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Manganelli letteratura contemporanea
Tipologia: Dispense
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Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno scrittore eclettico ed estremamente originale, protagonista dell’avanguardia letteraria italiana degli anni ’60 e in seguito figura di culto della narrativa sperimentale. Il contesto in cui Manganelli emerse fu quello fervido delle neoavanguardie: partecipò alla fondazione nel 1967 della rivista Grammatica e fu tra i collaboratori del Gruppo 63 (pur non essendo un “attivista” del gruppo come Sanguineti, ne condivise lo spirito innovatore). Negli anni ’60 l’Italia letteraria vedeva da un lato il Gruppo 63 rompere con la narrativa tradizionale, dall’altro autori come Calvino e Volponi sperimentare nuove forme di romanzo. Manganelli si inserisce in questo clima sovvertendo radicalmente l’idea di romanzo: per lui la letteratura è soprattutto finzione consapevole di sé , “letteratura dell’illusione”. Egli infatti teorizzò (nel saggio- manifesto La letteratura come menzogna , 1967 ) che la letteratura non deve rappresentare la realtà, ma creare mondi autonomi, artificiosi, spudoratamente fasulli. Questo si opponeva tanto al Neorealismo quanto all’idea engagé della letteratura: Manganelli fu un antistoricista deliberato, i suoi testi non fanno accenni diretti alla realtà contemporanea e sono “slegati dal loro tempo”. In effetti, mentre intorno a lui si discuteva di letteratura impegnata, Manganelli rivendicava la piena autonomia del testo letterario , come un gioco combinatorio o un “cerimoniale sontuoso”. Tuttavia, pur rifiutando il realismo, è inserito nel filone del postmodernismo italiano: anticipa temi cari al postmoderno (metanarrazione, intertestualità, il ruolo di lettore e scrittore come parti del gioco narrativo). Il contesto culturale dagli anni ’70 in poi vide Manganelli come figura appartata ma venerata: collaborò come critico a giornali importanti ( Il Giorno, L’Espresso, La Stampa, Corriere della Sera ecc. ), e divenne noto per la sua prosa brillante ed erudita. Va detto che il contesto personale
Nato a Milano nel 1922, Manganelli ebbe un’infanzia difficile (rapporto problematico con la madre molto religiosa, esperienze che gli causarono angosce durature). Partecipò giovanissimo alla Resistenza in Emilia: venne catturato dai nazifascisti nel 1945 e quasi fucilato (questo trauma – salvato all’ultimo – rimase in lui). Dopo la guerra si laureò in Scienze politiche a Pavia nel 1945 (con tesi poi pubblicata postuma). Si trasferì a Roma nel 1953, tagliando i ponti col passato (anche con la moglie e la figlia: un evento doloroso per la famiglia). A Roma iniziò a frequentare gli ambienti intellettuali: lavorò alla RAI terzo programma e conobbe Eco, Calvino, Arbasino e altri futuri avanguardisti. Dal 1959 intraprese una terapia psicoanalitica junghiana con Ernst Bernhard che si protrasse fino al 1965 (Bernhard morì quell’anno). Questa analisi fu decisiva: dagli appunti in terapia nacque la bozza del suo primo libro Hilarotragoedia. Esordì infatti tardi, nel 1964, a 42 anni, con Hilarotragoedia che subito lo impose come scrittore d’avanguardia. Nel frattempo insegnava inglese nelle scuole superiori (fece il professore fino alla metà anni ’60). Negli anni ’60 collaborò attivamente col Gruppo 63 e fu condirettore della collana “La ricerca letteraria” di Einaudi. Più tardi lavorò come consulente per Adelphi (casa editrice vocata a letteratura mitteleuropea e esoterica, in linea con i suoi gusti). Fu anche traduttore eccellente dall’inglese: tradusse Poe, Eliot, Yeats, e scrisse saggi su questi autori. Negli anni ’70 e ’80 intensificò la produzione letteraria e giornalistica. Morì nel 1990 a Roma, in circostanze quasi grottesche (colto da malore mentre si infilava un calzino, come lui stesso scherzosamente aveva predetto di poter morire). Alcuni elementi biografici rifluiti nell’opera: la profonda erudizione (fin da ragazzo divorava i classici italiani e inglesi, i miti, la filosofia), il tormento interiore (la sua scrittura molto visionaria riflette un animo tormentato, e la tendenza all’isolamento), e l’ironia auto-dissacrante (fino agli ultimi giorni mantenne un umorismo nero su se stesso). Era noto
per frasi paradossali e fulminanti interviste, che rivelano la coincidenza di vita e letteratura nel suo caso.
Manganelli fu un teorico e pratico della letteratura come finzione pura. Letteratura come menzogna e gioco formale: Egli concepisce la scrittura come gioco combinatorio di parole, suoni e strutture, svincolato dall’obbligo di senso o di rappresentazione. La sua formula: “una sorta di magia capace di trasformare la realtà in menzogna, riducendola a un puro gioco di forme quali sono i suoni delle parole stesse”. In altre parole, Manganelli prende la realtà, la smonta e la ricrea in un mondo parallelo di linguaggio, dove la coerenza è interna e non connessa al mondo esterno. Primato della forma sul contenuto: per lui la forma conta più del contenuto , e lo scrittore è un buffone che s’illude (o finge) di portare messaggi. Infatti sosteneva polemicamente che l’idea dello scrittore come profeta o educatore è ridicola: lo scrittore è piuttosto un mago , un buffone , un mentitore di professione. Nei suoi testi spesso ironizza su se stesso scrittore, definendosi “ciarlatano” (ha anche un’opera intitolata Il vescovo e il ciarlatano su temi psicologici ). Quindi la sua poetica è anti-impegnata per eccellenza: la letteratura è auto-referenziale , meta-letteraria, metaletteratura reinventata. Invenzione di generi personali: Manganelli non segue i generi consueti: crea il racconto-visione (testi tra sogno, allegoria e delirio raziocinante) e l’alterna col trattato paradossale (falsi saggi su argomenti assurdi, come l’elogio del tiranno). Questa ibridazione di visionarietà narrativa e saggismo è una cifra unica (da cui l’affermazione che “non lo si può imbrigliare in un genere” ). Visione cupa e cinica dell’esistenza:
con i suoi labirinti sonori e concettuali, invitandolo a perdersi nel gioco illusorio e magnifico della letteratura.