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Moravia e gli Indifferenti, Appunti di Italiano

appunti utili su Moravia, sulla vita e sull'analisi de Gli Indifferenti

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 11/06/2022

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MORAVIA
Alberto Pincherle nasce a Roma il 28 novembre 1907, in Via Sgambati, nei pressi di via
Pinciana. Il cognome Moravia con il quale sarà conosciuto è il cognome della nonna
paterna. Il padre, Carlo Pincherle Moravia, architetto e pittore, era nato a Venezia da una
famiglia d'origine ebraica di Conegliano Veneto. La madre, Teresa Iginia De Marsanich,
detta Gina, era nata ad Ancona da una famiglia anticamente immigrata dalla Dalmazia.
Nel 1916 si ammala di una tubercolosi ossea che lo costringerà, con un alternarsi di
miglioramenti e ricadute, a frequentare in modo irregolare la scuola. Dal 1921 al 1923
Moravia è costretto dalla malattia a trascorrere la degenza a casa, a Roma. Compone dei
versi in francese e in italiano. Dal 1924 al 1925 è ricoverato al sanatorio Codivilla di Cortina
d'Ampezzo. Si trasferisce poi per la convalescenza a Bressanone. Inizia la stesura de "Gli
indifferenti", romanzo sul quale lavorerà per tre anni. Nel 1929 esce presso la casa editrice
Alpes di Milano, e a sue spese, "Gli indifferenti"grazie a un prestito di cinquemila lire avuto
dal padre.All’attività di romanziere Alberto Moravia alterna quella di giornalista, che gli
permette, nonostante i problemi di salute, di viaggiare all’estero e di scrivere diversi
reportage. Per via di una serie di problemi economici, inoltre, si occupa di sceneggiature
cinematografiche che però, avendo origini ebraiche, non può firmare col suo vero nome a
causa delle leggi razziali del 1938.Nel 1941 Alberto Moravia sposa una delle più importanti
narratrici del nostro secondo dopoguerra, Elsa Morante. Sono gli anni del conflitto mondiale
ed escono le raccolte di racconti L'amante infelice (1943), bloccato dalle autorità, L'epidemia
(1944), ma soprattutto una delle sue opere più amate e discusse: il romanzo breve Agostino
(1944), che appare in una tiratura limitata ed illustrata da due disegni di Guttuso. Nel
frattempo, dopo l'8 settembre 1943, quando viene a sapere che il suo nome è sulla lista
stilata dai nazisti delle persone da arrestare, Alberto Moravia fugge da Roma e, con Elsa
Morante, si nasconde a Sant'Agata di Fondi, fin quando l'avanzata dell'esercito alleato
restituisce a entrambi la libertà.Negli anni Cinquanta, a Roma, e con il supporto di Carocci,
Alberto Moravia fonda la rivista Nuovi Argomenti 1953 e si occupa della redazione insieme a
Pier Paolo Pasolini ed Enzo Siciliano. Escono i Racconti romani (Premio Marzotto) e Il
disprezzo. Nel 1955 pubblica su Botteghe Oscure la tragedia Beatrice Cenci e inizia a
collaborare come critico cinematografico a L'Espresso. Nel 1957 viene pubblicato La
ciociara (1957), nel 1958 Un mese in URSS, nel 1959 Nuovi racconti romani e nel 1960 La
noia, con cui Moravia si aggiudica il Premio Viareggio. Nel 1962 Moravia si separa
definitivamente da Elsa Morante e va a vivere con un’altra scrittrice, Dacia Maraini, con cui
fonda, poco dopo, la Compagnia del Porcospino nel teatro di via Belsiana a Roma.Dal 1979
al 1983 Alberto Moravia è membro della Commissione di selezione alla Mostra del Cinema
di Venezia e inviato speciale del Corriere della sera (1975-1981). Per L'Espresso cura
un'inchiesta sulla bomba atomica. Nel 1984 si presenta alle elezioni europee come
indipendente nelle liste del Pci, e diventa deputato al Parlamento Europeo (1984-1989).
Tuttavia non può dirsi un intellettuale marxista: Alberto Moravia, infatti, rappresenta,
piuttosto, un modello di pensatore laico e illuminista, che può servirsi del marxismo, ma
come strumento di conoscenza e non come ricetta sociale e politica. Il 26 settembre 1990 lo
scrittore muore nella sua casa di Roma.
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MORAVIA

Alberto Pincherle nasce a Roma il 28 novembre 1907, in Via Sgambati, nei pressi di via Pinciana. Il cognome Moravia con il quale sarà conosciuto è il cognome della nonna paterna. Il padre, Carlo Pincherle Moravia, architetto e pittore, era nato a Venezia da una famiglia d'origine ebraica di Conegliano Veneto. La madre, Teresa Iginia De Marsanich, detta Gina, era nata ad Ancona da una famiglia anticamente immigrata dalla Dalmazia. Nel 1916 si ammala di una tubercolosi ossea che lo costringerà, con un alternarsi di miglioramenti e ricadute, a frequentare in modo irregolare la scuola. Dal 1921 al 1923 Moravia è costretto dalla malattia a trascorrere la degenza a casa, a Roma. Compone dei versi in francese e in italiano. Dal 1924 al 1925 è ricoverato al sanatorio Codivilla di Cortina d'Ampezzo. Si trasferisce poi per la convalescenza a Bressanone. Inizia la stesura de "Gli indifferenti", romanzo sul quale lavorerà per tre anni. Nel 1929 esce presso la casa editrice Alpes di Milano, e a sue spese, "Gli indifferenti"grazie a un prestito di cinquemila lire avuto dal padre.All’attività di romanziere Alberto Moravia alterna quella di giornalista, che gli permette, nonostante i problemi di salute, di viaggiare all’estero e di scrivere diversi reportage. Per via di una serie di problemi economici, inoltre, si occupa di sceneggiature cinematografiche che però, avendo origini ebraiche, non può firmare col suo vero nome a causa delle leggi razziali del 1938.Nel 1941 Alberto Moravia sposa una delle più importanti narratrici del nostro secondo dopoguerra, Elsa Morante. Sono gli anni del conflitto mondiale ed escono le raccolte di racconti L'amante infelice (1943), bloccato dalle autorità, L'epidemia (1944), ma soprattutto una delle sue opere più amate e discusse: il romanzo breve Agostino (1944), che appare in una tiratura limitata ed illustrata da due disegni di Guttuso. Nel frattempo, dopo l'8 settembre 1943, quando viene a sapere che il suo nome è sulla lista stilata dai nazisti delle persone da arrestare, Alberto Moravia fugge da Roma e, con Elsa Morante, si nasconde a Sant'Agata di Fondi, fin quando l'avanzata dell'esercito alleato restituisce a entrambi la libertà.Negli anni Cinquanta, a Roma, e con il supporto di Carocci, Alberto Moravia fonda la rivista Nuovi Argomenti 1953 e si occupa della redazione insieme a Pier Paolo Pasolini ed Enzo Siciliano. Escono i Racconti romani (Premio Marzotto) e Il disprezzo. Nel 1955 pubblica su Botteghe Oscure la tragedia Beatrice Cenci e inizia a collaborare come critico cinematografico a L'Espresso. Nel 1957 viene pubblicato La ciociara (1957), nel 1958 Un mese in URSS, nel 1959 Nuovi racconti romani e nel 1960 La noia, con cui Moravia si aggiudica il Premio Viareggio. Nel 1962 Moravia si separa definitivamente da Elsa Morante e va a vivere con un’altra scrittrice, Dacia Maraini, con cui fonda, poco dopo, la Compagnia del Porcospino nel teatro di via Belsiana a Roma.Dal 1979 al 1983 Alberto Moravia è membro della Commissione di selezione alla Mostra del Cinema di Venezia e inviato speciale del Corriere della sera (1975-1981). Per L'Espresso cura un'inchiesta sulla bomba atomica. Nel 1984 si presenta alle elezioni europee come indipendente nelle liste del Pci, e diventa deputato al Parlamento Europeo (1984-1989). Tuttavia non può dirsi un intellettuale marxista: Alberto Moravia, infatti, rappresenta, piuttosto, un modello di pensatore laico e illuminista, che può servirsi del marxismo, ma come strumento di conoscenza e non come ricetta sociale e politica. Il 26 settembre 1990 lo scrittore muore nella sua casa di Roma.

GLI INDIFFERENTI

Dove e quando è stato scritto? Il primo romanzo di Alberto Moravia, Gli indifferenti, è stato scritto dall’autore durante la sua permanenza a Bressanone dopo il ricovero all’Istituto Codivilla di Cortina a causa della tubercolosi ossea di cui soffriva sin da bambino. Pubblicato nel 1929. Moravia scrive Gli indifferenti a soli 18 anni e il giornalista del Corriere della Sera Pietro Pancrazi ne scrive una recensione dal titolo Il realismo di Moravia, che contribuisce al successo dell'opera. È il romanzo che segna, all'interno del grande sperimentalismo della letteratura del Novecento, l'inizio della corrente neo-realista italiana, che si carica dei drammi sociali di un Paese tormentato. È una letteratura triste e drammatica, priva di ideali, definita da Benedetto Croce come “letteratura del vuoto”, in cui i personaggi vivono “come se” e non in forma diretta. Quando Alberto Moravia cominciò a scrivere questo capolavoro, nel 1925, non aveva ancora compiuto diciott'anni. Intorno a lui l'ltalia, alla quale Mussolini aveva imposto la dittatura, stava dimenticando lo scoppio d'indignazione e di ribellione suscitato nel 1924 dal delitto Matteotti e scivolava verso il consenso e i plebisciti per il fascismo. Il giovane Moravia non si interessava di politica, ma il ritratto che fece di un ventenne di allora coinvolto nello sfacelo di una famiglia borghese e dell'intero Paese doveva restare memorabile. Il fascismo eleva l'insidia moderna dell'indifferenza a condizione esistenziale assoluta TRAMA La trama ruota attorno alle vicende di una famiglia della buona borghesia romana del tempo, gli Ardengo. Nonostante la loro situazione economica si sia fatta complicata, nessuno dei componenti del nucleo familiare – né la madre vedova Mariagrazia, né i due figli ventenni Michele e Carla – sembra in grado di rinunciare agli agi cui è stato abituato. A gestire, in maniera poco limpida, gli affari degli Ardengo ci pensa il controverso Leo Merumeci, amante di Mariagrazia. Quest’ultimo è un uomo viscido e calcolatore, il cui unico obiettivo è quello di mandare definitivamente in rovina la famiglia per acquistarne la casa a prezzo di saldo. Michele, Carla, Mariagrazia e persino Leo sono accomunate dalla solitudine, dall’apatia e da una pesante insofferenza verso tutto ciò che le circonda. La vicenda si svolge prettamente nella villa degli Ardengo. La famiglia, composta da Maria Grazia e i suoi due figli Carla e Michele, è una famiglia borghese in evidente decadenza e non possono nemmeno permettersi di mantenere la casa di famiglia. Leo Merumeci, amante di Maria Grazia, vuole acquistare la residenza e vorrebbe anche una relazione con la giovane Carla, tanto che sono svariati i tentativi che fa per poter approfittare di lei. Maria Grazia si rende conto delle poche attenzioni che le da il compagno e incomincia a sospettare che egli si sia invaghito della sua amica Lisa, amica che tuttavia ha solo occhi per il giovane Michele. Quest’ultimo, d’altro canto, non prova nessun interesse per la donna he cerca di ottenere attenzioni rivelandogli il rapporto segreto tra Carla e Merumeci. Il giovane inizialmente non si mostra particolarmente scosso ma poi decide di vendicarsi uccidendo l’uomo, vendetta che però non riesce a portare a compimento. Intanto Leo chiede la mano a Carla che, mossa più dal desiderio di una nuova vita che da quello di amore, accetta. A questo punto, per evitare che la villa sia venduta a un miglior offerente, Leo chiede in sposa Carla. La ragazza accetta la proposta di matrimonio, anche se conosce bene i comportamenti negativi che Leo ha avuto nei confronti della madre, semplicemente perché attratta dall’idea di una vita borghese e benestante per lei e per i suoi familiari. I due fratelli

Venendo al fulcro degli Indifferenti, Moravia non descrive l'atto sessuale in sé, ma il momento appena precedente, delineando in modo molto preciso le perplessità di Carla, che si raggomitola nelle coperte e non vuole vedere il suo amante. La ragazza vuole osare, ma ha paura. Per esprimere questo salto alla maturità l'autore si rifà ad un illustre modello: l'addio ai monti manzoniano, dove però la svolta di Lucia è di tutt'altro tipo e più innocente. Lo spazio del letto si configura come una sorta di nuova prigione per Carla, che sente indifferenza per Leo e nostalgia della madre. In Leo non c'è romanticismo, è un personaggio grossolano ed arrogante che alla fine ha la meglio. È l'unico personaggio “vincente” del romanzo. La rappresentazione di Michele è condotta sottolineando l'assenza in lui di ogni qualità. È un antieroe, un inetto che ricorda i personaggi di Svevo, ma che probabilmente Moravia ricava dalle letture giovanili di Dostoevskij e dai testi teatrali di Pirandello. Michele è privo di pulsioni, gelido e agisce per noia. L'acquisto della pistola è dettato da un dovere di ribellione più che da una reale indignazione e dallo sdegno per la morale offesa. La scena dello sparo che va a vuoto è tragicomica e si allontana completamente dalla scena madre romantica in cui la giustizia si fa strada e i colpevoli vengono puniti. Il romanzo termina con una festa in maschera, che conclude l'andamento circolare dell'opera, dove niente si è evoluto. Moravia vuole denunciare l'ipocrisia di questo mondo borghese, in cui i personaggi continuano a comportarsi senza alcuna ideologia positiva e in cui manca completamente anche l'orizzonte religioso. Uno dei motivi principali per cui ha senso rileggere questo romanzo pubblicato nel 1929 sta proprio nei protagonisti del libro, che presentano tutti quei difetti che oggi riconosciamo in una larga parte della popolazione. Ci sarebbero già tutte le premesse per la più classica delle tragedie, ma con questi attori, la tragedia non può esistere come tale. Anche Moravia, che pure aveva inizialmente concepito il libro come una tragedia in forma di romanzo, si era reso conto dell’impossibilità di dare al romanzo un impianto tradizionalmente tragico. In L’uomo come fine e altri saggi scriveva: “Mi si chiariva insomma l’impossibilità della tragedia in un mondo nel quale i valori non materiali parevano non aver diritto di esistenza e la coscienza morale si era incallita fin al punto in cui gli uomini, muovendosi per solo appetito, tendono sempre più a rassomigliare ad automi”. I protagonisti del libro agiscono solo per il proprio tornaconto personale e non hanno paura di compromettere rapporti umani, anche stretti, per questo. L’indole dei personaggi è legata al periodo storico in cui è ambientato il romanzo. In un saggio dedicato all’opera di Moravia, Edoardo Sanguineti faceva notare quanto l’indifferenza si potesse configurare come “la nuova condizione dell’uomo borghese nel momento in cui assume una sua critica coscienza, cioè precisamente una coscienza di crisi”. E la crisi economica e morale che viviamo oggi non è molto diversa. Personaggi come Merumeci sono il prototipo di un’umanità che vive alla giornata, perdendo qualunque tipo di prospettiva: “Quando si fa una cosa non bisogna pensare ad altro...; per esempio quando lavoro non penso che a lavorare... quando mangio non penso che a mangiare... e così di seguito... allora tutto va bene…”. Leo Merumeci assomiglia al fantoccio della pubblicità del rasoio, che nel libro è condannato a comunicare imperterrito lo slogan “L’essenziale è che rade”, e in fondo non è che l’ennesimo teorico del

“basta che funzioni”. Gli adulti, nel libro, sono tutti convinti che la soluzione ai loro problemi sia nella semplificazione. Spesso Moravia avvicina Gli Indifferenti alla poetica di Pirandello. In Sei personaggi in cerca d’autore la Figliastra, che effettivamente tanto ha in comune con la Carla di Moravia, dice una frase che sarebbe stata benissimo a un qualunque personaggio del libro: “Si è costretti a semplificarla la vita – così, bestialmente – buttando via tutto l’ingombro umano d’ogni casta aspirazione, d’ogni puro sentimento, idealità, doveri, il pudore, la vergogna”. Mariagrazia, amante di Leo e madre di Carla e Michele, è una donna che ha capito quanto recitare il ruolo che ci si aspetterebbe da lei sia più comodo. Il suo auto-dipingersi come una perenne vittima degli eventi le dà una dimensione quasi caricaturale, ma è una scelta calcolata. Quando finge di svenire colpita da un posacenere lo fa unicamente perché lamentarsi senza reagire è una prerogativa della figura che, per pura convenienza, si trova a interpretare. I protagonisti più giovani sono coscienti dell’inautenticità del loro ambiente sociale, ma la loro patologica indifferenza finisce inevitabilmente per frenarli dal sovvertirlo. Michele sembra ribellarsi a quei meccanismi in cui è imprigionata la madre, entrando in conflitto con la sgradevole figura del Merumeci, rappresentante di un ricco establishment che gli impedisce di uscire dal guscio familiare e di vivere una vita autonoma. Come spiega Jane E. Cottrell, le azioni di Michele sono depotenziate però dalla sua costante apatia e da quella noia da cui non riesce a scappare. A Michele tutto ciò che accade sembra irreale e ciò gli impedisce di agire come vorrebbe. Non è in grado neanche di arrabbiarsi con chi, come Merumeci o sua madre, pone sul nascere un freno alle sue iniziative. La rivolta da lui orchestrata finisce così per essere solo apparente. Anche Michele è infatti troppo alienato e vuoto per avere la forza necessaria a evadere dalla sua prigione. L’insofferenza perenne che lo blocca è per lui fonte di un continuo tormento, e lo afferma: “Amor filiale, odio contro l’amante di sua madre, affetto familiare, tutti questi erano sentimenti che egli non conosceva... ma che importava? Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede. Insomma una montatura? Già, nient’altro che una montatura”. La decisione finale di fingere non è però per Michele naturale come lo è per sua madre. C’è una forte intenzionalità nelle sue azioni che rende la sua recita insoddisfacente. Michele, in conclusione, fallisce anche quando si impone di rispondere alle aspettative di quella società di cui coglie l’ipocrisia: “Io non so fingere... e allora, capisci, a forza di sentimenti, di gesti, di parole, di pensieri falsi, la mia vita diventa tutta una commedia mancata…”. L’incapacità d’interpretazione è un risvolto dell’impossibilità di Michele di agire. Durante tutto il libro quello che Michele “non fa” acquista più rilevanza di quello che prova quantomeno ad abbozzare. Il posacenere, che colpisce Mariagrazia al posto di Leo, o la rivoltella scarica al momento di eseguire l’omicidio dell’amante di sua madre, sono tutti elementi che contribuiscono a dipingere un’immagine grottesca, quasi ridicola del giovane perennemente inadeguato. Anche l’unico gesto attivo che sembrerebbe certificare l’odio di Michele per Leo Merumeci non è dettato da un sano orgoglio ma, ancora una volta, dall’indifferenza. Non rifiuta infatti l’aiuto di un rappresentante dell’élite corrotta per rendere chiaro quanto si senta diverso dai membri di un certo sistema, a spingere Michele a dire di no alla proposta di Merumeci, che vorrebbe trovargli un’occupazione, è l’insofferenza verso il lavoro e la realizzazione sociale che dovrebbe comportare.