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C. Pieruccini - Indologia - Viaggio nell'India del Nord
Tipologia: Sintesi del corso
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Cinzia Pieruccini
DELHI: Non è New Dehli, quest’ultima è solo un’area specifica della città. New Dehli fu progettata ed edificata all’inizio del secolo scorso per volere inglese e in gran parte da un architetto inglese: Edwin Lutyes. Dopo l’indipendenza dell’India dall’Impero coloniale britannico, nel 1947, gli edifici prima occupati dai viceré inglesi, divennero i palazzi nel nuovo governo, e New Delhi fu fatta capitale dell’Unione Indiana. Delhi -> vasto tratto di terra sulle sponde del fiume Yamuna.
IL NOME DELHI: (varianti - Dihli/Dilli) nome usato fin dall’antichità per designare questo insediamento urbano. Nella realtà storica numerose città si sono qui affiancate l’una all’altra nei secoli l’una all’altra, oppure si sono sovrapposte. L’urbanizzazione moderna comunque ha agglutinato tutto il territorio.
Nella città di Delhi numerose sono le tracce lasciate e conservate fino ad oggi delle città che qui fin dall’antichità erano situate. Sono stati soprattutto i sultani e gli imperatori musulmani a dare l’impronta alle più vecchie porzioni di sé che Delhi conserva fino ad oggi. Ed è proprio un pezzo di città musulmana a sovrastare, almeno secondo la tradizione, la prima delle capitali sorte qui.
PURANA QILA: ossia “Forte Vecchio” fu innalzato a partire dal 1533 da Humayum (uno degli imperatori Mughal). Il sito devo questo forte è situato è lo stesso in cui molto tempo prima, pare, sorgeva la città di Indraprastha , la capitale dei fratelli Pandava, della stirpe di Kuru, discendenti dell’eroe Bharata, principi della dinastia lunare.
MAYA E LA SALA DELLA RESIDENZA REALE DEI FRATELLI PANDAVA: Questi 5 fratelli, pare, non sono personaggi storici bensì figure letterarie, o secondo alcuni, addirittura sostanziate di mitologia. Non a caso la grande sala della loro residenza reale è descritta come opera di Maya (uno dei grandi architetti divini, il cui nome ricorda il termine che l’induismo usa per definire il magico potere di illusione degli dèi. Si dice che Maya abbia lavorato a questo progetto per 14 mesi (leggere risultato del progetto pag.5). Questa sala è il fulcro del palazzo reale, il centro del potere nella capitale Indraprastha. Vi erano inoltre padiglioni dedicati agli ospiti di rango (pag.6). Sala caratterizzata da innumerevoli bellezze, lusso e comodità. I passi che descrivono questa sala non intendono essere la resa pittorica di un luogo “vero”. Tutto risulta ideale e idealizzato.
IL MAHABHARATA: Queste descrizioni della grande sala di Indraprastha e dei padiglioni per gli ospiti del re, il cui originale è in strofe sanscrite, si trovano nel II libro del Mahabharata , e i 5 fratelli Pandava ( Yudhishthira , Bhima , Arjuna , Nakula e Sahadeva ) sono i protagonisti principali di questo poema che i vede contrapposti ai loro cugini, i Kaurava , in una lotta dinastica che è anche una lotta etica.
COSA SIGNIFICA MAHABHARATA: Significa “La Grande storia dei discendenti di Bharata”. Bharata considerato l’antenato mitico degli indiani. Non a caso il nome stesso dell’India moderna è Bharat.
“Il Mahabharata è eterno”. Questa è il senso della parola che lo definisce secondo la tradizione la tradizione, itihasa , termina che condensa l’espressione sanscrita “così invero fu”; nelle lingue moderne significa “storia”, ma nel significato originale indica qualcosa di “vero”, non perché accidente capitato a individui più o meno importanti, ma perché verità eterna, da cui trarre insegnamento.
IL FONDAMENTO DEL POEMA: Si può supporre che ci sia stata una lotta dinastica effettivamente combattuta in qualche famiglia di regnanti dell’India del Nord: è un evento del genere che fa da fondamento al poema Mahabharata.
Nella percezione di molti indiani d’oggi, le vicende del Mahabharata devono essersi verificate realmente così come il testo lo racconta, in un passato lontano eppure autentico.
ALCUNE CARATTERISTICHE DEL MAHABHARATA: Il Mahabharata misura centomila strofe. È diviso in 18 libri, di estensione molto diseguale. Vi è la vicenda principale, ci sono mille vicende accessorie e ci sono lunghe parti di
insegnamento. Come dice più o meno una sua strofa citatissima: “ Quello che c’è qui, c’è anche altrove. Ma quello che non c’è qui, non lo si trova da nessuna parte”. (Mahabharata, I.56.34)
IN CHE SECOLO IL MAHABHARATA AFFONDA LE SUE RADICI: (Pag.8*) È riconosciuto che il Mahabharata come lo possediamo oggi deve aver preso forma durante molti secoli, plausibilmente dal IV secolo a.c. fino al IV secolo d.c., ma in ultima analisi la sua composizione sembra affondare le radici ben più indietro nel millennio avanti la nostra era; forse il nucleo è nato intorno al IX-VIII secolo a.c.
L’AUTORE: Alcuni studiosi pensa che l’opera sia un progetto unitario, e la tradizione assegna la sua paternità a un singolo autore: il grande veggente Krishna Dvaipayana Vyasa, che è anche un fondamentale, ancorché alquanto elusivo - personaggio del poema stesso.
Oltre all’estensione e alla complessità dell’opera, numerosi sono i personaggi. (pag.9*)
TRAMA DEL POEMA: Eventi che si intrecciano intorno alle corti di Indraprastha e della vicina e più antica città rivale di Hastinapura ; con il coinvolgimento degli altri piccoli regni ostili o alleati del cosiddetto Aryavarta, la “Terra dei nobili”, cuore dell’India del Nord. Il Mahabharata non è “storico”, ma le sue vicende si svolgono in luoghi geografici precisi, riconoscibili e riconosciuti.
■ La “storia centrale” del Mahabharata si sviluppa intorno al problema della legittima successione al trono di Kurukshetra (un regno dell’India settentrionale che era patrimonio ancestrale del clan dei Bharata, cioè Bharatidi, discendenti di Bharata).
■ L’ultimo re salito al trono era stato Shamtanu , il quale aveva lascito 3 figli.
■ I problemi sorgono con quest’ultima unione (Shamtanu e Satyavati), molto terrena.
■ Il padre della giovane pescatrice chiede che Devavrata si faccia da parte e permetta che l’eredità tocchi ai figli di Satyavati ; e che lo stesso Devavrata non generi figli, i quali potrebbero entrare in competizione per il trono.
■ Per devozione verso il padre, Devavrata accetta queste condizioni. Poiché ha fatto un voto di durezza “spaventosa”, da questo momento sarà noto con il nome di Bhishma , che significa “Colui che incute timore”.
■ Citrangada muore senza né moglie né eredi; Vicitravirya sposa due sorelle, Amba e Ambalika , ma muore senza figli. La dinastia dei Satyavati rischia dunque di estinguersi. La pescatrice Satyavati è diventata regina.
■ Quando la pescatrice Satyavati aveva sposato Shamtanu non era vergine se non in modo simbolico: lei aveva già avuto un figlio, Krishna Dvaipayana Vyasa , da un breve incontro con il veggente Parashara.
■ Dal momento che Bhishma si mantiene fedele al suo voto di castità, Satyavati si rivolge a quest’altro fratello maggiore perché, secondo la legge del levirato, si presti a generare figli con le spose del fratello minore.
■ Con una serva di casa Krishna Dvaipayana genera anche un figlio illegittimo, Vidura.
■ L’aspetto orrendo di Krishna Dvaipayana fa sì che Amba e Ambalika, tuttavia, si spaventino al momento del concepimento e che perciò i loro figli risultino “imperfetti”. Dhritarashtra nasce cieco, il che lo esclude dalla successione diretta al trono.
■ Pandu, il “Pallido”, diventa re; anche per lui avere eredi è però difficile, perché subisce una maledizione che gli vieta di unirsi con una donna, pena la morte, ma Kunti , la sua sposa più anziana, conosce una preghiera per invocare gli dèi, e con questi essa genera a Pandu tre figli, mentre dalla sposa più giovane ne nascono nello stesso modo altri due. Il maggiore dei 5 figli di Pandu è Yudhishthira, che è nato prima del figlio maggiore di Dhritarashtra, Duryodhana.
■ Yudhishthira conferma ritualmente i suoi domini con un solenne Sacrificio del Cavallo.
■ La tribù di Krishna si autoannienta, in seguito a una furiosa rissa, e alla fine i Pandava e la loro sposa Draupadi partono per l’ultimo viaggio verso il cielo.
■ Tutti i figli che i Pandava hanno avuto da Draupadi sono stati uccisi negli ultimi atti della grande guerra.
■ La successione va ad Abhimanyu, figlio di Arjuna, cioè del più giovane figlio di Kunti, che egli ha avuto a sua volta con la moglie più giovane, Subhadra; da Abhimanyu passa al figlio Parikshit, e da Parikshit a Janamejaya, al quale tutta la storia del Mahabharata viene narrata, come sappiamo fin dalle prime pagine (perché il Mahabharata si presenta come un grande racconto orale), da un discepolo diretto di Krishna Dvaipayana Vyasa, il primo figlio della traghettatrice Satyavati.
Nel riassunto sono omesse le lunghe parti didattiche, le più vistose quelle che occupano i voluminosi libri XII e XIII. Sono omesse inoltre le numerosissime vicende accessorie, che vogliono spiegare cause remote, introdurre deviazioni significative, o semplicemente espandere, secondo il gusto per la narrazione così caratteristico dell’India fino ai romanzieri anglo-indiani d’oggi, di clamoroso successo in tutto il mondo.
IL LIBRO DELLA FORESTA: Uno dei libri del Mahabharata più ricchi in questo senso è il III, il cosiddetto “Libro dell Foresta”. È il libro in cui Pandava, con la sposa comune Draupadi, vivono i dodici anni d’esilio; è un momento di sospensione della trama. Libro III che diventa un contenitore di episodi e numerosi racconti.
RIASSUNTO: Nel frattempo i Pandava vivono nella foresta. Questa “foresta” (termine con cui si traducono le parole sanscrite aranya , vana ) è una presenza poderosa nel Mahabharata , e in generale nella più antica letteratura dell’India. Ecco come si presentava l’India settentrionale fuori dai centri abitati da dove i Bharata e gli altri regnanti amministravano il loro potere.
■ MA COS’ERA REALMENTE QUESTA “FORESTA”?: è necessario visualizzare non soltanto qualche bosco tropicale fitto, umido, lussureggiante. In quest’ultima accezione, nelle lingue occidentali si usa spesso il termine giungla, il che è paradossale. La parola giungla è infatti di origine indiana, ma nella sua attestazione più antica (che è sanscrita: jangala ), essa significa letteralmente “tratto di terreno arido, sterile”. Nelle opere dell’India antica, quando incontriamo la foresta dobbiamo pensare ad un territorio non addomesticato dagli uomini, dove ci sono distese di vegetazione ma anche tratti desolati, e che comprende in verità un intero paesaggio, fatto di distese, monti , laghi, fiumi. È in verità il luogo dell’avventura e dell’imprevisto; dalle connotazioni romantiche o addirittura paradisiache, abitato da ninfe, musici celesti e da altre categorie di semidei, oppure al contrario regno del terrore, personificato in oscuri demoni sempre pronti all’attacco, o anche perché dominio di uomini incivili e crudeli.
CONTINUO DEL RIASSUNTO: Mentre Arjuna è lontano in altre imprese, i 4 restanti Pandava e Draupadi attraversano la foresta del monte Gandhamadana.
■ Foresta accogliente: (racconto pag. 15-16* tratto dal Mahabharata ) Il brano letto è una poesia i cui tono risulta epico. Affiorano immagini poetiche. Bisogna però ancora tenere presente che il poeta si esprime in termini convenzionai: non è la fotografia del luogo specifico che gli interessa, ma piuttosto l’evocazione della bellezza della natura così come questa bellezza è concepita. In questa brano appena letto troviamo un tipo di foresta accogliente.
■ (^) Foresta ostile: dominio di creature potentissime e immonde, in un brano tratto dall’altro grande itihasa dell’India antica, il più elegante Ramayana; ne incontriamo qui l’eroe, Rama, con il fratello Lakshmana i quali si imbattono nel demone Viradha (racconto pag.16-17* tratto dal Ramayana ). Nella foresta vivono gli shabara, i “selvaggi”, dediti a riti obbrobriosi. Famosa è la descrizione del culto di sangue umano tributato a una dea terribile che un autore più tardo, Bana (prima metà del VII secolo), farà usando tutti gli stilemi e gli artifici della letteratura d’arte (kavya).
Vi inoltre altra visione, centrale per la comprensione del pensiero dell’India antica, che connette indissolubilmente la foresta con l’elevazione spirituale e con la santità.
Dal Nord-est alla Terra dei Kuru (18-42)
A quale mitologia fa riferimento il poema Mahabharata? E quali culture sociali e culturali sono sottese a tale mitologia? Secondo alcuni studiosi (tra cui Alf Hiltebeitel) i contorni e gli episodi basilari della storia potrebbero rappresentare la testimonianza meglio conservata dell’età eroica degli indoeuropei. In questa prospettiva, la popolazione indoeuropea degli arya, che la maggior parte degli studiosi ritiene abbia raggiunto l’India del Nord intorno alla metà del secondo millennio a.c., avrebbe portato con sé i nuclei centrali, le storie chiave di una sorta di epica eroica.
La questione della migrazione degli arya è al centro di un dibattito sulle origini della civiltà indiana. La civiltà della valle dell’Indo è la prima grande formazione culturale fiorita nel subcontinente di cui si abbia notizia.
LA CIVILTA’ DELLA VALLE DELL’INDO: La civiltà chiamata della Valle dell’Indo (zona caratteristica del bacino dell’Indo, estesa in un vasto territorio che corre dall’attuale Pakistan alla pianura gangetica e dal Gujarat alle pendici dell’Himalaya) affonda le sue radici in epoca neolitica (7000 a.c.), si sviluppa a partire dal 2500 a.c. raggiunge il suo apogeo nel 2000/2300 a.c., e declina intorno al 1500 a.c.
I CENTRI PRINCIPALI: Fra i suoi centri principali figurano le città di Harappa e di Mohenjo-Daro; Lothal e Kalibangan. Ad Harappa, nel 1921, furono avviati i primi importanti scavi archeologici della zona, grazie all’opera di sir John Marshall, l’allora direttore dell’Archaeological Survey of India. Oramai sono stati rinvenuti circa 100 siti, che rivelano tra loro notevoli affinità e parlano di una cultura urbana raffinata.
PIANIFICAZIONE DELLE CITTA’: Il tratto sorprendente delle testimonianze archeologiche è l’elevato grado di uniformità che regola la pianificazione delle città: gli edifici, a pianta quadrata, dotati di cortile centrale e di avanzati sistemi idraulici e fognari, erano disposti secondo uno schema ortogonale, orientati secondo i punti cardinali e costruiti con mattoni cotti, la cui tipologia e misura sembra sia rimasta inalterata per secoli. Questo suggerisce un’amministrazione complessa e una struttura sociale gerarchica.
LA CITTADELLA SOPRAELEVATA: LUOGO DI CONTROLLO O DI CULTO: Sia Harappa che Mohenjo-Daro possedevano una cittadella, sopraelevata rispetto al resto della città, dalla quale probabilmente si esercitava il potere e dove sorgevano forse i luoghi di culto. Finora, però, nei siti finora noti non sono stati ritrovati templi identificabili in modo univoco, anche se a Mohenjo-Daro c’è una grande vasca che serviva forse per abluzioni rituali e a Kalibangan sono stati identificati alcuni altari de fuoco. Questi ritrovamenti hanno fatto inevitabilmente pensare sia all’importanza assunta in seguito dall’acqua nella religione degli hindu, sia alla centralità del fuoco nel sacrificio vedico.
ALCUNI REPERTI: I piccoli reperti lasciati da questa civiltà comprendono figure femminili dai fianchi larghi e dai seni prominenti, abbondantemente ingioiellate e spesso con acconciature elaborate; una statuetta di calcare che rappresenta un uomo barbuto, forse un sacerdote; un’altra di bronzo che richiama la postura di una danzatrice.
I reperti più significativi sono tuttavia rappresentati da una serie di sigilli di steatite, utilizzati per stampigliare documenti o merci, dove appaiono generalmente figure animali o antropomorfe.
■ Un celeberrimo sigillo rappresenta un figura seduta con le gambe raccolte, le piante dei piedi l’una contro l’altra, le braccia tese e appoggiate sulle ginocchia con le dita puntate verso il basso, in una posizione ce richiama quelle dello yoga. La figura ha forse tre volti, potrebbe essere itifallica e in testa porta un copricapo con corna bovine; è inoltre circondata da animali: un bufalo, un rinoceronte, un elefante e una tigre.
Da tali caratteristiche, molti studiosi sono stati indotti a considerare questa figura come la rappresentazione di un antico progenitore di Shiva (una delle maggiori divinità dell’induismo). Tra gli appellativi di Shiva c’è infatti anche quello di “Signore degli animali”. Egli è inoltre il Signore degli yogin, la cui forza ascetica non ha eguali, e una delle sue forme, quella di Shiva Lakulisha, è tradizionalmente rappresentata come una figura itifallica. Il linga , un simbolo fallico, è la raffigurazione a scopo di culto più diffusa del dio, il quale, se invece è rappresentato in modo antropomorfo, ha spesso tre volti, soprattutto nella sua forma di Maheshvara, il “Grande Signore”.
LA SCRITTURA DELLA VALLE DELL’INDO: Ritrovata sui sigilli e su alcune lastre di rame, la scrittura della Valle dell’Indo non è stata ancora decifrata. Secondo alcuni, la lingua sarebbe di origine dravidica (il termine dravida indica la famiglia delle lingue attualmente diffuse soprattutto nel Sud dell’India, come il tamil e il telugu, pure oggigiorno diffuse nell’India meridionale), mentre per altri si tratterebbe di una forma primitiva di indoeuropeo (il termine indoeuropeo si riferisce alla famiglia linguistica cui appartengono lingue come il sanscrito, l’iranico, il greco e il latino, parlati da popoli
IL SACRIFICIO: L’azione rituale consiste eminentemente nell’offerta ai deva, agli dei, di sostanze di vario genere, bruciate nel fuoco e condotte alle divinità tramite il fumo che da esso si sprigiona. Scopo del sacrificio è innanzitutto propiziarsi gli dei, ottenerne i favori al fine di vivere una vita prospera. Oltre a questo fine, il sacrificio ne cela un altro, di portata ben più ampia: l’esecuzione del rito garantisce la preservazione dell’ordine cosmico (rita) e sociale. È esattamente a questa azione (karman) rituale che sono legate due tra le maggiori divinità del pantheon vedico:
■ Agni , che è a un tempo il fuoco (ogni fuoco, ma in special modo quello sacrificale) e il dio Fuoco;
■ Soma , che è a un tempo una delle sostanze sacrificali - un succo ottenuto probabilmente da una pianta allucinogena
AGNI E SOMA: Agni e Soma sono due deva fondamentali, ai quali si deve la mediazione, la comunicazione tra uomo e divino. (testo pag.23-24*)
INDRA: Indra, è il bevitore del soma, è il dio re e guerriero, la cui potenza è aumentata dall’ebbrezza del soma, e la cui arma, il fulmine (vajra), annienta ogni ostacolo. Per questo a lui si levano inni di lode e invocazioni. (testo pag.24, 2)
L’IMPRESA DI INDRA: L’impresa più grande di Indra è cantata in un inno che celebra la distruzione del serpente Vritra, il cui nome significa “Ostacolo”, secondo una simbologia che rimanda alla creazione del mondo, dell’ordine, a partire da un Caos originario. (testo pag.24, 3)
INDRA E ARYA: Indra e le sue gesta sono dunque espressioni della cultura e dell’ethos guerrieri della società vedica. Le eroiche imprese del dio riflettono quelle degli arya, le loro vittorie in battaglia. Sebbene quello militare sia un valore fondante della civiltà vedica, essa ruota attorno al perno del rito sacrificale: ecco dunque che si affiancano due funzioni sociali distinte ed egualmente importanti in seno alla società degli aya, quella sacerdotale e quella militare. (A Georges Dumézil, si deve l’identificazione di queste due funzioni e di quella produttiva come le 3 funzioni sociali che complessivamente contraddistinguono le genti indoeuropee).
I VARNA: Nel contesto vedico, questa articolazione sociale corrisponde al sistema dei varna.
COSA SIGNIFICA VARNA (CLASSE): significa “colore”, indica le classi sociali che compongono la società vedica, ciascuna contrassegnata da un colore che ne esprime la qualità le qualità spirituali e ne riflette la funzione in senso alla collettività, secondo uno schema che è appunto funzionale. Varna non è dunque il colore della pelle. Vi è stato molto tempo fa un errore interpretativo del termine: il sistema del varna veniva descritto come un sistema razzista. (testo pag.25-26*). Moravia, nel testo letto, indica come traduzione del sanscrito varna, il termine casta. In realtà, una resa del termine sanscrito che dà forse adito a minor confusione è “classe” sociale.
IL TERMINE CASTA (JATI): Con casta è meglio tradurre solo il termine jati, alla lettera “nascita”, che indica un gran numero di suddivisioni sociali, in genere incluse nei varna stessi, nate per lo più su basi professionali e territoriali. Inoltre in India, contrariamente a quanto si dice, il sistema castale non è stato abolito, ma solo sottoposto a una nuova regolamentazione.
LE CLASSI SOCIALI NELLA LETTERATURA VEDICA: Le classi sociali di cui parla la letteratura vedica, e più ampiamente quella brahmanica, sono 4 e sono organizzate in modo rigidamente gerarchico:
■ Al vertice si trovano i brahmana , associati al bianco, che svolgono compiti sacerdotali, eseguono i riti sacrificali, e sono incaricati di studiare e trasmettere il Veda;
■ Poi gli kshatriya , associati al rosso, che sono re e guerrieri e hanno il compito di governare e difendere la società;
■ I vaishya (giallo) che producono la ricchezza commerciando, allevando il bestiame e dedicandosi all’agricoltura;
■ Infine gli shudra (nero) la cui funzione è servire le classi superiori.In questa quarta classe, sarebbero confluiti i popoli sottomessi dalla popolazione di lingua indoeuropea degli arya. In effetti soltanto ai membri delle prime tre classi spetta appunto il titolo di nobile, di arya.
GLI INTOCCABILI: Vi sono inoltre gli intoccabili, i paria, oggigiorno indicati con l’espressione scheduled castes e molto visibili anche agli occhi occidentali in quanto reietti dalla società e legati alle mansioni ritenute più umili e contaminati. Questi si collocano al di fuori dello schema dei varna, e sono infatti definiti avarna, “privi di varna”.
CONTAMINAZIONE E PUREZZA: Uno dei discrimini essenziali nella divisione tra le classi sociali risiede nella contrapposizione tra i concetti di contaminazione e purezza, centrali nell’universo vedico e brahmanico.
LA CLASSE BRAHMANICA, PIU’ PURA: La classe sociale al vertice della gerarchia, quella brahmanica, è considerata la più pura, e le regole cui deve attenersi sono dunque più rigide di quelle seguite dai membri delle altre classi.
GLI AVARNA: Gli avarna, (membri delle scheduled castes) sono coloro che si occupano di attività ritenute altamente contaminanti, per esempio legate alla sporcizia e alla morte, e per questo motivo sono evitati dai membri delle altre classi.
La giustificazione mitologica del sistema dei varna si trova in un inno del Rig-veda Samhita, nel quale la nascita delle classi sociali è ricondotta allo smembramento sacrificale del macrantropo, del grande uomo primordiale (Purusha), dal quale ebbe origine il mondo. (testo pag.28*)
IL MAHABHARATA: È a questo sostrato mitico e sociale che va ricondotto il Mahabharata: il testo sarebbe l’espressione indiana di una modalità profondamente indoeuropea di strutturare il mondo.
I 4 DEI PRINCIPALI DELL’INDUISMO: I Purana, letteralmente “Antiche [recitazioni]”, sono i testi nei quali, a partire dai primi secoli dell’era comune si sedimenta a mitologia dell’induismo come lo conosciamo oggi, popolato da divinità i cui nomi sono familiari anche all’orecchio occidentale: Brahma , Shiva , Vishnu , la Devi , ossia la Dea, nelle sue molteplici forme.
VISHNU - KRISHNA: Secondo alcuni studiosi il cuore del Mahabharata è un altro suo personaggio, ossia Krishna, che è poi una delle discese (avatara) o incarnazioni di Vishnu, il dio che discende appunto dal mondo, per salvarlo e conservalo, nei momenti critici, quando il dharma è minacciato.
IL DHARMA: Il concetto di dharma, essenziale nel Mahabharata e in generale nell’induismo. Il termine deriva dalla radice dhr-, che significa “mantenere”, “sostenere”, ed è stato variamente tradotto come “norma”, “legge”, “giustizia”, “ordine”, “religione”, “dovere”. Il dharma è il fondamento di ogni cosa, la legge che regola il fluire degli eventi, a partire dai fenomeni naturali, la norma che garantisce e mantiene in essere il cosmo, riflettendosi al tempo stesso nell’ordine sociale - imperniato sul sistema dei varna - e garantendone la giustizia e la stabilità.
LO YUGA E IL MAHAYUGA: L’unità basilare della scansione temporale hindu è lo yuga, un’era cosmica, e un ciclo di 4 yuga costituisce un mahayuga, “grande yuga”.
I NOMI DEI 4 YUGA: I nomi dei 4 yuga, nei quali il dharma diminuisce progressivamente, sono quelli dei lanci dei dadi, dal quarto - il colpo che vince - all’uno, il colpo che perde:
■ Krishna incita quindi Arjuna al combattimento, a non indulgere alla debolezza del cuore. Lo sva-dharma di Arjuna, il suo dovere proprio, è infatti quello di guerriero: egli deve combattere, deve esercitare l’arte della guerra, perché questo compito spetta al suo varna, quello degli kshatriya (compito: difesa del regno e gestione del potere).
IL DHARMA: Il dharma ha in effetti diverse sfaccettature. Esiste una norma comune (samanya dharma) ispirata ai valori della non-violenza (ahimsa), della verità (satya) e della generosità (dana), alla quale tutti devono in linea di massima conformarsi; mentre il dharma proprio, lo sva-dharma, la norma specifica, alla quale deve conformarsi ogni individuo, si stabilisce di volta in volta in relazione ai contesti in cui tale individuo è collocato dalla propria funzione in seno alla società, dallo stadio della vita che attraversa e dalle proprie specifiche qualità.
ASHRAMA: Per “stadio della vita” (ashrama) si intende ciascuna delle 4 tappe ideali che ogni maschio arya dovrebbe percorrere;
■ Nella seconda lettura della Gita, Krishna fa esplicito appello allo sva-dharma di Arjuna per indurlo a combattere, affinchè mantenga intatto il suo onore. (Secondo alcuni, il nucleo originario del Mahabharata sarebbe nato in ambito kshatriya, come testo di educazione del buon re).
■ Ma non è solo allo sva-dhama di Arjuna che Krishna si appella per convincerlo alla battaglia. Subito si affacciano i due nuclei filosofici centrali della Gita, l’uno metafisico e l’altro etico, che sono ripresi e rielaborati in molti modi nelle letture successive: la dottrina dell’eternità e immutabilità dell’essenza di ogni cosa, e quella dell’azione priva di attaccamento ai propri frutti.
COS’E’ IL BRAHMAN: Di questo concetto già se ne parla diffusamente nelle Upanishad. In esse il brahman è descritto come l’Assoluto, il principio ultimo e universale, il fondamento ontologico di ogni cosa, da cui ogni cosa si origina e che di ogni cosa è l’essenza; il brahman è inoltre considerato identico all’atman, al Sé, ossia al principio spirituale individuale che costituisce l’essenza dell’uomo.
IL BRAHMAN NEL GITA: Nella Gita, il brahman, l’Assoluto, si identifica con Krishna stesso: è Krishna la suprema Realtà, il fondamento di tutto ciò che è, il principio che esiste dall’eterno e per l’eterno. (testo pag.34* ). Con una metafora, Krishna descrive se stesso come una collana di perle: (testo pag.34, 1).
MAYA: Per manifestare l’universo il dio si serve della sua maya, la sua energia creatrice, per mezzo della quale egli intesse l’illusione cosmica, nella quale gli uomini e tutte le creature sono immersi: (testo pag.34, 2)
IL KARMAN: Per intendere questa dottrina, occorre prendere le mosse dal concetto di karman.
KARMAN E SAMSARA: È questa legge che genera dunque il samsara, il ciclo delle rinascite, vincolando l’uomo al divenire: un residuo karmico positivo genera una rinascita in una condizione migliore, mentre un residuo karmico negativo causa una rinascita in una condizione peggiore. Ecco dunque che l’uomo può rinascere dio o demone, animale o vegetale, poiché la legge del karman regna sovrana su tutta la realtà. Compito dell’uomo, secondo la maggior parte delle correnti filosofiche e religiose hindu, è esattamente spezzare il legame che avvince al ciclo delle rinascite, alla vita nel mondo, irrimediabilmente caratterizzata dalla sofferenza, dalla caducità, dalla malattia, dalla vecchiaia e dalla morte: dal male.
LA LIBERAZIONE (IL MOKSHA): Spezzare le catene del samsara significa raggiungere la liberazione (moksha), affrancarsi dal ciclo senza fine di nascita e morte, sfuggire alla trasmigrazione balzando fuori dal karman e dalla sua inesorabile legge.
Come fare in modo che l’azione non generi un effetto, non produca una rinascita, non leghi sempre e di nuovo al samsara? Poiché per l’uomo in generale non è possibile abbandonare del tutto l’azione, se non altro perché possiede un corpo, e tanto meno lo è per uno kshatriya, il cui dovere è agire in difesa del proprio regno, la soluzione offerta da Krishna risiede in un diverso tipo d’azione, ossia nell’azione priva di attaccamento, disinteressata ai propri frutti, non contaminata dal desiderio. L’azione di questo tipo non genera legame col mondo del divenire, e schiude pertanto la strada alla liberazione: (testo pag.36*)
BHAKTI: Altro nucleo tematico della Gita, questa volta religioso. Si tratta della bhakti, della devozione a un dio come cammino salvifico, alla quale sono dedicati molti passi del testo, e in particolare la dodicesima lettura.
L’UNDICESIMA LETTURA DELLA GITA: La Gita ha una sorta di culmine drammatico nell’undicesima lettura, nella quale Krishna-Vishnu, su richiesta di Arjuna, fa dono all’eroe di un occhio divino, e si manifesta a lui nella sua forma cosmica: (testo pag.37*)
LA DICIOTTESIMA LETTURA DELLA GITA: L’ultima battuta di Arjuna nella diciottesima lettura, che chiude il testo, rivela che egli è ormai pronto alla battaglia: (testo pag.39*)
L’IMPORTANZA DELLA GITA
RAMA: (testo pag.44*) Così, fra funebri presagi, la città di Ayodhya saluta il più amato dei suoi cittadini, Rama, “Colui che suscita piacere”, in partenza per l’esilio. Dopo molte vicende, l’eroe divino farà un trionfante ritorno e si insedierà sul trono, per garantire la prosperità dei sudditi.
MAHABHARATA E RAMAYANA: Le vicende del più importante sovrano di questa dinastia, Rama, sono narrate nell’altro grande itihasa, “poema epico” dell’India: il Ramayana (titolo spesso tradotto in “Il viaggio di Rama”).
Analogie fra i due grandi poemi:
■ Entrambi sono attribuiti alla paternità di un saggio, un veggente (rishi), che è anche un personaggio del poema stesso: l’autore del Ramayana è tradizionalmente Valmiki, “Quello del formicaio”;
■ Anche il Ramayana inscena un gravissimo conflitto dinastico, e un gruppo di eroi costretti all’esilio nella foresta, il cui contrasto con la città è un elemento forte del poema.
Differenza fra i due poemi:
■ Ma, mentre il Mahabharata ha un esito tragico, e sembra infine volerci dire che in guerra non possono esistere vincitori, nel Ramayana la vittoria di Rama riporta il mondo in un’epoca di serenità. È la concezione indiana tradizionale del tempo a giustificare questo esito.
■ Rispetto al Mahabharata, il Ramayana è molto più breve: ha 18'800 strofe sanscrite circa; si presenta come un’opera più compatta e decisamente più elegante nella forma: tanto che la tradizione indiana ne fa l’adikavya, il “primo poema d’arte”.
ALCUNE CARATTERISTICHE DEL RAMAYANA:
■ Si può presumere che abbia assunto la forma attuale fra il V secolo a.c. e il III dell’era comune;
■ Si divide in 7 libri, il primo e l’ultimo dei quali sono da ritenere di composizione recente; qui si accentrano molte delle divagazioni mitiche, degli ampliamenti e delle spiegazioni.
■ In questi libri Rama non è più soltanto un eroe, pur con caratteristiche sovraumane: è considerato una divinità, più precisamente - analogamente a Krishna - una delle “discese” (avatara) del grande dio Vishnu, venuto fra gli uomini per risollevarli dalla minaccia che incombe sul mondo
BREVE RIASSUNTO DEL RAMAYANA:
■ Dasharatha, re del Kosala, ha tre spose, dalle quali è reso padre di 4 figli maschi (Rama, Bharata, Lakshmana e Shatrughna).
■ Alla corte del re Janaka del Videha, a un grande torneo di tiro con l’arco, Rama vince la mano di Sita, la figlia di Janaka; i due si sposano e per un periodo vivono felici ad Ayodhya, alla corte di Dasharatha. (Questi primi eventi sono descritti nel primo libro del Ramayana, dove Rama figura esplicitamente come una “discesa” di Vishnu sulla terra. Anche Sita ha caratteristiche divine, poiché non è figlia naturale del re Videha, e sua madre è in verità la dea Terra: è stata trovata da Janaka mentre arava un campo, e il suo nome significa “Solco”.
■ (^) Giunto alla vecchiaia, Dasharatha designa Rama proprio erede; ma la seconda regina, Kaikeyi, ricorda al marito che molto tempo addietro si era impegnato a esaudire un suo desiderio, e ora chiede l’esilio di Rama e la nomina come erede al trono del proprio figlio, Bharata.
■ Sebbene sia Dasharatha sia Bharata si oppongano, Rama insiste perché il padre mantenga la promessa fatta alla sposa e parte in esilio volontario, insieme con Sita e il fratello Lakshmana. Dasharatha muore di dolore, e Bharata prende su di sé le cure del regno, ma solo come reggente per l’esiliato Rama.
■ Nel frattempo Rama, Sita e Lakshmana vivono come eremiti nella foresta Dandaka, dove Rama annienta molti demoni (rakshasa) che tormentano asceti e abitanti.
■ Ravana, il potentissimo demone re di Lanka, tradizionalmente identificata con l’odierna isola di Sri Lanka, decide di vendicare i suoi simili, attratto anche dalla famosa bellezza di Sita; e mentre Rama e Lakshmana sono a caccia allontanati da un tranello, un cervo d’oro che Sita vorrebbe avere e che è in realtà un demone, il grande re rakshasa, rapisce Sita e la porta in volo con sé fino a Lanka. I due fratelli la cercano dovunque ma invano.
■ Riescono ad assicurarsi l’appoggio di Sugriva, re delle scimmie, e del suo generale Hanuman: questi parte in cerca di Sita, e, superando il mare con la potenza del suo balzo, la trova segregata nel palazzo di Ravana.
■ (^) Con l’aiuto di un grande esercito di scimmie Rama costruisce dunque un ponte di pietre che congiunge la terraferma a Lanka.
■ Dopo una feroce battaglia Rama, Lakshmana e alleati uccidono Ravana e i suoi, liberando infine Sita; e i vincitori lasciano Lanka sul favoloso carro volante che era di Ravana.
■ Sita non ha mai ceduto alle lusinghe del suo rapitore, il quale l’ha rispettata; tuttavia, ha abitato nella casa di un altro uomo, e Rama, in accordo con la Sacra Legge, si trova a doverla ripudiare. Essa allora si getta su una pira, ma il dio Fuoco rifiuta di accoglierla. Dopo questa prova di innocenza è riunita a Rama;
■ A questo punto Bharata rinuncia al trono e Rama è incoronato, per regnare ad Ayodhya a lungo e con giustizia.
Nell’ultimo libro, la cui composizione è certo più tarda, il popolo continua a mormorare perché la regina è stata costretta a infrangere i voti matrimoniali dimorando nella casa di un altro, e i sospetti sulla sua purezza non sono stati acquietati nemmeno dalla prova del fuoco.
■ Rama, il cui primo dovere è soddisfare il popolo, è tristemente costretto a bandirla, ed essa trova rifugio nell’eremo di Valmiki, l’autore del poema, dove dà alla luce due gemelli, Kusha e Lava.
■ Alcuni anni dopo, Rama si trova di nuovo dinanzi a Sita, e riconosce i loro figli.
■ Come prova finale della sua integrità Sita invoca la propria madre, la Terra, che si apre e la inghiotte; e presto Rama torna in cielo, dove riassume la forma del dio Vishnu.
(interessante pag.47-48*)
SITA: Fino a oggi, Sita è il modello tradizionalmente proposto alle spose hindu: di abnegazione, fedeltà, sottomissione assoluta al marito, che esse devono servire, recitano testi famosi, “come se fosse un dio”. Da qualche autore successivo, il destino di Sita è comunque un po’ mitigato. Infine opere letterarie in India, e non solo, si ispirano alla storia di Rama o la riscrivono.
RAMA - DIO: Nel corso dei secoli Rama (o Ram nelle lingue moderne) diventerà nell’India del Nord parola usata per invocare appunto “Dio”. (curiosità pag.48, 1)
Hanuman, la possente scimmia figlia del dio del Vento (immagine pag.49), è oggi una divinità popolarissima nel Nord dell’India, ed è il modello del perfetto devoto.
Altre affinità tra i due poemi (il poema di Hastinapura-Indraprastha/Delhi e quello di Ayodhya): entrambi si situano in un’epoca cosmica che non è più la nostra.
Come precedentemente accennato, secondo la visione ciclica del tempo che informa l’induismo, quattro evi cosmici (yuga) si susseguono l’uno all’altro, ripetendosi all’interno di unità ancora maggiori.
■ L’età dell’oro (krita-yuga) dura in tutto 1728 mila anni umani;
VARANASI: A Varanasi, nonostante le case e i monumenti abbiano al massimo qualche secolo, lo spirito della città è la diretta continuazione di quasi 3000 anni di una storia culturale che, nonostante i molti rivolgimenti, le distruzioni e i ri- orientamenti, non ha mai conosciuto autentiche cesure.
ALCUNI NOMI ANTICHI DELLA CITTA’: Varanasi è lo spelling colto di uno dei nomi antichi della città, ripristinato e reso ufficiale dall’India contemporanea; Benares, Banaras, e l’aggettivo banarsi, “di Benares”, sono forme mediate dalla storia e tuttora popolari.
SIGNIFICATO DI VARANASI: Secondo la tradizione, il significato sarebbe “Città fra Varana e Asi”, due fiumicelli questi ultimi che si gettano qui nel Gange, formando confini ideali all’abitato lungo la riva.
TIRTHA: Le località sacre dell’induismo sono indicate con il termine tirtha. Questo vocabolo sanscrito significa alla lettera “ luogo di attraversamento ”, ed è di solito tradotto “guado”, o “guado sacro”. Attraversare significa spostarsi da una realtà all’altra, che può essere molto diversa; affrontare i rischi di un viaggio; e ritrovarsi a volte trasformati.
I TIRTHA DESTINAZIONE DI PELLEGRINAGGIO: I tirtha dell’India sono innanzitutto destinazioni di pellegrinaggio, concetto che si esprime con la parola tirthayatra (“viaggio ai tirtha”). Inoltre il tirthayatra è un atto di valore primario nella religiosità hindu. In India i pellegrinaggi hanno da sempre costituito il massimo pretesto di turismo, e la rete ideale dei tirtha contribuisce in modo decisivo alla formazione di una sorta di identità nazionale, di percezione del territorio dell’India come un tutto.
LA PRESENZA DELL’ACQUA: La traduzione “guado” si appoggia a un’altra verità. La presenza dell’acqua è canonica nei tirtha, di base con funzione purificatrice, perché il bagno, snana, in cui l’igiene fisica si intreccia con la “pulizia” dello spirito, è uno dei doveri degli hindu, quotidiano e specialmente prescritto in occasione di solennità.
I TIRTHA SULLA RIVA DI UN FIUME: Il caso più frequente vuole che i tirtha si trovino sulla riva di un fiume. Il più sacro di tutti i fiumi indiani è il Gange, o meglio la dea Ganga, che è disseminata di tirtha dalla sorgente alla foce.
ALLAHABAD: Uno dei “guadi” sulla Ganga ritenuti più potenti si trova presso Allahabad, un nome islamico per la città che affianca il luogo noto fra gli hindu come Prayag (sanscrito Prayaga), “Sito del Sacrificio”. Qui la Yamuna, il fiume di Delhi che è il massimo affluente della Ganga, si immette appunto in questa, e si dice che da sottoterra si congiunga qui anche un altro fiume da lungo tempo scomparso, la Sarasvati, sacra e centrale alla civiltà degli antichi arya.
KALIDASA: Il poeta considerato il più eccelso dell’antichità sanscrita, Kalidasa, massimo esponente del cosiddetto kavya, la poesia indiana classica, vissuto nell’India settentrionale probabilmente fra il IV e il V secolo, descrive l’incontro dei due fiumi: (testo pag.57*).
KUMBLA MELA: Le cronache mondiali registrano i numeri fantasmagorici dei fedeli che giungono sulle rive sabbiose di questa “confluenza” (sangam) per il celebre Kumbha Mela, la festa che, ciclicamente in tono maggiore o minore, si svolge qui durante il mese di gennaio.
Il tirtha più sacro di tutta l’India è Varanasi, la città di Shiva , la città della liberazione.
IL GANGALAHARI: (testo pag.57-58, 1) Il passo viene da un mahatmya, caratteristica opera sacerdotale a scopo elogiativo, dedicato in questo caso al grande fiume. Ma forse il più famoso fra i componimenti in lode delle virtù della Ganga è la Gangalahari (“Onda della Ganga”), opera del poeta Jagannatha, un hindu che godette della protezione della corte Mughal nel XVII secolo.
JAGANNATHA: Sul suo conto si narra una leggenda: era un brahmano, ma a corte aveva avuto una relazione con una donna musulmana, e perciò era stato espulso dalla sua casta. A Varanasi aveva infine deciso di chiedere alla Ganga di purificarlo. Si era perciò seduto con la sua amata su una scalinata del fiume, e aveva recitato la sua composizione: a ognuna della strofe l’acqua era salita di un gradino, fino a lavare dalla colpe e portare via con sé i due amanti: (testo pag.58*)
LA GANGA E LA YAMUNA RAPPRESENTATE: Nell’India del Nord, a partire dal V secolo, sugli stipiti della porta d’ingresso dei templi si trovano scolpite, una per lato e classicamente in basso, due figure femminili. Si tratta della personificazione della Ganga e della sua affluente Yamuna, o meglio, della raffigurazione antropomorfa, secondo la generale maniera hindu di rappresentare le divinità, delle dee che cono poi i fiumi. Si distinguono per il “veicolo” su cui poggiano: un mostro simile a un coccodrillo, il makara, per la Ganga, e una grossa tartaruga per la Yumana.
DA DOVE ARRIVA LA GANGA: Il fatto che la Ganga rappresenti l’archetipo di tutte le acque è miticamente rappresentato dall’origine celeste della grande fiumana, secondo la narrazione del Ramayana, delle “Antiche [recitazioni]” (Purana) e così via. La Ganga viene infatti da oltre il cielo, perché è un fiotto di acqua ultramondana che si è riversato quando il grande dio Vishnu ha perforato la calotta dell’uovo cosmico con il piede, compiendo tre passi famosi durante la “discesa” in cui era Vamana (il “Nano”).
LA VICENDA DELLA GANGA: Come la fiumana sia giunta a scorrere sulla terra lo spiega una vicenda altrettanto celebre:
Sagara, re del Kosala, antenato di Rama nella dinastia solare, ha deciso di compiere il grande Sacrificio del Cavallo, solenne affermazione di sovranità, che consiste nel lasciar libero di vagare per un anno un cavallo bianco per poi sacrificarlo. La scorta che segue il cavallo però a un certo punto ne perde le tracce, e Sagara ordina allora ai suoi sessantamila figli di andare a cercare l’animale. Dopo aver sconvolto il mondo con la loro spedizione, gli irruenti giovani trovano il cavallo nell’eremo del grande asceta Kapila, del quale suscitano la collera: la maledizione di un asceta potente è inesorabile, e i sessantamila sono ridotti in cenere. Il nipote di Sagara, Amshuman, viene a sapere che solo l’acqua della Ganga potrà purificare i loro resti, e permette loro di raggiungere il cielo. Ma la Ganga scorre lassù, nelle regioni celesti: come farla discendere sulla terra?
Passano le generazioni e, per questa impurità irrisolta, il regno del Kosala rischia di andare in rovina. Ma infine Bhagiratha, giovane re figlio del figlio di Amshuman, riesce nell’impresa. Si ritira sulle cime himalayane a praticare ascesi, finchè Brahma, il dio Creatore, non gli garantisce che la Ganga si riverserà dal cielo e purificherà le ceneri dei suoi antenati. Anche il grande dio Shiva è coinvolto, poiché l’impatto della Ganga rischia di distruggere la terra, ed egli allora si offre di smorzare la violenza accogliendone il fiotto sui suoi capelli intrecciati da asceta; è da qui che, per sempre, essa scende fra gli uomini.
Il legame ideale fra il mito dei figli di Sagara e Varanasi è forte, perché il mito si accentra intorno ai concetti di morte e di salvezza. Varanasi è la meta prediletta per molti hindu malati terminali, perché si ritiene che chi muore entro i suoi confini ottenga immediatamente la liberazione dal samsara.
IL POZZO DELLA CONOSCENZA: Il più antico linga di Vishveshvara, secondo una leggenda locale, giace sul fondo del pozzo che si trova accanto al tempio stesso, il Jnana (o secondo la pronuncia moderna, Gyan) Vapi, “Pozzo della Conoscenza”. Forse è proprio il vecchio linga che fu fatto costruire dalla regina di Indore nel 1777. Ma per la devozione hindu ciò non è importante, perché quando vengono al tempio di Vishvanatha essi sono semplicemente consapevoli che questo, secondo il mito, è uno dei luoghi in cui Shiva si è automanifestato come jyotirlinga, “linga di luce”.
GLI DEA DELL’INDUISMO: Un concetto base presente in ogni manuale di induismo: Vishnu, Shiva e la Dea sono le figure divine principali cui si rivolge, a seconda degli orientamenti personali o del proprio gruppo sociale, la religiosità degli hindu. Nel nome di ciascuno, in India sono sorte sette e correnti devozionali, filosofie sono state elaborate, e sono stati scolpiti monumenti autenticamente meravigliosi. Tutte sono figure complesse, e ciascuna a suo modo perfino dolorosamente affascinante.
CHI E’ SHIVA: Secondo il mito Shiva, nelle testimonianze più antiche figura marginale per sua stessa natura, è colui che si aggira nei luoghi incolti o terribili come i campi di cremazione, temuto e tenuto a distanza dagli stessi altri dei: ad esempio non è invitato assieme al resto del pantheon al solenne sacrificio di Daksha, il padre della sua prima sposa Sati, che per l’affronto si suiciderà rendendo Shiva pazzo di dolore.
■ Himalaya, il signore delle montagne, e la sposa Mena concepiscono una figlia, la quale è la reincarnazione di Sati, la figlia di Daksha che è stata la prima sposa di Shiva; il suo aspetto è incomparabile. (testo pag.68*)
■ Quando la vede, il grande e profetico asceta Narada predice che essa sarà l’unica, amata sposa del dio Shiva. Questi però è immerso nell’ascesi su un’alta vetta, e dunque il padre di Uma, nel tentativo di indurre il dio a chiederla in sposa, conduce presso di lui la fanciulla con un paio di compagne, perché gli renda onore stando al suo servizio.
■ Nel frattempo gli altri dei sono in grande angoscia, poiché il demone Taraka sta sconvolgendo il mondo intero, minacciando la loro supremazia, e si recano perciò da Brahma, il Creatore. Questi spiega loro i motivi della supremazia di Taraka (pag.69, 1) e annuncia che solo il figlio di Shiva, e di Uma che è l’unica in grado di accogliere il suo seme, potrà diventare il generale dell’esercito che guiderà gli dei alla riscossa. Si tratta dunque di smuovere Shiva dall’ascesi.
■ (^) Il dio Indra, re antico degli dei, si rivolge a Kama, il dio Amore, che sa trafiggere implacabilmente con le frecce fiorite del suo arco, e che si dichiara pronto all’impresa di far vacillare Shiva.
■ Con la sposa Rati, “Piacere”, e l’amico Primavera, Kama raggiunge dunque la vetta himalayana dove Shiva pratica ascesi, accudito da Uma e del tutto insensibile alla sua bellezza. Qui, innanzitutto, Primavera trasforma d’incanto la natura; finché Kama si trova dinnanzi a Shiva, dall’aspetto tremendo, si fa coraggio all’arrivo fascinoso e devoto di Uma, e cerca di colpire il grande dio. (testo pag.69*)
■ Dunque, Kama è incenerito dall’ira ascetica di Shiva, che promana come un fuoco dal suo terzo occhio, l’occhio soprannaturale che il dio ha in mezzo alla fronte; ora Rati è disperata, ma riceva la rassicurazione celeste che in seguito Shiva, felice con Uma, le restituirà alla vita il suo amato.
■ Nel frattempo quest’ultima, sgomenta, è tornata dal padre; presto però si risolve a mutare strategia: per soddisfare quell’amore che ormai non le dà tregua, conquisterà il grande e tremendo asceta con le sue stesse armi, l’ascesi.
■ Assistiamo ora alle penitenze di Uma, decisa a stremare il suo corpo tenero e bellissimo, indifferente e anzi combattiva nei confronti di chi cerca di persuaderla che il selvaggio Shiva non è, per così dire, un buon partito fra gli dei: lei lo conosce, è il Supremo. E allora Shiva, finalmente si accorge di lei. Se quando Uma gli si aggirava intorno come magnifica e levigata fanciulla egli dominava senza fatica i suoi sensi, ora, vinto dall’ascesi, si dichiara suo.
■ Shiva dunque invia i Sette Veggenti - le stelle dell’Orsa Maggiore - da Himalaya per chiedere la mano della figlia, che com’è naturale viene prontamente concessa; le nozze avverranno dopo 3 giorni. Fervono i preparativi: Oshadhiprastha (“Altopiano delle Erbe Medicinali”), la capitale di re Himalaya, è percorsa dall’euforia della festa, la splendente Uma è vestita e truccata per le nozze, e perfino Shiva assume un aspetto adeguato alla cerimonia. Seguito dal suo corteo di creature pittoresche e temibili, lo sposo giunge, come vuole la tradizione, alla casa dei suoceri sulla sua cavalcatura, che nel suo caso è il toro sacro Nandin; e, secondo l’antico rito, i due sono sposati dinanzi al dio Fuoco.
■ Lo scopo mitico di quest’unione è generare Skanda, chiamato anche Karttikeya oppure, semplicemente, Kumara, il “Giovane”: il dio della guerra che sconfiggerà appunto il demone Taraka ristabilendo l’ordine nel mondo umano e divino.
Ma quest’esito, che prima di realizzarsi implicherà diverse altre mitiche deviazioni, non interessa affatto a Kalidasa, che chiude il suo poema su Shiva e Uma che fanno l’amore.
■ Uma , tenera e intimidita come ogni giovane sposa, è condotta da Shiva verso un piacere inarrestabile, fino alle ultime strofe che suggellano il lunghissimo abbraccio dei due dei: (testo pag.71*)
Come tutti i miti hindu, oltre che integrare verità metafisiche o di psicologia dell’inconscio, questo mito, con grande risalto nel poema, riecheggia anche insegnamenti spiccioli, quotidiani. Tenere e delicata, eppure davvero disposta a tutto pur di conquistare Shiva e averlo per sé, Uma, e insieme a lei Kalidasa, sembrano volere dire alla donne che nessun maschio è davvero capace di resistere alle loro attrattive, e alla loro appassionata perseveranza.
I secoli della dominazione islamica portarono con sé distruzioni di templi hindu a Varanasi e in generale nell’India del Nord. A livello popolare, però, il discriminare fra hindu e musulmani non è sempre così netto. A fare da collante sono in particolare i mistici delle due realtà religiose, i sufi musulmani da una parte, e dall’altra i sadhu (i “buoni”), cioè gli asceti e rinunciati hindu, che hanno scopi metafisici raffrontabili e la capacità, con la loro predicazione e il loro esempio, di smuovere un pubblico trasversale.