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riassunto Wolpert indologia, Appunti di Storia dell'India

Riassunto Wolpert indologia Unimi

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 16/09/2019

laura.mina
laura.mina 🇮🇹

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Stanley Wolper STORIA DELL’INDIA Dalle origini della culturadell’Indo alla storia di oggi
I
L’Ecosistema
L’India prende il nome dal fiume Indo (Sindhu), sulle cui rive fertili fiorì più di quattromila anni fa
una grande civiltà urbana si sviluppò nell’Asia meridionale e si mantenne intatta lungo l’arco di
quattro millenni: insieme con le civiltà dell’Occidente e della Cina rientra nel novero delle più
brillanti culture mondiali. L’India accede l’immaginazione di popoli lontani, come gli invasori
provenienti o dalla Macedonia o dall’Asia centrale. Più recentemente, altre invasioni, suscitate dal
sacro zelo dell’Islam o del cristianesimo o mosse dalla prospettiva di crescita di potere commerciale
o politico, hanno portato ondate sempre nuove di migrazione verso l’Asia meridionale. Ciascuna
invasione ha innestato qualcosa di nuovo nella smisurata popolazione indiana, arricchendo in
complessità anche i suoi modelli culturali molto di quello che faceva parte dell’antica civiltà
indiana in senso stretto è sopravvissuto in una forma chiaramente riconoscibile. Le grandi
tradizione della civiltà indiana si sono diffuse, attraverso le varie epoche, in quel subcontinente
dove erano nate, traendo il sostentamento da innumerevoli tradizioni locali, sopravvivendo alle
umiliazioni e restando immutate nella sostanza.
Bisogna cominciare dove la civiltà indiana è nata, nell’ecosistema dell’Asia meridionale. Il
subcontinente indiano si estende dal Hindu Kush a occidente fino ai monti della Birmania a oriente,
e dall’Himalaya a settentrione verso sud fino all’Oceano Indiano, giungendo a coprire un’area di
circa quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati. Vi troviamo ogni genere di tipografia, clima e
formazione geologica: dalle lande desertiche sotto il livello del mare alle montagne più alte del
mondo, da territori perennemente aridi a zone tra le più piovose della terra.
Punto di vista geografico: possiamo dividere il subcontinente in tre aree orizzontali:
1. La fascia montuosa settentrionale;
2. Le pianure indo-gangetiche: prodotti alluvionali della prima;
3. Massiccio peninsulare a sud, che forse un tempo faceva parte dell’Africa.
A nord le montagne sono state scudo naturale contro gli invasori e proteggendo il subcontinente dal
gelo. La punta più meridionale dell’India, grazie al riparo a settentrione, mantiene un clima
subtropicale per tutto l’anno. Il calore è un dato predominante nell’ecosistema indiano: troviamo
sole e fuoco divinizzati dall’induismo ancora ai nostri giorni. Non si può trascurare il fattore
snervante del calore se si esamina la produttività dell’India. Forse a causa del calore, nella vita degli
indiani l’acqua ha sempre giocato un ruolo sacrale. Le acque del bacino fluviale dell’Indo
divennero la culla della cultura dell’india settentrionale, così pure le valli alluvionali del Panjab e
del Sind, il cui fango è portato dai torrenti che sono dono perenne dei ghiacci e delle nevi
dell’Himalaya.
Le tracce più antiche di insediamenti umani nell’Asia meridionale sono schegge di pietra che si
trovano sparse lungo la valle del fiume Soan. Attrezzi, o armi primitivi sono l’unica traccia
dell’uomo paleolitico nell’India settentrionale. Stanno a indicare che in un certo momento durante il
secondo periodo interglaciale (tra quattrocentomila e duecentomila anni fa) esseri umani passarono
in Asia meridionale da nord-ovest attraverso il Hindu Kush, o forse valicarono direttamente gli alti
passi dell’Himalaya dai loro originari insediamenti dell’Asia centrale o orientale, dove sono stati
portati alla luce resti di scheletri umani del Paleolitico, come pure attrezzi di scheggia.
Fiume Indo: alimentato dai ghiacciai del Tibet meridionale, l’Indo scorre per millecinquecento
chilometri verso nord-est, attraverso il Kashmir prima di puntare bruscamente a sud, fino a ricevere
le acque del fiume Kabul, provenienti dall’Afghanistan. Entrambi i fiumi si riuniscono nella regione
del Gandhara.
Yamuna-Ganga e Brahmaputra: altri due grandi sistemi fluviali dell’india settentrionale, traggono
origine dagli stessi ghiacciai del Tibet, a poca distanza dall’Indo da far supporre che appartenessero
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Stanley Wolper STORIA DELL’INDIA Dalle origini della culturadell’Indo alla storia di oggi

I

L’Ecosistema

L’India prende il nome dal fiume Indo ( Sindhu ), sulle cui rive fertili fiorì più di quattromila anni fa una grande civiltà urbana si sviluppò nell’Asia meridionale e si mantenne intatta lungo l’arco di quattro millenni: insieme con le civiltà dell’Occidente e della Cina rientra nel novero delle più brillanti culture mondiali. L’India accede l’immaginazione di popoli lontani, come gli invasori provenienti o dalla Macedonia o dall’Asia centrale. Più recentemente, altre invasioni, suscitate dal sacro zelo dell’Islam o del cristianesimo o mosse dalla prospettiva di crescita di potere commerciale o politico, hanno portato ondate sempre nuove di migrazione verso l’Asia meridionale. Ciascuna invasione ha innestato qualcosa di nuovo nella smisurata popolazione indiana, arricchendo in complessità anche i suoi modelli culturali molto di quello che faceva parte dell’antica civiltà indiana in senso stretto è sopravvissuto in una forma chiaramente riconoscibile. Le grandi tradizione della civiltà indiana si sono diffuse, attraverso le varie epoche, in quel subcontinente dove erano nate, traendo il sostentamento da innumerevoli tradizioni locali, sopravvivendo alle umiliazioni e restando immutate nella sostanza. Bisogna cominciare dove la civiltà indiana è nata, nell’ecosistema dell’Asia meridionale. Il subcontinente indiano si estende dal Hindu Kush a occidente fino ai monti della Birmania a oriente, e dall’Himalaya a settentrione verso sud fino all’Oceano Indiano, giungendo a coprire un’area di circa quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati. Vi troviamo ogni genere di tipografia, clima e formazione geologica: dalle lande desertiche sotto il livello del mare alle montagne più alte del mondo, da territori perennemente aridi a zone tra le più piovose della terra. Punto di vista geografico: possiamo dividere il subcontinente in tre aree orizzontali:

  1. La fascia montuosa settentrionale;
  2. Le pianure indo-gangetiche: prodotti alluvionali della prima;
  3. Massiccio peninsulare a sud, che forse un tempo faceva parte dell’Africa.

A nord le montagne sono state scudo naturale contro gli invasori e proteggendo il subcontinente dal gelo. La punta più meridionale dell’India, grazie al riparo a settentrione, mantiene un clima subtropicale per tutto l’anno. Il calore è un dato predominante nell’ecosistema indiano: troviamo sole e fuoco divinizzati dall’induismo ancora ai nostri giorni. Non si può trascurare il fattore snervante del calore se si esamina la produttività dell’India. Forse a causa del calore, nella vita degli indiani l’acqua ha sempre giocato un ruolo sacrale. Le acque del bacino fluviale dell’Indo divennero la culla della cultura dell’india settentrionale, così pure le valli alluvionali del Panjab e del Sind, il cui fango è portato dai torrenti che sono dono perenne dei ghiacci e delle nevi dell’Himalaya. Le tracce più antiche di insediamenti umani nell’Asia meridionale sono schegge di pietra che si trovano sparse lungo la valle del fiume Soan. Attrezzi, o armi primitivi sono l’unica traccia dell’uomo paleolitico nell’India settentrionale. Stanno a indicare che in un certo momento durante il secondo periodo interglaciale (tra quattrocentomila e duecentomila anni fa) esseri umani passarono in Asia meridionale da nord-ovest attraverso il Hindu Kush, o forse valicarono direttamente gli alti passi dell’Himalaya dai loro originari insediamenti dell’Asia centrale o orientale, dove sono stati portati alla luce resti di scheletri umani del Paleolitico, come pure attrezzi di scheggia. Fiume Indo: alimentato dai ghiacciai del Tibet meridionale, l’Indo scorre per millecinquecento chilometri verso nord-est, attraverso il Kashmir prima di puntare bruscamente a sud, fino a ricevere le acque del fiume Kabul, provenienti dall’Afghanistan. Entrambi i fiumi si riuniscono nella regione del Gandhara. Yamuna-Ganga e Brahmaputra: altri due grandi sistemi fluviali dell’india settentrionale, traggono origine dagli stessi ghiacciai del Tibet, a poca distanza dall’Indo da far supporre che appartenessero

un tempo al medesimo immenso bacino lacustre, la cui tranquillità e unità, risalente a tempo preistorici, venne squassata dalla forza dirompente e titanica che fece seguito alla nascita dell’Himalaya, cosicché le sue acque si dispersero in varie direzioni. Questo antico dislocamento delle acque, oggi si riflette, dal punto di vista politico, nella triplice suddivisione del subcontinente in Pakistan, India e Bangladesh. Le tre nazioni debbono la loro sussistenza rispettivamente all’Indo, alla Ganga-Yamuna e al Brahmaputra. Gli indiani onorano da sempre la madre Ganga come una dea e vi sono molte città sacre, come Allahabad e Benares che fiancheggiano il corso del fiume Ganga, che scorre verso oriente per quasi duemilacinquecento chilometri fino al Golfo del Bengala. Nel Bengala la Ganga forma il suo delta incontrando il “Figlio di Brahma” (Brahmaputra), il cui corso di oltre millecinquecento chilometri, iniziato nei monti Ladakh, termina dopo aver compiuto una virata brusca all’indietro ed essersi aperto la strada a sud passando tra il Bhutan e la Birmania verso la Terra del Bengala (Bangladesh). A sud delle alte e giovani catene settentrionali e delle pianure che ne costituiscono il prodotto alluvionale si estendono le terre desertiche (Rajasthan) e le brulle catene dei Vindhya e dei Satpura, che sono parte dell’antica struttura rocciosa dell’India centrale. Questa fascia di montagne al di sotto del Tropico del Cancro ha sempre costituito ima barriera naturale contro la facilità di comunicazione fra India settentrionale e meridionale e ha favorito, durante quasi tutta la storia indiana, lo sviluppo di culture virtualmente indipendenti. L’altopiano del Deccan si stende sotto la catena montuosa dei Satpura, e pende verso est, costringendo tutti i maggiori fiumi dell’India meridionali. L’altopiano del Deccan si stende sotto la catena montuosa dei Satpura, e pende verso est, costringendo tutti i maggiori fiumi dell’India meridionale a sfociare nel Golfo del Bengala. L’altopiano del Deccan è quindi per lo più costituito da una zona di terre erose aride e desertiche come la regione sud-occidentale degli Stati Uniti. Il basso litorale costiero dell’India occidentale è più simile a un’umida foresta tropicale. L’india settentrionale ha a disposizione i fiumi alimentati dalle nevi perenni, quella meridionale ha dovuto sempre dipendere, come risorsa idrica, dalle piogge. Ancora oggi i contadini dell’india meridionale accolgono con danze rituali e un’adorazione estatica l’arrivo del monsone. Gli stessi venti che ogni anno recano all’India meridionale il ristoro delle piogge portarono i primi uomini nella penisola indiana, via mare, dall’Africa orientale. Qui non abbiamo ancora reperti ossei, ma solo litici, a informarci della presenza dell’uomo nell’India meridionale in età paleolitica: si tratta di utensili costituiti da nuclei di pietra lavorata, piuttosto che da schegge. Asce primitive sono state trovate in tutto il Deccan occidentale, centrale e orientale, ma la maggior parte di questi primi ritrovamenti è stata fatta nella zona di Madras, sulla costa orientale della penisola. Le tecniche adottate e i prodotti finali di quest’ultima sono pressoché identici ai reperti del Sudafrica e dell’Europa meridionale. Nel primo e più lungo periodo della storia dell’India abbiamo almeno due lontane e distinte zone di insediamento umano e di sviluppo culturale dell’Asia meridionale. Sappiamo che il dravidico, famiglia linguistica che domina nell’India meridionale, è un linguaggio omogeneo, distinto dall’indoeuropeo e dall’indoario dell’India settentrionale. Vi sono anche altre famiglie linguistiche rappresentate nell’Asia meridionale, tra cui la sino-tibetana e la tibeto-birmana al nord, e una congerie di linguaggi primitivi parlati da isolate tribù montane, come la lingua munda. Dal punto di vista storico possiamo datare con una certa sicurezza solo l’arrivo degli indoeuropei, che è relativamente recente. Manca a tutt’oggi una grammatica proto-dravidica. Non abbiamo modo di fissare con precisione l’arrivo in terra indiana delle popolazioni parlanti le lingue dravidiche. La civiltà dravidica si colloca cronologicamente prima dell’avvento degli arii settentrionali, i quali solo in seguito conquistarono e imposero la loro più tarda civilizzazione sui popoli dell’India peninsulare. Una seconda grande ondata di migrazioni dall’Africa orientale o dall’Europa meridionale verso l’Asia meridionale sembra essersi verificata durante l’era mesolitica, a partire da circa trentamila anni avanti Cristo, dopo la definitiva recessione dei ghiacci che per tanto tempo avevano paralizzato il progresso dell’uomo. Sono stati trovati numerosi microliti sparsi sulla superficie del Deccan e, più a nord, nell’India centrale fino al Punjab. Queste minuscole armi di pietra, chiamate attrezzi pigmei, somigliano in modo inequivocabile a quelle ritrovate in Francia,

associate a vasellame e finemente dipinto con raffigurazioni del toro indiano e di altri animali domestici. Molti altri insediamenti di questo tipo sono stati trovati a uguale distanza dal fiume. Il Rajasthan, regione deserti a oriente della valle dell’Indo, può avere goduto, fra i quattro e cinquemila anni fa, delle stesse condizioni ambientali del Sind, quando il corso del fiume Sarasvati, oggi asciutto, scorreva verso il Mare Arabico attraverso i suoi lunghi e aridi banchi di sabbia. Nemché non si conoscano con sicurezza le cause che hanno determinato il cambiamento di corso e il disseccamento della Sarasvati, gli indizi di un’arcaica vita comunitaria dimostrano che il Rajasthan faceva parte, insieme col Gujarat, di un sistema ecologico omogeneo: il suo cuore era costituito dal Sind e dal Pangab, una regione particolarmente felice per lo sviluppo e la rapida crescita del neolitico, nonché facilmente conquistabile dagli utensili e dalle armi di rame, bronzo e pietra, appartenenti alla più antica civiltà indiana. A oriente del deserto del Rajasthan faceva parte, insieme col Gujarat, di un sistema ecologico omogeneo: il suo cuore era costituito dal Sind e dal Panjab, una regione particolarmente felice per lo sviluppo e la rapida crescita del neolitico, nonché facilmente conquistabile dagli utensili e dalle armi di rame, bronzo e pietra, appartenenti alla più antica civiltà indiana. A oriente del deserto del Rajasthan le impenetrabili foreste di alberi sal della piana della Yamuna- Ganga, alimentate dai monsoni, costituiscono una barriera contro l’insediamento dell’uomo. Gli aratri di ferro trainati da buoi riusciranno ad averne ragione solo molto più tardi, dopo il 1000 a.C. la regione del Doab, situata tra la Yamuna e la Ganga, non ha conservato traccia di insediamenti umani anteriori al periodo ario le sue giunge erano così fitte e paurose da non permettere una penetrazione regolare dell’umo in epoca neolitica. Il ritrovamento, nel sottosuolo, di vasellame rosso e ocra testimonia l’esistenza di migrazioni delle antiche popolazioni tribali che vivevano in quella regione, mal e notevoli quantità di manufatti di ceramica grigia dipinta, che furono dissotterrate a Hastinapura ( potrebbe essere stata la prima grande città dell’occupazione aria in India), presso Delhi, non possono essere datate prima del 1000 a.C. Nel Bengala e nell’Assam è possibile coltivare il riso ottenendo addirittura due o tre raccolti annui. Grano, orzo, miglio costituiscono il grosso dei raccolti nella piana gangetica occidentale e, a nord, nel Panjab. La canna da zucchero cresce in entrambe le zone e costituisce la coltivazione più diffusa e più importante dell’India. La regione, che storicamente ha subito un relativo isolamento, il Bengala o Bangladesh, è costituita dall’aggregato più ampio del mondo di terre percorse dalle ramificazioni di un delta, e doveva essere ancora ricoperta da foreste di alberi sal al tempo in cui fiorì la grande civiltà urbana dell’Indo, più di quattromila anni or sono.

II

La Cultura dell’Indo (2500-1600 a.C. circa)

I lavori di scavo avviati nel 1921 ad Harappa e a Mohenjo-daro (1922) hanno permesso di anticipare le radici della civiltà urbana in India almeno mille anni prima dell’invasione degli arii. I dasa, schiavi, dalla pelle scura rispetto a quella degli invasori si sono rivelati ben più progrediti di quanto si pensasse, tanto più che gli arii li superavano solo per un migliore equipaggiamento militare e per l’utilizzo di cavalli imbrigliati. Già Cunnigham negli anni 50 dell’800 visitò il sito a più riprese rinvenendo dei sigilli e altri strani oggetti. La datazione al carbonio ha stabilito che tra il 2300 e il 1750 a.C. questa grande città si sviluppò sopra massicci bastioni di mattoni spessi alla base dodici metri. Le grandi mura di Harappa protessero al città. La cittadella era simile per orientamento e dimensioni a quella di Mohenjo-daro. A nord della città di Harappa, lungo il fiume, sono stati identificati parecchi granai erano costruiti su due file e dotati di condotti di ventilazione e forse sono stati costruiti per conservare provviste di grano e orzo a disposizione degli abitanti oppure per immagazzinare derrate da spedire per via fluviale o prodotti giunti da Mohenjo-daro o dalla lontana Sumer. Forse la città era governata da un re-sacerdote venerato come incarnazione di un dio, come forse ci indica una statuetta rinvenuta a

Mohenjo-daro con occhi allungati, labbra carnose e volto impassibile ornato di barba che riflettono imperturbabilità e potere quasi soprannaturali. Testa e braccia sono ornate di gioielli e la tunica è ornata con un trifoglio. Tra i granai e la cittadella di Harappa vi sono quartieri operai con baracche dotate di fognatura. Non sono stati trovati documenti che nominino re-sacerdoti o alcuni burocrati suoi assistenti: possiamo solo presumere che essi abbiano posseduto l’abilità necessaria a proteggere i loro sudditi dalle piene dei fiumi e dalle belve. Grazie ai sigilli sappiamo che la popolazione della civiltà dell’Indo possedeva una scrittura. Mohenjo-daro: c’erano almeno dieci città costruite con conservatorismo una sopra all’latra durante un periodo di parecchi secoli. Sappiamo che la cittadella fortificata conteneva molti imponenti edifici. Non si è ancora trovato un tempio o un centro adibito al culto, ma forse perché non si è ancora scavato nel luogo giusto poiché vi sorge uno stupa buddhista. A ovest del bagno si è ritrovato un granaio e forse quello che potrebbe essere stato un palazzo reale. Sotto le mura della cittadella si estendeva la città più modesta, destinata alla popolazione. La città era divisa in isolati più grandi, che tenevano forse separati uno dall’latro i vari raggruppamenti di popolazione a seconda del lavoro esercitato o dell’affinità familiare, proprio come nelle successive città indiane le diverse caste dovevano risiedere ciascuna nel proprio quartiere. Alcuni isolati contenevano abitazioni spaziose, le cui solide fondamenta di mattoni stanno a indicare strutture a più piani. La vita familiare si svolgeva in cortili interni che garantivano l’intimità. I canali di scolo coperti da mattoni, sia dentro le singole case sia per le strade, si basavano su una tecnologia evoluta ed erano molto più igienici di quelli che si possono trovare in parecchie città moderne dell’India. Una altra prova dell’esistenza di una autorità centrale è data dalle dimensioni regolari delle strade, dei quartieri e anche dei mattoni. Una zona della città bassa è stato identificato un isolato di piccole celle, che potrebbero avere costituito una caserma di polizia o un monastero. Forse esistevano anche pozzi pubblici e negozi che fiancheggiavano le vie principali della città. In tutti i maggiori stanziamenti della valle dell’Indo è stato rinvenuto a profusione del vasellame lavorato al tornio, gran parte del quale di colore rosso o camoscio dipinto in nero, talora con disegni di animali o motivi geometrici. Sono state ritrovate cisterne per lo scarico delle fogne; oltre ai vasai vi erano abili fabbri capaci di forgiare attrezzi e armi di rame e di bronzo e a scolpirne in pietra. Ci sono anche riferimenti alla sensibilità artistica e al bello: la nuda fanciulla danzante di Mohenjo- daro è una statuetta di bronzo realistica la sua scattante e fanciullesca femminilità sembra prendersi gioco della gente e provocarla: ha una gamba sollevata, la testa orgoglioso, il braccio sospeso con insolenza. Sono stati ritrovati piccoli sigilli quadrati di steatite, trovati in gran copia a Mohenjo-daro. Forse erano usati dai mercanti per marcare le loro merci, recano vivaci ritratti di tori brahmani, unicorni, tigri e altri animali: figure che con il loro spiccato realismo torneranno duemila anni dopo sui basamenti delle colonne di Ashoka. I sigilli recano anche dei segni pittografici che rappresentano la prima scrittura della civiltà indiana: non sono stati ancora decifrati. Si suppone che le parole pittografiche, scritte da destra a sinistra, fossero i nomi propri dei mercanti dell’Indo. Un sigillo trovato nella zona settentrionale di Mohenjo-daro mostra una figura seduta in posizione yoga, itifallica, circondata da una tigre, un elefante, un rinoceronte, un bufalo d’acqua e un cervo; porta un copricapo ornato di corna e aveva forse più di una faccia, il forse è coperto da una pelle di tigre ed è ornata di bracciali l’immagine potrebbe essere la prima rappresentazione artistica di Schiva come Signore degli animali. Dal gran numero di pietre a forma di fallo scoperte nelle località dell’Indo, e dalla diffusione dell’emblema taurino sui sigilli, possiamo arguire che Schiva era venerato dal popolo di questa civiltà in molti degli aspetti che avrebbe posseduto anche in seguito. In un periodo posteriore troveremo Nandin, cavalcatura di Shiva, accosciato in paziente attesa all’ingresso di ogni tempio shivaita. Nel sancta sanctorum di ogni santuario si leva una icona di Shiva stesso: un fallo di pietra levigata, qualche volta incrostato di gemme o abbellito con immagini del volto del dio, ma più spesso disadorno. Il duplice ruolo di Shiva come divinità yoga della fertilità e come signore della caccia, che addomestica e distrugge le belve, aiuta a spiegare la perenne dualità della sua immagine attraverso tutti i mutamenti della civiltà indiana. Un altro sigillo di Mohenjo-daro sembra raffigurare una divinità con tre corna (tridente simbolo Shiva), in piedi nel mezzo di un albero, dal cui centro sembra emergere. Accanto un’altra figura sta in posizione

ma il concetto dell’eterna devozione coniugale della moglie al marito può avere anticipato il tipo di rito funebre che, come cremazione, si sarebbe universalmente diffuso in India in un periodo posteriore. Qualche tempo dopo il 1750 a.C. alcuni fattori cominciarono a trasformare il carattere della civiltà di Harappa, deteriorando il livello di vita e incrinando le ordinate condizioni ambientali della città: a sud di Mohenjo-daro due villaggi, i cui nomi sono stati usati dagli archeologi per designare questa fase di decadenza della civiltà dell’Indo: si parla di culture di Jhukar e Jhangar. Sembra che l’efficiente, ricco e potente impero di Harappa abbia subito a un certo punto un qualche evento traumatico, cosicché i suoi centri e le sue città caddero in mano a occupanti abusivi provenienti da villaggi vicini e da regioni più lontane genti culturalmente più arretrate dei predecessori. La ceramica giallastra prodotta da questi nuovi abitanti era molto più rozza di quella di Mohenjo-daro, anche i loro sigilli erano alquanto più semplici e diversi da quelli fabbricati da quella cultura al suo apogeo. Grazie alle ricerche archeologiche recenti si riconosce che introno al 1700 a.C. una serie di inondazioni, determinate dai movimenti tettonici, misero fine ai giorni di questa civiltà un tempo gloriosa. Per una qualunque ragione l’indo cambiò probabilmente il suo corso determinando la rovina del sistema agricolo di Harappa, che si basava su delicati equilibri. I mucchi di gioielli e di oggetti preziosi, fra cui attrezzi di rame, trovati negli strati più alti di Mohenjo-daro, si possono spiegare solo con l’incombere di un disastro e con il conseguente panico che deve aver afferrato al popolazione quando le acque cominciarono a salire. Più rilevatori di tutti sono gli scheletri della gente in fuga: nella sola Mohenjo-daro sono stati rinvenuti non meno di trenta scheletri appartenenti a gente che non finì bruciata, ma venne presa in trappola e uccisa d qualche terribile calamità. Se fino a poco tempo fa si riteneva che gli abitanti fossero stati massacrati da un esercito di invasori, ora è più verosimile credere che stessero tutti cercando scampo da un terremoto e dal contemporaneo straripare del fiume. Il caos che caratterizzò gli ultimi giorni di Mohenjo-daro si propagò, sembra, a nord fino ad Harappa e può essersi ripercosso verso sud fino a Lothal, anche se i dati riguardanti queste località sono incerti. Sembra infatti che Lothal sia sopravvissuta a lungo dopo il crollo della civiltà dell’Indo. È stato trovato nel 1946 un cimitero ad Harappa (cimitero H) il cui vasellame ricorda quello della decadente fase di Jhukar. Le sepolture differiscono da quello di un anteriore e vicino cimitero dove era applicata la pratica dell’inumazione. Il metodo usato nel Cimitero H era la sepoltura frazionata delle ossa in grandi urne, fatto che segna il passaggio di Harappa alla cremazione e potrebbe riflettere gli usi di nuovi abitanti: forse dei nuovi conquistatori, gli arii. I disegni sui bordi delle urne funerarie comprendono motivi familiari, come pavoni, tori e piante, come la foglia di pipal tipica di Harappa e dell’iconografia Buddhista successiva. Vi sono anche stelle, minuscole figure umane racchiuse nei pavoni e un uomo con lunga capigliatura ondulata che tiene degli animali, uno dei quali è minacciato da un cane. Le figure umane forse rappresentano le anime dei defunti e il cane potrebbe essere quello della morte, che gli arii chiamavano Yama. Le urne sarebbero opera dei primi barbari indoarii giunti con le avanguardie degli invasori. Nel periodo della cultura di Jhangar l’unico tipo di vasellame che troviamo è quello brunito grigio-nero, sommariamente inciso con segni che3 ricordano quelli dei cocci trovati nel Gujarat e databili dal 1000 a.C. in poi. Lo splendore di Harappa, più che tramontare, svanì: quell’impero urbano, con le sue meravigliose cittadelle, era finito, sparito nel odo drammatico, quasi inesplicabile, con il quale era apparso, portato via dal fango dell’indo e dei suoi impetuosi affluenti nel Panjab.

III L’Età degli Arii (1500-1000 a.C. circa)

Intorno al 2000 a.C. le tribù barbare seminomadi, che in origine parlavano l’indoeuropeo e vivevano probabilmente nella regione compresa fra il Mar Caspio e il Mar Nero, vennero sospinte via dalle loro terre da un disastro naturale, forse la siccità o un’ondata di gelo, oppure una epidemia. Qualunque sia stata la causa della loro dispersione, che potrebbe anche aver avuto origine da una

serie di incursioni di mongoli provenienti dall’Asia centrale, gli antenati dei popoli che avrebbero parlato i linguaggi italici, greci, germanici, celtici, iranici, indoari vennero costretti a rifluire verso la Russia meridionale. Le tribù si mossero in ogni direzione, frazionandosi in piccole e più chiuse comunità e portandosi dietro il loro bestie, pecore, capre e cavalli addomesticati: aprirono così un nuovo capitolo sia nella storia europea, sia in quella indiana sembra che le popolazioni indoiraniche siano vissute per qualche tempo in armonia durante la lunga migrazione; intorno al 1500 a.C. si divisero di nuovo e le tribù che alla ribalta della storia hanno il nome di indoarii si spinsero ancora più a oriente, attraverso le montagne del Hindu Kush, fino all’India. Friedrich Max Muller e altri filologi hanno sviluppato la paleontologia linguistica esaminando tutte le lingue nell’ambito di questa grande famiglia e isolando i termini geografici, climatici, botanici e zoologici che tutte avevano in comune, è stato possibile tracciare una mappa ecologica della patria d’origine, che assomiglia molto alla Caucasia. Lavoro di linguistica comparata e filologia. William Jones fu un giudice che dopo il suo arrivo a Calcutta nel 1783 prese a studiare il sanscrito e tre anni dopo redasse uno studio in cui mostrava i collegamenti di vocabolario e di altri fatti linguistici che imparentavano il greco, il latino, il germanico e il sanscrito in un'unica famiglia linguistica indoeuropea. Per i primi secoli dell’età degli arii possimao farci un quadro grazie ai Libri della conoscenza, o Veda, della religione aria, che furono conservati dai bardi di ciascuna delle tribù mediante una tradizione orale rigorosa. Il più antico di questi libri sacri è il Rigveda: consiste di 1017 inni in sanscrito, indirizzati per la maggior parte ai vari dei arii, di cui si supplicano i doni. Gli arii vivevano con le loro greggi migranti in villaggi tribali: non cuocevnao mattoni e non costruirono né bagni elaborati né fognature, non scolpirono statue imponenti, non usarono sigilli né scrittura. Gli arii attaccarono i cavalli ai carri e sembra facessero so sia di asce di bronzo sia di lghi archi e frecce. Lo stesso Rigveda non reca traccia di questa migrazione e dell’invasione aria dell’India, ma menziona le vittorie deglia rii sulle postazioni fortificate, dal cui interno le genti dalla pelle scura tentarono invano di difendersi dali arri dalla pelle chiara. Il Rigveda non venne redatto definitivamente prima del 600 a.C. Muller analizzò l’intero corpus della letteratura vedica dal punto di vista della lingua e del contenuto, prendendo nota delle variazioni nelle desinenze sanscrite e della forma dei termini, considerando anche la sintassi, il vocabolario e i significate delle parole. Dopo avere determinato il tempo che si era reso necessario perché nel reco e nel latino si compissero variazioni apprezzabili, lo studioso mise a punto una analoga tavola cronologica per l’evoluzione del sanscrito ci sono stati tre stadi principali nell’evoluzione di questi sacri testi, che gli indù considerano tuttora come una letteratura rivelata, o Shruti:

  • Lo stadio iniziale comprende il Rigveda e le tre antiche collezioni di inni e formule magiche: Samaveda, Yajurveda e Atharvaveda, tutti testi di poesia arcaica.
  • Dello stadio successivo fanno parte una serie di commentari in prosa a ciascuno dei veda che vennero elaborati intorno a quegli inni criptici e che descrivono on precisione le procedure necessarie ad attuare i sacrifici vedici e a venerare nel dovuto modo le divinità: poiché esaltano il ruolo fondamentale giocato dalla classe sacerdotale aria, cioè i brahmana, questi commentari si chiama Brahmana.
  • Opere di filosofia mistica che si differenziano da quelle che appartengono alle due precedenti categorie, sia per aspetto sia per il nuovo contenuto religioso che le informa: le Upanishad (che fanno parte del Vedanta, fine dei Veda). Molte delle idee che vi compaiono sono analoghe a quelle del buddhismo più antico: il Muller ritiene siano state composte circa durante la vita di Buddha, o comunque durante il VI secolo, tuttavia la tecnica del dead-reckoning-backwards le retrodata all’VIII secolo. Se la più tarda delle Samhita venne completata e poi sottoposta a un commentario intorno al 1000 a.C., è lecito presumere che le sezioni più antiche del Rigveda fossero di almeno 4 secoli più antiche: ecco perché si considera il 1400 a.C. circa come fata approssimativa per la redazione del Rigveda.

seguito delle ultime invasioni iraniche, che lo usarono prima per varie parti della bardatura dei cavalli, oltre che per le frecce. Nel periodo in cui venne composto il Rigveda glia rii attuarono il passaggio dalla economia pastorale nomadica a un sistema combinato di pastorizia e agricoltura e iniziarono a raccogliere alcune qualità di cereali, probabilmente orzo o frumento; ino all’Atharvaveda non troviamo menzionato il riso. Ai tempi del Rigveda erano conosciuti il leone e l’elefante. Il cavallo era secondo solo alla vacca per importanza, e le corse coi carri costituivano lo sport più popolare presso gli arii. Amavano la musica, il vino e il gioco almeno quanto la guerra e le corse sui carri. Tutti gli inni vedici erano cantati, ma il Samaveda in particolare prevedeva un accompagnamento musicale: si diceva dei e dee suonassero liuti, flauti e tamburi. A partire da questa epoca gli indiani cominciarono a fare uso della danza e del canto come parti integranti del culto: oggi non ‘è più sacra cerimonia indù, comprese le processioni dei funerali, che possa dirsi completa senza l’accompagnamento dei musici; non c’è tempio senza danzatori. Quanto alle bevande, Indra, dio vedico della guerra, tracannava ogni giorno il soma, che gli permetteva di vincere il demone con cui doveva combattere: possiamo dedurre che anche i membri delle tribù arie si concedessero analoghe libagioni. Non è chiaro se questa bevanda fosse in realtà alcoolica, psichedelico o narcotica, ma si pensa venisse preparata con una pianta che cresceva spontaneamente ai piedi dell’Himalaya: forse hashish o peyote. Gli effetti della bevanda erano notevoli al punto che venne deificata e il sacrificio a soma restò per gli arii il più importante avvenimento religioso dell’anno. Gli arii erano accaniti giocatori. Fra i membri delle tribù vediamo carpentieri, carrai, fabbri e conciatori, tessitori e filatori, agricoltori e mandriani. I sudra, dediti ai lavori più servili, erano forse i dasa, i prearii ridotti allo stato di servi della gleba o di schiavi dopo la cattura e quindi relegati, senza difficoltà, nel più umile stato a causa della pelle scura. Il termine sanscrito che avrebbe in seguito significato classe sociale voleva dire originariamente copertura, con allusione alla pelle e a suoi vai colori. Ciascun varna ha i suoi colori distintivi: bianco per i brahmani, rosso per gli kshatriya, marrone per i vaishya e nero per gli shudra. L’intensa consapevolezza legata al colore ha quindi le sue basi in epoca vedica ed è rimasta un fattore significativo capace di rafforzare il concetto di gerarchia sociale radicato profondamente nella civiltà indiana. Il timore della profanazione è così diffuso che probabilmente ha origini prearie con ogni probabilità la sottoclasse degli intoccabili apparve in tarda età vedica, e ne entrarono a far parte in primo luogo gli shudra e i dasa adibiti a mansioni considerate impure, come quella di conciatore e poi quella di spazzino, specie se tenuto a lavorare fra le ceneri dei terreni destinati alla cremazione. Alcuni shudra erano ritenuti più indegni degli altri e furono estromessi da confini della società riconosciuta. La società dei primi arii si incentrava sul culto di un pantheon di divinità legate alla natura, alle quali si devolvevano offerte sacrificali per ottenere benefici durante la vita e la pace durante la morte. Non c’era una vera divinità principale che governasse il pantheon, di cui facevano parte i circa trentatré dei ricordati nel Rigveda, ma molti inni vennero dedicati a quattro dei più importanti: Indra, Varuna, Agni e Soma. Indra era il dio della guerra, giovane, valoroso e sempre vincitore brandiva i fulmini e si librava in domini posti nell’atmosfera; al suo seguito stava Rudra, un tenebroso dio della tempesta, solo molto più tardi identificato come una forma rigvedica di Shiva. Indra era associato tanto al potere di liberare le acque quanto a quello di vincere le guerre. Può darsi che il dio rappresenti il primo grande condottiero della conquista aria: la figura storica di un soldato che con la sua forza giovanile seppe superare ogni ostacolo, elevandosi così in alto e con tale vigore da sembrare capace di reggere il padre cielo sulle spalle e di separarlo dalla madre terra. Indra beve tre sorsi di soma prima di andare a distruggere il demone Vritra, il cui corpo racchiude la creazione. Con il suo dardo potente, Indra squarcia la scura pelle del demone liberandone l’alba lasciandolo prostrato mentre le acque simili a vacche che muggiscono si lanciano mugghiando verso l’oceano. Indra diviene allora il signore di ciò che si muove e ciò che sta fermo, mentre Vritra simboleggia il potere preario: l’inno vi narra lo scontro fra Infra e Vritra con un significato sia storico sia cosmogonico, comunicandoci il senso della vittoria degli Arii.

Una volta che Indra ottenne la vittoria fu Varuna, il re dell’ordine universale, che si avviò a occupare una posizione di importanza centrale nella religione aria. Varuna regna sul cielo colmato dal sole, è il divino signore della giustizia che dispiega la terra, distende l’aria, dà forza ai cavalli, latte alla vacche, determinazione ai cuori. Varuna era il giudice divino dell’Inda degli arii e chi deviava dal sentiero della virtù doveva cantare suppliche per ottenere il perdono. Varuna riceveva dagli arii gli omaggi più consistenti grazie al suo ruolo di antico governatore; la sua figura è strettamente connessa con il sole, il dio Surya, e con una delle sue manifestazioni minori del Rigveda, Vishnu, che in seguito avrà parte insieme con Shiva del predominio di fatto monoteistico sull’induismo. Agni era il dio del fuoco e come tale, diffondendosi nei tre regni di terra, cielo e atmosfera, poteva assumere parecchie forme. Essenziale a ogni sacrificio, rispecchiava il sole e possedeva il potere tanto di guarire, salvare e difendere quanto quello di distruggere. Considerato progenie delle acque primordiali, veniva anche chiamato colui che illumina le tenebre e nel suo ruolo di divinità dalle molteplici lingue presiedeva sul sacro altare a ogni funzione rituale. Soma era il dio dell’immortalità, il nettare le cui gocce gloriose donavano libertà e proteggevano il corpo da ogni malattia. Tra le divinità minori legate alla natura che ricevevano l’adorazione degli arii una delle più amate era Ushas, l’aurora, la figlia del sole dalle rosee dita. A lei venivano indirizzati i più bei componimenti poetici e lei recava le luci più belle. L’apparente semplicità del culto vedico legato alle forze della natura veniva subito oscurata dalla ricerca della comprensione delle origini cosmiche e del controllo delle forze dell’universo. Se il fine immediato del sacrificio era assicurarsi la benevolenza del dio e di conseguenza le ricchezze, longevità o progenie, esso aveva anche il significato di una azione intesa a mantenere in equilibrio l’ordine dell’universo. Il capofamiglia officiava ai suoi dei soma, ghii o altri doni preziosi, in cambio dei favori ricevuti, ma anche perché le sue doverose offerte propiziatorie avrebbero obbligato gli dei ad agire adeguatamente nei suoi riguardi. Dunque, tanto gli dei quanto gli uomini, avevano dei doveri individuali che facevano parte di un progetto cosmico di azioni: l’universo poteva funzionare solo quanto tutti agivano con proprietà, poiché era destinato a procedere secondo il rita, il vero ordine. Alcuni demoni della falsità tentavano continuamente di distruggere questo equilibrio provocando alluvioni e recando siccità o carestia sotto la forma di tigri o elefanti impazziti, erano sempre presenti come zanzare o creature malefiche che ronzano, strisciano o camminano sulla terra. Poiché l’equilibrio è sempre precario, si rendevano necessari molti sacrifici e i brahmani prestavano la loro opera giorno e notte cantando inni che sapevano a memoria cera sempre la possibilità che la verità venisse soppiantata dalla falsità, proprio come il mondo reale o esistente correva perennemente il rischio di venire scambiato con illusioni fantastiche o irreali, ovvero con fantasie paure, e terrori non reali. Il termine sat, che in ogni fine significava esistente, finì con l’essere equiparato al concetto di realtà cosmica e al principio ad essa sotteso, la verità. Per l’uomo vedico il mondo risultava diviso tra la piacevole superficie terrestre, la volta del cielo che vi si stendeva sopra, ovvero il regno in cui il sat prevaleva, e i demoniaci domini sotterranei, dove governavano irrealtà e falsità. La quotidiana battaglia di Indra rinnovava ogni giorno il miracolo della creazione, ma la speculazione introno al potente eroe sfociò ben presto in interrogativi più profondi. Prima che l’epica vedica volgesse al temrmine, questo genere di speculazioni portò alla creazione di un verto numero di divinità superiori che le caratteristiche di onnicomprensione e i predicati impersonali rendevano più simili a un dio monoteistico che a uno panteistico. Prajapati, ovvero il signore delle creature, si rivelò a questo punto un dio più completo di Indra, e altrettanto si può dire di Vishvakarman, l’onnifacente, e di Brahmanaspati, signore della sacra esposizione. L’evoluzione del principio monistico della creazione giunse a compimento alla fine del Rigveda dove troviamo l’un, indicato come fonte della creazione in lui sono presenti ogni sorta di differenziazione e tutte le divinità: esso esiste per sé solo, si genera da solo, è unico. A partire dal 1000 a.C. gli arii dell’India cominciarono a porsi domande e a mettere le basi per ipotetiche soluzioni a problemi destinati a restare impenetrabili. Il Rigveda attribuiva al calore, tapas, che si cova da solo l’origine della creazione. Il termine tapas, comunque, verrà usato in

quest’ultimo, mentre la storia di Rama e Sita viene raccontata più volte nel lungo poema. Il Ramayana fornisce molte notizie riguardo alla più tarda vita di corte presso glia rii. Apprendiamo quindi le macchinazioni e i numerosi intrighi orditi dalle tre mogli dell’anziano re, che lottano e cospirano per mettere i loro figli al posto ce spettava all’erede legittimo. Ci rendiamo conto di quanto potente sia diventata la forza della legge religiosa, o dharma, era in grado di imporre la condotta opportuna anche a un monarca. Nel suo ruolo di custode e interprete del sacro sapere e di officiante del sacrificio regale, la classe sacerdotale brahmanica manteneva i sui privilegi particolari ela sua influenza a corte. L’interdipendenza spirituale ed economica esistente tra le città ormai ben costituite e le se3lvagge regioni forestali della piana gangetica ci aiuta a intendere meglio il processo di graduale transizione socio-economica dell’India settentrionale avvenuto in quest’epico periodo. I grandi saggi, che cercavano le solitarie pratiche yoga nelle foreste, venivano continuamente attaccati da demoni, il cui perfido re, Ravana, è il prototipo classico del furfante, proprio quanto Rama lo è per la figura di re-eroe. Dal Mahabharata sappiamo che gli arii erano ormai giunti a esplorare le regioni poste a sud dello spartiacque delle montagne Vindhya. L’intero Ramayana può essere visto come un’allegoria dello scontro tra arii e genti prearie, culminato con la conquista aria del sud. Riassunto Ramayana.

Gli Arii non avevano forza sufficiente a conquistare l’India meridionale basandosi solo sulle invasioni militari lanciate da nord. A quel tempo non esistevano adeguate vie di comunicazione per il trasporto di notizie e viveri, cosicché è alquanto plausibile che i fatti si siano svolti nella realtà come racconta la leggenda. La turbolenta frontiera della giungla potrebbe avere rivolto numerosi attacchi contro gli insediamenti degli arii, e le ruberie, i furti, i rapimenti e le uccisioni che ne furono la conseguenza potrebbero aver invogliato i valorosi arii ad avventurarsi in rappresaglia ben oltre le loro confortevoli e sicure terre. Sia a soli sia in piccole brigate, questi eroi riuscirono a ottenere la leale amicizia e l’aiuto interessato di molti membri di tribù incontrati lungo il viaggio, i quali dal canto loro impararono resto i segreti della civiltà aria la fabbricazione di strumenti e armi di ferro, e l’uso di aratri, semi e acqua al fine di ottenere nel corso dell’anno una sovrabbondanza di cereali. Le tribù ostili vennero affrontate e sbaragliate dalle armi più efficaci e dalla baldanza degli invasori settentrionali. Gli arri erano sicuri che gli dei stessero dalla loro parte e combattevano con una furia degna dello stesso Indra. Un tale processo di espansione pose le basi per la produzione agricola e permise che la smepl8ice integrazione pluralistica di genti diverse si sviluppasse fino a diventare quel tipico e complesso sistema sociale che erroneamente i portoghesi etichettarono come sistema castale non erano caste ma il sistema di classi di epoca rigvedica, ovvero la suddivisione tra brahmani, kshatriya, vaishya e shudra, mentre quello che gli indiani intendono per casta è qualcosa di ben più limitato, cioè un gruppo endogamo che trova il proprio fattore unificante nella nascita. Quindi le basi dell’attuale sistema sociale cominciarono a emergere nel tardo periodo vedico, ma come combinazione del sistema dei varna e delle jati. La classica triplice suddivisione tribale di stampo indoeuropeo fra sacerdoti, guerrieri e non-nobili, si è presto dimostrata inadeguata: mentre le prime tre classi diventarono i varna dei due volte nati, le genti soggiogate della città di Harappa furono incluse nel sistema in qualità di shudra, nati una sola volta. Le origini degli shudra rimangono per il vero oscure e si possono dedurre solo dalla loro effettiva condizione legale di gente di seconda categoria, come pure dal gatto che i brahmani li definivano servi dei due volte nati, ovvero persone che si potevano esiliare o uccidere a piacimento. Gli shudra non poteva ascoltare e studiare gli inni vedici, cui si attribuiva un potere magico riservato di conseguenza solo alle orecchie dei due volte nati. L’ulteriore annessione di differenti popolazioni tribali entro i sempre più vasti confini della società aria rese inevitabile l’aggiunta di una classe ancora più bassa, i cui membri avevano abitudini o occupazioni talmente strane o impure che neppure gli shudra volevano toccarli. Da qui l’origine di colore che sono fuori dei cancelli del sistema dei quattro varna: gli intoccabili, detti pure quinti, o fuori-casta. Questo è quanto si può inferire riguardo all’origine del sistema dei varna. Le radici del complesso sistema della jati sembrano affondarsi ben più lontano nel suolo dell’India prearia.

Forse a Mohenjo-daro vi era una gerarchia sociale basata su una combinazione di differenti ranghi determinati dal lavoro esercitato e dal timore atavico di profanazione relativo alla commistione razziale o alimentare. A partire dalla tarda età vedica troviamo elencate nei Brahmana delle liste precise relative a lavori specializzati. Queste liste indicano qualcosa di più della semplice tendenza a catalogare le descrizioni dei vari lavori. Proprio perché si tratta di passi da testi sacri, dovrebbero aver posseduto sia un carattere di particolare santità, sia un significato peculiare nella rappresentazione dei lavori esercitati dai vari gruppi di popolazione all’interno della società indiana. Notiamo in seguito l’emergere di corporazioni di mestieri; sorgono interi villaggi i cui membri vivono dedicandosi a un solo tipo di occupazione e restano geograficamente isolati dai loro confinanti che potrebbero essere portatori di profanazione. Non basta il lavoro a spiegare l’origine del sistema delle caste, le cui radici si volgono profondamente indietro fino a toccare rituali totemici e tabù, ovvero fattori importanti almeno quanto la professione esercitata o il tipo di attrezzi usati. La primordiale angoscia di perdere la potenza favorì la stipulazione di matrimoni solo entro i confini di un gruppo fidato, la cui jati fosse abbastanza vicina alla propria famiglia da assicurare amicizia e sostegno. Il timore tribunale di perdere l’identità o quello razziale e di perdere la purezza furono i primi a complicare il modello di sviluppo del sistema delle jati, che finì col suddividere ciascun varna in centinaia, e qualche volta migliaia, di caste all’interno del subcontinente indiano. Nel settore agricolo l’aratura e l’irrigazione aumentano moltissimo le possibilità di approvvigionamento alimentare dei coloni arii, consentendo una rapida espansione della popolazione indiana in generale e la crescita di ampie unità familiari all’interno dei villaggi e delle città. I legami di parentela e le alleanze matrimoniali, insieme con l’interdipendenza economica, vincolarono tra loro i villaggi nell’ambito del territorio del regno, conferendo anche nuova forza sociale e nuove ricchezze al dominio in ascensa del monarca. L’espansione e la sintesi culturale proseguivano verso oriente e a sud: una mescolanza fra le grandi tradizioni sanscrite arie e le piccole tradizioni prearie, fra la conquista e l’assimilazione, o il ritirarsi entro le mura di primitive fortificazioni per timore della morte o di una vita priva del tribale. Ciascun capofamiglia ario custodiva il suo focolare sacro, dove non meno di cinque volte ogni giorno, il capofamiglia di casta brahmanica o il prete o il cuoco brahmano offrivano oblazioni sacrificali. Ogni anno veniva innalzato il grande altare per il soma secondo un procedimento rituale che per compiersi richiedeva un anno intero: venivano ingaggiate dozzine di brahmani per offrire libagioni e salmodiare quei mantra che, a partire da questa età brahmanica vennero esaltati essi stessi come dei. Si riteneva che il sacrificio del fuoco fosse la chiave magica per raggiungere il potere cosmico poiché del suo sacro rituale faceva parte l’emissione di sillabe pregnanti: esse avevano significati efficaci al pari del dhamra erano capaci di prolungare la vita costringendo la pioggia a cadere. Il sacrificio del soma volgeva al termine giusto prima che arrivasse il monsone. Spesso le piogge precedevano i sacrifici o non si manifestavano affatto e questo causò dubbi negli kshatriya e ricchi vaishya che avevano pagato i brahmani. L’ottimismo e la fiducia in se stessi che aveva contraddistinto i primi arii vennero gradualmente erosi: la disposizione legale portava poca salvezza e la sofferenza oscurava al gioia, mentre la morte indugiava lungo le luminose strade maestre della vita. Durante l’epoca rigvedica il morto veniva sepolto in piccole case d’argille, dalle quali sarebbe poi asceso al cielo di Yama per ricongiungersi con le splendide divinità solari, oppure sarebbe precipitato in basso, nelle irreali tenebre del caos demoniaco. A partire dall’epoca brahmanica vennero sviluppati l’ideale di inferno sia il concetto di cielo, vuoi per emulare il fuoco del rito sacrificale, vuoi per purificare lo spirito dalle scorie metalliche del corpo, la cremazione divenne semrpe più comune man mano che gli insediamenti arii si spostavano a oriente. In questo momento emerse una nuova teoria, secondo la quale chi avesse sperimentato la sofferenza e i tormenti così strazianti nell’inferno dopo la morte avrebbe potuto risvegliarsi solo per soffrire ancora. Un altro testo dei Brahmana osserva che il cibo che l’uomo consuma durante la vita in questo mondo lo consumerà nel mondo ulteriore: un’anticipazione di quelle nozioni di karman e samsara che diventeranno più tardi assiomatici nell’induismo. A partire dal 700 a.C. la frande disillusione verso il rituale brahmanico e il sistema costtuito che esso rappresentava alienò alcune delle più brillanti menti della piana gangetica: i saggi vagavano

che vediamo non è che illusione cui noi diamo nome e forma perché non ci rendiamo conto della sua irrealtà. A partire dal VI secolo a.C. le fonti buddhiste citano sedici reami maggiori e oligarchie tribali nell'India settentrionale, dal Kambhoja in Afghanistan fino all'Anga in Bengala. I più potenti di questi mahdjanapada («grandi regioni tribali») erano il Magadha e il Kosala; il primo abbracciava le zone orientali a sud della piana gangetica, il secondo esten deva il proprio dominio leggermente a occidente del Magadha e a nord di quelle grandi arterie fluviali attorno alle quali ruotavano gli insediamenti e i commerci degli arii. Nella regione del Kosala si trovava l'antica, epica capitale di Ayodhyii e ne entrarono in seguito a far parte an· che i janapada della fiorente città rivierasca di Kiis1 (in seguito chiamata Varainasi e poi Banaras, «capitale» del culto indù). Con la sua capitale Sravasti, situata vicino alle basse colline ai piedi del Himalaya, il Kosala trovava la base centrale del proprio potere _giusto a ovest della tribù Shakya, il cui membro più famoso, ovvero lo Sakyamuni (<<saggio degli Sa kya») Siddhartha Gautama, il Buddha («risvegliato») nacque a Içapilavastu nel 563 a.C. Furono molte le tribù montane, che, come gli Shakya, entrarono in questi tempi nell'orbita in continua espansione del potere ario, mantenendo la loro identità tribale e la loro indipendenza dietro pagamento di un tributo o, come verrà più tardi chiamato, di una tassa. I prìncipi di tribù come Siddhartha subirono presto il fascino ma più ancora il disgusto degli orpelli «civilizzati» del rituale e del governo degli arii, e vennero quindi condotti alla ricerca di soluzioni per quello stesso genere di problemi affrontato dai maestri delle Upanishad. Quan do giunse press'a poco ai trent'anni, Gautama abbandonò la sua fastosa vita dj agi e vagabondò per i sei anni successivi nei boschi del Kosala, e più a sud attraverso il regno del Magadha, prima di ottenere quell'illuminazione che mutò il suo nome e gli permise di trasmettere al mondo una delle più grandi religioni filosofiche. Il Magadha, espandendosi a oriente e a mezzogiorno, e col regno di Bimbisara, divenne il più ricco e potente stato dell'India settentrionale. I sovrani, i fabbri e i ricchi mercanti del Magadha si sentivano ovviamente debitori del proprio potere e ricchezza molto meno verso le preghiere e i sacrifici dei brahmani che non gli agricoltori del Panjab: Io stesso Bimbisara fu molto più attratto dal razionalismo eterodosso del Buddha che dalle dottrine brahmaniche. Il Buddha negò che si dovesse rispetto ai brahmani per preteso diritto ereditario e sottolineò che solo una persona che «si comportasse come un brahmano avrebbe dovuto» meritare di essere trattata come tale. Sostituendo il suo ordine monastico basato sulla condotta virtuosa, la non violenza e la povertà al monopolio sacer dotale brahmanico fondato su magia e ricchezza, il Buddha venne incontro alle crescenti aspettative degli kshatriya e dei vaifya e lanciò la sua grande, pacifica rivoluzione attraverso il Magadha e il Kosala. Intorno al 527 a.C. il Buddha, dopo aver ricevuto l'illuminazione, tenne il suo primo discorso in un parco di cervi a Siirniith, nelle vicinan ze di Kasi, e con esso diede l'avvio alla «ruota della legge» (dhamma: pali per dharma). Il sermone comprendeva il suo messaggio sulle quattro verità e sarebbe diventato il nucleo filosofico del buddhismo Therovada («insegnamenti degli anziani») o, come lo chiamarono nell'èra volgare i buddhisti del Mahriytina («grande veicolo»), buddhismo J linayana («piccolo veicolo»). La prima nobile verità rigL1arda la «sofferenza» (dukkha) e spiega come tutta la vita sia inesorabilmente incatenata a es sa. Dalla nascita alla morte, attraverso malattie e vecchiaia, il dolore regna dappertutto, acuendosi con la separazione da chi amiamo e intensi ficandosi con la vicinanza di chi odiamo: nessun aspetto della vita quo tidiana può sfuggirgli. La seconda nobiJe verità riguarda l' <<ignoranza» (avidyai, che è poi la çi.iusa determinante del dolore. Non c'è ignoranza più grande di quella che investe la natura della realtà, e a questo propo sito -come per il tono pessimistico della prima verità -appare chiaro che il Buddha trascorse alcuni dei suoi anni di vagabondaggio ascoltan do i saggi delle Upanisbad. La sua triplice definizione della natura della realtà si differenzia tullavia in modo signHicativo da quella offena dalle scuole ortodosse o eterodom: <lei periodo, poiché il Buddha postula l'esistenza di un mondo «pieno di dolore,>, «passeggero» (anicca) e «privo di anima>> (anatta). Quest'ultimo punto distingue nettamente il bud dhismo Theravada dall'idealismo proprio sia del brahmanesimo upanishadico sia del jainismo; sappiamo del resto che in questo periodo esistevano nell'India settentrionale molte scuole materialistiche (quella degli Ajivika, <<senza anima», e dei Ciiroiika o l.okayala, <<della

gente»), ma di fatto nessuno dei loro insegnamenti è sopravvissul·o alla devastazione del tempo e agli avversari religiosi. Una volta raggiunta la saggezza necessaria a rnmprcndcre che la realtà è priva di anima e degna di commiscraziont per la sua Lrnnsilorietà, nel suo discorso di Siirniith, Buddha procede a spiegarci come possiamo eludere, o almeno diminuire, la sofferenza: il nostro «cksidcrio di esistere>> dovrebbe indebolirsi, e altrettanto dovrebbero le passioni legate agli organi di senso e la nostra brama di «conwuo», «sensazione», «vo glia», «adesione», «divenire>> e «nascere» -t11tti aspetti che ci incatenano alla ruota delle sofferenze cicliche, alle nuove nascite e nuove morti. Il Buddha sostenne come terza nobile verità che ogni «malattia», se compresa, poteva essere di fatto curata. a quarta e ultima verità del Buddha è il nobile ottuplice sentiero verso l'eliminazione della sofferenza: sosLenere, praticare e seguire retta fede, retta risoluzione, retto parlare, retto operare, retto vivere, retto aspirare, retto pensare, retto concentrarsi. La difficoltà, per il vero, era di definire correttamente il termine «retto», ma se uno cammina, senza fare passi falsi, per l'ottuplice sen tiero, potrà giungere al traguardo del nitvti11a (che significa letteralmente «lo spegnere», come quello della fiamma della candela}, sconfiggendo finalmente l'angoscia della sofferenza. Il 11irvana rappresenta così l'equivaleme buddhista del moksha, un <<paradiso» di fuga piL1 che di piacere. Il Buddha trascorse i restanti quarantacinque anni della sua vita insegnando le quattro nobili 'ericà ai discepoli che si radum1rono intorno a lui in numero cale da consentirgli ben presto di fondare un «ordine» monaslico (samgha) destinato a crescere cd espandersi in Luteo il mondo dopo la sua morte. All'inizio solo gli uomini potevano aderire al samgha, e il voto di castità (brahmacaiya) divenne importante quanto quello di non-violenza (ahimsaì e povertà (aparigmha). Poco dopo la morte del Buddha vennero ammesse al sangha anche le monache, ma egli era sempre stato pieno di dubbi rjguardo alla possibile influenza delle donne sui suoi monaci. Tutti i membri del sangho perseguivano un corso rigoroso di «retta disciplina» (si/a), di concentrazione yoga, e di profonda applicazione per l'ottenimento del niivrina. Non solo dovevano abbandonare ogni legame familiare e la prospettiva di avere figli, ma si richiedeva loro di elemosinare ogni giorno il cibo, attribuendo <<merito» a coloro che posavano il riso nelle loro ciotole: un gesto destinato a rimanere un tipico simbolo indiano di pietà più che di vergogna. Con le leste rasate, gli abiti colore zafferano e i piedi nudi, i discepoli del Buddha percorsero in lungo e in largo la piana gangetica recando il loro messaggio di moderazione, non-violenza e amore per tutte le crearure. L'idea del monachesimo ot tenne una popolarità tale da amarre capi religiosi anche in altre parri del mondo e si diffuse a ovest, nel Vicino Oriente e addirittura in Europa. Raggiunse la Cina e il Giappone. Gli ordini monastici buddhisti indiani divennero una formidabile forza ideologica contro il brahmanesimo. Quando Ananda gli chiese consiglio riguardo a come sarebbe stato opportuno gestire il sangha dopo la sua morte, l'estremo messaggio del Buddha fu: «Devi essere tu stesso il tuo lume, tu stesso il tuo rifu gio. Non prendere rifugio altrove che in te stesso Mantieniti fermo verso la verità ... Chiunque tra i miei monaci farà questo raggiungerà la vetta. Tutte le cose che siano mescolate ad altro bisogna lasciarle perdere. Sforzati sempre più senza allentare la vigilanza». Un altro principe kshatriya che, rifiutando l'autorità vedica e brahmanica, fondò un ordine di monaci, fu Vardhamiina Mahiivira (540-468 a.C. circa). Mahavira (letteralmente «grande eroe») nacque a Besii.rh, presso la moderna città di Patnii., ed era figlio del capo della tribù Jòa trika; come il Buddha, quando ebbe circa trent'anni abbandonò la sua vita di piaceri per divenire un asceta itinerante. Sembra che in un primo tempo egli abbia aderito a una setta di asceti nudisti chiamati Nirgrantha (<<libero da legami»), presso i quali rimase per circa dieci anni. Il fondatore della setta Nirgrantha si chiamava Piirsva: potrebbe esser stato lui il f!.Unt di Mahiivira. Dopo In morte del maestro, Mahii.vira e i suoi seguaci si staccarnno dal gruppo originario per fondare la nuova setta dei Jaina. faina significa «seguace Jd jùm (vincitore)», un titolo onorifico accordato a Mahiivira in quanto fu capace di conseguire il po tere fondamentale dcli' autocontrollo; dopo che il canone jaina venne definitivamente fissato durante il Concilio di Valabh, nel 454 d.C., egli diNenne noto ancbe in qualità di ventiquattresimo tirthankara («costruttore del guado»). I til"thankara, ovvero coloro 1 0 0 che «avcv1 1 F mo oltrepassato le acque» per predicare la fede, rappresentavano 1:quivalcntc jaina de gli dèi, e Mahavìra fu l'ultimo tra loro; Piirsva era stato il wntitrees.imo. Mahiivira perseguì una forma di ascesi molto più esasperata di quella del Buddha: non solo girava nudo, ma sosteneva e

Nnostante già nel VI secolo il Magadha fosse emerso come iJ primo e più importante fra i molti reami in competizione e tra le confederazioni di tribù della piana gangetica, furono necessari ancora due secoli dopo il regno di Bimbisara perché questa regione così riccamente dotata rivendicasse il controllo del subcontinente indiano. nel rivendicare un dominio imperiale trovando una guida ben jspirata. Il monarca che riuscì a fornire una guida di tale levatura fu Candragupta Maurya (che regnò dal 324 al 301 a.C.): la sua riunificazione dell'India settentrionale fece seguito all'importante invasione di Alessandro Magno nelle zone dell'Indo, avvenuta nel 326 a.e. Proprio come l'impero achemenide di Ciro il Grande (558-530 a.C.) sembra avere ispirato al suo contemporaneo Bimbisara Ja fondazione dd regno del Magadha, il sogno di Alessandro di riunificare il mondo potrebbe avere acceso nel primo grande unificatore indiano l’idea di trasformare il Magadha nella Macedonia dell’Asia meridionale. La regione del Gandhara, situata nell’India nord-occidentale cadde sotto la dominazione eprsiana nel 518 a.C. Come ventesima satrapia dell'impero achemenide di Dario, l'India pagava ogni anno un Lributo di non meno di trecentosessanta talenti in polvere d'oro: così almeno riferisce ErodoLo, che narra nelle sue Storie parecchi racconti fantastici sull'India, fra cui la descrizione delle formiche giganti che lavoravano come cercatrici nei deserti cosparsi d'oro. Proprio racconti come questo potrebberoa ver risvegliato gli appetiti di Alessandro, invogliandoload avventurarsi fino all’Indo. La gloria, il potere e la ricchezza raggiungibili con la conquista di quel regoo cosl vasto e lontano spinse ro il più abile e giovane condottiero del mondo a frantumare il potere persiano e a lanciare il suo esercito formidabile oltre il fiume Indo. Avanzando con il suo esercito verso oriente, Alessandro si trovò a fronteggiare il re ario Poro che sconfisse facendo calpestare gli uomini del raja dai suoi stessi elefanti. Arrivò ad Alessandro certamente notizia del regno potente e ricco del Magadha. Secondo Giustino e Plutarco trovò anche un giovane di nome Sandrocottus che verrà identificato con quello di Candragupta e potrebbe essere stato davvero il futuro fondatore dell’impero Maurya. Proprio quando la marea del potere macedone si riùrò, si elevò a occi- 1 dente sotto il governo dei Maurya del Magadha, ora sorto a nuova vita. Nonostante si conosca assai poco riguardo alle origini della prima famiglia imperiale indiana, il nome maurya (in pàJi moriya) deriva probabilmente dal termine «pavone», forse il totem originario e preario del clan. Secondo qualche racconto, Cand.ragupta era figlio di un mandriano; altri sostengono che sua madre facesse parte dell'harem reale dei Nanda: qualunque sia stata la stirpe della sua famiglia, doveva in ogni caso essere fuori del comune, poiché Candragupta fondò una dinastia che avrebbe governato sulla maggior parte dell'India per centoquarant' anni. Da tempo ormai si suppone che il genio che si nasconde dietro la straordinaria ascesa al potere del giovane Candragupta fosse un vecchio primo ministro, il brahmano Kautilya (o Canakya), ritenuto anche autore dell'Arthafastra («scienza del guadagno materiale»), un testo di Realpolitik che ricorda il Principe di Machiavelli. Si configura quindi nella tradizione l'ideale indiano di un saggio «controllo>) brahmanico che moderi e guidi le azioni impulsive del giovane conquistatore - si sia di fatto determinata, o meno, una situazione del genere durante il regno di Candragupta. non riteniamo oggi possibile che Kautilya abbia scritto da solo tutta quanta l'opera, che presenta invece molti strati e che trovò probabilmente la sua redazione definitiva nel 250 d.C. circa. Kautilya dovette comunque scrivere Je prime parti del testo contribuendo con le sue idee e il suo talento a questa concisa trattazione sulla natura, i metodi del governo e l'economia dell'antico stato indiano: operazione cui senza dubbio contribuirono altri brahmani ministri o burocrati minori al servizio di tanti monarchi indiani. L' Arthafastra non deve quindi essere usato solo come fonte primaria di informazione riguardo all'organizzazione statale maurya: esso fornisce infatti testimonianze inestimabili sulle effettive attività non meno che sui traguardi e ideali di vasta portata che animarono i re e i loro elettori per tanti secoli. L'opera inizia con un capholo sull'educazione e il tiwcinio di un re, cui si raccomanda di essere «energico» e «sempre guardingo». Quanto alla corte, si consiglia aJ raja di non lasciare mai i postulanti in attesa alla porta, perché il re che si rende «inaccessibile al suo popolo» non fa che «creare confusione egli affari e causare il pubblico malcontenta>). Il monarca deve imparare a dominare i suoi sensi, e in particolare i <>: lussuria, ira, cupidigia, vanità, superbia ed esuberanza. Deve anche controllare i suoi sottoposti - in particolare ministri potenti, ricchi mercanti, saggi brahmani e belle regine - e, per farsi aiutare nel

difficile compito, deve as soldare un esercito di spie. Sembra anzi che lo spionaggio fosse davverò l'occupazione principale dei primi burocrati indiani, e l'Arthasastra spe cifica che le spie devono entrare in azione «sotto le spoglie» di pseudostudenti, preti, capifamiglia, santi dediti alla rinuncia, mercanti, avvelenatori, donne mendicanti, e di altre simili <>. Per mantenere il suo esercito di spie, soldati e burocrati civili, che all'apice del potere dei Mauryr. doveva contare più di un milione di persone, il monarca indiano esigeva una parte - di solito un quarto, ma talora perfino la metà - del valore di tutti i raccolti prodotti sul suo territorio. Anche le altre forme di ricchezza, come proventi del commercio, oro e bestiame, erano soggette a tassazione, ma siccome a quel tempo la maggior parte degli indiani lavorava come agricoltore e risiedeva in villaggi «di non meno di cento e non più di cinquecento famiglie» l'imposta sulla terra divenne - e sarebbe rimasta - il sostegno di tutti i regni e imperi indiani, incluso quello britannico. Pataliputra fu probabilmente la più grande e imponente città del mondo, ai tempi del dominio Maurya. La grande capitale del Magadha dominava lungo le rive meridionale della Ganga proprio a oriente della confluenza con il Son e si estendeva in lunghezza per più di dodici chilometri e in Larghezza per due e mèzzo; la circondava una muraglia di travi con cinquecentosettanta torrioni e un fossarn largo seicento «cubiti» (duecentosettantacinque metri circa) e profondo quattordici metri. Il corpo amministrativo della città era· composto da sei consigli di cinque uomini ciascuno, la tradizionale as semblea panciiyal («cinque-membri») di anziani che governava tanto i villaggi, le corporazioni e la caste, quanto le città e i grandi centri. Leggendo 1 'Arthasiistra ci si può rendere conto dell'accortezza con cui i funzionari mamya venivano scelti e dell'attenzione con cui venivano osservati e controlJati. Questo testo di amministrazione burocratica raccomanda infatti che gli impiegati governativi «debbano sempre esse re mantenuti sotto vigilanza nell'adempimento del proprio dovere», poiché gli uomini sono per natura «incostanti e capricciosi». I funzionari devono lavorare senza «accapigliarsi né far comunella tra loro», perché se si uniscono «corrodono le entrate dello stato», ma se sono in discordia «danneggiano il lavoro». I burocrati devono lavorare solo «secondo le istruzioni ricevute» e non·far «nulla>> all'insaputa e senza l'approvazione dei superiori. Nell'India maurya esistevano sette <<classi», la più alta delle quali era quella dei consiglieri reali, cui assegnò dunque una collo cazione più elevata dei brahmani, le altre comprendevano agricoltori, mandriani, soldati, artigiani e spie. Candragupta usò gli ultimi vendcinquc anni della sua vira per conso lidare il dominio su tutta l'India settentrionale, estendendo il potetf del Magadha fino all'Indo e o.ltte. Sappiamo che nel 305 a.C. il monarca concluse un trattato con Seleuco Nicatore, il sovrano greco erede di Alessandro per l'Asia occidentale, fissando di conseguenza il confine occidentale dell'impero Maurya lungo la dorsale della catena del Hindù Kush. L'impero maurya era suddiviso in distretti ;anapada, che riflettevano forse gli antichi limiti delle tribù ed erano amministrati dai parenti più stretti dell'imperatore o dai generali più fidati. L'esercito era organizzato in quattro corpi principali, il cui effettivo ammontava rispettivamente a seicentomila uomini di fanteria, trentamila cavalieri, ottomila carri e novemila elefanti. Anche se il computo fosse esagerato, o debba essere considerato vaJido solo per l'apice del potere imperiale, l'appoggio di milizie cosl ingenti ci dice molto riguardo alle notevoli dimensioni e all'amministrazione centralizzata dello stato. La stima della popolazione in questo periodo è più che altro una congettura: basandosi però su una burocrazia militare e civile così estesa è ragionevole supporre che nel III secolo a.C. nell'Asia meridionale ci fossero cinque milioni di persone. Per incoraggiare il diboscamento delle foreste vennero garantiti eso neri dalle tasse e si crearono zone per l'insediamento di tribù con l'appoggio dello stato, composte per lo più da siidra, la cui condizione era poco piì1 elevata di quella degli schiavi. L'Arthafiistra avverte però che una «tesoreria sguarnita» costituisce una «grave minaccia per la sicurezza dello stato>>, mettendo in guardia il sovrano contro eccessivi esoneri dalle imposte sulla terra. Lo stato maurya possedeva e sfruttava tutte le miniere come pure le industrie più remunerative e le fabbriche di armi, rivendicava anche i propri diritti sui grandi centri di filatura e tessitura. Per «stato» si intendeva, almeno teoricamente, il re: infatti il si stema di governo descritto nell' Arthafiistra era una monarchia socializzata che imponeva ad artigiani e professionisti una rigida applicazione dei regolamenti di