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POCOINCHIOSTRO _ TRIFONE, Sintesi del corso di Sociolinguistica

Il libro riproduce il soprannome di un 20enne pugliese che negli anni dell’unificazione italiana scriveva lettere di ricatto per varie bande di briganti. Angelo Michele Ciavarella di San Marco in Lamis svolgeva un servizio richiestissimo, dato che i briganti erano in gran parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che provvedesse alla stesura delle loro richieste estorsive.

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 28/09/2021

Noemi28
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POCOINCHIOSTRO _ TRIFONEPREMESSA
Il libro riproduce il soprannome di un 20enne pugliese che negli anni dell’unificazione
italiana scriveva lettere di ricatto per varie bande di briganti. Angelo Michele Ciavarella di
San Marco in Lamis svolgeva un servizio richiestissimo, dato che i briganti erano in gran
parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che provvedesse alla stesura delle loro
richieste estorsive. La necessità di scrivere i messaggi criminali si ripresentava con
notevole frequenze, spesso gli capitava di restare a calamaio asciutto: di qui il suo
soprannome Pocoinchiostro. Gli effetti che prima del 900 ha legato la scarsa diffusione
della cultura, evocata attraverso il simbolo dell’inchiostro, e la scarsa diffusione della
lingua comune. Il titolo può riferirsi anche all’attuale declino dell’uomo di penna, in seguito
all’affermazione dei nuovissimi mezzi di comunicazione che propongono multiple
opportunità di conoscenza, di intercambio e di espressione. Di recente un gruppo di storici
dell’italiano hanno ribadito all’unisono l’importanza del nesso che lega la lingua alla
cultura, e abbia sottolineato in particolare la centralità dell’insegnamento dell’italiano nella
scuola. l’educazione linguistica intesa anche come una forma di educazione civica. Questo
nesso di lingua e cultura si manifesta con maggiore evidenza quando entrano in gioco le
scelte di fondo dell’intera comunità nazionale, una comunità capace di riconoscere che la
propria unificazione linguistica ma è invece il frutto di un travagliato processo che ha
richiesto l’impegno attivo di molte generazioni di italiani.
1. L’ITALIANO COMUNE NELLA STORIA
Italofonia e semi-italofonia
Le testimonianze del passato consegnate alla scrittura e trasmesse ai posteri tendono per
lo + a svalutare ciò che appare comune. L’insufficienza e la lacunosità delle fonti sono
spesso gli scogli maggiori che incontrano i tentativi di ricostruire non solo la fisionomia e
gli sviluppi delle varietà dialettali, ma anche l’entità, le caratteristiche e le condizioni delle
esperienze superdialettali e delle manifestazione dell’italiano parlato. I testi in cui si riflette
la lingua diversa dell’uso domestico e popolare contribuiscono a comporre il quadro
dell’italiano nascosto. Testa dice che un tipo di lingua che tende a rimanere fuori dal
campo visivo della storia anche perché i suoi umili reperti sono soggetti alla clandestinità e
alla dispersione in misura molto maggiore rispetto alle + prestigiose scritture di carattere
pubblico ed elevato. Un punto di vista rigorosamente normativo, diffuso nelle grammatiche
del passato, porta a identificare l’italiano comune con il tradizionale buon uso della lingua,
mentre un punto di vista molto + liberale consente di estenderne l’ambito fino all’italiano
locale o regionale. La nozione di italiano comune adottata nel presente lavoro tiene conto
di due diversi presupposti, uno di ordine storico e l’altro di ordine teorico. Il primo di questi
presupposti è la straordinaria influenza che l’istruzione ha avuto nel passato e continua ad
avere ancora oggi, sullo sviluppo della capacità di usare l’italiano non solo nello scritto ma
anche nel parlato. Ne discende l’esigenza di non confondere l’italiano dei colti con quello +
incerto e instabile delle persone scarsamente istruite con quello degli analfabeti. Il
secondo dei presupposti ha come forza di principio generale: si tratta dell’inadeguatezza di
una visione astrattamente formalistica a rendere conto di una realtà articolata e dinamica
come quella della lingua d’uso. Uno dei riflessi di tale considerazione è la necessità di
ridimensionare e correggere censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte
irregolarità del parlato, inclusi i residui linguistici locali o regionali tuttora frequenti. Sulla
base di questi presupposti, distingueremo un italiano comune propriamente detto e un
italiano solo parzialmente comune: il primo si riferisce a una situazione sostanziale
competenza dell’italiano parlato (italofonia), accompagnata da una buona o discreta
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POCOINCHIOSTRO _ TRIFONE PREMESSA

Il libro riproduce il soprannome di un 20enne pugliese che negli anni dell’unificazione italiana scriveva lettere di ricatto per varie bande di briganti. Angelo Michele Ciavarella di San Marco in Lamis svolgeva un servizio richiestissimo, dato che i briganti erano in gran parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che provvedesse alla stesura delle loro richieste estorsive. La necessità di scrivere i messaggi criminali si ripresentava con notevole frequenze, spesso gli capitava di restare a calamaio asciutto: di qui il suo soprannome Pocoinchiostro. Gli effetti che prima del 900 ha legato la scarsa diffusione della cultura, evocata attraverso il simbolo dell’inchiostro, e la scarsa diffusione della lingua comune. Il titolo può riferirsi anche all’attuale declino dell’uomo di penna, in seguito all’affermazione dei nuovissimi mezzi di comunicazione che propongono multiple opportunità di conoscenza, di intercambio e di espressione. Di recente un gruppo di storici dell’italiano hanno ribadito all’unisono l’importanza del nesso che lega la lingua alla cultura, e abbia sottolineato in particolare la centralità dell’insegnamento dell’italiano nella scuola. l’educazione linguistica intesa anche come una forma di educazione civica. Questo nesso di lingua e cultura si manifesta con maggiore evidenza quando entrano in gioco le scelte di fondo dell’intera comunità nazionale, una comunità capace di riconoscere che la propria unificazione linguistica ma è invece il frutto di un travagliato processo che ha richiesto l’impegno attivo di molte generazioni di italiani.

  1. L’ITALIANO COMUNE NELLA STORIA Italofonia e semi-italofonia Le testimonianze del passato consegnate alla scrittura e trasmesse ai posteri tendono per lo + a svalutare ciò che appare comune. L’insufficienza e la lacunosità delle fonti sono spesso gli scogli maggiori che incontrano i tentativi di ricostruire non solo la fisionomia e gli sviluppi delle varietà dialettali, ma anche l’entità, le caratteristiche e le condizioni delle esperienze superdialettali e delle manifestazione dell’italiano parlato. I testi in cui si riflette la lingua diversa dell’uso domestico e popolare contribuiscono a comporre il quadro dell’italiano nascosto. Testa dice che un tipo di lingua che tende a rimanere fuori dal campo visivo della storia anche perché i suoi umili reperti sono soggetti alla clandestinità e alla dispersione in misura molto maggiore rispetto alle + prestigiose scritture di carattere pubblico ed elevato. Un punto di vista rigorosamente normativo, diffuso nelle grammatiche del passato, porta a identificare l’italiano comune con il tradizionale buon uso della lingua, mentre un punto di vista molto + liberale consente di estenderne l’ambito fino all’italiano locale o regionale. La nozione di italiano comune adottata nel presente lavoro tiene conto di due diversi presupposti, uno di ordine storico e l’altro di ordine teorico. Il primo di questi presupposti è la straordinaria influenza che l’istruzione ha avuto nel passato e continua ad avere ancora oggi, sullo sviluppo della capacità di usare l’italiano non solo nello scritto ma anche nel parlato. Ne discende l’esigenza di non confondere l’italiano dei colti con quello + incerto e instabile delle persone scarsamente istruite né con quello degli analfabeti. Il secondo dei presupposti ha come forza di principio generale: si tratta dell’inadeguatezza di una visione astrattamente formalistica a rendere conto di una realtà articolata e dinamica come quella della lingua d’uso. Uno dei riflessi di tale considerazione è la necessità di ridimensionare e correggere censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte irregolarità del parlato, inclusi i residui linguistici locali o regionali tuttora frequenti. Sulla base di questi presupposti, distingueremo un italiano comune propriamente detto e un italiano solo parzialmente comune: il primo si riferisce a una situazione sostanziale competenza dell’italiano parlato (italofonia), accompagnata da una buona o discreta

competenza della lingua scritta; il secondo configura invece una situazione di semi- italofonia, caratterizzata dalla permanenza di una quota significati di elementi linguistici locali o regionali, che nello scritto si affiancano a varie anomalie e infrazioni del codice grafico. L’italiano comune propriamente detto, dal 500 all’800, viene usato prevalentemente dagli alfabetizzati post- elementari nello scritto, nel parlato formale, tende a conservare tratti linguistici locali o regionali anche nell’oralità controllata di celebri letterati, intellettuali e scienziati. Sia le persone colte sia altre dotate di una buona alfabetizzazione pervenivano all’italofonia così intesa, i cosiddetti semicolti riuscivano invece a scrivere e parlare in una varietà di italiano locale o regionale o comunque in una varietà intermedia tra la lingua e il dialetto, con maggiore persistenza di forme dialettali. La sostanziale italofonia dei colti si opponeva alla semi-italofonia dei semi-colti, ed entrambe si opponevano alla dialettofonia di gran parte degli analfabeti (maggioranza degli italiani). Gli italiani locali o regionali sono varietà intermedie tra lingua e dialetti, precisando che si tratta di varietà marcate sia sul piano diatopico (geografico), sia sul piano diafasico (situazionale) e diastratico (sociale), le quali si collocano dal punto di vista del prestigio + in alto dei rispettivi dialetti e + in basso della lingua comune. Queste varietà locali o regionali erano realmente intermedie solo per un’esigua minoranza di parlanti colti; mentre le stesse varietà diventavano componenti di livello apicale per i semicolti, e restavano invece scarsamente accessibili e difficilmente utilizzabili per moltissimi analfabeti. I litterati potevano avvalersi di una ricca e flessibile gamma di registri diafasici. Gli illitterati totali o parziali riuscivano a esprimersi soltanto nelle varietà segnate in diversa misura da un marchio di subalternità, con l’unica magra consolazione che il loro ben + umile status sociolinguistico era condiviso da circa il 90% dell’intera popolazione, tra semi-italofoni e dialettofoni. Anche nei decenni successivi all’unificazione nazionale l’uso del parlato della lingua comune continuerà a ristagnare. nel 1890 Pirandello mette a fuoco con lucidità alcuni nodi fondamentali della questione, a cominciare dalla correlazione tra i dislivelli sociolinguistici e quelli socioculturali. “i letterati non conoscono altra lingua che quella dei libri: mentre gl’illetterati continuano a parlare quella a cui sono abituati”. Inoltre Pirandello fa un’interessante allusione a una terza categoria di parlanti, intermedia rispetto a quelle da lui individuate dei letterati italofoni e degli illetterati dialettofoni: la categoria dei non del tutto illetterati. “L’uso della lingua italiana non esiste”. Ne consegue che un siciliano e un piemontese non del tutto illetterati messi insieme a parlare dovranno accontentarsi di arrotondare alla meglio i loro dialetti. Coloro che parlavano in italiano smussando i rispettivi dialetti riuscivano però a scrivere in un discreto italiano standard. Gli aspetti residuali dell’interferenza con l’idioma nativo, sarebbero del tutto equiparabili ai fenomeni che caratterizzavano normalmente l’italiano parlato della grande maggioranza delle persone colte. Qualora escludessimo dal conto tutti coloro che conservano tracce di usi linguistici locali nel loro eloquio, la quota degli italofoni si abbasserebbe quasi fino allo zero assoluto. Una visione + realistica dell’imperfezione umana, inducendo nel contempo a graduare il rendimento linguistico dei buoni italografi. Dardano sottolinea che nella storia della lingua non si hanno contrapposizioni assolute, ma gradazioni e convivenze. Una parte rilevante della produzione in italiano assume caratteri e forme di molteplice e talora vertiginosa diversità. In effetti la policromia degli usi deflagra negli appariscenti provincialismi della fonetica e del lessico. Italiano neo-standard e italiano comune Nel corso del 900 i progressi sempre maggiori dell’istruzione e la comparsa sulla scena dei nuovi potenti mass media hanno ampliato le opportunità di accesso popolare

confusione persino nelle coscienze + aperte e mature. Castellani riconduce la nuova varietà identificata da Sabatini a un italiano nomale o italiano senza aggettivi, diffuso e vitale da tempo anche nello scritto. Dardano non riconosce un’identità propria al neo- standard, considerandolo come un fascio di tratti che attraversa + di una varietà dell’italiano di oggi. La lingua ha una conformazione e un’evoluzione di tipo diverso rispetto agli organismi biologici. Le varianti della classificazione non cambiano sostanza delle cose. Il ritardo della piena affermazione di lui soggetto e altre vicende analoghe confermano che l’ultimo mezzo secolo ha visto aumentar in misura considerevole la diffusione la vitalità dell’italiano di registro informale. Questo processo è stato favorito dalla crescita della lingua comune nel suo insieme, che ha sollecitato i parlanti a configurare in termini meno rigidi e meno libreschi anche il codice scritto o alcuni suoi consistenti settori.

  1. PARLARE LA STESSA LINGUA Una sanguinosa gaffe Ormai alla metà degli anni ’60 e il passaggio dall’Italia del boom economico, della scuola di massa, dell’edonismo consumista, dell’omologazione televisiva aveva determinato un’evidente frattura tra le generazioni. È significativo che nella prima metà dell’800 i dizionari accostassero la frase parlare la stessa lingua a essere della stessa nazione, come a sottintendere la sua fondamentale inapplicabilità al territorio e al popolo di un paese come l’italia, che a quel tempo una nazione non lo era ancora. A nessuno è mai venuto in mente che parlare la stessa lingua potesse significare anche essere in sintonia e intendersi reciprocamente. Questo valore figurato si affermerà solo nel 900, quando gli Italiani cominceranno effettivamente a parlare la stessa lingua anche in senso letterale. Il parlare la stessa lingua può avere la coesione di una comunità e specialmente l’importanza che la coscienza collettiva degli italiani di oggi attribuisce al fatto di parlare la stesa lingua. Dal 300 all’800 le base dell’unità linguistica italiana, oltre che di quella culturale, sono state poste prevalentemente da litterati, anche a diversi livelli di competenza. Naturalmente questi alfabetizzati virtualmente italofoni stabilivano relazioni di vario tipo con gli analfabeti dialettofoni, che hanno partecipato in una certa misura al processo di italianizzazione linguistica; ma non è possibile ignorare che lungo tutto l’ moltissimi osservatori esprimono giudizi estremamente negativi sulla circolazione dell’italiano parlato. Secondo Pellegirini “è risaputo che la comprensione reciproca tra un italiano del Nord e uno del sud si esprimono in un mezzo linguistico locale e arcaico non influenzato dalla koinè italiana, risulta quasi sempre impossibile”. Queste parole intendono descrivere la situazione degli anni 70 del900, quando l’italiana era già nel pieno dell’età televisiva. Almeno fino alla metà dell’800 gli italiani non parlavano la stessa lingua. Brevini osserva che nell’italia dell’800 i rapporti con chi proveniva da un’area regionale diversa dalla propria erano caratterizzati da una strisciante xenofobia. il senso di estraneità all’italia e la frequente avversione reciproche tra le varie comunità del paese potevano indurre a considerare gli altri italiani alla stregua di forestieri e nemici. La mancanza della comune lingua fa notare con grande acutezza Giordani, ha un peso maggiore della frammentazione politica del paese, dal momento che il senso di appartenenza scarseggia anche nei cittadini di uno stesso stato preunitario. Bruni sottolinea la funzione fondamentale svolta sul piano politico-culturale dalla lingua scritta (il parlato contribuisce a un senso di identità etnica o di tribù o di stirpe mentre è la lingua scritta che contribuisce a una nazione che non sia la pura espressione di un’etnia). Comunicazione asimmetrica ed esercizio del potere

Dalla costruttiva aleatorietà di una ricerca sulle vicende dell’italiano parlato da realizzarsi per forza di cose attraverso l’analisi di documenti scritti. Tale consapevolezza mi ha indotto a diffidare dalle prove che mi pareva di raccogliere e delle deduzioni che mi sforzavo di trarne. Muratori o Foscolo si mostrano ora favorevoli ora contrari all’ipotesi dell’esistenza dell’italiano comune parlato, e evidenziano le loro osservazioni che possono risultare + scomode, in quanto non immediatamente riconducibili a una coerente linea di pensiero. esponendo francamente i punti di difficoltà o incertezza, ho cercato di risolverli attraverso un’analisi + attenta del contesto di cui fanno parte. Dal 500 in poi abbonda la documentazione diretta e indiretta del frequente ricorso a varietà intermedie tra il dialetto e l’italiano, l’utilizzo di una di tali varietà intermedie da parte di un parlante non si accompagna sempre alla competenza della lingua comune. L’etichetta + adeguata resta quella di italiano locale o regionale, che può configurare una semi-italofonia. In italia è mancata la possibilità di dominare il repertorio linguistico: sottolineare che le condizioni linguistiche e le circostanze storiche hanno fatto di tale traguardo il privilegio di una determinata minoranza. La lingua non è paragonabile a un codice semiotico elementare, intuitivo e unidirezionale, come quello dei segnali e cartelli della strada; al contrario, si tratta di uno strumento di interazione comunicativa assai sofisticato, che racchiude in sé anche un flessibile modello di rappresentazione delle idee e di interpretazione della realtà. Per questo motivo le persone che parlano la stessa lingua non riescono sempre a comprendersi una con l’altra. Polimeni nota che nei Promessi Sposi aleggia un’idea di democrazia linguistica, l’idea che il singolo possa farsi protagonista e autore del racconto di sé. Ma questa nobile visione era lontana dalla realtà del 600 e dell’800, tanto che nei procedimenti giudiziari del passato veniva spesso richiesta la nomina di un interprete ufficiale. Dovendo riferire in dialetto agli accusati e ai testimoni le domande fatte in italiano dai magistrati, e quindi tradurre dal dialetto all’italiano le risposte dei primi. Si potrebbe anzi osservare che il dialetto, mancando per lo + di una sicura codificazione e di un regolare uso scritto, pone problemi maggiori rispetto a una lingua straniera, in particolare quando si renda necessario riprodurre fedelmente, in qualsiasi atto giuridico, i discorsi tenuti nell’idioma nativo da una delle parti interessate. La diffusa percezione de dialetti come lingue straniere, invece che come altre lingua d’Italia usate in ambito locale, potrà dirsi superata di fatto solo quando nel corso del 900, l’italiano non sarà + una specie di lingua straniera per una parte considerevole degli italiani, e tutti i parlanti della comunità nazionale non avranno + bisogno di un interprete per dialogare tra di loro. Incompetenza funzionale dell’italiano Ancora oggi, in un contesto iniziale di full immersion collettiva nell’italiano, esiste una minoranza di parlanti che sanno esprimersi quasi esclusivamente in dialetto, e che mostrano qualche difficoltà a comunicare con chi invece si esprime in lingua. Si tratta di inconvenienti della maggioranza degli analfabeti dialettofoni del’800, anche se ridotti dalla frequenza assai maggiore delle occasioni di contatto diretto o indiretto con l’italiano. L’intervistata presuppone una competenza passiva del dialetto nell’intervistatore, nella stessa misura in cui l’intervistatore presuppone una certa competenza almeno passiva dell’italiano dell’intervistata. La parlante dimostra una scarsa competenza attiva della lingua, come pure una sostanziale capacità di affrontare temi + ampi e + alti rispetto a quelli compresi nei limiti della sua immediata esperienza quotidiana.

  1. CHI COSTRUì TEDE DALLE 7 PORTE? Le scritture umili

compaiono in uno scritto di carattere formale inviato da un maestro di grammatica al primo cittadino del paese. Dalla stessa zone proviene anche la lettera di una persona scarsamente istruita che mostra i tipici trattamenti delle sorde e delle sonore, con una frequenza che ci dice quanto fossero radicate queste pronunce. In queste forme si riconoscono i segnali del + ampio processo che pota alla formazione delle varietà regionali di italiano. I dialetti cominciano a intraprendere con maggiore decisione un percorso di avvicinamento alla lingua. Questo cammino passa attraverso la nascita di sistemi linguistici fortemente innovativi che fioriscono allorchè gruppi sempre + numerosi di parlanti abituati al monolinguismo dialettale si sforzano di usare la lingua comun. In un primo tempo il fenomeno interessa soprattutto le grandi città, al cui interno gli idiomi in contatto tendono a stemperarsi uno nell’altro e a coagularsi in varietà delocalizzate, ognuna delle quali assume una fisionomia linguistica sostanzialmente italiana e nelle strutture fondamentali, ma con palesi tracce del dialetto di partenza. Nel corso del 900 la formazione di vaietà regioonali di italiano si estende progressivamente in tutte le aree del paese, divenendo la modalità principale dell’emancipazione della dialettofonia esclusiva e contribuendo all’evoluzione del repertorio linguistico nazionale. Secondo De Mauro “il momento in cui la distinzione tra lingua e dialetto ha perso il carattere d’una opposizione tra realtà mal conciliabili, va collocato nel periodo tra le due guerre mondali”. La prima esperienza collettiva di contestazione politica realizzata ricorrendo all’italia risale agli anni del primo conflitto mondiale. Numerose persone di umile condizione sociale e di varia provenienza geografica sono in grado di far prevenire la propria voce angosciata o indignata a chi li amministra. Le lettere presentano i caratteri tipici di questo genere di testi: dalle irregolarità grafiche e interpuntive ai residui dell’uso regionale nella fonetica e nella morfologia; dalle storpiature di vocaboli difficili alle imprecisioni di una sintassi zoppicante. Tutti i mittenti hanno ricevuto almeno un primo livello di alfabetizzazione e di scolarizzazione, che li mette in grado di leggere i giornali e farsi un’opinione sulle scelte del governo; poi di scrivere. La lingua degli italiani è la sintesi delle molteplici esperienze di cui si è nutrita nel tempo la loro identità, e delle diverse anime che sono scaturite da una storia accidentata, inseparabile dalle geografia politica e sociale del paese.

  1. LA CREAZIONE DELLA LINGUA COMUNE Tutto nasce e procede dalla stampa Garzoni esaltava la forza propulsiva della stampa, capace di imprimere un nuovo straordinario slancio alla circolazione della cultura e quindi allo stesso sviluppo della società. Coglieva realisticamente sia il legame tra la diffusione della stampa e l’ampliamento dell’istruzione, sia il ruolo del fattore economico nell’evoluzione coordinata di entrambi questi processi. La stampa ha cambiato il nostro modo di leggere la realtà, allargando il circuito dell’informazione e della conoscenza. Una delle maggiori implicazioni del fenomeno è stato il divorzio tra l’oralità e la codificazione, proprio in conseguenza dell’enorme progresso della scrittura: la stessa fisionomia della lingua scritta deriva da un’esigenza di razionalizzazione e di regolarizzazione non riscontrabile nel parlato, e affermatasi del tutto solo con la stampa, che ha contribuito in modo decisivo al superamento della tendenza alla scriptio continua e alla traduzione grafica della fonologia di giuntura. Il formalismo tipografico ha dato impulso alla concezione grammaticale e vocabolaristico della lingua, analizzata infatti dagli utenti nelle sue icone morfolessicali di base. La questione della lingua riguarda essenzialmente la lingua scritta. Fino al 400 il massimo di omogeneità possibile è la koinè regionale: il dialetto locale tende a smunicipalizzarsi sotto l’influsso del toscano e del latino, riflette almeno in parte la civil conversazione di determinati ambienti cortigiani. Con l’avvento del nuovo mezzo di

comunicazione, la sede dell’elaborazione di un modello unitario si trasferisce definitivamente da un luogo reale com’è appunto la corte. Bembo propone un paradigma unico di natura rigorosamente libresca, il fiorentino letterario di due secoli prima. Chiedendo agli stessi fiorentini contemporanei di riesumarlo. L’industria tipografica puntava a creare un mercato panitaliano del libro e per raggiungere questo obiettivo non poteva fare a meno di identificare e promuovere una lingua comune. La letteratura del 300 offriva in tal senso campioni insuperabili: Bembo propone trionfalmente i modelli del Canzoniere di Petrarca per la lirica e del Decameron di Boccaccio per la prosa. E critica Dante per le esuberanze che hanno contribuito a farne un punto di riferimento senza confini né di generi né limiti d’uso. La riuscita creazione in vitro di una lingua comune scritta tendenzialmente unitaria era il frutto di un investimento combinato degli antichi patrimoni letterari del volgare e delle nuove risorse tecnologiche della tipografia, ma non poteva eliminare differenze esistenti nel parlato delle diverse zone d’Italia. L’eliminazione dei regionalismi linguistici e il livellamento delle varianti formali nella produzione a stampa si spiegano con ragioni di ordine sia culturale sia economico: gli autori assumono specialisti del toscano letterario, incaricandoli della revisione linguistica dei testi. La significativa persistenza di tratti locali nelle scritture non destinate ad altri usi pubblici segna una rivincita degli usi di koinè privilegiati da quelli che erano stati i + pericolosi antagonisti di Bembo, ovvero i sostenitori della lingua cortigiana. Per la sua relativa apertura nei confronti delle varietà dell’uso con cui la lingua italiana non avrebbe cessato di convivere e confrontarsi. Nella nozione di lingua italiana si è definito in rapporto con quello della nozione di dialetto, in cui il primo termine ha un valore positivo, mentre il secondo ne assume uno negativo. Questo valore negativo del dialetto risale all’impiego che gli intellettuali fiorentini del 500. Il cambiamento di significato del termine avviene solo in un secondo tempo, per effetto del prevalere della linea fiorentinista e del modello letterario, che ha assegnato al dialetto il ruolo di antimodello al quale opporsi: la varietà locale smette di essere una compagna di strada dell’italia e diviene un nemico da battere. Del resto tutto ciò che definiamo tradizionale diventa tale perchè in qualche modo funziona, e il modello del toscano letterario non fa certo eccezione. I richiami di grammatici e letterari all’osservanza di raffinatissimi precetti formali non hanno incoraggiato la propensione dei parlanti a servirsi dei gradini intermedi esistenti tra il livello della lingua e quello del dialetto. L’irrigidimento normativo ha avuto un effetto controproducente, perché è stato di intralcio piuttosto che di impulso allo sviluppo delle varietà regionali di italiano, ovvero del fenomeno che darà un forte contributo al superamento della dialettofonia esclusiva. Per Gli antesignani il concetto di lingua comune non corrisponde perfettamente a quello di lingua diffusa sull’intero territorio italiano in alternativa ai dialetti ma si avvicina piuttosto a quello di lingua che accomuna varietà diverse attraverso l’eliminazione dei tratti locali + circoscritti e marcati. L’ideale di lingua comune non ha una fisionomia troppo difforme dalle future varietà regionali dell’italiano; e proprio per la sua effettiva possibilità di successo in centri importanti e nei loro rispettivi ambiti territoriali era aborrita e insieme temuta da Bembo. secondo Colocci, Calmeta ed Equicola quel tipo di lingua era lo strumento comunicativo effettivamente utilizzato nella corte romana del primo 500. Il battesimo dell’italiano La questione del nome della lingua è al centro del dibattito rinascimentale. Tesi afferma che il sintagma “lingua italiana” è un neologismo rinascimentale, che Trissino inserisce nel titolo dell’Epistola sulla riforma dell’alfabeto, pubblicata nel 1524. Questa combinazione era volta a valorizzare il contributo dell’uso cortigiano e comune accanto a quello della varietà toscana. L’Epistola avrebbe aiutato mirabilmente ad asseguire la pronuncia toscana e la cortigiana. Si evidenzia anche la disponibilità ad accogliere forme non toscane, in virtù del loro prestigio socioculturale garantito dal tirocinio in ambiente cortigiano, o per effetto di una diffusione molto ampia sul territorio del paese. La + antica stampa in volgare che rechi nel frontespizio la dizione

benessere. Altrimenti la naturale devozione dei parlanti nei confronti delle radici linguistiche dialettali si sarebbe convertita in una masochista idolatria. Sebbene poi la conquista della lingua comune proietti anche le parlate locali in un nuovo scenario, rimuovendo antiche inibizioni: l’esclusione del dialetto dai contesti formali si accompagna spesso a un suo rinnovato apprezzamento nel discorso di registro familiare ed espressivo, con una crescita complessiva delle opportunità di variazione di chi parla e scrive in italiano.

5. LA LINGUA PARLATA PRIMA DELL’UNITà Babele comunicativa e disgregazione civile Dopo l’unificazione politica, osserva Migliorini, “la nuova partecipazione all vita civile di ceti sempre + ampi fa sì che l’uso della lingua scritta e parlata estenda man mano il suo àmbito.” Prima di allora, l’italiano era stato l’appannaggio esclusivo di una fascia abbastanza ristretta di persone istruite, e questi privilegiati dovevano fare continuamente i conti, nella pratica corrente della lingua, con i vari idiomi locali. Per farsi capire dal popolo non si poteva far altro che parlare dialetto. Manzoni, Leopardi e Foscolo hanno avvertito la scarsa diffusione in italia di una lingua comune scritta e parlata e hanno sottolineato le gravi implicazioni di questo limite al dialogo tra gli individui. Leopardi nel 1821 riferisce che solo in Toscana la lingua scritta e quella parlata potrebbero ancora confondersi mentre nel resto d’italia l’italiano non si parla. Leopardi denunciava l’assenza in Italia di una civiltà della conversazione, e metteva in rapporto tale lacune con un’attitudine tipicamente italiana all’indifferenza, al cinismo, al disprezzo di ogni forma sociale. Afferma anche che la Babele comunicativa genera disgregazione civile: mentre nelle + evolute nazioni europee la conversazione è un mezzo d’amore scambievole si nazionale che generalmente sociale, in Italia la mancanza di conversazione produce disunione. Ciò che colpisce in questa osservazione leopardiana è il forte accreditamento della lingua come vettore di unione nazionale e di armonia sociale, nel senso che la disponibilità e l’esercizio collettivo di un efficiente strumento di interazione verble contribuiscono a far maturare l’idea del bene comune di un popolo, mentre condizioni opposte frenano questo fondamentale processo coesivo. L’incapacità o l’impossibilità di conversare rendono + difficile il superamento dei particolarismi e ostacolano la formazione di quel codice di abitudini e di regole condivise su cui si fondano le reti della convivenza pubblica. La mancanza di cultura determina la mancanza di lingua e insieme determinano la mancanza di tono sociale. L’estraneità tra norma e uso si accompagnava al rifiuto di qualsiasi compromesso o accomodamento, anche alla luce di un’interpretazione radicale dei già severi precetti di Bembo. I seguaci del pensiero bembiano si incaricarono di estenderne la portata a tutti gli ambiti della lingua, anche quelli votati alla funzionalità piuttosto che all’estetica, spargendo largamente il seme dell’interdizione verbale. È evidente che una situazione nella quale solo gli individui appartenenti ai ceti + elevati potevano avere la piena padronanza dell’uso scritto, formale e ufficiale della lingua rendeva molto difficile che si producessero fenomeni importanti di dinamica tra le classi e di partecipazione alla vita pubblica. Il protrarsi nei secoli della disgregazione linguistica non dipende solo dalla concomitante disgregazione politica del paese, ma chiama in causa precisi interessi e opzioni consapevoli dei gruppi dominanti. Migliorini sottolinea che pochissimo sentita era la necessità di porre rimedio a questo stato di cose. De Mauro registra l’atteggiamento delle classi dirigenti cattoliche e moderate, spesso indifferenti o avverse al diffondersi della istruzione tra le classi contadine e operaie. I problemi della lingua comune sono stati aggravati notevolmente dalla confluenza, all’interno della compagine sociale e delle istituzioni politiche, di spinte conservatrici e di interessi localistici. Il particolarismo

dialettale e il formalismo retorico sono stati i corrispettivi linguistici del localismo e del conservatorismo che hanno caratterizzato la vita degli stati regionali preunitari. L’orientamento preferenziale dei detentori del potere è andato naturalmente a rivolgersi verso i poli alternativi del dialetto locale e dell’italiano letterario. Sul piano orizzontale la parlata locale rispondeva alle normali esigenze della comunicazione quotidiana e insieme marcava l’appartenenza dell’individuo al territorio; sul piano verticale, la lingua per eccellenza precludeva o complicava la partecipazione attiva delle classi inferiori agli usi della sfera formale e pubblica. Gradi di italofonia Che la storia della comunicazione verbale in Italia sia stata contrassegnata a lungo da una duplicità radicale tra i piani dello scritto e del parlato. Dionisotti e De Mauro affermano che l’opposizione tra scritto e parlato nella storia linguistica italiana, e di conseguenza decreta l’inesistenza dell’italiano parlato in tutta la fase preunitaria. Partendo dal presupposto che la mera alfabetizzazione di base non bastasse a garantire una duratura padronanza dell’italiano, De Mauro ha stimato che la percetuale della popolazione in grado di affrancarsi dall’uso del dialetto fosse pari al 25%, una quota comprensiva di tutti coloro che avevano frequentato la scuola postelementare (toscani e romani). A questa stima si è opposto Castellani, il quale ha esteso ad altre zone del lazio, dell’umbria e delle Marche il criterio applicato da De Mauro per la Toscana e per Roma. Rifacendo i calcoli su queste nuove base, negli anni dell’unificazione gli italofoni sarebbero stati circa il 9,5% della popolazione, ovvero + di 2 milioni di parlanti. La scelta di inserire tra gli italofoni anche gli alfabetizzati che non erano andati oltre le prima classi delle elementari, purchè originari delle aree indicati dell’italia centrale, si spiega con la relativa prossimità linguistica di tali aree, al tipo toscano. L’italofonia alla Castellani è un po’ diversa da quella alla De Mauro, perché si riferisce a una varietà linguistica che rende possibile la comprensione reciproca tra parlanti, ma non esclude l’uso inavvertito di forme locali alternativa alle corrispondenti forme italiane. La tesi di un’esistenza meno stentata dell’italiano parlato prima dell’Unità è stata illustrata da Bruni, Serianni e Bianconi: la lingua comune e gli idiomi locali sono i poli estremi di un sistema + articolato, nel quale si possono distinguere con chiarezza varie soluzioni intermedie. Serianni “le relazioni delle persone comuni dovevano avvenire oltre che in dialetto anche in lingua, ovvero in un registro intermedio tra dialetto e lingua”. Si aggiunga che in alcune regione del Mezzogiorno la percentuale di analfabetismo raggiungeva e superava il 90%, sfiorando il 100% della popolazione femminile. Una nozione + ampia dell’italiano parlato, tale da includere sia la lingua comune sia una varietà di italiano regionale potremmo ipotizzare che il gruppo dei parlanti alfabetizzati, pari al 20/25% della popolazione. Se poi aggiungessimo a questo 20-25% un ulteriore 10% di analfabeti, pervenuti al traguardo della lingua comune (in quanto toscani o romani), arriveremmo al 30-35% di italofoni o semi-italofoni. Serianni nota che la qualifica di alfabeta quale risulta da un censimento di popolazione può corrispondere alla mera capacità di disegnare la propria firma. Dati, testimonianze, indizi e opinioni Al fattore della competenza passiva, cioè dell’abitudine a una determinata lingua e della capacità di intenderla, attribuiva notevole rilievo anche castellani. Le affinità strutturali tra lingua o dialetti diversi favoriscono l’intercomprensione; se si considera che la competenza passiva dell’italiano da parte di un dialettofono implica la facoltà di capire alla bell’e meglio il proprio interlocutore ma non quella di controbattere paritariamente ai suoi discorsi. Serianni “parlando con forestieri, molti italiani dialettofoni dovevano riuscire ad annacquare

Nel 1623 viene inquisito per stregoneria un dottore in legge palermitano che presenta un’accentuata fisionomia mistilingue, con alternanze continue tra dialetto e siciliano. La forte coloritura locale del testo tende ad espandersi nelle sezioni in cui il verbalizzatore non cita direttamente le frasi degli interrogati, ma si limita a esporre il loro contenuto. a circa un secolo di distanza dalla “Prose della volgar lingua” di Bembo, l’adozione del sicilianismo coinvolga numerose forme assolutamente banali, i cui equivalenti italiani erano a immediata portata di mano. una situazione del genere fa pensare ad una trascrizione affrettata del parlato, di una tale negligenza da sottrarsi persino al mero ricalco delle forme italiane corrispondenti. Non tutte le disomogeneità linguistiche del testo dipendono da semplice incuria formale. Testi come quelli degli antichi verbali giudiziari invitano ad approfondire la riflessione sia a riguardo all’opportunità di superare il pur glorioso paradigma storiografico dell’esperienza della lingua comune prima del 900, sia a riguardo dall’inopportunità di sostituirlo con un nuovo paradigma teleologico che proclami un’ampia circolazione dell’italiano nelle epoche, nei luoghi e negli ambienti + disparati. I fattori di divisione sociopolitica e sociolinguistica che hanno caratterizzato la vicenda storica del paese, complicando e ritardando il graduale processo di diffusione dell’italiano. L’ascensore della lingua L’acuto giudizio di Gramsci sui rapporti tra le ideologie linguistiche e le dinamiche del potere corrisponde ai dati effettivi della realtà italiana soprattutto in negativo: nel senso che la considerazione letteraria e retorica della lingua ha contribuito al mantenimento di antichi privilegi politici e steccati sociali. In alcuni filoni della scrittura, come la lettera familiare o il testo teatrale, costituzionalmente inclini a tradurre nelle proprie specifiche forme una serie di materiali desunti dalla dimensione dell’oralità, non esclusi certi tratti spiccatamente irregolari tipici del parlato spontaneo. L’apertura di spazi inattesi di mobilità era favorita da una certa ambivalenza del potere: l’italiano era + radicato nella compagine sociale, quello della chiesa cattolica, con il suo doppio volto aristocratico e popolare. La predicazione e il teatro hanno un rapporto molto stretto con l’uso parlato della lingua, come il turismo e il commercio. Predicatori, attori, mercanti e viaggiatori sono tipiche figure itineranti, che con il loro dinamismo hanno svolto un ruolo di stimolo anche in ambito linguistico. Foscolo facendo riferimento alla lingua mercantile e itineraria ci ricorda che la scuola, pur svolgendo un ruolo di importanze fondamentale, non era l’unico mezzo per entrare in rapporto con varietà linguistiche diverse dal dialetto e con lo stesso italiano: molteplici occasioni di contatto che i parlanti potevano avere con persone provenienti da luoghi diversi dal proprio o appartenenti a ceti sociali superiori. Gli osservatori del tempo, sottolineano la scarsissima circolazione dell’italiano parlato, dando praticamente per scontato che il problema dipendesse da gravi carenze culturali. I rilievi critici sulla consistenza dell’italofonia erano forse accentuati da una concezione normativa della lingua. La deduzione che possiamo trarne non è l’assenza totale degli italofoni dal gruppo degli analfabeti, bensì la loro conclamata esiguità. Castellani affermava che l’insieme di tutti coloro che nel 1861 possedevano una piena competenza dell’italiano parlato si aggirava intorno al 10% della popolazione nazionale. Gli italofoni erano in netta minoranza negli scambi verbali con la massa dei dialettofoni evitavano di servirsi della varietà di prestigio, talmente rara e sofisticata da poter apparire pretenziosa. Di conseguenza si riducevano le opportunità, per chi conosceva l’italiano, di sostituirlo al dialetto nell’uso colloquiale, e quindi diminuivano in misura proporzionale anche le occasioni di trasmetterlo efficacemente a chi non lo conosceva. Sembra difficile ipotizzare che gli italofoni analfabeti si siano moltiplicati in misura rilevante grazie ai contatti con italofoni istruiti che normalmente comunicavano con loro in dialetto. A riprova dell’ampia diffusione di forme linguistiche non omologate anche tra gli italiani di elevata statura intellettuale.

Migliorini ricorda un passo di D’Ovidio sui vezzi fonetici meridionali caratterizzati da un’ipercorrezione. L’italiano regionale parlato presentava spesso tratti linguistici del tutto simili a quelli riscontrabili nell’italiano scritto dei semicolti e persino in quello degli stessi colti. Se questi ultimi decidevano di abbassare il registro linguistico per esigenze di natura stilistica o funzionale, erano certamente in grado di farlo, ma il percorso contrario era interdetto ai semicolti. La non trascurabile differenza tra l’italiano regionale dei colti e l’italiano popolare dei semicolti sta in fondo nella teoria dell’ascensore. Il terzo termine tra lingua e dialetto Non mancavano centri del nuovo stato gruppi di persone in grado di conversare con italiani provenienti da altre città o regioni utilizzando una piattaforma di mediazione comunicativa che in vari casi assumeva l’inconfondibile fisionomia di un italiano regionale e dava pertanto corpo a una varietà di lingua parzialmente comune. Ramondini sottolinea che se da un lato non si può fare a meno di convenire che in italia non si possieda una lingua effettivamente comune ed universale, dall’altro giova riconoscere che esiste un linguaggio d’uso, che non è né dialetto né la lingua letterata, ma è il crogiuolo nel quale vanno i dialetti a refluire. Già 100 anni prima della Storia linguistica dell’italia unita di De mauro si è già in grado di delineare abbastanza chiaramente le condizioni e le modalità del successivo processo di italianizzazione linguistica, che assegnerà ai grandi centri urbani del paese un ruolo da protagonisti. Raimondini mostra in particolare una decisa ostilità nei confronti della letteratura dialettale, cui arriva ad attribuire potenziali effetti deleteri sullo sviluppo dello spirito coesivo nella giovane nazione: secondo lui essa vizia la forma logia ed il pensiero stesso di questo popolo che è chiamato oggi a vivere la vita collettiva di una grande nazione. Le annotazioni di Ramondini circa gli sforzi di tanti connazionali appartenenti alle + diverse aree del paese di parlare italianamente ci appaiono comunque tutt’altro che astratte, ma esse aggiungono una nuova testimonianza significativa su un passaggio importante della storia linguistica italiana, che anche grazie all’affermazione delle varietà regionali è riuscita a superare antiche chiusure e ad accrescere il suo dinamismo interno. Ramondini dice che è ora di prestare la dovuta attenzione allo stato vero della lingua italiana.

7. COMUNE MA NON TROPPO Muratori e l’equivoco del “commun parlare italiano” “dalla perfetta poesia italiana”, Muratori sembra sostenere la tesi a dir poco azzardata che per tutta l’italia aveva corso uno stabile e uniforme modello di lingua comune parlata, e che tale modello era addirittura proprio di tutti gli italiani. Questa lettura della situazione linguistica è stata accolta con un certo favore da Testa nel quadro di una linea critica all’apparenza simile. Egli distingueva la lingua grammaticale acquisita con lo studio, da quella volgare, derivante dall’uso spontaneo. Il concetto di lingua comune scritta e parlata cui si riferiva Muratori era palesemente molto lontano dall’italiano di cui ragiona Testa; M. aderisce invece alla tradizionale visione dell’italiano come lingua regolata ed elevata, che i dialettofoni nativi avrebbero dovuto apprendere non attraverso la pratica comunicativa, bensì attraverso lo studio della grammatica e l’esempio degli scrittori. Il discorso muratoriano si rivela assai + corretto dal punto di vista storico-linguistica, sebbene l’oggettivo limite di trasparenza determinato dall’uso peculiare della locuzione abbia indotto a fraintenderne il senso. L’autore non intende accreditare una nozione irrealistica di italiano comune inteso come lingua scritta e parlata indistintamente da tutti gli italiani, ma circoscrive l’uso della varietà in questione a una specifica e ben + esigua classe di

È significativo che gli stessi semicolti mostrino spesso di rendersi conto delle forti carenze del loro italiano, alludendo alle sensazioni di inferiorità e di forte disagio provate in molte circostanze, soprattutto quando occorreva confrontarsi con persone di livello superiore. Dinamiche comunicative nella società plurilingue La formula per un italiano per capirsi proposta da Testa potrebbe quindi essere applicata anche al dialetto romanesco del 300, in quanto enfatizza i fattori di similarità o intelligibilità, mentre annulla o minimizza tutti gli indici di variazione linguistica. In questo modo non significa ancora impiegare una lingua comune. In realtà il romanesco del trecento era uno dei volgari italiani e non l’italiano comune, che del resto a quell’epoca neppure esisteva. La serie di affinità strutturali di carattere ereditario che agevolano l’intercomprensione tra parlanti di varietà diverse va distinta dal sistema organico che caratterizza l’italiano comune, patrocinato dalla potente centrale di codificazione dell’editoria e dall’attività delle strutture educative. Manzoni paragona questo italiano impiegato per intendersi a un vestito pieno di toppo , esprimendo dubbi riguardo alla possibilità che un intendersi così incerto e lacunoso fosse proprio il medesimo di quelli che possiedono una lingua comune. Nel regime di dominante e plurima dialettofonia dell’italia di metà 800 l’adozione della lingua comune poteva costituire una scelta decisamente impegnativa anche per le stesse persone istruite. Testa sottolinea l’importanza di una linea alternativa all’aristocratico modello linguistico di matrice bembiana, evidenziandone alcuni dei contrassegni fonomorfologici comuni + ricorrenti, come: la conservazione della e protonica e il suffisso aro che sono in realtà tratti non toscani comuni a molti dialetti italiani. Mentre la promozione del toscano letterario corrisponde a una precisa e univoca scelta di politica culturale della società italiana nel suo complesso, le pur significative spinte centripete prodotte da convergenze al sistema linguistico italo-romanzo sono state combattute, mentre quelle spinte centripete sono state sempre accompagnate da non minori spinte centrifughe, addirittura soverchianti nel parlato e ben avvertibili nello scritto. Il riferimento alla stampa non è casuale, perché l’articolato insieme di varietà testuali patrocinato dall’unico mezzo di comunicazione di massa esistente dal 500 all’800 è l’italiano comune, per il suo diffondersi e incidere sull’uso linguistico e per l’accoglienza offerta a opere del + vario genere. Questo italiano tipografico è tutt’altro che monolitico, non andava soggetto in linea di massima alle marcate peculiarità diatopiche e diastratiche frequenti nella produzione scritta dei semicolti, e talora anche degli stessi colti in contesti informali. Sembra + ragionevole assegnar la qualifica di comune, medio e semplice all’italiano di Goldoni. Montuori ha notato con acutezza pur sempre all’interno di un giudizio positivo che gli stessi testi analizzati da Testa, anziché dimostrare l’esistenza di un solo tipo di italiano, finiscono per rivelarsi piuttosto il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue. Non esisteva un registro medio dell’italiano, comune alle diverse classi sociali, ma piuttosto una somma di tradizioni testuali condivise e scritte in una lingua sensibilmente influenzata dalla comunicazione orale dell’italiano, ma il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue. Montuori osserva che le persone colte sapevano scrivere molti tipi di testi su diversi argomenti a destinatari d’ogni specie, aderendo a tradizioni testuali codivise e scritte in una lingua sensibilmente influenzata dalla comunicazione orale e quindi ricca di connotazioni locali. La disponibilità nel repertorio linguistico individuale di un ampio ventagli diafasico opportunamente graduabile era una prerogativa riservata soprattutto agli esponenti delle èlite socioculturali. Bembo specialmente nella corrispondenza di carattere pratico e di ambito familiare, il supremo normatore della lingua italiana è costretto a fare i conti con gli effettivi limiti d’uso delle sue intransigenti prescrizioni e lasciare spazio a forme del nativo dialetto veneto o della koinè settentrionale.

8. I BRIGANTI E LA SCRITTURA

La lettera di ricatto I testi marginali, devianti e criminali presentano diversi motivi di interesse per la loro stessa rarità, dovuta alla scarsezza della documentazione, dato anche il diffuso analfabetismo ei potenziali produttori. Alla rarità congenita si aggiunge spesso la dispersione cui andavano facilmente i soggetti materiali così scottanti. Queste scritture offrono un prezioso contributo dal basso alla storia delle classi popolari, arricchendo con punti di vista nuovi e diversi la nostra conoscenza delle dinamiche di relazione esistenti nella realtàsociale e sociolinguistica del paeseHanno un posto di rilievo le scritture dei briganti, su cui ha portato meritoriamente l’attenzione per primo Nicola De Blasi. in un manuale di grafologia pubblicato nel 1895 , Lombroso trattava anche del modo di scrivere dei criminali, riproducendo una serie di facsimili suddivisi in 5 categorie: ci sono testi di briganti, di falsari, di ladri, di omicidi e di truffatori. Le scritture + rudimentali sono quelle dei briganti, cioè quegli individui che provenivano dalla campagna o dalla montagna. Questi testi presentano le gravi carenze di alfabetizzazione di questi scriventi, ma indica al tempo stesso che proprio l’esperienza del brigantaggio permise a volte una spinta all’apprendimento e alla pratica della scrittura da parte di contadini o pastori delle regioni meridionali che altrimenti ne sarebbero stati esclusi. I testi dei briganti nascevano dalla necessità di comunicare a distanza, in cui lo scrivente doveva scegliere tra il comunicare e il silenzio. I briganti si distinguono per l’elaborazione di un genere testuale specifico: la lettera di ricatto. La spiccata attitudine a determinare uno stato di viva preoccupazione nei destinatari non si accompagna sempre a un’analoga capacità di esprimere con chiarezza i contenuti delle richieste; al contrario, i messaggi rivelano talvolta paradossali limiti di intelligivilità, tanto da costituire probabilmente un autentico rompicapo per i malcapitati he dovevano superare la difficoltà di capirle. Le maggiori difficoltà interpretative scaturiscono strutture tipicamente locali, anche dalle ridottissima competenza delle lingua scritta, che dà origine a unità o combinazioni poco comprensibili perché irregolari. La perspicuità de testi era penalizzata anche dalle forti carene dell’organizzazione sintattica, priva del contributo chiarificatore derivante da un interpunzione adeguata. Parole di fuoco: vi abrugiame Fin fallo 1861, anno della proclamazione del regno d’italia, il nuovo stato s’impegno in una drastica opera di repressione militare del brigantaggio dilagante nelle regioni meridionali: l’emergenza fu affrontata con spiegamento di forze. Ne scaturì un clima di guerra civile e di azione delle bande si accentarono notevolmente, tanto da rendere sempre + difficile per i ribelli trovare il modo di procurarsi risorse con cui vivere e agire alla macchia. L’ostacolo venne superato proprio attraverso il frequente ricorso alla lettera di ricatto. Tra il 1861- 1865, i briganti per dare una chiara valenza di avvertimento terroristico ai messaggi, indicano in modo puntuale quali danni intendevano procurare a chi non si fosse sottomesso alle loro abusive pretese. Strategie del testo aggressivo La come appartenenza degli autori di questi documenti alle regioni dell’italia meridionale ha evidenti riflessi nelle soluzioni linguistiche adottate, a cominciare dal già accennato scandimento della vocale finale a fono di articolazione centrale e di timbro indistinto. Accanto all’errata ricostruzione delle vocali finali, spicca per frequenza la sonorizzazione delle consonanti dopo nasale, peraltro molto comune anche nell’uso del parlato dei

svolgevano il ruolo che sarebbe stato assunto + tardi dall’italiano rispetto ad una comunità

  • vasta. Nelle regioni d’italia tutti gli abitanti conversavano quotidianamente ne rispettivi dialetti, ma esistevano comunque dei gruppi di persone in grado di conversare con italiani provenienti da altre città in una sorta di lingua tendenzialmente comune, che in molti casi sarà stata una piattaforma di mediazione linguistica definibile come italiano locale. La preferenza accordata spesso a italiano regionale è connessa alla volontà di evidenziare l’estensione territoriale relativamente ampia di molti tratti condivisi da tale varietà linguistica, anche se poi non mancano tratti arealmente + specifici all’interno delle regioni. Gli italiani locali possono essere + o meno marcati dal punto di vista diatopico, ma è anche sotto il profilo diastratico e diafasico che si precisa in particolare il loro rapporto con l’italiano comune. Nella storia della lingua, l’italiano locale si situa a un livello da cui il parlante colto è potenzialmente in grado sia di scendere verso il basso che di salire verso l’alto, mentre il parlante incolto è in grado solo di scendere. Dal 500 in poi il fondamentale polo di riferimento dell’intera comunità italiana per quanto riguarda la lingua scritta coincide con la stampa che mette in circolo le forme della poesia ma anche quelle del teatro. sarebbe un errore appiattire la realtà dell’italiano tipografico sui postulati teorici del programma linguistico iperletterario di matrice bembiana. Baricentri dell’uso: lingua e dialetto, scritto e parlato L’italiano comune a cui Testa fa riferimento viene definito con attributi che lo qualificano sia come diastraticamente e diafasicamente basso, sia come diatopicamente differenziato. Testa vede giustamente tale tipo in italiano un significativo terreno d’incontro tra le diverse classi sociali, e lo definsce quindi comune, proprietà che però sarebbe opportuno circoscrivere, date le peculiarità diatopiche ravvisate nei testi, a una porzione limitata dell’intera comunità linguistica italiana. L’integrazione in questa comunità + estesa era consentita al nobile o borghese colto, ma non al popolano incolto o semicolto. Wilhelm osserva che l’individuo di solito fa parte contemporaneamente di + comunità linguistiche, come quella + ristretta dei parlanti di un dialetto e quella + estesa dei parlanti dell’italiano. In + l’individui fa parte di + comunità discorsive. Di conseguenza l’italiano locale non né sempre rozzo, perché può corrispondere alla lingua media di una determinata area. Accanto alla lingua omologata dalle grammatiche e dai dizionari, gli stessi colti utilizzano anche una lingua semiomologata, preferita in vari ambiti testuali e comunicativi per ragioni di ordine funzionale. L’italiano locale è per sua natura variegato dal punto di vista diatopico, e di conseguenza può essere considerato comune soltanto alla condizione di ridurre fortemente l’incidenza della variazione diatopica nella storia linguistica del nostro paese, e di sacrificare proporzionalmente la policrona pluralità degli esiti intermedi tra la lingua e i dialetti. Tra i continua di lingua-dialetto si collocano gli italiani diatopicamente variegati o italiani locali, mentre l’italiano comune è quello tendenzialmente privo di contrassegni linguistici riferibili a una determinata area, per esempio la sonorizzazione delle consonanti sorde dopo nasale nei dialetti meridionali o la degeminazione delle consonanti doppie nei dialetti settentrionali. Lo sviluppo di varietà linguistiche conguagliate, è un fenomeno che fi da epoca antica interessa numerosa zone, rientrando del resto nelle normali dinamiche di relazione tra dialetti geograficamente e strutturalmente vicini. Ma la stesa accentuata frammentazione dialettale del paese permette di escludere che un fenomeno simile sarebbe stato capace di produrre effetti risolutivi nel processo di italianizzazione dell’intera penisola e delle isole. Un enorme iceberg mistilingue e pluridialettale

Attualmente tutti i parlanti del paese dispongono di un repertorio linguistico esteso fino ai domini centrali somicentrali dell’italiano. Le peculiarità locali sono che la punta visibile di un enorme iceberg mistilingue e pluridialettale, la cui parte sommersa è costituita dagli usi correnti nel parlato, dove naturalmente le esigenze e le opportunità di ricorrere all’italiano erano minori che nello scritto. Che l’italia preunitaria fosse politicamente divisa, culturalmente depressa in vaste porzione del suo territorio, linguisticamente disomogenea e pluridialettofona è un dato storico inconfutabile. Si trattava di una consistenza fortemente differenziata dal punto di vista sociale, che solo i parlanti adeguatamente istruiti fossero in grado di comunicare in tutte le diverse varietà compresenti in una determinata zona, mentre i semicolti riuscivano a farlo nei rispettivi idiomi nativi e in varie miscele di lingua e dialetto. Sulla situazione dell’italofonia negli anni dell’Unità nazionale, arrivando a concludere che circa 2/3 della popolazione erano solo dialettofoni o avevano gravi difficoltà a usare una varietà anche approssimativa della lingua comune; si trovavano cioè in una situazione di incompetenza funzionale dell’italiano abbastanza simile a quella riscontrabile in una anziana di oggi.

10. L’ITALIANO AL TEMPO DEL WEB Un mare di parole senza fiumi di inchiostro La scrittura conserva un ruolo fondamentale nell’universo della moderna comunicazione telematica, e che lo esercita in forme decisamente rinnovate, ma non del tutto diverse dalla tradizione. È facile accorgersi che solo una porzione ridotta delle pratiche di scrittura che emergono dalla galassia telematica, come ad es le chat abbreviazioni, faccine e altri simboli Se da un lato la rivoluzione digitale riflette e amplifica la fortuna goduta nelle attuali società liquida da linguaggi eterogenei e non pienamente condivisi, dall’altro generalizza la possibilità di osservare i loro eventuali limiti, permettendo agli stessi utenti di riconoscerli e correggerli. innovazione dell’uso vivo che non trovano riscontri frequenti e autorevoli nella tradizione scritta. Oggi forme del genere si incontrano marginalmente in testi poco controllati, suscitando a volte commenti critici o ironici di alcuni utenti della rete nei confronti di chi le adopera. Le frecciate mediatiche della grande comunità virtuale portano tonnellate di acqua al mulino dell’attenzione per la lingua, mostrando che internet contiene dentro di sé anche gli anticorpi del discernimento. Per quanto riguarda le conoscenze e le abilità linguistiche degli italiani di oggi, il web ci mostra i problemi della scrittura, e + in particolare della scrittura alta, che dovrebbe essere caratterizzata da un coefficiente di qualità conforme al livello dei requisiti professionali. Le preoccupazioni hanno invece motivo di nascere allorchè gli scriventi estendono le modalità tipiche di questo genere di messaggi ad ambiti comunicativi diversi: o quando rivelano la difficoltà di passare dagli usi immediati dell’italiano a elaborazioni testuali articolate ed impegnativi Email studente: assenza articolo, uso delle virgole sbagliato, ricorso alla virgola prima di una parentesi, comparsa dell’h davanti alla preposizione a, difetti riguardanti la struttura del testo, fastidiose ripetizioni; scarsa coerenza dell’argomentazione si accompagna all’emersione di strutture molto comuni nel parlato e nello scritto informale (imperfetto al posto del condizionale), dislocazione a sinistra (anticipazione di un elemento della frase che si vuole mettere in evidenza); forme sbrigative e grezze dell’oralità, calorosa forma di commiato. Il fallimento linguistico riduce fatalmente le possibilità di successo pragmatico: lo studente non ha ottenuto l’assegnazione della tesi di laurea, che era l’obiettivo dichiarato nel suo messaggio. La scuola non dà ai giovani una formazione linguistica adeguata, eppure un’istruzione pubblica cosciente del proprio ruolo fondamentale non può