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Riassunto completo del libro "Viaggio nell'India del Nord" di M. Congedo e C. Pieruccini. Il riassunto è organizzato per capitoli e corredato di immagini. E' utile per l'esame di indologia e per chiunque voglia farsi un'idea sulla cultura indiana.
Tipologia: Sintesi del corso
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New Delhi è un area specifica della città, progettata ed edificata all’inizio del ‘900 per volere inglese. Dopo l’indipendenza dell’India dall’impero coloniale britannico (1947), divenne capitale dell’Unione Indiana. New Delhi è solo una delle città (si parla di 7 o 8 Delhi che si sono succedute nel tempo) confluite nell’immenso agglomerato urbano che va sotto il nome di Delhi.
Fra le diverse città confluite nell’odierna Delhi, le più antiche sono diventate invisibili o quasi. Furono soprattutto gli imperatori musulmani a dare l’impronta alle più vecchie porzioni di sé che Delhi conserva fino a oggi. Per esempio, quello che oggi si chiama Purana Qila (“Forte Vecchio”), innalzato per volere dell’imperatore Mughal Humayun a partire dal 1533, sovrasta la prima delle capitali: Indraprastha , nota per essere stata la capitale dei fratelli Pandava , discendenti dell’eroe Bharata, principi della dinastia lunare, protagonisti del Mahabharata. Si dice che la residenza reale sia stata opera di Maya, uno dei grandi architetti divini (il cui nome ricorda il termine che l’induismo usa per definire il magico potere di illusione degli dei), e che vi abbia lavorato per ben 14 mesi. Le descrizioni della grande sala e dei padiglioni per gli ospiti si trovano nel II libro del Mahabharata, ed evocano come dovrebbe essere , secondo l’immaginario comune dell’antichità indiana, un palazzo reale: padiglioni da sogno, grandi sale colonnate, vasche, giardini, lussuosi quartieri residenziali.
Il Mahabharata è uno dei testi più importanti e noti della cultura indiana. Il termine significa letteralmente “il grande poema dei discendenti di Bharata”. Bharata è considerato l’antenato mitico degli indiani (l’India moderna chiama sé stessa Bharat). I protagonisti sono i cinque fratelli Pandava contrapposti ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica che è anche una lotta etica. Il Mahabharata è un testo non antico, bensì eterno: la tradizione lo definisce itihasa , un’espressione sanscrita che significa “così in vero fu” e che, nelle lingue moderne viene tradotta semplicemente con storia, ma che nel significato originale indica qualcosa di vero. Che cosa c’è di vero nel Mahabarata?
La civiltà della Valle dell’Indo è la prima grande formazione culturale fiorita nel subcontinente di cui si abbia notizia. Essa nacque in epoca neolitica (7000 a.e.c. circa), si sviluppò a partire dal 2500 a.e.c.per declinare mille anni dopo. Essa è caratteristica del bacino dell’Indo, ma in realtà si estende in un territorio molto più vasto, che va dal Pakistan alla pianura gangetica e dal Gujarat alle pendici dell’Hymalaya. Le testimonianze archeologiche ci dicono che presentava una cultura urbana raffinata. Era inoltre dotata di un’amministrazione complessa ed una struttura sociale gerarchica. I ritrovamenti più significativi sono rappresentati da una serie di sigilli di steatite, utilizzati per stampigliare documenti o merci, su cui sono raffigurati figure animali o antropomorfe. Il più noto mostra una figura in posizione yoga circondata da animali: bufalo, rinoiceronte, elefante e tigre. Date queste caratteristiche è considerato da molti come un possibile progenitore di Shiva. La scrittura di questa civiltà non è ancora stata decifrata. Secondo alcuni la lingua sarebbe di origine dravidica (famiglia di lingue diffuse nel sud dell’India), secondo altri sarebbe una forma primitiva di indoeuropeo.
Le origini della civiltà vedica sono controverse. La tesi più diffusa vuole che la popolazione degli arya (di lingua indoeuropea) dall’ Asia centrale sia giunta in India e qui si sia stabilita, sottomettendo le popolazioni autoctone di origine dravidica. Un'altra tesi nega la migrazione degli arya e vede questa cultura come la trasformazione di quella della Valle dell’Indo. Un’ultima tesi crea un compromesso tra le due precedenti, sostenendo che gli arya non abbiano sottomesso le popolazioni dravidiche ma che, per lungo tempo, le due culture abbiano convissuto finchè poi la cultura e la lingua arya non abbiano prevalso. Arya significa “nobile”, ed è il termine che queste genti utilizzavano per riferirsi a sé stesse. Noi conosciamo la mitologia e la struttura sociale del popolo degli arya attraverso i Veda. I Veda sono testi molto altichi, inizialmente trasmessi oralmente dai brahmani e sono considerati come verità assolute. Il termine significa “scienza” e designa una letteratura multiforme. Comprende quattro raccolte di testi:
A questi testi se ne sono poi aggiunti altri secondo una progressione cronologica e ideologica: i Brahmana , che approfondiscono i significati del sacrificio; gli Aranyka (“Testi delle selve”) e le Upanishad. La datazione dei testi vedici risulta assai difficile anche perché essi furono elaborati e trasmessi nell’arco di molti secoli. Il sacrificio era il fulcro della religione vedica ed era ad esclusivo appannaggio della classe dei Brahmani. Consisteva in offerte ai deva (dei) di sostanze varie bruciate e condotte alle divinità tramite il fumo, avente lo scopo di propiziarsi il favore divino. Oltre a questo fine, il sacrificio ne cela un altro di portata ben più ampia: garantire la preservazione dell’ordine cosmico e sociale. A questa azione rituale sono legate due tra le maggiori divinità: Agni , fuoco e dio del fuoco; e Soma , sostanza sacrificale e divinità ad essa associata. Ad essi si deve la comunicazione tra umano e divino. Un’altra divinità è Indra , il dio re e guerriero, la cui arma era il fulmine (vajra) con la quale annienta ogni ostacolo. L’impresa più importante di Indra è l’uccisione del serpente Vritra (il cui nome significa “ostacolo”), cantata in un inno vedico secondo una simbologia che rimanda alla creazione del mondo, dell’ordine a partire da un caos primordiale. Indra e le sue gesta sono espressione della cultura vedica e dell’ethos guerrieri. Le imprese eroiche del dio rifettono quelle degli arya e le loro vittorie in battaglia.
Il termine Varna , che significa “colore”, indica le classi sociali che compongono la società vedica. Esse sono accompagnate da un colore che ne esprime le qualità spirituale e non fa riferimento, come inizialmente si era pensato, al colore della pelle. Le classi sono quattro, organizzate in modo rigidamente gerarchico.
studiare e trasmettere i Veda;
Nella stessa regione, la fertile pianura a nord di Delhi, si consumarono altre battaglie tra cui, in particolare, quelle con i popoli islamici. Alla fine del XII secolo popoli di stirpe turco-afghana conquistarono gran parte dell’India settentrionale e diedero inizio al Sultanato di Delhi (1206- 1526). Nel 1526, con la battaglia di Panipat si affermò la dinastia turco-mongola dei Mughal.
Ayodhya è una città molto piccola ed è una delle sette città sacre per gli hindu. Qui la valenza simbolica del luogo ha determinato il suo destino.
Ayodhya (in sanscrito: “da non combattere”) è l’antica capitale dei re della dinastia solare (mentre Delhi era la capitale dei sovrani della dinastia lunare). Le vicende del più importante sovrano di questa città, Rama, sono narrate nel poema Ramayana , l’altro grande itihasa dell’India. Il Ramayana, comunemente tradotto “Il viaggio di Rama”, è attribuito tradizionalmente a Valmiki (“Quello del formicaio”), la forma attuale è assunta tra il V sec. a.e.c. e il III secolo e.c. ed è molto più breve del Mahabharata, rispetto al quale è anche più compatto e più elegante nella forma. L’opera è composta da sette libri, il primo e l’ultimo sono più recenti, e in essi Rama non è solo un uomo ma una divinità (uno degli avatara del dio Vishnu). Anche la trama è molto meno complessa: il re del Kosala, Dasharatha, è padre di quattro figli maschi: Rama, Bharata, Lakshmana e Shatrunga. Alla corte del re Janaka, Rama vince la mano di Sita: i due si sposano e per un periodo vivono felici ad Ayodhya. Rama viene designato dal padre come erede al trono, ma la seconda moglie di Dasharatha ricorda al marito che tempo addietro si era impegnato ad esaudire un suo desiderio, così chiede l’esilio di Rama e la nomina come erede al trono di Bharata. Rama trascorrerà 14 anni in esilio, insieme alla moglie Sita ed al fratello Lakshmana, vivendo come eremiti nella foresta Dandaka, dove Rama annienta molti demoni. Lì Sita viene rapita dal crudele re dei demoni,Ravana, che decide di vendicare i suoi simili e, attratto anche dalla famosa bellezza di Sita, la conduce nell’isola di Lanka. Rama e Lakshmana si alleano con Sugriva, re di potente popolo di uomini-scimmia(tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanuman, oggi modello del perfetto devoto), insieme ai quali costruiscono un ponte che collega l’estremità meridionale dell’India con Lanka. L’esercito affronta l’armata dei demoni, e Ravana viene ucciso in duello da Rama, che torna vittorioso nella capitale Ayodhya, e viene incoronato re. Rama, per rispettare la Sacra Legge, è costretto a ripudiare Sita poiché ha vissuto nella casa di un altro uomo. Ella, per dare prova della sua purezza, accetta di sottoporsi alla prova del fuoco ed esce indenne dalle fiamme; può così riunirsi a Rama. Tuttavia il popolo continua a mormorare e Rama, il cui primo dovere è soddisfare il popolo, è tristemente costretto a bandire la moglie dal regno. Essa trova rifugio nell’eremo di Valmiki (l’autore del poema) e dà alla luce due gemelli. Alcuni anni dopo, Ram si trova di nuovo innanzi a Sita e riconosce i loro figli. Come prova finale della sua fedeltà, Sita invoca sua madre, la Terra e da essa si fa inghiottire. Rama torna in cielo e riassume la forma del dio Vishnu. Rispetto al Mahabharata, in cui l’epilogo porta solo a disperazione, in quest’opera la vittoria di Rama porta serenità. Sita è un personaggio fondamentale e con il suo comportamento di abnegazione, fedeltà e sottomissione assoluta al marito rappresenta il modello di moglie per le spose hindu. Tuttavia il suo destino è controverso, e in particolar modo nella concezione occidentale lascia “l’amaro in bocca”. Nelle revisioni dell’opera le toccherà spesso un destino migliore. Nella versione oggi più conosciuta in india “Lago delle imprese di Rama” il demone non rapisce la vera Sita ma solo una sua immagine e Sita non viene esiliata da Ayodhya per tacitare le maledicenze dei cittadini. Qui, in oltre, Rama è un dio a tutti gli effetti.
Rispetto al Mahabharata, il Ramayana rispecchia una concezione della vita più ottimistica e una fiducia maggiore nel rapporto fra l’uomo e la divinità; infatti esso si colloca nel treta-yuga (seconda era cosmica) a differenza del Mahabharata che si colloca tra la fine del dvpara-yuga e l’inizio del terribile kali-yuga. Il “Ramrajya” Nella tradizione Ayodhya è associata al concetto di ramarajya , “Regno di Rama”. Esso prospera naturalmente grazie alle doti del suo sovrano, che garantisce la preservazione del dharma e protegge il territorio e i sudditi. Il ramarajya è, per questo, il regno perfetto dove verità, felicità e giustizia sono perfettamente realizzate. In epoca contemporanea il concetto di ramarajya definisce comunemente in India il “buon governo” ed è stato ripreso da Gandhi per indicare l’ideale di un Paese amministrato secondo giustizia e privo di tensioni.
Varanasi è lo spelling colto di uno dei nomi antichi della città di Benares. Secondo la tradizione, il significato sarebbe “Città tra Varna e Asi” ,due fiumi che si gettano nel Gange e che formano i confini ideali della città. Essa aveva anche un altro nome, cioè Kashi, che significa la “Luminosa” per via della caratteristica luce della città ai primi chiarori del mattino. Varanasi è però da sempre soprattutto luce spirituale.
I Tirtha sono le località sacre dell’induismo. Il termine significa alla lettera “luogo di attraversamento” ed è solitamente tradotto con “guado” o “guado sacro”. I tirtha sono innanzitutto destinazioni di pellegrinaggio e nel concetto di tirtha è implicato per il fedele uno spostamento fisico. Attraversare significa spostarsi da una realtà all’altra, affrontare i rischi di un viaggio e ritrovarsi a volte trasformati. La fisicità del viaggio che i pellegrini si propongono è considerata, in ultima analisi, soltanto una metafora del viaggio spirituale. Una volta raggiunto il tirtha i fedeli si trovano di fatto a dover affrontare il vero passaggio, che non è un altro tratto di territorio, ma piuttosto una soglia ideale. La traduzione “guado” si appoggia anche a un’altra verità: i tirtha si trovano sempre a ridosso dei fiumi (l’acqua è considerata sacra dagli hindu) e attraverso il bagno, l’igiene fisica e quella spirituale si intrecciano. Il più sacro di tutti i fiumi indiani è il Gange, disseminato di tirtha dalla sorgente alla foce. Idealmente tutti i fiumi indiani sono acqua del Gange. Il tirtha più sacro dell’India è Varanasi, la città di Shiva, la città della liberazione.
La Ganga è la dea Fiume del Gange. Tutti i fiumi dell’India corrispondono a divinità femminili e le loro acque sono da ritenersi, in ultima analisi, un’altra forma della Ganga. Le divinità fluviali sono solitamente rappresentate sotto forma antropomorfa e si distinguono per il “veicolo” su cui poggiano: la Ganga, per esempio, poggia su un mostro simile a un coccodrillo (il makara ).
decapitando Daksha e gettando infine la sua testa nel fuoco sacrificale. Gli altri dèi presenti al sacrificio pregarono Shiva di avere pietà, e di restituire la vita a Daksha. In alcune versioni si narra che Shiva acconsentì e lo resuscitò; in altre che sostituì la sua testa distrutta nel fuoco con quella di una capra. Shiva, ancora sconvolto, prende sulle spalle il corpo della moglie e comincia a danzare. Gli altri dèi, molto preoccupati che la sua danza potesse avere conseguenze nefaste per il mondo, intervengono, e Vishnu smembra il corpo di Satī spargendone i pezzi per il mondo, finché Shiva non si calma. I luoghi in cui caddero questi pezzi sono tuttora considerati luoghi sacri alla Dea. Il fascino di Shiva risiede nella sua ambivalenza: egli è sia il grande asceta in grado di stare per migliaia di anni assorto nello yoga sulla vetta innevata del Kailasa, sia l’amante dalla grande potenza erotica. Egli incarna l’archetipo maschile dell’uomo consapevole della propria potenza fisica, riassunta nella potenza del suo fallo, che in questo sprezzante narcisismo decide di vivere in assoluta indipendenza.
Fra le molte narrazioni sacre che contribuiscono a delineare la grande personalità di Shiva, il mito più importante è quello delle sue nozze con Paravti, che ha ispirato il poema di Kalidasa: il Kumarasambhava , la “Nascita di Kumara”. In esso si narra che Parvati (reincarnazione di Sati) era una fanciulla alla quale un asceta predisse il matrimonio con Shiva. Poiché solo un erede di Parvati e Shiva avrebbe potuto sconfiggere il demone Taraka, tutti gli dei si impegnarono a far si che il dio si innamorasse della giovane che, nel frattempo, era stata mandata dal padre Hymalaya a prestare servizio a Shiva. Così Kama, dio dell'amore, scoccò una freccia in direzione del dio mentre questi meditava. Ciò però fece perdere la concentrazione a Shiva che aprì il suo terzo occhio ed incenerì Kama all'istante. Ciò nonostante Parvati non perse le speranze e decise che avrebbe conquistato l’amato con le sue stesse armi, cioè con l’ascesi. Riuscì in questo modo a sposare Shiva e il matrimonio si celebrò secondo “l’etichetta” indiana. Lo scopo mitico di questa unione è generare Skanda, chiamato anche Kumara (il “Giovane”), il dio della guerra che sconfiggerà il demone Taraka ristabilendo l’ordine nel mondo umano e divino. Tuttavia quest’esito, che prima di realizzarsi implicherà diverse altre mitiche deviazioni, non interessa a Kalidasa, che chiude il poema su Shiva e Paravti che fanno l’amore, in strofe di sensualità elegante e coinvolgente. Nel poema è contenuto un messaggio alle donne: nessun uomo è davvero capace di resistere alle loro attrattive e alla loro appassionata perseveranza.
Nel tempo il rapporto con il dio è divenuto per gli hindu un fatto sempre più intimo e personale. La Bhakti , la “devozione, è intesa proprio come un rapporto d’amore tra essere umano e Dio. In questo contesto si diffondono nell’India del Nord delle personalità di mistici-poeti, chiamati sant (che significa buono, ma nonostante l’etimologia sia diversa si può tradurre con santo). Questi sviluppano due modi di intendere il dio:
Varanasi si dimostrò una città chiave per il Buddhismo poiché alle sue porte, nel parco delle Gazzelle, Buddha tenne il suo primo e fondamentale discorso. Poco lontano da Varanasi e dal suo induismo fervido, anche oggi Sarnath è un’oasi serena, dedicata al buddhismo dal giorno di quella predicazione.
Le origini del Buddhismo sono indissolubilmente legate alla figura di Siddartha, la cui esistenza storica (da alcuni messa anche in dubbio) è di difficile ricostruzione perché si intreccia a molteplici elementi mitici. Una prima difficoltà che si incontra è legata alla datazione della vita di Siddhartha: tradizionalmente si colloca la nascita nel 560 e la morte nel 480 a.e.c; per altri invece sarebbe nato nel 480 e morto nel 400; per altri ancora sarebbe vissuto tra il V e il IV sec a.e.c. Probabilmente nacque nella regione del Terai, nella pianura sub-hymalayana al confine tra India e Nepal. Si chiama:
I testi che narrano la vita del Buddha sono molti e in essi trovano spazio molti elementi mitici e simbolici attraverso cui la figura di Siddhartha si delinea come quella di un eletto il cui destino
monastica;
approfondimenti alla dottrina esposta nel Sutta Piṭaka. In esso è raccolto dunque ciò che sappiamo della dottrina Buddhista , di cui un elemento cardine è rappresentato dai cosiddetti tre gioielli ( triratna ) nei quali ogni buddhista deve rifugiarsi:
Il termine Dharma assume nel buddhismo valenze ampie e comprende sia il significato di fondamento dell’ordine cosmico (come per l’induismo) sia l’insegnamento del Buddha e la sua dottrina. Sebbene il Buddha si ponga come un innovatore rispetto alla visione brahmanica, ne riprende e condivide alcuni elementi: la legge del karman e il samasara, capisaldi del pensiero brahmanico, permeano profondamente anche la visione del Buddha. Ciò che contraddistingue la concezione buddhista del karman è la fortissima connotazione morale che esso assume: l’ intenzione con la quale si compie un’azione è determinante nella formazione del karman (un’azione negativa compiuta senza intenzione non genera cattivo karman, viceversa cattive intenzioni anche se non sono messe in atto, producono karman negativo). Alla catena del karman si può sfuggire, seguendo la via indicata dal Buddha. Questo Nella prospettiva buddhista tutto è duhkha , “dolore”, o meglio “frustrazione” (prospettiva non solo fisica, ma anche psicologica ed esistenziale). La condizione umana è indissolubilmente legata all’infelicità e la natura umana è priva di un sostrato ontologico stabile: è anatman , cioè “priva di atman" (sé, soffio vitale). E’ inoltre caratterizzata dall’impermanenza, poiché è destinata a trasformarsi continuamente: il mondo, secondo il buddhismo, è un eterno fluire nel quale si avvicendano continuamente cause ed effetti (la dottrina della causalità, secondo cui ogni effetto si origina da una causa, è un cardine degli insegnamenti del Buddha). Nel suo discorso a Varanasi il Buddha aveva parlato delle quattro nobili verità : la prima, come si è visto, afferma che tutto è dolore. La seconda afferma che la sofferenza è dovuta a trishna , un termine che significa “sete” e indica la brama. Essa si declina in tre modi: sete del piacere dei sensi, brama dell’esistenza e brama della cessazione totale dell’esistenza. Nella terza verità il Buddha annuncia che la sofferenza può cessare e questo momento coincide con l’estinzione della brama. La via che conduce a tale estinzione è indicata nella quarta nobile verità e prende forma nell’ottuplice nobile sentiero, una serie di norme di comportamento che indicano un “sentiero di mezzo”, che rifugge dagli eccessi della ricerca smodata dei piaceri da un lato e della mortificazione estrema dall’altro. La cessazione della sofferenza di cui parla il Buddha coincide con il nirvana (che significa letteralmente “estinzione”), il completo sradicamento della brama, ossia l’interruzione del ciclo delle rinascite ( samsara ). L’estinzione della brama è indissolubilmente legata a quella dell’ignoranza e dell’odio: insieme, brama, ignoranza e odio, costituiscono i tre veleni radicali e liberarsi da essi significa vedere le cose per ciò che sono, raggiungendo uno stato di coscienza totalmente trasformato. Il nirvana non è la realtà assoluta o un sostrato metafisico, esso è anzitutto un evento e non coincide con la cessazione dell’esistenza: il Buddha raggiunse il nirvana in vita, quando seduto sotto il banano ottenne la bodhi. Il nirvana è in primo luogo una condizione mentale, psicologica ed etica: chi vive in tale condizione agisce per ciò stesso in modo perfettamente etico. La tradizione, però, identifica anche un secondo tipo di nirvana, quello definitivo raggiunto dal Buddha alla fine della sua esistenza. E’ difficile dire in cosa consista questo nirvana e lo stesso Buddha poneva l’accento sulla via che conduce al nirvana e sull’impegno nel conseguirlo, scoraggiando ogni tentativo di elaborare una teoria sull’essenza di esso. Il Sangha è la comunità dei monaci e dei laici che vivono secondo gli insegnamenti del Buddha. Esso si suddivide in quattro assemblee: i monaci, le monache, i discepoli laici e le discepole laiche. Esso è inoltre composto da molti sangha locali, ciascuno dei quali ha sviluppato caratteristiche particolari e punti di vista specifici. Tutti i membri del sangha sono buddhisti, ma cambia la loro prospettiva rispetto alla via da percorrere: sebbene tutti mettano in pratica gli stessi prinicipi ispiratori, la vita monacale prevede una regola rigida, incompatibile con la vita laica e attiva. La vita del monaco è segnata da alcuni passi ben definiti: egli abbandona il mondo, si rasa il capo e indossa la tunica gialla; pronuncia i voti (tra cui: non uccidere, non rubare, praticare la castità, non indulgere in divertimenti pubblici..) e pratica il noviziato finché non è pronto a diventare un monaco vero e proprio. Originariamente i monaci conducevano una vita errante, spostandosi continuamente per predicare e mendicare. Tale tipo di vita era però difficile da praticare nella stagione delle piogge, durante la quale
spesso gruppi di monaci trovavano riparo in grotte. Col tempo si giunse a soluzioni più stabili per ospitare la comunità monastica. Il Buddha non lasciò alcun successore né alcuna testimonianza scritta e, dopo la sua morte, sorsero delle divergenze in merito alla sistematizzazione della dottrina del maestro.
l’adesione all’insegnamento originario del Buddha e la sua preservazione. E’ spesso chiamata col termine Hynayana, che significa “Veicolo manchevole”, ma si tratta di una denominazione spregiativa e scorretta.
ruota del dharma ed è caratterizzato da: la dedicazione agli altri la cui salvezza è anteposta alla ricerca personale della liberazione e la conseguente attenzione al concetto di compassione. Tali ideali si condensano nella figura del bodhisattva , colui che pur essendo prossimo al nirvana vi rinuncia e si impegna invece ad aiutare gli altri, guidandoli nel samsara verso il nirvana.
mazza identificata col fulmine) corrisponde alla terza messa in moto della ruota del dharma e in esso hanno grande rilievo il mito, la dimensione magica, la pratica del mantra e la meditazione col supporto dei mandala.
Ashoka , il cui nome significa “senza dolore”, è uno dei personaggi più importanti della storia indiana: il suo regno (269-232 a.e.c.) segna il culmine della dinastia Maurya. Pare che fosse un fervente buddhista. Fra le altre cose è noto per avere lasciato ricche iscrizioni, in lingua popolare, incise su colonne o su rocce, i cosiddetti editti di Ashoka. Questi ci comunicano, non solo la grande estensione del regno, ma anche la visione della vita, legata ai principi buddhisti, di questo potente sovrano. Questi sono i primi documenti scritti nella storia indiana. Quello più celebre è la colonna di Sarnath che riporta un discorso concepito al fine di reprimere alcuni tentativi, da parte di alcuni monaci, di provocare scismi nella comunità buddhista. Tra gli altri editti ne ricordiamo uno che parla della sanguinosa guerra di Kaliga, altri che promuovono la non violenza e il vegetarianesimo ed infine alcune che promuovono l’esaltazione del buon governo di Ashoka.
Già prima di Ashoka, i primi sovrani Maurya fecero costruire delle colonne monumentali che erano anzitutto replica dell’asse cosmico e proclamazione di sovranità. Di solito i capitelli comportavano la raffigurazione di animali (leone, toro ed elefante). Capitello di Sarnath Sul capitello sono presenti quattro leoni addorsati, emblema del dominio del re su tutto lo spazio circostante. Nel tamburo ci sono due elementi importanti: la ruota del chakvartin (imperatore universale), simbolo solare e di regalità e rappresentazione del dharma, e altri quattro animali (leone, elefante, toro e cavallo) ancora con significato di potere. Il tamburo poggia su un fiore di loto rovesciato. Il capitello è stato adottato dall’India moderna come proprio emblema, espressione di potere, ma anche di tolleranza e universalità secondo il modello del buddhismo di Ashoka. Stele del “Buddha che predica” La raffigurazione classica del Buddha, anche se in sembianze antropomorfe, è simbolica: è il grande uomo cosmico che in sé riassume l’esistente, è il chakravartin dello spirito. Le sue particolarità fisiche trascendono quelle dell’individuo comune: mostra i 32 segni dell’uomo superiore. Di solito indossa la veste ascetica, le gambe sono raccolte come un mendicante e le mani sono atteggiate in diversi mudra. La stele di Sarnath è in arenaria e vuole rappresentare il Buddha nel momento del suo primo discorso. Nel basamento vi è la ruota del dhrama circondata dai discepoli e affiancata da due gazzelle. Il capo del Buddha è coperto da riccioli avvolti verso destra (buon auspicio); le mani hanno le dita unite da una membrana, segno di predestinazione a grandi imprese. Accanto al Buddha vi sono animali fantastici ed è circondato da un’aureola che riproduce una pianta di loto, che esprime rigogliosità e fertilità e purezza. Il Buddha è qui immagine della suprema compostezza, dell’assoluta serenità.
numero tre ha un unico portale monumentale, è coevo allo stupa maggiore ed è a poca distanza da esso, e custodisce le reliquie di due seguaci di Buddha.
Nei rilievi della prima arte buddhista si ha a che fare soprattutto con un’arte narrativa, che serve a istruire i devoti. Esempi significativi si possono ricavare dai rilievi che ornano la facciata interna del portale nord del Grande stupa di Sanchi. Architrave superiore il soggetto è il Chaddanta Jataka: in una delle sue vite precedenti, il Buddha fu un elefante con sei zanne che suscitò la gelosia di una delle sue spose, che decise di vendicare il torto subito e ordina a un cacciatore di ucciderlo. Questo, prima di morire, offre la sua zanna al cacciatore perché le porti alla regina come prova della missione e questa, vedendole, morì di dolore. Lo scultore però scelse di rappresentare solo l’inizio della storia, quando Chaddanta era re del branco di elefanti e vivevano felici nella foresta. E’ una rappresentazione “monoscenica”. Architrave di mezzo qui lo scultore utilizza una rappresentazione sinottica, che mostra più elementi senza un ordine definito. E’ raffigurato il momento in cui Shakyamuni ottiene l’Illuminazione: vediamo Shakyamunii che inizia a meditare (centro), Sujata che gli porta il cibo (sinistra) e Mara che tenta di dissuaderlo dal meditare (destra) Architrave Inferiore rappresenta il Vessantara Jataka, in cui il futuro Buddha è il principe Vessantara, simbolo di perfetta generosità. La rappresentazione è continua poiché i fatti sono esposti con ordine cronologico.
La storia di Vessantara è narrata nell’ultimo e il più famoso dei 547 Jātaka (vite del Buddha) contenuti nel Canone in pāli e narra l’incarnazione del futuro Buddha che precede quella in cui nascerà per l’ultima volta come Shakyamuni. Vessantara è un principe della stirpe che regna sul popolo dei Sivi. Nella sua persona si realizza la perfezione della generosità, ossia il dāna. Il principe Vessantara continua a esercitarsi nella perfezione della generosità; ormai sposo e padre, dona ai brahmani del Kālinga un prezioso elefante bianco, che assicurava la prosperità del regno. I Sivi si ribellano e il padre allora lo esilia in una foresta con la moglie Maddi e i due figli, ma Vessantara non pone limiti alla pratica del dāna e dona anche quelli a un avido brahmano e al dio Sakka. Sarà quest’ultimo, ammirato per la incrollabile generosità del principe, a rendergli la moglie e a concedergli di soddisfare otto desideri. Vessantara potrà così recuperare il suo ruolo a corte, i figli e l’elefante bianco. Il jātaka inserisce la vicenda di Vessantara in una cornice poetica stupenda, in particolare la foresta è descritta come un luogo incantato, dove le belve rispettano gli asceti e innumerevoli animali e piante vivono in armonia. Possiamo riscontrare dei punti di contatto con il Ramayana :
Alla fine del II sec. a.e.c. un sovrano di origine greca che regnava nella Battriana spedì un suo ambasciatore, Eliodoro, alla corte del re della dinastia Shunga (che domina l’India settentrionale). Eliodoro fece erigere a Vidisha (la capitale secondaria del regno) una colonna firmata con una coppia di iscrizioni in onore di Vasudeva, uno dei nomi attribuiti a Vishnu-Krishna, di cui Eliodoro si proclama un devoto. Questa colonna è considerata la più antica testimonianza direttamente databile della devozione visnuita. E’ costituita da un fusto di pietra arenaria alto circa 6,5 m che un tempo doveva essere coronato da una statua di Garuda, l’uccello sacro accompagnatore di Vishnu.
L’addentramento nel fianco della montagna con scopi religiosi è una pratica che risale alla preistoria. Lo sappiamo grazie a testimonianze rinvenute nella grotte che venivano dipinte principalmente a scopo propiziatorio eritraggono scene di caccia o di vita quotidiana. Queste grotte costituiscono il patrimonio artistico più antico dell’india. Le grotte sono importanti nella storia indiana anche per essere state il rifugio degli asceti itineranti durante la stagione dei monsoni. Inoltre, nelle prime fasi dell’architettura indiana costruire edifici di pietra era impossibile per le capacità tecniche acquisite e quindi, per conferire durata alle aspirazioni architettoniche si afferma la pratica di creare luoghi di culto e di ritiro scavando e scolpendo la viva roccia. E’ soprattutto il buddhismo a dare impulso a questo tipo di monumenti, ma ad un certo punto gli hindu copiarono l’idea ottenendo risultati maestosi. Il sito di Udaygiri è importante perché, con le sue venti grotte (diciotto hindu e due jaina), è il luogo in cui si possono osservare gli esordi significativi di questa pratica. Dal punto di vista generale l’aspetto di queste grotte è abbastanza modesto, ma sono splendide le sculture a rilievo che le corredano (e sono anche i più antichi esempi di scultura hindu che ci siano pervenuti). Il rilievo più celebre è quello che ritrae Vishnu nel suo avatara (“discesa”) in forma di Varaha , ovvero Grande cinghiale, nella grotta n.5. Il dio con corpo umano e testa di cinghiale è rappresentato di profilo con la gamba sinistra piegata, a esprimere il noncurante sforzo della sua impresa. Il mito vuole che la dea Terra sia sprofondata nelle acque dell’abisso per colpa di un demone (creatura acquatica raffigurata come un serpente) e che Vishnu, nella forma di cinghiale, l’abbia salvata sollevandola con le zanne. Fra le altre sculture di Udayagiri, fondamentali sono i rilievi disposti lungo la parete esterna della grotta n.6 che raffigurano Ganesha, Vishnu, le dee fluviali, la dea Durga e le cosiddette Sette madri.
Nell’induismo la Dea, divinità suprema in forma femminile, è quasi sempre identificata con Durga , la “Difficile da espugnare”. A Udayagiri appare raffigurata nella sua iconografia canonica, cioè come “colei che sconfigge il demone bufalo”, con riferimento a un celebre mito. Le vicende che la riguardano sono narrate nel Devi Mahatmya. E’ un testo di contenuto indipendente, databile intorno al V-VII sec (epoca Gupta), che si dipana per settecento strofe all’interno di un’opera più vasta. La storia parla di un re, Suratha, e un popolano, Samadhi, che si trovano insieme nella foresta presso l’eremo del saggio Medhas. Entrambi soffrono perché traditi (il primo dai suoi ministri, il secondo dai familiari) e si domandano perché, nonostante ciò che hanno supito, essi si sentano ancora legati alle persone e alle cose del passato. Il saggio risponde loro che la causa è da ricercarsi nella Grande
Dopo il declino dell’impero Gupta, durante il medioevo indiano (chiamato così solo per una corrispondenza cronologica con quello occidentale) l’India settentrionale conobbe una costante frammentazione politica: dinastie si affiancano e avvicendano governando aree più o meno ampie con un sistema di vassallaggio di tipo feudale. In questo periodo si sviluppò l’usanza, da parte dei sovrani, di costruire templi per la glorificazione delle proprie imprese. A Khujaraho, che ora è solo un villaggio, sorgeva la capitale del regno dei Chandella, i quali fecero costruire, a quanto sembra, circa ottanta templi: ne restano una trentina, hindu e alcuni jaina, risalenti al periodo compreso fra la metà del X e la metà dell’XI sec.
I buddhisti detengono un curioso primato riguardo ai templi, infatti a loro sono attribuiti i monumenti più antichi dell’India: questo perché quando ancora l’induismo propriamente detto era ancora in fase embrionale il buddhismo era già una religione consolidata e diffusa. L’induismo delle fase vedica- brahmanica non prevedeva luoghi fissi per il culto, a differenza del buddismo che iniziò a edificare da subito, con il patronato dei sovrani. Solo nei primi secoli dell’era comune, quando si afferma la bhakti , si assiste a un’evoluzione del culto hindu che porta gli dei ad essere calati in immagini, per lo più di sembianze antropomorfe. Il devoto si reca nel tempio per avere la visione ( darshana ) della divinità graziosamente discesa in un’immagine concreta ( murti ). A questa il devoto rende omaggio con la puja , l’offerta rituale, e riporta con sé il prasad ossia la grazia divina sotto forma di un pezzetto delle offerte. Inoltre, i materiali più comunemente usati per le costruzioni dell’India antica sono legno e mattoni, di estrema deperibilità soprattutto nella calura indiana e sotto il diluvio dei monsoni. Della fase più antica dell’architettura indiana si sono conservati, di fatto, solo edifici o sculture ricavati dalla viva roccia, ma questa tipologia di costruzioni è pochissimo diffusa nell’India del Nord. Gli edifici templari propriamente costruiti iniziano a offrire garanzia di resistenza quando sono innalzati con solidi blocchi di pietra: i primi esempi di epoca Gupta (IV-V sec) sono piccoli e dalle forme modeste, i secoli successivi culmineranno nei capolavori.
L’architettura sacra delle diverse regioni dell’India vede affermarsi tipologie locali, ma alcuni elementi sono fondamentali in qualunque tempio:
Il tempio di Kandariya Mahadeo sorge su un alto podio rettangolare da cui sale una scalinata in asse con l’ingresso, che si apre a oriente (direzione canonica dei templi hindu, considerata di massimo auspicio). Se si osserva l’edificio da una certa distanza e di profilo si possono distinguere tre fasce (dal basso):
dell’interno
statue quasi a tutto tondo che rappresentano l’eccellenza della scultura Chandella. Sono illustrate le divinità dell’induismo nella maestà dei loro attributi, le “bellezze celesti2 cioè donne fascinose in atteggiamenti graziosi e le sculture erotiche (che rendono Khajuraho così famosa)
sulla cella fino a superare i 30 m e, accanto ad esso sono addossate repliche in miniatura della guglia stessa, ciascuna culminante nella sua pietra scanalata. L’effetto ricreato è quello di un’autentica cima di montagna. Il tempio è dedicato a Shiva (“Mahadeo” è uno dei suoi nomi più comuni e “Kandariya” deriva da una parola che significa grotta), quindi nella cella è collocato un linga di pietra. Il tempio con l’insieme delle sue strutture e della scultura che orna le sue pareti si propone di essere un’immagine complessiva del mondo. Poiché per l’induismo il mondo è il corpo di Dio, ovvero la sua consustanziale manifestazione, ecco che il tempio-mondo coincide con il corpo divino.
Sulle pareti esterne dei templi dell’India settentrionale e centrale , fra le figure degli dei è frequente la rappresentazione di uomini e donne in atteggiamento casto o esplicitamente sessuale. Questo tipo di immagini si diffuse su larga scala dal X sec e.c. Ci si chiede, naturalmente, come si possono conciliare queste immagini con il messaggio dell’edificio sacro. La risposta non è univoca ed è possibile che le varie spiegazioni tentate entrino in gioco contemporaneamente e si possono ipotizzare diversi livelli di lettura (spiegazioni esoteriche riservate a una cerchia ristretta e altre più popolari).