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Riassunto capitoli del libro italiani che lasciano l’Italia
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Italiani che lasciano l’Italia. Le nuove emigrazioni al tempo della crisi. INTRODUZIONE L’emigrazione all’estero è stata uno dei fenomeni più rilevanti dell’Italia moderna; l’esperienza dell’emigrazione non si è mai esaurita e anche a causa delle conseguenze della crisi economica iniziata nel 2009, oggi è tornata a essere un fenomeno di massa. Noi siamo un paese di emigranti, emigranti di tutti i tipi non solo cervelli ma anche braccia ovvero persone che lasciano in Italia per andare a cercare un lavoro anche non qualificato proprio come accadeva più di un secolo fa al tempo delle grandi migrazioni transoceaniche; certo sono cambiati i tempi e i modi però il nodo della questione è rimasto invariato poiché questi spostamenti sono dovuti prevalentemente all’assenza di opportunità nel paese dove si è nati. Al tempo stesso però è importante non dimenticare altre motivazioni; non sono soltanto le difficoltà vissute in Italia che spingono a partire ma ci sono anche degli aspetti particolarmente interessanti individuati nei paesi di destinazione che favoriscono l’emigrazione. Anche l’opinione pubblica è tornata a occuparsi dei processi migratori e analizzando le posizioni dell’opinione pubblica a proposito delle emigrazioni italiane storiche, Sciortino individua due tendenze; da un lato quelle più di destra sanciscono una separazione radicale tra l’emigrazione italiana e l’immigrazione in Italia. In questo caso si sottolinea come gli emigranti italiani sono fortemente richiesti dai paesi di destinazione contrariamente a quanto avviene per gli stranieri in arrivo nel nostro paese. L’altra tendenza invece individua una somiglianza tra le emigrazioni degli italiani e gli attuali flussi migratori in ingresso in Italia. Per spiegare il fenomeno migratorio si ricorre a una pluralità di termini e concetti e questo perché manca un paradigma unico cui appellarsi; e così i migranti si contrappongono agli expat , le migrazioni alla mobilità , il brain drain alla brain circulation. Il termine brain drain ad esempio nasce in contesto inglese durante gli anni 60 quando la Royal Society si preoccupava della fuga di scienziati e di ricercatori britannici verso gli Stati Uniti; con questa espressione, oggi si intende il temuto impoverimento di un paese del suo capitale umano e viene usato per indicare la migrazione di persone altamente qualificate che formatesi in un paese, si trasferiscono e lavorano in un altro. Parlare solo di brain drain non spiega sufficientemente il fenomeno anzi è abbastanza riduttivo e spesso non rispecchia nemmeno la realtà; addirittura, come alcuni hanno sottolineato, parlare solo di cervelli in fuga potrebbe risultare offensivo perché magari si pensa che un emigrante con una licenza elementare non ha un cervello o non possiede un qualche talento. Affrontando il tema degli spostamenti all’interno dell’UE, alcuni studiosi preferiscono usare il termine mobilità piuttosto che quello d’immigrazione e per questo, in particolare in Italia, questa scelta sembra funzionale anche per distinguere gli italiani che partono dai “ poveri” stranieri che arrivano. Nonostante la definizione di migranti, offerta dall’ONU, risulti decisamente neutra, nell’immaginario collettivo il concetto di migranti assume una significato diverso, peggiorativo; l’ONU definisce il migrante come una persona che si è spostata in un paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno. Per noi invece gli immigrati sono degli stranieri provenienti da paesi che classifichiamo come poveri e non come paesi già sviluppati. Noi inoltre facciamo una differenza tra le persone mobili e i migranti perché mobile è chi può decidere se partire e dove andare, invece il migrante è colui che spinto dalla mancanza di un lavoro, cerca una soluzione per la sua sopravvivenza in un altro paese. Il riferimento alla mobilità serve anche per allontanarsi dall’idea della fuga e sottolinea che si tratta di una scelta consapevole. Pur non conoscendo il numero esatto, è stato calcolato che in 100 anni, dal 1876 al 1975, gli italiani
emigrati all’estero sono stati oltre 25 milioni. Oggi non è sempre facile avere dati precisi sui nuovi emigranti italiani; abbiamo a disposizione delle fonti ufficiali come nel caso delle iscrizioni all’AIRE o delle cancellazioni dalle anagrafi italiane, però non tutti gli italiani che partono hanno un interesse immediato a cancellare la propria residenza italiana. Il Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, ci dice che tra gli anni precedenti l’inizio della crisi del 2009 e il 2019 la presenza italiana all’estero è aumentata del 70%. Nel 2019 gli italiani iscritti all’AIRE erano 5,3 milioni rappresentando quindi l’8,8% dell’intera popolazione italiana e si tratta, ironia della sorte, di un valore identico a quello degli stranieri residenti in Italia. Oltre alle partenze occorre prendere in considerazione anche i rientri che però si mantengono decisamente più bassi. Ad ogni modo dobbiamo tenere presente che se la scelta di cancellare la residenza dal paese di provenienza è libera, quella di iscriversi presso i registri dell’ufficio federale tedesco per esempio, oltre che obbligatoria è anche utile e conveniente. In Germania molti italiani che registrano la loro residenza negli uffici comunali tedeschi non la cancellano dal comune di appartenenza italiano magari per non perdere i benefici che derivano dall’iscrizione al servizio sanitario nazionale. Il fenomeno migratorio riguarda soprattutto gli uomini la cui quota è rimasta tra il 56% e il 58% per gli anni compresi tra il 2008 e il 2016, anche se nel 2017 la quota femminile è arrivata per la prima volta al 45%. Per quanto riguarda le regioni di origine dei migranti, possiamo rilevare che se in passato si partiva soprattutto dalle regioni del sud, nel periodo tra il 2012 e il 2017 più della metà dell’emigrazione netta ha riguardato le regioni settentrionali con in testa la Lombardia. Quasi un quinto dei giovani che hanno lasciato l’Italia tra il 2009 e il 2018 viene dalla Lombardia seguita dalla Sicilia, Veneto e Lazio. La nuova emigrazione italiana è prevalentemente un’emigrazione giovanile, anche se non mancano gli adulti e gli anziani. Uno degli elementi che differenzia l’emigrazione italiana del presente da quello del passato è il peso crescente della componente più istruita. Tuttavia i laureati restano una componente minoritaria dell’emigrazione italiana e infatti, non sono soltanto gli ultra qualificati che hanno la propensione a lasciare l’Italia; oggi sono in aumento proprio le partenze dei giovani poco istruiti che si dirigono all’estero per cercare un’occupazione. Per quanto riguarda le destinazioni principali dei nuovi emigranti italiani, dopo il boom del 2016 registrato dalla Gran Bretagna, nel 2017 la Germania è tornata a essere la meta preferita. In ogni caso nel 2017 la presenza italiana è aumentata anche in Portogallo, in Brasile, in Spagna e in Irlanda. I dati mostrano anche un certo legame tra regioni di origine e paesi di destinazione; dal sud Italia si parte più facilmente per la Germania, rimarcando quindi un certo legame con la passata emigrazione italiana, mentre dalle regioni del Nord ci si dirige soprattutto verso i paesi confinanti, Francia e Svizzera ma anche verso la Gran Bretagna, dove tra l’altro sono diretti i flussi migratori dei più giovani. Da un punto di vista quantitativo i paesi extra europei ricevono un minor numero di nuovi migranti italiani ma, per contro, presentano esperienze particolarmente significative. In genere nei paesi più lontani e da dove è più complesso e costoso muoversi verso l’Italia, i nuovi arrivati tendono più facilmente a entrare in contatto con la comunità italiana stabilitasi negli anni precedenti, anche se poi i nuovi arrivati raramente s’integrano con le comunità italiane presenti da decenni perché sono troppe le differenze, troppo diversi i progetti migratori e le prospettive di vita. Per provare a spiegare i motivi dei nuovi processi migratori non possiamo non prendere in considerazione alcune dinamiche economiche e del mercato del lavoro. Un dato su tutti è quello sulla disoccupazione. In Italia, in Grecia e in Spagna la disoccupazione giovanile resta mostruosamente elevata,
Italia, molti migranti sperimentano una sorta di nostalgia identitaria ovvero quando sono all'estero, si sentono italiani ma appena arrivano in Italia capiscono di non esserlo più, sentendo il bisogno di ritornare all'estero dove ormai sono abituati a vivere. TALENTI IN FUGA E STRANIERI IN ARRIVO (PARTE 1)
1. Introduzione Una tra le più recenti tendenze migratorie della popolazione italiana è costituita dall’emigrazione di un numero crescente di giovani studiosi altamente qualificati. La crisi economica 2007-2015 ha causato da un lato il rallentamento dei flussi d’immigrazione tradizionale a causa della recessione, dall’altro ha favorito il consolidamento di un nuovo flusso d’immigrazione di migliaia di richiedenti asilo, che hanno cercato in Europa migliori opportunità di lavoro e di vita. Alcuni studiosi hanno analizzato le nuove migrazioni forzate e i flussi misti dall’Africa e dal Medioriente mentre altri si sono focalizzati sul crescente tasso di emigrazione di giovani altamente qualificati dall’Italia e qualcuno ha iniziato a esplorare le emigrazioni motivate dall’intenzione di cambiare stile di vita. Pochi studiosi hanno però riflettuto sui nessi che intercorrono tra queste diverse tendenze, esplorando dunque quali meccanismi sociali siano alla base delle nuove tendenze migratorie. Con riferimento al caso italiano, Pugliese ha specificato come all'interno delle varie tipologie dei flussi migratori che attraversano il paese, ci sono elementi di coerenza che dipendono dal processo di forte segmentazione e precarizzazione del mercato del lavoro internazionale, il quale opera come fattore mobilitante generale. Nella sua metafora del crocevia migratorio , sono sintetizzati questi elementi caratterizzanti la contemporaneità italiana. Pugliese individua un nesso tra le varie tipologie delle tendenze migratorie e la segmentazione del mercato del lavoro; il nesso tra questi due fenomeni dipende dalla presenza di una terza dimensione. Questa dimensione è costituita dalla trasformazione degli equilibri geo-politici e geo-economici a livello internazionale. Da questa dimensione dipende tanto la segmentazione del mercato del lavoro quanto la differenziazione dei flussi migratori. 2. Eterogeneità e complementarietà dei flussi migratori in un’epoca di cambiamento sociale globale. Negli ultimi anni i paesi dell’Europa meridionale (Grecia, Italia, Portogallo) sono diventati dei laboratori per valutare l'impatto dei cambiamenti economici prodotti dalla globalizzazione sulle istituzioni politiche e sulla vita delle persone. Le nuove tendenze economiche hanno prodotto molteplici riorganizzazioni delle aree sviluppate, in via di sviluppo e sottosviluppate all’interno dell’UE; da una parte ci sono paesi estremamente dinamici, che stanno emergendo come nuovi attori dell’economia globale, dall’altra parte alcune aree dell’Unione Europea sono spinte per la prima volta verso ruoli più marginali nell’economia globale. Le dinamiche migratorie accompagnano questi processi orientando un numero maggiore di giovani talentuosi verso i mercati delle aree più sviluppate, e parallelamente attraendo forza lavoro a basso costo nelle aree più marginali. Invece di pensare a questi flussi migratori come a due fenomeni separati e distinti, il caso italiano conferma la necessità di raggiungere una comprensione sistemica di questi fenomeni. Dunque la tesi sostenuta in questo capitolo è che l’eterogeneità dei recenti flussi migratori in Italia è non soltanto funzionale ma anche complementare, non rappresentando altro che la molteplicità delle facce che stanno sulla stessa medaglia della trasformazione sociale globale. 2.1 Crisi economica e trasformazioni strutturali.
L'Italia si sta trasformando da una delle economie più industrializzate del mondo a una delle più eccellenti perdenti della competizione globale. Il paese è scivolato dal centro della produzione capitalistica verso la sua semi-periferia; l’Italia nel corso degli anni ha perso la competitività industriale a causa di due meccanismi economici. In primo luogo si sono ridotti gli investimenti nel settore della ricerca e dello sviluppo; negli ultimi anni a questi trend si sono aggiunti gli effetti recessivi sul sistema dovuti ai tagli nel finanziamento pubblico della ricerca e della formazione. Allo stesso tempo le imprese operative nei settori industriali a bassa intensità di tecnologia e ad alta intensità di lavoro hanno cercato di rimanere competitive riducendo il costo del lavoro (tagliando il personale o il numero di ore lavorate, comprimendo i salari). L’effetto combinato di queste tendenze (precarizzazione del lavoro, disinvestimento nel settore della ricerca e dello sviluppo) è alla base dell’aumento delle emigrazioni qualificate di giovani che dal nostro paese vanno verso nuovi paesi che sono in grado di collocarli all’interno di mercati più formali e remunerativi. IL BRAIN DRAIN NON BASTA La globalizzazione è stata uno degli elementi che più ha caratterizzato i processi politici, economici e sociali del ventunesimo secolo. In Italia gran parte del dibattito pubblico e politico raccontano il fenomeno migratorio italiano attraverso il concetto di cervelli in fuga , la teoria del Brain Drain. L'idea del Brain Drain è stata formulata per la prima volta negli anni ‘60 per definire l'emergere di un nuovo flusso che vedeva un numero sempre maggiore di studiosi e ricercatori inglesi migrare verso gli Stati Uniti per svolgere il proprio lavoro. Nel corso degli anni seguenti, il fenomeno delle migrazioni dei soggetti qualificati è stato al centro d’importanti studi che hanno tentato di analizzarlo dal punto di vista economico, politico e sociologico; grazie a ciò a partire dagli anni ‘70, sono stati rintracciati due macro approcci egemoni definiti come STANDARD VIEW o NEO-CLASSICAL APPROACH : Si tratta da un lato delle teorie legate al concetto di capitale umano , dall’altro delle teorie marxiste legate al rapporto tra centro e periferie. Il primo approccio è parte sostanziale delle teorie che dagli anni 60 in avanti sostenevano la nascita di quello che è stato in seguito definito come capitalismo cognitivo. Le teorie del capitale umano definiscono ogni singolo soggetto come un individuo che acquisisce nel tempo il proprio bagaglio di competenze formative, relazionali ed esperienziali, le quali saranno il suo personale valore aggiunto da spendere nell'arena competitiva del mercato globale. Il secondo approccio invece è legato a una lettura marxista della relazione centro-periferia, la quale definisce il centro come l'insieme dei paesi sviluppati e la periferia come i paesi in via di sviluppo, appartenenti a quelli che sono stati definiti come terzo o quarto mondo. Secondo questa teoria i flussi migratori dei soggetti altamente qualificati avrebbero una direzione univoca dalla periferia verso il centro, con la conseguenza di espropriare gli stati periferici del valore aggiunto che i soggetti che si sono formati e hanno ottenuto un alto grado di competenze all'interno degli stessi, potrebbero portare alle economie dei paesi di origine. Il risultato è quella che chiamiamo standard view : le migrazioni qualificate si compongono di movimenti unidirezionali da paesi in via di sviluppo a paesi sviluppati, causate da scelte autonome degli individui che cercano di ottimizzare il rendimento della loro istruzione. IL FUTURO CHE VERRÀ; CAMBIARE, TORNARE O (FORSE) RESTARE. 1/2) (Introduzione nel quaderno).
l’Europa e chiudesse le porte alla libera circolazione dei cittadini europei; questo è stato un cambiamento macroscopico, seguito anche da diversi episodi di matrice xenofoba, che hanno messo in discussione la natura tollerante e cosmopolita del Regno Unito. Al momento delle interviste quasi nessuno dei laureati pensava di tornare in Italia perché l’Italia era indietro rispetto al Regno Unito e non offriva le stesse opportunità. In Italia c’è questa propensione di pensare che i problemi dell’Italia non finiranno mai; si era abituati a pensare che almeno in alcuni luoghi al mondo, come nelle grandi città cosmopolite (Londra), una nuova cultura si fosse imposta e che fosse migliore di quella lasciata in Italia. Il risultato della Brexit fu ancora più scioccante perché ci ricorda che non esiste una terra promessa dove si può vivere senza problemi. 4.) Per quanto riguarda la migrazione interna, spesso questa emerge nelle interviste come una scelta forzata. La questione meridionale gioca un ruolo ancora importante tra i laureati provenienti dal sud Italia; in questo caso la migrazione è ritenuta da molti come una necessità e non come una scelta. La mancanza di lavoro e di opportunità nel meridione, spinge molti laureati a partire, anche se questo non rappresenta di certo una novità, se pensiamo alle migrazioni interne nel dopoguerra quando migrarono quasi 6 milioni di persone. Tra i laureati intervistati che si erano spostati verso il centro-Nord, c’erano tante persone alle quali non piaceva vivere lontano dalle loro famiglie e che però erano state comunque costrette a spostarsi a Roma o a Milano pur di lavorare. Le esperienze dei migranti interni sono sicuramente caratterizzate da una maggiore insofferenza e frustrazione, a differenza dei laureati che erano invece felici di vivere in Inghilterra. Fondamentalmente le migrazioni interne ci mettono di fronte a un quadro di disuguaglianze tra nord e sud che sembra incolmabile. A volte trovare un lavoro al sud è visto come un privilegio anche da coloro che rimangono. Marco, un giovane ricercatore di Palermo, ha deciso di rimanere perché guadagna 1500€ al mese e chi se ne va è perché non guadagna nemmeno 1500 €. Come fa notare Cristina, un’altra ragazza intervistata, spesso la decisione di emigrare e di lasciare la propria città tende ad affiorare in momenti particolarmente delicati della vita di ogni persona. A differenza dei migranti esistenziali che sentono il bisogno di migrare di per sé, nei migranti interni l’idea di andar via dalla propria città è presa in considerazione soltanto quando ci si trova in delle condizioni talmente sfavorevoli che scatenano questa necessità; quindi la migrazione viene considerata come uno strumento valido per uscire da una situazione sfavorevole, che però viene adoperato soltanto se proprio non si riescono a superare queste difficoltà in un’altra maniera. 5.) Gli italiani sono tra le popolazioni più mobili del pianeta e trasferirsi all’estero è una prassi storicamente consolidata che ha dato l’opportunità a milioni di persone di tentare la sorte laddove sembrava che le opportunità fossero maggiori e questa è una scelta consapevolmente presa da migliaia di persone ogni anno, di entrambi sessi e con aspirazioni simili. Ci sono tante generazioni di emigranti accomunati dal voler lasciare l’Italia e le sue mille complicazioni, dalle tasse troppo alte, agli affitti troppo cari, il precariato e le pensioni basse. Migrare fa parte del nostro patrimonio storico e culturale ed è una parte fondante della storia dell’Italia. Le comunità dei nuovi migranti non sono facilmente localizzabili perché le migrazioni contemporanee sono frammentate e ovviamente organizzate secondo le necessità di ogni migrante. La mobilità è si una delle caratteristiche dell’umanità ed è naturale che alcuni siano attratti da altri mondi e culture però questo continuo emigrare impoverisce il paese. Lo Stato italiano, nonostante la perdita consistente in termini di capitale umano, insita nelle nuove migrazioni, non fa molto per mitigare questo fenomeno e per limitare l’esodo. Gli schemi per il rientro dei
cervelli in patria sono raramente applicati, mentre la disoccupazione giovanile viene mitigata dall’emigrazione. Questo è un approccio di convenienza, giustificato dalle poche risorse disponibili; una volta partiti i migranti scompaiono dal radar istituzionale, alleggerendone gli oneri, mentre il sostegno economico e sociale necessario per partire, è offerto soltanto dalle famiglie di origine, che investono in questa esperienza all’estero per assicurare ai propri figli un futuro migliore. VECCHIE E NUOVE MIGRAZIONI A NEW YORK CITY 1.) In questo capitolo si analizza la presenza dei giovani italiani emigrati a New York City in anni recenti, attraverso una serie d’interviste svoltesi nel 2012 e nel 2018. Lo studio prende in esame un piccolo gruppo di persone altamente qualificate che hanno lasciato l’Italia almeno da quattro anni e la cui scelta appare in sintonia con alcuni trend legati alla mobilità giovanile delle nuove generazioni, che viene classificata all’interno dell’etichetta di brain drain. Le ragioni che hanno spinto i soggetti intervistati a venire in questa città sono svariate e il soggiorno, che per alcuni doveva essere temporaneo, si è trasformato in una scelta di lungo periodo, tanto che tutti gli intervistati si sono stabiliti a New York e molti hanno raggiunto posizioni altamente qualificate nel mercato del lavoro statunitense. Oltre ai giovani italiani intervistati, ci sono anche alcuni giovani italoamericani. 2.) La componente migratoria italiana negli Stati Uniti ha una lunga storia e si sono succedute nel corso degli anni diverse ondate di arrivi. La grande migrazione degli italiani, sia verso il continente americano sia verso altri continenti, coincise con gli albori dell’unificazione dello Stato italiano. Tra il 1876 e il 1976 sono partiti circa 26 milioni di italiani, di cui il 22% (quindi circa 6 milioni) è arrivato negli Stati Uniti. Dal 1921 fino al 1924 c’è stato un freno dei flussi d’ingresso nel paese a causa della legislazione restrittiva riguardante appunto le immigrazioni. La seconda ondata migratoria, che si verificò dal secondo dopoguerra fino agli anni 80, vide una situazione degli immigrati italiani diversa; a partire dagli anni 70, negli Stati Uniti, oltre agli immigrati che appartenevano alla classe lavoratrice, iniziarono ad arrivare anche uomini e donne in possesso di un diploma universitario e studenti con aspirazioni di carriera. Parlando del confronto tra vecchia e nuova emigrazione, spesso si pensa che, mentre fino agli anni 60- del novecento, l’emigrazione italiana era formata quasi esclusivamente da manodopera scarsamente qualificata, i flussi attuali siano radicalmente cambiati e riguardino soprattutto manodopera altamente qualificata. In realtà molti studi hanno dimostrato che la componente dei laureati rappresenta soltanto una parte dell’insieme dei nuovi migranti; inoltre queste ricerche hanno messo in evidenza come l’emigrazione possa comportare anche una dequalificazione per cui magari, i laureati si ritrovano a fare i camerieri o comunque a svolgere lavori inferiori rispetto alla loro formazione di partenza. Le due principali organizzazioni italoamericane, come la National Italian American Foundation , stimano che gli americani di origine italiana sono circa 25 milioni. Si tratta del quarto gruppo etnico di origine europea dopo tedeschi, irlandesi e inglesi. Di questa popolazione di origine italiana, coloro che risiedono nella città di New York sono pari a mezzo milione. Oltre il 72% di coloro che sono nati in Italia e che si trovano negli Stati Uniti, è un cittadino americano naturalizzato. 3.) Il migrante di oggi da “bisognoso” diventa “desiderante”, un desiderio che non è più materiale, come invece era quello che distingueva le precedenti migrazioni. Per molti giovani italiani, presi in esame nella ricerca, la mobilità all’estero è una consuetudine acquisita nel corso degli studi universitari, periodo durante il quale hanno svolto stage all’estero o l’Erasmus, e in seguito si sono trasferiti a New York per completare il proprio percorso di studi.
In certi casi, sembra emergere una situazione di sradicamento che porta alla perdita di una piena identificazione sia con il luogo di provenienza sia con quello di arrivo; questo diventa allora il proprio modo di essere, un’identità perennemente migrante, che spinge a muoversi da un luogo all’altro, senza mai stabilirsi in modo duraturo in nessun posto. Ci sono alcuni che vorrebbero effettivamente ritornare in Italia ma a causa dell’insicurezza del nostro paese sotto il profilo sociale, lavorativo e politico, questo progetto resta confinato in un angolo del proprio cassetto dei sogni. 7,8.) Come gli italiani vedono gli italoamericani. Una parte dello studio si rivolgeva ad analizzare la percezione che gli italoamericani hanno degli italiani e viceversa. I giovani italiani percepiscono una distanza culturale dai giovani italoamericani. Riconoscono l’esistenza di due culture diverse, di cui una, sradicata dall’Italia in tempi lontani e reinventata al di là dell’oceano, ha affermato un italianità della quale si è costruito un significato in America, parallelamente a quello che nella stessa madrepatria si stava ancora formando. Molti giovani italiani vedono la cultura italoamericana come agée, una cultura antiquata e ormai superata, che continua a perpetrare tradizioni che in Italia ormai non esistono più. Un intervistato però ritiene che non è il caso di ricorrere a generalizzazioni sia quando si parla degli italoamericani sia quando si parla degli italiani. Secondo lui, molti italiani che sono venuti qui (a NY) tanti anni fa, sono coinvolti in un processo di perdita identitaria; questi italiani non si riconoscono appieno in nessuna delle due culture poiché non si sentono né pienamente italiani, visto che hanno una visione dell’Italia ormai datata, né pienamente americani perché continuano a parlare l’inglese con l’accento italiano. Forse la caratteristica che fa sentire più vicini gli italiani agli italoamericani e viceversa è il fatto di conoscere la lingua italiana. Ci sono poi alcuni italoamericani che si considerano italiani e che credono di rappresentare la cultura italiana negli Stati Uniti attraverso il mandolino, la pizza, la pasta con le polpette, la pepperoni pizza e altri piatti della cucina italoamericana, che in realtà in Italia non abbiamo mai sentito nominare. La cultura italoamericana qui è la cultura italiana di quando la gente si è trapiantata qui, una cultura che non si è più evoluta. Gli italoamericani spesso s’identificano con una cultura italiana che non è quella di oggi ma è quella di settant’anni fa, è la cultura italiana della quale ne hanno sentito parlare dai loro nonni. Il grande vantaggio delle nuove migrazioni è che riescono a portare la nuova italianità e a farla conoscere. Spesso, come fa notare un’intervistata, con il passare del tempo emerge anche un riavvicinamento affettivo di colui che emigra nei confronti del luogo dal quale è partito e nonostante i suoi difetti, tende a valorizzarne gli aspetti positivi; più stai lontano dal tuo paese e più te ne innamori. 9.)Come gli italoamericani vedono gli italiani. Anche gli italoamericani percepiscono la stessa distanza culturale dagli italiani. Le differenze emergono a livello di formazione scolastica e anche nell’immagine dell’Italia che essi rappresentano in modi diversi. Gli italoamericani seguono la cultura dei loro nonni e non è detto che abbiano studiato a scuola le basi della cultura e della storia italiana. La differenza sta nelle scuole che hanno frequentato: c’è chi ha studiato Dante e chi ha studiato Beowulf. L’Italia dei grandi poeti non emerge qui e quella che prevale è soltanto la cultura del paesino. L’Italia non è più quella della pizza o del mandolino. L’italiano che non trova lavoro in Italia e lo viene a cercare qui, prende le distanze da questa immagine stereotipata anche se è proprio questa immagine che ha portato l’Italia nel mondo.
I giovani italoamericani di seconda generazione sono molto vicini all’Italia attuale e in loro non si percepisce una distanza culturale dal paese di origine; questo perché spesso i genitori italiani hanno trasmesso ai propri figli la cultura di provenienza. Ad ogni modo esiste una profonda diversità tra gli italiani e gli italoamericani dovuta a una cultura differente e a una visione non attualizzata dell’Italia da parte dei secondi. Molti italoamericani sentono e vedono l’Italia come era ai tempi dei loro nonni e non vogliono vedere o non sono interessati all’Italia come oggi. Hanno sentito le storie dei nonni che hanno dovuto lasciare l’Italia perché non erano in condizioni di vivere e di lavorare lì e dei nonni, conservano ancora le tradizioni e la mentalità e restano con queste idee e convinzioni. Ci sono però anche molti americani che sono andati a vivere o a studiare in Italia, che amano e conoscono la cultura italiana più degli italoamericani perché l’hanno vissuta così come è oggi. 10.) Un interrogativo che ci si pone spesso riguarda la possibilità che vi siano opportunità di riconnettere i nuovi immigrati italiani con i discendenti delle prime generazioni di immigrati quindi con gli italoamericani. Ci sono diverse opinioni a riguardo; per alcuni le due culture resteranno sempre due mondi a sé con difficoltà di connessione e di comunicazione, mentre altri fanno vedere la possibilità di contatto. Altri ancora, ritengono che ci sia una situazione in cui il distacco tra i due gruppi non è reciproco; sono soprattutto gli italiani che arrivati in America prendono le distanze dagli italoamericani e non viceversa anzi, il fatto di essere amici di italiani per l’italoamericano è spesso motivo di vanto. Da parte degli italiani dunque ci dovrebbe essere un atteggiamento di apertura e di orgoglio legato al fatto che queste persone, seppur così lontane dalla cultura italiana, continuino a sentirsi onorate e fiere di farne parte. Come già detto gli italoamericani hanno un’immagine dell’Italia che non corrisponde alla realtà attuale bensì ad una sua reinterpretazione, spettacolarizzazione e americanizzazione; nonostante gli italoamericani cercano il contatto con gli italiani, questo confronto non apporta alcun cambiamento nel modo di sentire e di vedere l’Italia da parte dei primi. La cultura italoamericana è un’evoluzione di quella italiana in ambiente americano. Non esiste una sinergia tra le due culture, però questa è un’opportunità che potremmo trovare. C’è una possibilità di contatto tra queste due culture ma ci si deve distaccare dall’idea che sia soltanto il passato ad accomunarle e ci si deve rivolger invece al futuro e a quello che si può costruire assieme. Nella maggior parte delle associazioni e organizzazioni italoamericane l’età media è molto elevata e non ci sono tanti giovani coinvolti, e invece dovrebbe essere così. Se pensiamo che la cultura italiana sia ricca allora dobbiamo pensare a quali iniziative poter fare assieme per favorire anche la conoscenza della cultura italiana attuale senza dover celebrare solo quello che si è fatto in passato. SAPERSI MUOVERE 2.) Le migrazioni italiane verso la Francia rappresentano un fenomeno di lunga durata. Ritals era il nome dispregiativo dato agli italiani che tra l’ottocento e il novecento andarono in Francia per lavorare. Oggi questa parola è di moda negli ambienti della migrazione italiana a Parigi con toni del tutto diversi, spesso ironici (si parla dell’apero-rital). I giovani che arrivano dall’Italia cercano a Parigi le occasioni di lavoro e le opportunità di successo soprattutto nei settori della moda, del design, della cultura e della ricerca. Attualmente gli italiani a Parigi sono circa 70.000. 3.) Alcuni giovani italiani intervistati hanno sostenuto che in Italia non c’è meritocrazia. Il discorso sul
(^1) La cittadinanza canadese si ottiene in genere dalla nascita in Canada secondo il principio dello jus soli, o dalla nascita all'estero, quando almeno un genitore è cittadino canadese o mediante adozione da parte di almeno un cittadino canadese, secondo le regole dello jus sanguinis.
Italiani ad Atene La Grecia è un paese in crisi, più in crisi dell’Italia. Allora perché alcuni italiani decidono di migrare in Grecia? (le interviste fatte agli italiani ad Atene, presenti in questo capitolo, sono state svolte a partire dal 2017 e si è trattata di una ricerca qualitativa). La presenza degli italiani ad Atene e nella regione dell’Attica, non è certo imponente quanto quella degli italiani a Londra, a Parigi e Berlino; tuttavia, pur essendo piccola, è piuttosto consolidata e sembra essere in crescita. Per quanto riguarda le cifre esatte, il dato più recente a nostra disposizione, ci dice che gli italiani iscritti all’AIRE in Grecia al settembre 2018 erano circa 13.000; più o meno gli italiani che risiedono nella regione dell’Attica sono circa 6000. Ad ogni modo i dati forniti dall’aire sottostimano la presenza italiana; questo perché una parte degli italiani residenti all’estero può non iscriversi all’AIRE poiché magari non ritengono definitiva la propria condizione, per quanto la loro permanenza all’estero sia già di lunga durata. 3) La presenza italiana ad Atene: in cerca di una vita migliore Perché l’emigrazione italiana si sposta oggi anche verso la Grecia e più specificamente verso la sua capitale? Una delle ragioni è il costo della vita. Gli italiani arrivati ad Atene confrontano il rapporto tra reddito da lavoro e costo della vita a livello locale, con quello che si potrebbe ottenere in Italia. Gli italiani che arrivano in Grecia non vogliono migliorare il loro status sociale, raggiungendo una posizione più elevata, ma puntano a mantenere uno status sociale di un livello medio (se qui hai 1000 € stai bene, metti da parte i soldi e ti senti quasi un privilegiato. Inoltre si spende molto meno per gli affitti rispetto all’Italia). Il peso della burocrazia è un’altra delle motivazioni che spinge gli italiani a emigrare ad Atene; spesso questi intervistati tendono a pensare che la burocrazia locale sia migliore di quella italiana. Anche la vicinanza geografica è un motivo perché Atene dispone di buoni collegamenti aerei con molte città italiane, e questo permette agli italiani che abitano in Grecia di raggiungere l’Italia ma permette anche agli amici e ai parenti dei connazionali di compiere il percorso inverso facilmente. Molti intervistati inoltre affermano di sentirsi a casa anche per la somiglianza tra le culture italiana e greca e apprezzano la fluidità e l’apertura delle relazioni sociali. 4) Ad Atene per lavoro Il settore economico in cui sono inseriti gli intervistati è il terziario, sia quello tradizionale (il turismo e più specificamente la ristorazione), sia quello dei servizi diretti alle aziende, con una concentrazione nei servizi di assistenza da remoto o call center. Per quanto un numero significativo di intervistati sia altamente qualificato (ha un diploma, una laurea o persino un master), in pochi casi si tratta di individui che puntano a fare carriera, ad ottenere salari alti o sono alla ricerca di migliorare la loro condizione professionale. Considerato che il mercato del lavoro greco presenta il più alto tasso di disoccupazione di Europa e che il gruppo di intervistati non svolge attività sostitutive della forza lavoro locale, l’attuale immigrazione italiana ad Atene è un paradosso. Ad ogni modo gli intervistati spiegano che il salario percepito, intorno agli 800/1000 € al mese, permette di avere un certo livello di benessere in una realtà in cui gli stipendi minimi si collocano tra i 500 e i 600 €. I lavori che si riescono ad ottenere facilmente hanno un carattere di precarietà però gli intervistati evidenziano che il rapporto di lavoro, seppur breve, viene quasi sempre rinnovato; in altri termini esiste tra azienda e lavoratore un contratto implicito che genera un’aspettativa di continuità lavorativa, seppure in una situazione di precarietà.