esistenza di una popolazione che ha spostato le origini della civiltà indiana ancora più indietro nel tempo. Le ricerche archeologiche dirette da John Marshall scoprirono due città ( Mohendjo-Daro e Harappa ) nell’attuale Pakistan, lungo il corso del fiume Indo. Questa civiltà prende il nome di civiltà della valle dell’Indo o civiltà di Harappa e comprende centinaia di siti scoperti poi successivamente. Si è calcolato che la civiltà risalga al 2600-2900 a.C. Paradossalmente questa civiltà era incredibilmente avanzata dal punto di vista materiale (mattoni, planimetrie regolari, case ampie a due e tre piani, con alto grado di benessere, sistema idrico avanzatissimo con bagni in casa e fognature) ma priva di letteratura; la civiltà dei Veda invece è ricchissima ed altissima a livello letterario, ma priva di resti materiali.
Quello che ha permesso la datazione sono i sigilli (presenti anche in Mesopotamia) piccoli oggetti in pietra con incisioni.
Si ipotizza che gli abitanti della civiltà della valle dell’Indo parlassero una lingua dravidica e che siano stati invasi dalle popolazioni indoarie. Ma la civiltà non ha segni di devastazione, pare che sia declinata per conto suo.
Un’ipotesi revisionista sostiene che nella valle dell’Indo si parlasse già prima del 1500 a.C. una lingua indoaria; ma in questo modo crolla tutta la teoria basata sui Veda. È molto sostenuta da integralisti hindu che sostengono la supremazia delle genti indiane, culla della lingua e della civiltà.
L’ipotesi più supportata è che, qualunque lingua parlassero gli indo-vallini, si siano estinti prima dell’arrivo degli indoari probabilmente per eventi naturali.
LETTERATURA VEDICA: è riconosciuta come la letteratura degli arii, calati nel sub-continente indiano circa nel 1500 a.C. La parola Veda significa “sapienza” e si tratta di testi stratificati nel tempo.
I testi vedici sono divisi in sezioni:
Le Upanisad (che esprimono idee riconducibili al buddhismo) sono state scoperte per prime anche se sono le ultime in ordine cronologiche e da lì si è risaliti nel tempo scoprendo poi tutti gli altri testi fino alle Samhita.
I Veda sono per la maggior parte scritti in versi e sono definiti anche come shruti (audizione/rivelazione) perché si presentano come trascrizioni di parole sacre udite da dei grandi veggenti che le hanno trasmesse agli uomini. L’idea di base è quindi che i Veda siano parola sacra, esistente da sempre.
I Veda costituiscono la genesi dell’induismo, che poi nei secoli si è modificato in diverse direzioni. Ma ancora oggi chi si proclama hindu considera sacri questi testi.
SAMHITA: i Samhita sono inni che si rivolgono a diverse divinità, questi testi ancora non comprendono i concetti di karma, nirvana, liberazione dal ciclo dell’esistenza o reincarnazione. Questi concetti emergeranno sono nelle Upanisad che infatti sconvolgeranno la concezione religiosa.
Il primo dei Samhita, il Rgveda è composto da 10 libri ( màndala =cerchio, ma in ambito del buddhismo tibetano rappresenta anche dei simboli che rappresentano geometricamente l’universo), 1028 inni per un totale di 10 500 strofe circa. Ciascuna di queste strofe è definita mantra. La parola mantra identifica un verso o un insieme di versi che risveglia la consapevolezza, che ha una funzione magica e può avere funzione di meditazione o di adorazione di una divinità. Talvolta i mantra possono non avere significato ma solo il loro suono è considerato funzionale e purificatore.
Il IX libro di occupa quasi interamente del sacrificio nei confronti della soma, una pianta sacra. Nel mondo vedico esistono due tipi di sacrifici: domestici (compiuti quotidianamente dal capofamiglia) e solenni (fatti da gruppi di sacerdoti, che prevedono l’offerta di vegetali o animali alle divinità). In questo periodo anche il bovino , che successivamente sarà considerato sacro, viene ucciso e mangiato , della vacca sono importanti per il sacrificio anche latte, un tipo di yoghurt e il ghee, burro chiarificato usato per alimentare il fuoco. I sacrifici sono volti ad ottenere alcuni doni da parte degli dei come vivere 100 anni e avere tanti figli maschi.
Le divinità sono soprattutto maschili e quelle femminili sono poco importanti. Ad esempio il dio Agni è la personificazione del fuoco e nei sacrifici è fondamentale in quanto veicolo del sacrificio verso il cielo. Il Re degli dei nei Veda è Indra, un dio guerriero, armato di un fulmine. Infatti questa società è piuttosto bellicosa e combatte per conquistare territori. Spesso la bellicosità è associata all’utilizzo di sostanze eccitanti e allucinogene, come ad esempio la soma la cui linfa viene bevuta. Soma è anche il nome della divinità corrispondente alla pianta e il termine ricorre anche nella Luna, che viene vista come una coppa che si riempie e si svuota (al contrario del Sole= Surya , la Luna non è così importante nella letteratura vedica).
A Surya , divinità del Sole è dedicato il mantra più famoso Gàyatri oppure Savitri “Pensiamo all’eccelso splendore del dio impulsore, affinchè possa animare i nostri pensieri”.
Varuna è un’altra divinità, che forse era il vero re degli dei prima di Indra ed è il dio che punisce i malvagi.
Una delle divinità femminili è Ushas. Tutti questi dei poi persero importanza nell’induismo, però continuano ad esistere e vengono rappresentati nei templi.
Lettura: Le gesta di Indra (II, 12) talvolta ci sono accenni a miti non citati, che vengono dati per scontati. È un inno ad Indra che viene descritto come colui di cui i due mondi (Cielo e Terra) ebbero paura, colui che consolidò la terra e lo spazio (sulla base dell’idea che esiste un pilastro cosmico, sotto forma di montagna, che sta al centro dell’universo, tiene separati cielo e terra). Il brano fa riferimento al mito di un serpente che Indra sconfisse, liberando i sette fiumi (riferimento a sette corsi d’acqua del Punjab, l’Indo e i suoi affluenti). [Punjab, pronunciato Panjab significa “ le cinque acque”]. L’inno parla di sette fiumi perché comprende i cinque fiumi del Punjab, l’Indo e un altro fiume che oggi è scomparso, il Sarasvati (che poi nell’induismo diventerà la dea della Sapienza, protettrice di studiosi e studenti). In questo caso i fiumi vengono chiamati “vacche” perché la parola vacca, per l’importanza dell’animale in questa popolazione di mandriani, identifica qualsiasi entità femminile importante. La perdita di questa metafora porterà al fraintendimento e porterà a considerare gli animali sacri. C’è un riferimento ai Dasa, che identifica la popolazione pre-esistente in India, prima dell’arrivo degli arii.
“perfino il Cielo e la Terra si inchinano di fronte a lui, per fino le montagne hanno paura della sua forza” viene descritto come colui che ha il vajra =fulmine (simbolo di potere, presente anche nel buddhismo tibetano). È da notare che nonostante ci si trovi in un contesto di politeismo, quando ci si rivolge a una divinità lodandola, essa diventa una divinità unica e suprema questo aspetto è denominato enoteismo o catoneismo.
Lettura la collera di Varuna: Varuna è un dio molto oscuro; prima era il re degli dei, fu poi soppiantato da Indra. E’ identificato col peccato ed è identificato come il dio che punisce le colpe. Analogamente a Indra viene identificato come colui che ha separato Cielo e Terra (questo perché quando ci si rivolge a un dio egli
Questa distinzione in classi sociali persiste fino ad oggi ma non corrisponde al concetto di casta ( jati= letteralmente nascita). In questo periodo ancora non esistono ancora le caste, emergeranno intorno all’anno Mille. Le caste sono suddivisioni interne ai varna, sono diverse centinaia e sono spesso basate su professioni o comunità. Sono suddivisioni fondamentali nella società indiana e sono secondarie, per grado d’importanza, solo alla famiglia. Tutt’oggi esistono delle categorie “fuori casta”, i cosiddetti intoccabili, che vengono considerati i più impuri della società (ecc. che contaminano un pozzo se vi bevono); stanno al di sotto degli Shutra, sono detti avarna (senza classe sociale).
Norme generali di pronuncia del sanscrito c= è sempre alveolare: Candragupta=Chandragupta j=è sempre g, non è approssimante g=è sempre velare
Il concetto di purezza nell’antica società indiana non è solo spirituale ma anche materiale. Infatti chi è puro evita il contatto con la morte, con la sporcizia e col sangue, infatti i brahmana diventeranno presto vegetariani per essere superiori agli ksatriya. Allo stesso modo i paria sono tipicamente coloro che svolgono professioni come conciare le pelli, pulire le fogne, trattare i riti funebri. Nell’India contemporanea il concetto di avarna, non esiste teoricamente; l’intoccabilità e considerata fuorilegge dalla Costituzione del 1950. Gli avarna oggi vengono identificati come dalit =oppressi (Gandhi li chiamava Harijan).
-Lettura: Il caos primordiale : in questo passaggio i vedici si interrogano sull’esistenza di un qualcosa, un Ciò neutro (Tat o Ekam), primordiale all’inizio dei tempi. Emerge il concetto di acque primordiali che sarà presente anche nella figura di Vishnu. L’inno parla di un ardore superiore, ossia un potere caldo che è il germe dell’esistenza.
Quello che fa discendere dall’Uno tutte le cose è il desiderio ( Kama ), il “primo atto fecondante della mente”
In chiusura dell’inno il veggente-poeta poi si interroga sulla creazione, chiedendosi chi può sapere come è andata, dato che anche gli dei sono stati creati, quindi non possono conoscere neanche loro il mistero della creazione.
L’ Atharvaveda: non era inizialmente considerata una raccolta sacra, tant’è che non se ne parla nell’inno di Purusha. È il più piccolo dei Rgveda e contiene circa 700 inni, per la maggior parte contenenti formule di magia bianca e magia nera. La differenza tra magia e religione sta nel fatto che la magia agisce direttamente su una persona oggetto, procurando il Bene o il Male, mentre nella religione ci si interpella a una divinità che faccia da mediatore.
Alcuni esempi di formule rituali di magia:
Esistono anche degli inni di amore e odio cantati da donne nell’Atharvaveda, sono gli Strikarmani : (Stri=donna, karmani= plurale di karman, azioni/riti). Questo non significa che gli operatori fossero donne, ma la voce che parla è quella di una donna. In questi inni vi sono Apsaras (ninfe celesti della bellezza) che cantano e si fa riferimento a Yama, il re dei morti. In alcuni casi certe donne chiedono la morte e la sterilità di una rivale in amore.
UPANISHAD
Sono testi cronologicamente successivi a tutti gli altri. Sono datati circa VI-VII secolo a.C. Esse sono l’ultima sezione della letteratura vedica in cui entrano delle idee totalmente nuove. Upanishad deriva da upa-ni-shad , shad vuol dire sedersi, upa - ni vuol dire in basso e vicinolett. Sedersi in basso vicino a. Nell’ottica dell’insegnamento della dottrina questo fa riferimento al rapporto maestro (guru)-allievo. L’allievo infatti si siede sempre a terra, in posizione ribassata rispetto al mentore. Upanishad viene normalmente tradotto con dottrine segrete o riservate. Si stratta quindi di insegnamenti esoterici, trasmessi da maestro a discepolo.
I concetti espressi dalle Upanishad sono, nello stesso periodo, elaborati nelle religioni del buddhismo e del giainismo (trasmigrazione degli spiriti e idea della rinascita condizionata dalle azioni, karman, identità o partecipazione tra brahman e atman ). Sono movimento degli:
SHRAMANA : è un termine che vuol dire letteralmente “fare fatica” e identifica gli asceti. In questo periodo (circa metà del I millennio a.C.) il sacrificio verso le divinità perde sempre più la sua attrazione.
Alcuni studiosi ritengono che queste nuove correnti di pensiero siano un’evoluzione di quelle vediche, mentre altri sono del parere che siano idee nuove, provenienti da un sostrato, magari già presente, ma non sviluppato. Questa sezione dei Veda deriva dagli asceti , una categoria di persone con sensibilità particolare e maggiore (oppure in una condizione di disagio dovuta all’urbanizzazione).
Questi asceti lasciano i villaggi per ritirarsi nella foresta a praticare la meditazione ascetica (yoga) tramite la tapas =mortificazione , la mortificazione consiste in una serie di pratiche come il digiuno o l’esposizione al sole e al freddo per ottenere poteri superiori e per raffinare lo spirito.
In questo periodo cambia proprio la concezione dell’esistenza, perché non si pensa più ad una vita unica e irripetibile, ma affiora la concezione ciclica della vita: si nasce, si muore, si rinasce. Questo “ciclo delle esistenze” è detto samsara. La rinascita avviene sulla base del karma (=azione), quindi si rinasce sulla base delle nostre azioni. Il concetto di base è che se si accumula un karma positivo si può rinascere in una forma migliore, altrimenti in una peggiore. Ad esempio per le donne si pensava che potessero rinascere uomini, ovvero in una condizione migliore nella concezione patriarcale dell’epoca. Per gli uomini si ritiene che possano nascere con uno spirito più raffinato, in una casta più alta, più ricchi e più piacevoli d’aspetto. Viceversa, con un karma negativo ci si può incarnare in un animale o in una casta più bassa. Gli individui particolarmente elevati e perfetti hanno ricordi delle loro vite passate (il Jataka è un testo che racconta le 547 vite precedenti del Buddha).
Tutto ciò è volto alla moksa o mukti= liberazione (al ciclo dell’esistenza). In questo periodo infatti la vita viene considerata in maniera fortemente pessimistica , la vita è dolore e questo continuo morire alimenta il dolore. L’unica via per uscire da questo ciclo è la liberazione , che permette di raggiungere l’ ananda , la beatitudine (che non viene mai spiegato perché è uno stato troppo elevato per essere descritto. Lo stato massimo quindi che si può raggiungere è il nirvana= spegnimento, momento di beatitudine eterna, suprema e immutabile in cui ogni dolore è esaurito. Tutti questi concetti entrano in questi secoli nel pensiero indiano e non ne usciranno mai.
Karma, moksa e nirvana saranno quindi le basi per buddhismo e giainismo , considerati eresie del brahmanesimo che si evolverà poi in induismo. Queste nuove forme religiose rifiutano i Veda, allo stesso tempo però alcuni brahmani (che hanno composto le Upanishad) le accettano e le fanno proprie, a testimonianza della tendenza a non eliminare mai le idee passate, ma a conservarle.
Le prime traduzioni in latino delle Upanishad sono tratte da una traduzione persiana del 1657 del principe Mughal Dara Shikoh.
La parola Brahman (potere del sacrificio) nelle Upanishad si trasforma e viene identificato come un principio alla base di tutta l’esistenza. Secondo questi pensatori il mondo empirico/sensibile è unificato da
acconsente ma prima ripulisce la città da tutto ciò che possa inquinare la visione idilliaca del mondo che sta cercando di dare al figlio. A questo punto gli dei (che esistono nel Buddhismo ma sono considerati semplicemente un’altra categoria, sebbene più potente, oltre ad animali e uomini) intercedono facendo apparire una serie di personaggi disagiati a Kapilavastu, che turbano profondamente il principe Siddhartha.
Ad esempio incontra un vecchio, un malato, un morto portato verso la pira funebre. Lui non era a conoscenza dell’esistenza della vecchiaia, della malattia e della morte entra in un momento di crisi, perché si rende conto dell’impermanenza di tutte le cose; nulla è eterno e tutto cambia. Quindi all’età di 22 anni Siddhartha fugge di casa, diventa uno shramana e si rivolge a una serie di maestri per trovare una via per superare l’impermanenza, la morte e il dolore dell’esistenza. Siddhartha è convinto che tutto ciò che non dura generi dolore, siccome nella vita tutto è impermanente, la vita è dolore e lui ricerca una via per superare tutto ciò. Nonostante questo sostrato pessimista la dottrina buddhista in realtà è ottimista perché crede che si possa ottenere la serenità superando il dolore.
Gli shramana dell’epoca cercavano di ottenere uno stato spirituale superiore con la mortificazione del corpo (tapas), ad esempio col digiuno, esposizione a freddo e caldo e immobilità forzata. Il Buddha si rende però conto che le mortificazioni come il digiuno non porta a condizioni spirituali superiori e rinuncia a queste pratiche. Siddhartha crea quindi un processo meditativo, in cui il corpo deve funzionare bene perché la mente mediti a dovere. Siddhartha si siede sotto un albero di pipal vicino a Bohdgaya e medita fino all’arrivo dell’Illuminazione. Durante questa meditazione il Buddha viene anche tentato da alcuni desideri da parte del demone del desiderio Mara, che riesce a sopprimere.
Il Buddha lascia il luogo dell’Illuminazione, è in dubbio se trasmettere ad altri le sue scoperte o se conservarle per sé perché non ritiene gli uomini in grado di capirle. Decide di raggiungere 5 suoi compagni a Sarnath (vicino Varanasi) con cui praticava l’ascesi prima dell’abbandono in seguito alla rottura del digiuno. In questo luogo, denominato Parco delle gazzelle ( o cervi), egli pronuncia il suo primo sermone , il discorso della messa in moto della ruota della legge buddhista (simbolo del Buddhismo).
Il Buddha trascorre i successivi 40 anni della sua vita predicando in giro per l’India nord-occidentale , fonda un ordine monastico fino al suo ultimo pasto, che lo fa stare male; sentendo vicina la morte passa attraverso vari stadi meditativi e muore in un bosco di alberi di shala (gli stessi sotto cui era nato).
La ruota raggiata è il simbolo del Buddhismo e si chiama “ chakra ”. Il suo primo sermone quindi è il discorso della messa in moto della legge ( dharmachakrapravartanasutra ). La ruota era già presente come simbolo nella cultura indiana, ma il Buddhismo la riutilizza cambiandone il significato. Infatti la ruota dentata è attualmente nella bandiera dell’India, è un simbolo che si perpetua e che assume diversi significati.
Il Buddha predica indicando come sbagliati i due estremi, da un lato i piaceri sensuali e dall’altro la mortificazione del corpo. Egli predica un “sentiero di mezzo” costituito da un ottuplice sentiero ; ovvero otto precetti da seguire: la retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione.
Il primo sermone
Il Buddha espone anche le 4 nobili verità:
Il testo si conclude con uno dei mantra fondamentali del buddhismo “ tutto quel che è soggetto alla nascita è destinato a sparire” (?)
[In questa verità cita i cinque khanda =aggregati, dai quali è formato ogni essere vivente, che sono: forma o corpo (dati sensoriali), sensazioni (dolore e piacere), appercezioni (riconoscere e ricordare), formazioni mentali (pensiero) e coscienza.
Ogni uomo è un’insieme di khanda in continuo movimento , gli esseri viventi sono anatta, privi di sé, ovvero privi di un’essenza stabile. ]
Concetti cardine del buddhismo antico:
-Samsara, karman, nirvana
-condizione dell’essere vivente è impermanente, infelice, priva di essenza
-le Quattro Nobili Verità, l’Ottuplice Sentiero
-i tre veleni: brama, ignoranza e odio
-sentiero di mezzo
In tutta questa concezione il Buddha si riferisce solo agli esseri umani e non all’universo intero, la sua dottrina è fortemente improntata all’uomo. Colui che segue le orme del Buddha e raggiunge il Nirvana diventa un arath= risvegliato.
I cinque khanda citati in precedenza sono ag gregati che ci si porta dietro, come un flusso, da una vita all’altra, senza soluzione di continuità. Riguardo alla loro permanenza (in contraddizione col concerto di impermanenza) esistono varie scuole di pensiero. In sostanza i khanda si portano dietro il loro carico di karma e lo trasmettono alla vita successiva
I dhamma: sono i costituenti minimi di tutto l’esistente secondo l’esperienza in base ai quali il buddhismo scompone l’esistenza. Anch’essi sono in continua trasformazione e sono tantissimi.
Il buddhismo è una realtà estremamente multiforme; esistono molte scuole e molte forme. Nei secoli successivi alla morte del Buddha si assiste a un grande fiorire di queste scuole in paesi anche lontani dall’India, principalmente per opera di un sovrano buddhista. I primi monaci vennero mandati in Sri Lanka e Birmania. Il buddhismo avrà una grande diffusione ma scomparirà dall’India , sostituito dall’induismo e infine si rifugerà proprio nelle zone in cui era nato. Con le invasioni islamiche gli ultimi monaci si ritireranno in Nepal e Tibet.
Il buddhismo si articola in tre grandi correnti, ciascuna composta da varie scuole:
Theravada: dottrina degli anziani, buddhismo più antico e tradizionali (chiamato anche Hinayana , Veicolo minore, titolo non apprezzato da questa corrente perché viene usato per indicare la loro minoranza). Questa corrente è diffusa soprattutto nell’Indocina ed è composta esclusivamente da monaci.
I Maurya sono il primo grande impero indiano , ma non è detto che l’idea del grande impero sia derivata dal contatto con la cultura greco-occidentale portata da Alessandro Magno. Il nipote del primo regnante Chandragupta, Ashoka, riuscì a conquistare una grande porzione dell’India, espandendo il regno tra il 269 e il 232 a.C. Ashoka lasciò le prime testimonianza scritte , sotto forma di editti scritti su fusti di colonne oppure pietre, che da secoli erano sparite dal subcontinente indiano. I Veda infatti erano quasi sempre tramandati oralmente, con tradizione mnemonica, probabilmente esiste una parte di letteratura che si è andata persa perché trascritta su carta.
In questi editti Ashoka parla in prima persona e sono incisi su pietra, per questo si conservarono. L’alfabeto usato negli editti è il brahmi, dal quale derivano molti altri alfabeti come quello cingalese, tibetano, cambogiano, thailandese ecc. Nella zona a nord-ovest del regno sono stati ritrovate traduzioni in greco e in aramaico di questi editti. Negli editti Ashoka si presenta come un seguace laico del buddhismo e nella tradizione buddhista viene visto come colui che l’ha protetto e diffuso. Nella tradizione Ashoka mandò suo figlio e sua figlia a convertire le popolazioni al di fuori del suo regno (in particolare in Sri Lanka e Myanmar), infatti in questi luoghi ancora oggi si conserva il buddhismo Theravada, quello più antico.
Ad un certo punto della sua vita Ashoka, avendo combattuto numerose guerra per ampliare l’impero, si pente per la carneficina compiuta nella regione di Kalinga. Questo pentimento è espresso in alcuni editti in cui è evidente l’influenza buddhista nel suo pensiero. N.B: negli editti Ashoka chiama sé stesso Piyadassi.
Nell’ editto di Kalinga Ashoka mostra una grandissima modernità e saggezza nei suoi enunciati: proclama il rispetto per tutte le religioni espirandosi a precetti induisti, buddhisti e giainisti. Ovviamente c’è una mira politica nei suoi proclama, egli mira ad una cooperazione pacifica e armonica dei popoli conquistati.
Un valore tipico degli shramana che si afferma in questo periodo è la non violenza (ahimsa=a privativo + han + sa= assenza del desiderio di uccidere). Questo concetto si distacca del brahmanesimo , che infatti sacrificava animali. In questo periodo invece si afferma la non violenza nei confronti degli esseri viventi e di conseguenza il vegetarianismo ; l’India è quindi il primo paese ad adottare il vegetarianismo su larga scala. La tendenza prosegue ancora oggi perché associata alla purezza.
Il consumo della carne però non è totalmente escluso, ad esempio gli shramana pensavano di poter mangiare un animale trovato morto: l’importante era non ucciderlo. Nell’ editto di Kalinga Ashoka dice di stare convertendosi piano piano al vegetarianismo. Ashoka comunque non proibisce di uccidere gli animali, però cerca di porre dei limiti sugli animali che si possono uccidere, di moderare il consumo di carne durante le feste.
Per quanto riguarda il buddhismo, il Buddha e i suoi monaci non erano vegetariani; solo alcune correnti hanno diffuso questa tendenza.
[nell’arte buddhista tutte le rappresentazioni del Buddha sono caratterizzate da alcune posizioni delle mani ( mudra ) che hanno diversi significati, ad esempio il momento del dono, dell’insegnamento o segnalano degli episodi particolari. Nel basamento delle sculture si possono trovare delle gazzelle, ad indicare il fatto che si tratta del primo sermone. Il Buddha è raffigurato con lobi allungati, veste monastica e asessuato, con una protuberanza cranica che lo contrassegna dalla nascita come uomo superiore]
L’edificio canonico del buddhismo è lo Stupa formato da alcune componenti di base che poi vennero leggermente modificati nelle varie scuole e nei vari paesi. Lo Stupa è co stituito da una calotta chiusa chiamata ( anda =uovo) che contiene delle reliquie (originariamente le ceneri del Buddha); la leggenda di Ashoka dice che il re fece aprire gli Stupa originali per distribuire le ceneri e costruire nuovi Stupa.
Il rito prevede di girare attorno al monumento mostrandogli il fianco destro , questa pratica è compiuta su un apposito corridoio esterno. Hanno anche t re “parasole” che simboleggiano i paradisi di eterna
beatitudine. Ogni stupa infatti è idealmente una rappresentazione del cosmo (terra + cosmo + paradiso). I pilastri simboleggiano gli assi cosmici.
DAL BRAHMANESIMO ALL’INDUISMO: intorno alla metà del I millennio a.C. dal movimento degli shramana nascono alcuni concetti, soprattutto nelle Upanishad, che forgiano la cultura induista, provocando una rivoluzione di pensiero. Il concetto di sacrificio viene messo da parte.
I brahamani, che dirigono il pensiero, tendono a integrare e ad omogeneizzare le nuove tendenze, piuttosto che a combattere: da questo si genera una trasformazione del brahmanesimo. Innanzitutto il brahmanesimo integra la figura dell’asceta , stabilendo che nel corso della sua vita l’uomo attraversa varie fasi , concetto che è ancora attuale nella cultura indiana. Gli stadi della vita sono denominati ashram.
L’allievo che vuole diventare asceta si reca da un maestro (guru) ed entra nel primo stadio
Successivamente, per la vecchiaia esistono due stati
Questa transizione fra stati mette insieme il capofamiglia di stampo vedico e l’asceta. I sannyasin sono in realtà gli unici veri asceti (simili a monaci buddhisti e asceti giana) ed è ancora possibile vederli in India.
Secondo questa visione gli scopi della vita ( trivarga o purushartha ) sono 3 comuni (+ 1, quello della liberazione, che non è obbligatorio):
ITIHASA ( Poemi epici )
Sono testi come il Ramayana , Mahabharata e Purana.
In questo periodo in India nasce l’induismo (gli appartenenti sono hindu, non indù), tutte le parole di radice hind- sono in realtà occidentali; il nome originale dell’induismo è sanatanadharma.
Oggigiorno l’ascrizione dell’induismo alle religioni è in dubbio : è più un modo di agire e di intendere la società e la vita accomunato da pratiche e riti comuni (ma molto differenziati tra zona e zona). È più simile a un “comportamento” comune a più persone. Gli studiosi ritengono che l’induismo considerato come religione sia un concetto derivato dall’occidente in epoca coloniale: i coloni hanno identificato come unica religione un insieme eterogeneo di culti e credenze. Considerare l’induismo una religione unica è una semplificazione di una realtà molto frazionata. Negli anni l’India è diventato sempre più un paese induizzato, dopo la separazione dei musulmani e il declino di altre credenze. Nel 1923 Savarkar (un politico) ha creato e diffuso il concetto di hindutva (induità), ovvero propensione verso alcuni valori dell’induismo della popolazione indiana.
Rama non viene considerato come un essere umano ma è un avatara di Vishnu, è un eroe divinizzato. Dal punto di vista storico probabilmente Rama era soggetto a un culto in qualche comunità indiana che viene elevato al rango di dio.
Il Ramayana è stato riscritto e rivisitato centinaia di volte con diverse varianti, la forma più nota è quella di Tulsi Das. Esiste un autore mitico, Valmiki , considerato tradizionalmente lo scrittore di questo poema epico, che è colui che ospita Sita durante l’esilio.
Rama è l’emblema del re giusto e del giusto governo , Sita invece , al contrario di Rama che ascende verso il divino , è una divinità in discesa, ed è emblema della sposa fedele e della donna per bene.
IL MITO DI SHIVA : così come per Vishnu, alcune divinità di credenze precedenti vengono assorbite , come avatara, nella figura di Shiva. Questo processo è chiamato sanscritizzazione, perché culti che provengono da strati più bassi vengono inclusi nella cultura “alta” scritta in sanscrito.
Shiva è un dio particolare e affascinante. Dai primi secoli d.C. nascono correnti di asceti che si muovono contro il dharma brahmanico, soprattutto contro la purezza e la non contaminazione, adottando comportamenti riprovevoli sotto gli occhi dei brahmani (ad esempio eseguire rituali in luoghi di cremazione). Shiva incarna soprattutto questo ascetismo trasgressivo , in contrasto a quello “ufficiale” upanishadico. Oltre a questo Shiva è il simbolo e la sintesi della figura del capofamiglia. Tracce di iconografia relativa a Shiva si ritrovano già nei sigilli della valle dell’Indo, in civiltà pre-arie. In un sigillo in particolare appare come una figura solenne, con un copricapo con corna di bufalo, gambe in posizione innaturale e fallo eretto (Shiva è il dio del fallo ed è spesso raffigurato in questo modo).
Shiva inoltre è il dio della potenza sessuale ed ascetica , concetti che spesso vanno di pari passo. Altri elementi che riconducono a Shiva nel sigillo sono: il bufalo, il rinoceronte, l’elefante e la tigre. Uno dei nomi con cui sarà noto Shiva infatti sarà Pashupati=signore degli animali. In alcune sculture successive Shiva è raffigurato con 3 volti. È comune trovare più teste o più braccia nelle divinità induiste; le braccia sono espressione di potenza, nel caso di Shiva le teste sono sia maschili che femminili per esprimere l’unione col principio femminile. La tradizione vuole che il dio sia maschio e che la potenza creatrice sia donna; la divinità però riassume in sé entrambi i principi; per questo Shiva è rappresentato metà uomo e metà donna.
Shiva è rappresentato spesso quindi con un animale accompagnatore , come già da tradizione nei Veda. Shiva è associato al toro soprattutto per quanto riguarda la potenza, sia erotica che mascolina. Il toro è definito nandin= il gioioso. Gli dei sono spesso raffigurati in coppia maschio-femmina perché sono emblema di fecondità e bellezza. Nella raffigurazione di Shiva anche lui spesso appare con la sua consorte Shakti.
Linga: segno=organo sessuale di Shiva. È un oggetto astratto che tradizionalmente si lega al fallo di Shiva.
Shiva è un dio che pratica ascesi in una montagna dell’Himalaya (che viene spesso rappresentata nell’iconografia), Kailasa. Un’altra caratteristica di Shiva è avere lunghi capelli incolti , in linea con la sua pratica ascetica. Ancora oggi molti asceti shivaiti portano i capelli lunghi e incolti.
Shiva è presente anche nei Veda, dove non è una figura importante e viene chiamato Rudra=l’urlatore. Shiva è il nome principale di questo dio e che più viene usato. Shiva significa=Il benevolo, ha probabilmente un’origine popolare in cui era un dio che incuteva timore; viene poi sanscritizzato elevandolo a dio assoluto. Secondo la leggenda il fiume Gange, rappresentante la via lattea, quando scende sulla Terra, si appoggia sui folti capelli di Shiva per attutire l’impatto.
Un altro lato importante della figura di Shiva è il suo rapporto con la danza. Ci sono molte divinità danzanti e Shiva è una di queste. La danza di Shiva incarna la ciclicità del mondo, che secondo la concezione indiana morirà per poi rinascere in tempi lunghissimi.
I 10 AVATARA DI VISHNU: Secondo il mito induista Vishnu si incarna e scende sulla terra per aiutare gli uomini in 10 forme diverse. Le storie di questi dieci personaggi sono narrate nei poemi epici.
I dieci avatara sono incarnati in una serie di animali in un crescendo di somiglianza verso l’uomo (pesce, tartaruga, cinghiale, uomo-leone, nano e poi vari uomini come Rama e Khrishna). L’ultimo avatara, Kalkin, è l’avatara del futuro, che completerà la salvazione di Vishnu. Anche il Buddha è considerato un avatara di Vishnu.
I testi fondamentali sugli avatara e su tutte le divinità dell’induismo sono i poemi epici:
-Ramayana (vedi lezione precedente)
-Mahabharata
-Purana
Le storie rappresentate in questi poemi si pongono come un modello di insegnamento, in realtà sono finzioni letterarie, ma in India sono percepiti come vera storia. Oltre a questo esiste anche un grande patrimonio orale di racconti che trasmette queste storie. Spesso sono racconti narrati ai bambini e costituisce quindi un patrimonio culturale comune a tutto il sub-continente indiano, a cui il popolo si ispira come modello. Molte di queste storie sono modificate, tagliate, riviste. I poemi epici sono ripresi da Bollywood, fumetti, TV indiano.
[In questi grandi poemi si nota l’affermazione di tutte le grandi divinità dell’induismo. L’induismo non è considerato all’unanimità una religione.
L’incontro dell’Occidente con l’induismo ha portato subito a considerarlo una religione politeista. Di fatto però l’induismo ha una serie di divinità supreme (che rappresenta l’assoluto upanishadico incarnato). Queste divinità sono Vishnu (o il suo avatara Krishna), Shiva oppure Devi, una divinità femminile. Quindi gli hindu stanno a metà fra politeismo e monoteismo , perché sono devoti solo ad una di queste tre divinità, in genere per tradizione familiare, geografica, comunitaria o di casta.
Le altre divinità vengono invocate per qualche scopo (es. Ganesh che porta fortuna). ]
MAHABHARATA
Nel Mahabharata appare un personaggio, Bharat, che viene considerato il progenitore di tutti gli indiani, infatti gli hindu chiamano l’India (Bharat=terra dei discendenti di Bharat). Il Mahabharata è un’opera gigantesca (circa 95 000 strofe), datata comunemente fra il IV secolo a.C e il IV d.C.
Il Mahabharata è diviso in 18 libri (parvan), il dodicesimo e il tredicesimo libro parlano del dharma dell’induismo, sono parti interamente dottrinali che si dedicano a dare i precetti induisti. L’espediente con cui vengono esplicati questi precetti è costruito su un personaggio, ferito in battaglia, che può scegliere il giorno della sua morte, quindi per 59 giorni prima di morire impartisce insegnamenti disteso su un letto.
Uno degli autori più importanti del Mahabharata è Vyasa (il Compilatore), che è anche uno dei personaggi del poema.
Nel Mahabharata, così come nel Ramayana, la trama è basata su una lotta per la successione al trono fra due famiglie. Nella storia viene narrata anche la nascita di Delhi. La lotta per la successione è fra due fratelli: Dhritarashtra e Pandu ; il legittimo erede è il primo ma , siccome ha un cattivo karman è rimasto cieco ; quindi non può regnare. Pandu è colpito da una maledizione perché durante una battuta di caccia colpisce per errore due semi-dei (veggenti) che si erano trasformati in gazzelle per accoppiarsi. Questo veggente quindi, con una maledizione, gli impedisce di avere relazioni sessuali con le sue mogli. Una
Arjuna si convince quando Krishna si offre la sua forma cosmica : in cui lui è un sole e le sue bocche macinano gli uomini a rappresentare il tempo che scorre.
CICLI COSMICI SECONDO L’INDUISMO:
Secondo l’induismo ci sono 3 ere: cattiva, media e buona che si alternano e hanno delle durate calcolate in anni divini. Un anno divino corrisponde a 360 anni umani, un mahayuga invece corrisponde a 4 320 000 anni umani. L’umanità attuale vive nel kaliyuga l’era della malvagità , il kaliyuga in cui viviamo è iniziato nel 3102 a.C. e inizia con la battaglia del Mahabharata. Il Ramayana invece si svolge in un epoca precedente, più volta al bene.
Il ciclo cosmico è composto da mahayuga: ogni mahayuga è composto da 12 000 anni divini, corrispondenti a 4 320 000 anni umani. Ogni Mahayuga è composto da 4 fasi, in ordine decrescente di floridità e prosperità (krta-yuga, treta-yuga, dvapara-yuga, kali-yuga). Oggi siamo nell’epoca del Kaliyuga, l’epoca più oscura e crudele. I nomi delle varie fasi del mahayuga prendono il nome dal punteggio del gioco dei dadi.
Mille mahayuga corrispondono a 1 kalpa, ovvero un giorno di Brahma, un anno di Brahma sono 360 kalpa e una vita di Brahma (100 anni), corrisponde a 311 040 000 milioni di anni. Ogni 100 anni Brahma muore, secondo il ciclo del samsara e l’universo finisce in un’apocalisse di distruzione. Attualmente Brahma ha 50 anni.
Brahma non ha culto , è un retaggio del passato e rimane come dio che ha il compito di creare, ma che non viene venerato. Esiste una leggenda shivaita che spiega perché Brahma non sia più venerato. Il motivo è che Brahma disse una grande bugia.
Siccome, Shiva si manifesta sulla Terra come linga grande colonna di luce Brahma e Vishnu vogliono scoprire l’inizio e la fine di questa colonna. Vishnu si trasforma in uno dei suoi avatara, il cinghiale, si tuffa nella colonna ma non riesce a trovare la base di questo pilastro di luce. Brahma invece vola in alto e mente riguardo a quello che ha visto (?).
Il mito della creazione di un nuovo kalpa è spesso rappresentato da un’iconografia che vede Vishnu disteso sopra il mitico serpente Anananta (=infinito) (un cobra). Il serpente quiescente rappresenta ciò che resta del kalpa precedente e che non viene perso nella distruzione. Nella creazione spunta un fiore di loto dall’ombelico di Vishnu, il fiore di loto si apre, esce Brahma che crea il tutto. Brahma rappresenta sempre l’embrione della creazione; egli non crea dal nulla, ma irradia e moltiplica il Tutto da sé.
In generale si può affermare che un momento importante nel culto delle dee sia intorno al V al VII secolo, periodo corrispondente alla compilazione del Devi Mahatmya, contenuto nel Markandeya Purana. Questo testo è il corrispondente del Bhagavad Gita (dedicato a Krishna), per la devozione alla Dea. Mahatma significa Grande anima/spirito (maha + atman); i Mahatmya sono quindi dei testi celebrativi dedicati a dei, luoghi di pellegrinaggio ecc.
In questo testo diverse divinità femminili vengono fatte confluire in un'unica Dea suprema. Per questo motivo tutte le dee possono essere considerate dee supreme a seconda del luogo. Ogni dea è la dea madre per una determinata comunità, che può essere avatara di Devi, oppure direttamente la superiore di tutte le altre.
Uno dei miti del Devi Mahatmya racconta di un combattimento della dea contro un demone (Raktabija=gocce di sangue), questo demone si moltiplica all’infinito: ogni goccia di sangue dà vita a un suo clone. La Dea quindi emana dalla sua fronte Kali, che beve il sangue di questo demone mostruoso e lo uccide.
Da questo si deduce che storicamente esisteva una dea terribile (Kali, Camunda ecc.) la quale viene sanscritizzata e diventa un’emanazione della Dea suprema e il suo culto viene inglobato nell’induismo ufficiale come una manifestazione della Dea.
Il mito più raffigurato nei monumenti dedicati alla dea è l’episodio in cui la Dea uccide il demone Bufalo. In questo episodio viene chiamata Durga (l’invincibile, che è anche un nome con cui si può indicare in generale la dea). Il luogo in cui viene più venerata la Dea è ancora oggi il Bengala, il nord-est.
I LUOGHI DI CULTO
I luoghi di culto fondamentali nell’induismo sono ovviamente i templi. I templi maggiori risalgono circa all’anno mille , non necessariamente i templi di grande valore artistico sono ancora usati e venerati. Al contrario alcuni più recenti e di scarso interesse artistico sono molto venerati.
I tempi hindu spesso sono circondati da una cinta di mura (specialmente nel centro-sud dell’India), il tempio vero e proprio è la cella (garbhagrha=casa dell’embrione) che racchiude l’immagine della divinità. La cella è un cubo chiuso con una sola apertura in cui il fedele può scorgere la divinità. Il tempio della dea Kali a Kolkota è una specie di pietra dipinta, particolare enfasi è posta sugli occhi.
Il fedele quando si reca al tempio non va a mani vuote, ma porta un dono , spesso sotto forma di vegetali. Esistono dei momenti di festa o di pellegrinaggio in cui i fedeli si recano in massa al tempio; nonostante questo il culto è sempre personale, non collettivo, non esistono messe. Il fedele si reca al tempio per ottenere il darshana (insegnamento/rivelazione/aiuto). Spesso le dee richiedono doni di sangue, ma talvolta l’offerta è sostituita dal sindur= polvere rossa. Il sacerdote raccoglie i doni e ne restituisce a una parte insieme a una benedizione (pasta di sandalo o polvere rossa sulla fronte).
Il corridoio che porta alla cella è riccamente decorato con miti. La cella è circondata da doppie mura, quindi intorno alla cella c’è un altro corridoio che serve per il rito della pradakshina, un rito onorifico. In questo rito si gira attorno alla cella, quindi intorno all’immagine della divinità, dando la destra in senso orario. Questo rito è comune al buddhismo.
Nel tempio hindu non si osserva il silenzio come nel cristianesimo, ci può essere musica, canti, voci, suoni di campane. Inoltre ci sono dolci, incensi e fiori quindi l’atmosfera è carica di aspetti sensoriali.
Nei riti (puja) la divinità, sotto forma di statua, viene lavata, pulita, vestita, accudita e addirittura messa a dormire. La statua viene lavata con acqua mista a latte e delle volte cosparsa di curcuma.
PRINCIPALI METE DI PELLEGRINAGGIO : i luoghi di pellegrinaggio possono essere pan-indiani; comuni a tutti gli indiani, altri luoghi sono importanti solo a livello regionale e altri solo strettamente a livello locale.
I luoghi di pellegrinaggio sono spesso legati all’acqua e ai fiumi perché l’acqua ha potere purificatore. L’acqua purificatrice per eccellenza è il fiume Gange, che è cosparso di tirta, luoghi specifici di pellegrinaggio dove fare il bagno. Il Gange è il più grande fiume sacro, ma a livello regionale ce ne sono moltissimi altri. Mitologicamente tutte le acque derivano dal Gange.
TIRTHA: parola tradotta come “guado”, che nel pellegrinaggio è fondamentale, in relazione ai fiumi, come luogo di attraversamento. In sanscrito la parola tirtha indica il luogo di pellegrinaggio.
GANGE: L’acqua del Gange è considerata purificatrice per corpo e spirito. Quindi l’abluzione nelle sue acque toglie i peccati. Infatti il fine del pellegrinaggio è migliorare il proprio karma e ottenere un merito/ vantaggio spirituale (punya). Spesso nei tirtha si sviluppano anche dei templi, creati apposta per i flussi di pellegrini.