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Traduzione letterale Institutio Oratoria 1,1, 1-11-Quintiliano
Tipologia: Versioni
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I PRIMI INSEGNANTI (Institutio Oratoria 1,1,1-11) [1] Igitur nato filio pater spem de illo primum quam optimam capiat: ita diligentior a principiis fiet. Falsa enim est querela, paucissimis hominibus vim percipiendi quae tradantur esse concessam, plerosque vero laborem ac tempora tarditate ingenii perdere. Nam contra plures reperias et faciles in excogitando et ad discendum promptos. Quippe id est homini naturale, ac sicut aves ad volatum, equi ad cursum, ad saevitiam ferae gignuntur, ita nobis propria est mentis agitatio atque sollertia: unde origo animi caelestis creditur. [1] Dunque, nato un figlio, il padre in primo luogo concepisca riguardo a quello la migliore speranza possibile: così diventerà molto diligente fin dal principio. E’ infatti falsa la lamentela che (per cui) a pochissimi uomini sia stata concessa la facoltà di intendere le cose che vengono insegnate, e che i più perdano invece fatica e tempo a causa della lentezza d’ingegno. Infatti, al contrario, potresti trovarne parecchi sia abili nell’escogitare sia propensi ad imparare. Dal momento che ciò è naturale all’uomo, e come gli uccelli sono generati per il volo, i cavalli per la corsa, le belve per la violenza, così a noi è propria l’attività e la destrezza della mente, da cui si crede che l’origine dell’anima sia divina. [2] Hebetes vero et indociles non magis secundum naturam hominis eduntur quam prodigiosa corpora et monstris insignia, sed hi pauci admodum fuerunt Argumentum, quod in pueris elucet spes plurimorum: quae cum emoritur aetate, manifestum est non naturam defecisse sed curam."Praestat tamen ingenio alius alium”. [2] Al contrario, gli ottusi e quelli incapaci di imparare sono generati secondo la natura dell’uomo non più che i corpi portentosi e straordinari per mostruosità, ma questi furono tutt’al più pochi. Prova del fatto che nei fanciulli brilla la speranza di parecchie cose: che quando muore con l’età, è evidente che venga meno non la natura, ma la cura. “Tuttavia uno sta davanti all’altro per ingegno”. [3] Concedo; sed plus efficiet aut minus: nemo reperitur qui sit studio nihil consecutus. Hoc qui perviderit, protinus [3] Lo ammetto; ma conseguirà risultati più o meno: non si trova nessuno che non abbia
ut erit parens factus, acrem quam maxime datur curam spei futuri oratoris inpendat. conseguito nulla con lo studio. Colui che si sia compiutamente reso conto di ciò, non appena diventerà genitore, dedichi la cura attenta quanto più massimamente è concesso alla speranza del futuro oratore. [4] Ante omnia ne sit vitiosus sermo nutricibus: quas, si fieri posset, sapientes Chrysippus optavit, certe quantum res pateretur optimas eligi voluit. Et morum quidem in his haud dubie prior ratio est, recte tamen etiam loquantur. [4] Prima di tutte queste cose, che le nutrici non abbiano un linguaggio scorretto; queste che, se fosse possibile, Crisippo si augurò fossero sapienti, almeno, per quanto le cose permettessero, volle che fossero scelte le migliori. E certamente come prima cosa senza alcun dubbio è la valutazione dei costumi in loro, tuttavia anche che parlino correttamente. [5] Has primum audiet puer, harum verba effingere imitando conabitur, et natura tenacissimi sumus eorum quae rudibus animis percepimus: ut sapor quo nova inbuas durat, nec lanarum colores quibus simplex ille candor mutatus est elui possunt. Et haec ipsa magis pertinaciter haerent quae deteriora sunt. Nam bona facile mutantur in peius: quando in bonum verteris vitiaNon adsuescat ergo, ne dum infans quidem est, sermoni qui dediscendus sit. [5] Il bambino dapprima ascolterà queste, tenterà, imitando a riprodurre le parole di queste e per natura siamo attaccatissimi a quelle cose che abbiamo compreso con animi grezzi: come il sapore con il quale impregni i vasi nuovi perdura, né i colori delle lane, con i quali è mutato quel semplice candore, possono essere lavati via. E queste stesse cose che sono abitudini peggiori rimangono attaccate più ostinatamente. Infatti facilmente le buone cose sono mutate in peggio: quando potresti trasformare i vizi in una buona cosa? Non si abitui dunque, nemmeno mentre è ancora in infanzia, ad un linguaggio che debba essere disimparato.
Nam et cedere praecipiendi partibus indignantur et velut iure quodam potestatis, quo fere hoc hominum genus intumescit, imperiosi atque interim saevientes stultitiam suam perdocent. Infatti si indignano sia di rinunciare ai compiti di insegnare, sia come per un qualche diritto di autorità, con il quale generalmente questa razza di uomini si gonfia d’orgoglio, superbi e talvolta maneschi insegnano la loro stoltezza. [9] Nec minus error eorum nocet moribus, si quidem Leonides Alexandri paedagogus, ut a Babylonio Diogene traditur, quibusdam eum vitiis inbuit quae robustum quoque et iam maximum regem ab illa institutione puerili sunt persecuta. [9] Né l’aberrazione nuoce di meno ai costumi di quelli, se certamente Leonide, il pedagogo di Alessandro, come è tramandato da Diogene Babilonio, lo impregnò con alcuni vizi che, da quella formazione infantile, lo hanno accompagnato anche da adulto e ormai il più grande re. [10] Si cui multa videor exigere, cogitet oratorem institui, rem arduam etiam cum ei formando nihil defuerit, praeterea plura ac difficiliora superesse: nam et studio perpetuo et praestantissimis praeceptoribus et plurimis disciplinis opus est. [10] Se a qualcuno sembra che io esiga molte cose, rifletta che si sta educando un oratore, cosa ardua, anche quando non sia mancato nulla a colui da formare, e che inoltre restano parecchie altre cose e più difficili; infatti è necessario sia uno studio costante, sia maestri eccellenti sia parecchie discipline. [11] Quapropter praecipienda sunt optima: quae si quis gravabitur, non rationi defuerint sed homini. Si tamen non continget quales maxime [11] Perciò devono essere dati i migliori insegnamenti: che se qualcuno li riterrà gravosi, non sarà venuto meno al metodo, ma all’uomo. Se tuttavia non tocca per sorte che
velim nutrices pueros paedagogos habere, at unus certe sit adsiduus loquendi non imperitus, qui, si qua erunt ab iis praesenti alumno dicta vitiose, corrigat protinus nec insidere illi sinat, dum tamen intellegatur id quod prius dixi bonum esse, hoc remedium abbiano nutrici, schiavi, pedagoghi quali io soprattutto vorrei, ma ci sia almeno uno assiduo non inesperto del parlare, che, se saranno dette cose in modo difettoso da quelli in presenza dell’allievo, (le) corregga subito e non permetta che si insedino in quello, purché tuttavia si comprenda che ciò che ho detto prima è cosa buona, questo (invece) un rimedio. Analisi.