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VIAGGIO NELL'INDIA DEL NORD, Sintesi del corso di Storia dell'India

Riassunto del libro VIAGGIO NELL'INDIA DEL NORD per il corso di storia dell'India

Tipologia: Sintesi del corso

2023/2024

In vendita dal 28/06/2024

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INDOLOGIA
L'attuale New Delhi è un’area specifica della città di Delhi, progettata per
volere inglese. Numerose città sono esistite nella stessa area o si sono
sovrapposte alle altre, fino a quando l’urbanizzazione moderna non ha
riunito tutto il territorio. Le città più antiche confluite nell’odierna Delhi
sono quasi del tutto scomparse; a dare forma alle porzioni più vecchie
furono i sultani e gli imperatori musulmani.
Quello che ora si chiama Purana Qila/forte vecchio fu innalzato nel 1533
da Humayun, uno degli imperatori Mughal, sul sito in cui molto tempo
prima sorgeva la città di Indraprastha, la capitale dei fratelli Pandava
della stirpe Kuru, discendenti dell’eroe Bharata, protagonisti del grande
poema del Mahabharata. Questi 5 fratelli non sono tuttavia personaggi
storici, ma letterari o mitologici. Nel II libro del Mahabharata, i 5 fratelli
sono contrapposti ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica ed etica.
Mahabharata significa ‘grande storia dei discendenti di Bharata’,
considerato l’antenato mitico degli indiani. L'opera fornisce modelli di
comportamento, spunti di riflessione e oggetti di confronto. Per gli indiani,
il Mahabharata non è antico, ma eterno, e narra di un passato lontano ma
autentico. Misura circa centomila strofe, ed è diviso in 18 libri di
estensione diseguale, e il suo carattere ‘misto’ lo rende difficile da
concettualizzare e assorbire: alla vicenda principale si aggiungono mille
vicende accessorie, collocate nelle cronologie più strane e connesse nei
modi più diversi. Nell'antica india si scriveva su fogli di betulla o palma, e i
libri non avevano vere rilegature, era possibile aggiungere o rimuovere
pagine. Si ritiene che l’opera per come la conosciamo oggi abbia preso
forma durante molti secoli, dal Iv aC al IV dC, ma un suo nucleo avrebbe
radici ancora più antiche. La tradizione assegna la sua paternità ad un
singolo autore, il veggente Vyasa, fondamentale personaggio del poema
stesso. Estensione e complessità vanno di pari passo con il gran numero
di personaggi --> è un tratto costante dell’India: si muovono in famiglie o
gruppi e hanno molte relazioni umane. I discorsi sul Mahabharata sono
accompagnati da ‘riassunti’.
La trama principale si articola attorno alle corti di Indraprastha e della
città rivale Hastinapura, con il coinvolgimento di altri piccoli regni, ostili o
alleati. Le vicende si svolgono in luoghi geografici precisi, riconoscibili e
riconosciuti. Il problema nasce attorno alla legittima successione al trono
del Kurukshetra, un regno dell’India settentrionale patrimonio ancestrale
del clan Bharata. L'ultimo re era stato Shamtanu, che aveva 3 figli, uno
avuto con la dea fluviale Ganga e gli altri due con una donna umana. Il
padre della donna chiese al re di favorire i suoi nipoti, e che vieti al primo
figlio di avere figli a sua volta. Il figlio accetta per devozione verso il
padre. Nella linea dinastica successiva, il primo re muore senza avere figli,
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INDOLOGIA

L'attuale New Delhi è un’area specifica della città di Delhi, progettata per volere inglese. Numerose città sono esistite nella stessa area o si sono sovrapposte alle altre, fino a quando l’urbanizzazione moderna non ha riunito tutto il territorio. Le città più antiche confluite nell’odierna Delhi sono quasi del tutto scomparse; a dare forma alle porzioni più vecchie furono i sultani e gli imperatori musulmani. Quello che ora si chiama Purana Qila/forte vecchio fu innalzato nel 1533 da Humayun, uno degli imperatori Mughal, sul sito in cui molto tempo prima sorgeva la città di Indraprastha , la capitale dei fratelli Pandava della stirpe Kuru, discendenti dell’eroe Bharata, protagonisti del grande poema del Mahabharata. Questi 5 fratelli non sono tuttavia personaggi storici, ma letterari o mitologici. Nel II libro del Mahabharata, i 5 fratelli sono contrapposti ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica ed etica. Mahabharata significa ‘grande storia dei discendenti di Bharata’, considerato l’antenato mitico degli indiani. L'opera fornisce modelli di comportamento, spunti di riflessione e oggetti di confronto. Per gli indiani, il Mahabharata non è antico, ma eterno, e narra di un passato lontano ma autentico. Misura circa centomila strofe, ed è diviso in 18 libri di estensione diseguale, e il suo carattere ‘misto’ lo rende difficile da concettualizzare e assorbire: alla vicenda principale si aggiungono mille vicende accessorie, collocate nelle cronologie più strane e connesse nei modi più diversi. Nell'antica india si scriveva su fogli di betulla o palma, e i libri non avevano vere rilegature, era possibile aggiungere o rimuovere pagine. Si ritiene che l’opera per come la conosciamo oggi abbia preso forma durante molti secoli, dal Iv aC al IV dC, ma un suo nucleo avrebbe radici ancora più antiche. La tradizione assegna la sua paternità ad un singolo autore, il veggente Vyasa, fondamentale personaggio del poema stesso. Estensione e complessità vanno di pari passo con il gran numero di personaggi --> è un tratto costante dell’India: si muovono in famiglie o gruppi e hanno molte relazioni umane. I discorsi sul Mahabharata sono accompagnati da ‘riassunti’. La trama principale si articola attorno alle corti di Indraprastha e della città rivale Hastinapura, con il coinvolgimento di altri piccoli regni, ostili o alleati. Le vicende si svolgono in luoghi geografici precisi, riconoscibili e riconosciuti. Il problema nasce attorno alla legittima successione al trono del Kurukshetra, un regno dell’India settentrionale patrimonio ancestrale del clan Bharata. L'ultimo re era stato Shamtanu, che aveva 3 figli, uno avuto con la dea fluviale Ganga e gli altri due con una donna umana. Il padre della donna chiese al re di favorire i suoi nipoti, e che vieti al primo figlio di avere figli a sua volta. Il figlio accetta per devozione verso il padre. Nella linea dinastica successiva, il primo re muore senza avere figli,

e così il fratello che gli succede. Viene allora richiamato il fratellastro Vyasa, che deve sposare le mogli del re che lo ha preceduto. Il suo aspetto orrendo le fa però spaventare e queste generano figli ‘imperfetti’: il primo è cieco, il secondo, detto pandu/pallido, diventa re ma subisce una maledizione che non gli permette di unirsi ad una donna. La sua sposa più anziana conosce però una preghiera per invocare gli dèi e generano così 3 figli; altri figli sono generati con la seconda moglie. Tuttavia, per la maledizione Pandu ha rinunciato al trono e vive nella foresta con i figli. Dopo la sua morte, gli eremiti della foresta conducono la sua famiglia alla corte dei Bharata a Hastinapura, ma il primogenito dei 100 figli del reggente noti come Kurava per ereditare il trono cerca di eliminare i cugini, e li manda poi in esilio, dove intende farli bruciare vivi. Vengono però aiutati dallo zio. Per un certo periodo vivono nascosti, spacciandosi per giovani brahmani. Riescono ad entrare in alleanza con il regno confinante di Panchala. Iniziano così a sfidare i cugini. Importante è il rapporto che i personaggi hanno con la foresta o giungla. Secondo alcuni studiosi gli episodi basilari della storia potrebbero essere la testimonianza meglio conservata dell’età eroica deli indoeuropei --> la popolazione degli aryaavrebbe portato con sè le storie chiave dell’epica eroica. La civiltà dell’Indo è la più antica grande formazione culturale del subcontinente di cui si ha notizia. Si estese in un vasto territorio dal Pakistan alla piana gangica, al Gujarat e alle pendici dell’Himalaya. Affonda le sue radici nell’epoca neolitica (7000 aC) ma fiorisce dal 2600 al 1900 aC. Era assai evoluta; i suoi centri principali furono le città di Harappa e Mohenjo-daro (Pakistan). Ad Harappa, nel 1920-1921, furono compiuti i primi importanti scavi archeologici grazie all’opera di Marshall. Sono stati rinvenuti circa 1000 siti, con affinità, e che parlano di una cultura urbana raffinata. La pianificazione delle città era regolata da un elevato grando di uniformità --> suggerisce amministrazione complessa e una struttura sociale gerarchica. Sia Harappa che Mohenjodaro possedevano una cittadella sopraelevata, dalla quale probabilmente si esercitava il potere e dove forse sorgevano i luoghi di culto. Non sono fino ad ora stati identificati templi, ma sulla cittadella di Mohenjodaro c’è una grande vasca che forse serviva per abluzioni rituali, e a Kalibanang, altro centro in Rajasthan, sono stati identificati altari di fuoco --> questo fa pensare all’importanza dell’acqua nella religione hindu e alla centralità del fuoco nel sacrificio vedico. I piccoli reperti materiali di questa civiltà comprendono figure femminili dai fianchi larghi e dai seni prominenti, con gioielli e acconciature elaborate; una rappresenta forse un sacerdote barbuto; un’altra richiama la postura di una danzatrice. I reperti più significativi sono rappresentati da una serie di sigilli di steatite, usati per stampigliare documenti e merci, dove appaiono figure

Nei secoli, a questi testi se ne sono aggiunti altri, in progressione cronologica e ideologica, che completano i contenuti:  I brahmana : approfondiscono i significati del sacrificio  Gli Aranyaka : testi delle selve  Le Upanishad : processo di interiorizzazione del sacrificio vedico. In senso ampio, con il termine ‘veda’ si intende l’insieme di tutti questi testi. La datazione è difficile, molti venivano trasmessi oralmente per secoli. Le forme più antiche potrebbero risalire al XV saC, le Upanishad alla metà del 1millennio aC. Al pensiero espresso dalle fasi più recenti si da’ il nome di brahmanesimo o religione brahmanica. Dal punto di vista ortodosso, il veda è eterno e di origine non umana: fu udito dai mitici veggenti rishi che lo hanno trasmesso agli uomini. Fulcro della religiosità è il rito sacrificale, la cui conoscenza ed esecuzione è appannaggio della classe dei brahmani. L'azione rituale consiste nell’offerta ai deva/dèi di varie sostanze bruciate e condotte alle divinità tramite il fumo. Lo scopo è propiziarsi gli dèi, ottenere favori, e garantire la preservazione dell’ordine cosmico/rita e sociale. A questa azione rituale si legano due importanti divinità del pantheon vedico: Agni , che è il fuoco e la divinità del fuoco, soma , sostanza sacrificale e divinità ad essa associata --> sono due deva fondamentali che permettono a deviazione fra uomo e divino. Indra , bevitore di soma, è il dio re guerriero vedico. La sua maggiore impresa è la distruzione del serpente vritra/ostacolo, secondo una simbologia che rimanda alla creazione e all’ordine cosmico. Le sue gesta sono espressione della cultura e dell’ethos guerrieri della società vedica. Le sue imprese riflettono quelle degli arya. Le caste indiane possono essere tradotte con il termine ‘jati’ /nascita che indica un grande numero di suddivisioni sociali, in genere incluse nei varna (talvolta usato per indicare le caste). Le classi sociali della letteratura vedica e brahmanica sono 4, organizzate in modo rigidamente gerarchico:  al vertice i brahmani , associati al bianco, che svolgono compiti sacerdotali, eseguono riti sacrificali e sono incaricati di studiare e tramandare i veda  Gli kshatriya , associati al rosso, re e guerrieri con il compito di governare e difendere la società  I vaishya , il cui colore è il giallo, addetti al commercio, all’allevamento e all’agricoltura  Gli shudra , neri, la cui funzione è servire le classi superiori. In questa classe sarebbero confluiti i popoli sottomessi dagli arya.

Gli intoccabili, detti paria, si collocano al di fuori dello schema dei varna, e sono infatti definiti avarna /privi di varna; svolgono attività altamente contaminanti e sono evitati dalle altre caste. Nel 1900, Ghandi propose di rinominarli harijan/figli di dio, ma AMbedkar il quale appoggiò il movimento di emancipazione degli intoccabili, preferì dalit/oppressi. Uno dei discrimini essenziali è la contrapposizione tra i concetti di purezza e contaminazione. I membri dei varna e dei sottogruppi inclusi al loro interno sono chiamati a rispettare norme e restrizioni, legate ad alimentazione, sessualità e relazioni, per limitare la contaminazione spirituale. La classe al vertice della gerarchia, brahmanica, è considerata la più pura e le sue leggi sono quindi le più rigide. La giustificazione mitologica del sistema dei varna si trova in un inno dei Rgveda, nel quale la nascita delle classi sociali è ricondotta allo smembramento sacrificale del macrantropo, il grande uomo primordiale Purusha , dal quale ebbe origine il mondo. Dumezil identificò nelle funzioni sacerdotali, militari e produttive le tre funzioni sociale che contraddistinguono le genti indoeuropee. Riteneva che il Mahabharata andasse ricondotto al sostrato mitico e sociale dei Rgveda --> il testo è espressione indiana di una modalità indoeuropea di strutturare il mondo. Vi si troverebbe un mito escatologico, in cui gli eventi si legherebbero agli inizi di una nuova era. Concetto essenziale nel Mahabharata è il dharma , la cui radice significa ‘’mantenere, sostenere’, poi tradotta come ‘norma, legge, ordine, giustizia’. È il fondamento di ogni cosa, la legge che regola il fluire degli eventi. La sua manifestazione avviene in relazione ai cicli cosmici che scandiscono il tempo, che per gli hindu è ciclico e regressivo. L'unità basilare della scansione temporale hindu è lo yuga , un èra cosmica. Un ciclo di 4 yuga costituisce un mahayuga/grande yuga. I 4 yuga di ogni mahayuga si susseguono a partire da un’età dell’oro, nella quale il dharma si manifesta pienamente, per concludersi in un’epoca oscura, in cui dominano ingiustizia e violenza. Il nome dei 4 yuga, nei quali il dharma diminuisce progressivamente, sono quelli dei lanci dei dadi (dal colpo vincente a quello perdente). L'epoca attuale è chiamata kaly- yuga. Le vicende del Mahabharata si collocherebbero nell’era precedente alla nostra. Nel Mahabharata di Vyasa , la figura di Krishna ha un ruolo di primo piano, soprattutto nel Bhagavadgita /canto del glorioso signore, in cui la vicenda si svolge nella ‘terra dei Kuru’, la pianura a nord di Delhi. La sua forma in 700 strofe fu fissata nel commento di Shankara (VII-VIII s), uno dei massimi esponenti della corrente filosofica del vedanta, per cui è uno dei testi fondamentali. Il testo della gita si presenta come un dialogo e una storia-nella-storia. Nelle prime strofe, la terra dei Kuruk è chiamata

affermerà la grande dinastia turco-mongola dei Mughal. Le razzie e le incursioni islamiche cancellarono buona parte dell’architettura templare dell’India del Nord. Il grande patrocinio artistico verrò poi dato ai nuovi dominatori. Anche Delhi venne distrutta, ma poi rialzata a capitale. Città molto importante nella cultura hindu è Ayodhya , una delle 7 città sacre (insieme a Mathura, Hardvar, Varanasi, Kanchi, Ujjayini, Dvaraka). A renderla luogo così importante è stato il culto dell’eroe divino Rama , che vi ritornò dopo il suo periodo di esilio per insediarsi sul trono e garantire la prosperità ai sudditi. Secondo la tradizione, i regnanti discendono o dal sole o dalla luna (i Pandava del Mahabharata di Delhi) --> Ayodhya era l’antica capitale della dinastia solare. Le vicende di Rama, il più importante sovrano della dinastia, sono narrate nell’altro grande poema epico indiano: il Ramayana , spesso tradotto con ‘il viaggio di Rama’. È più breve, di 18800 circa strofe sanscrite, e si presenta come un’opera più compatta e autoriale, e più elegante nella forma. La tradizione indiana ne fa il primo ‘poema d’arte’. Si può presumere che abbia assunto la forma attuale fra V sac e III sdC. Si divide in 7 libri, di cui il primo e l’ultimo di composizione più recente, con divagazioni mitiche e ampliamenti. Rama non è solo un eroe con caratteristiche sovrumane, ma è considerato una divinità --> come Krishna, è una delle discese/avatara di Vishnu, sceso fra gli uomini per risollevarli dalla minaccia che incombe sul mondo. Nel libro I, in cui riceve la mano di Sita, figura esplicitamente come avatara. Anche Sita ha caratteristiche divine: sua madre è la dea terra, ed è stata trovata da re Janaka mentre arava un campo. Alla vecchiaia del padre, la seconda regina chiede l’esilio di Rama e la nomina al trono di suo figlio Bharata. Rama si reca in esilio volontariamente e Bharata prende su di sè il cuore del regno. Rama annienta molti demoni che nella foresta tormentano asceti e abitanti: tra questi Ravana, demone re di Lanka, che rapisce Sita per vendicarsi dei suoi simili; allontana Rama e il fratello Lakshmana con un tranello, un cervo d’oro che Sita vorrebbe, ma che in realtà è un demone; si traveste da asceta e rapisce la donna. I due fratelli, con l’appoggio del re delle scimmie Sugriva e del generale Hanuman, costruiscono un ponte per Lanka e, dopo una feroce battaglia, i demoni vengono annientati. Sita non ha ceduto al suo rapitore, che l’ha rispettata, ma, avendo abitato la casa di un altro uomo, in accordo con la sacra legge Rama deve ripudiarla. Lei si getta su una pira, ma il dio del fuoco si rifiuta di accoglierla, e si riunisce a Rama. Bharata rinuncia al trono e Rama può regnare con giustizia di Aydhoya. Nell'ultimo libro, più Diverse sono le analogie fra i due poemi epici: entrambi sono attribuiti alla paternità di un saggio, un veggente/rishi, che è anche personaggio del poema stesso; entrambi trattano di un grave conflitto dinastico, e di un gruppo di eroi costretti all'esilio nella foresta, in forte contrasto con

tardo, il popolo mormora alle spalle della regina e Rama, il cui primo dovere è soddisfare il suo popolo, deve bandirla: trova rifugio nell’eremo di Valmiki , autore del poema, dove dà alla luce due gemelli. Anni dopo, Rama riconosce i suoi figli. Come prova finale della sua integrità, Sita si fa inghiottire dalla madre terra. Rama ritorna in cielo dove riassume la forma del dio Vishnu. Il sanscrito del Ramayana è elegante ma non complesso, ma un elemento di disturbo per gli occidentali è la condanna di Sita --> è il modello tradizionalmente proposto alle spose hindu: abnegazione, fedeltà, sottomissione assoluta al marito. Nella tradizione antica Ayodhya è associata al concetto di ramarajya/regno di Rama: è un regno perfetto, prospera grazie alle doti del suo sovrano, che preserva il dharma, e, come dovere di kshatriya/guerriero, protegge il territorio e i sudditi. In epoca contemporanea, anche con Gandhi, il termine ramarajya indica il buon governo, l’ideale di paese amministrato secondo giustizia e privo di tensioni. L'aspetto politico del mito di Rama e del ramarajya è stato manipolato in connessione con la città di Ayodhya: secondo alcuni hindu nazionalisti, Babur, fondatore della dinastia musulmana dei mughal, nel 1528 distrusse il tempio di Rama nella città per farvi costruire la sua moschea, la Babri Masjid (non sussistono prove storiche o archeologiche). Nel 1949 la moschea fu a centro di grandi tensioni: degli hindu vi fecero irruzione per portarvi le statue di Rama e Sita, e altri hindu pretesero di entrarvi per esercitare il culto. Le preoccupazioni laiche di Nehru, allora primo ministro indiano, fecero chiudere e sorvegliare la moschea, ma le immagini non furono tolte, ma oggetto di culto annuale. Negli anni ‘80, la città divenne simbolo della lotta all’emancipazione delle classi inferiori, nel 1989 iniziò la costruzione del tempio di Rama, con mattoni portati in processione attraverso il nord dell’India, che causarono scontri e morti. Nel 1992 la Babri Masjid fu demolita da militanti hindu, dando il via a violentissimi scontri con i musulmani. Le località sacre dell’induismo sono in generale indicate con il termine ‘tirtha’ , la cui radice sanscrita significa ‘discesa’ divina, luogo di attraversamento, guado sacro. Attraversare significa spostarsi da una realtà all’altra, affrontare rischi, trasformarsi. Sono innanzitutto destinazioni di pellegrinaggio --> il concetto di pellegrinaggio si esprime con la parola tirthayatra, valore primario nella religiosità hindu. Nel concetto è implicato uno spostamento fisico. La regola vorrebbe Entrambi i poemi si situano in un'epoca cosmica lontana dalla nostra. Il Ramayana rispecchia una concezione della vita più ottimistica, e una maggiore fiducia nel rapporto fra uomo e divinità. Il Ramayana è più

Si trova sulla sponda occidentale del grande fiume. È luogo di morte prediletto perchè si ritiene che finire di vivere entro i suoi confini liberi dal samsara. In due luoghi le cremazioni di pire funebri bruciano ininterrottamente: si tratta del Manikarnika Ghat e dell’Harishchandra Gat. Ghat è un nome che indica le scalinate che scendono nell’acqua del fiume. Solitamente i luoghi di cremazione indiani sorgono fuori dai centri abitati, tradizionalmente verso sud: la direzione in cui risiede Yama, dio dei morti. Scavi archeologici nella zona del Raj Ghat testimoniano che la vicenda storica della città sia iniziata intorno al IX saC. All'epoca del Buddha, la città era un centro politico. Il suo periodo di massimo splendore, accompagnato da notevole importanza politica, si ebbe sotto la dinastia Gahadavala di fine XI s. tutti gli dèi del pantheon hindu sono rappresentati in santuari grandi o modesti di Varanasi, si dice siano circa 200; fra i più popolari c’è il tempio di Sankat Mochan del 1600, dove si onora il dio scimmia Hanuman, e quello di XVIII s dedicato alla combattiva dea Durga. Il luogo più sacro di Varanasi s trova nei vicoli alle spalle dei ghat centrali, dove sorge il tempio di Shiva signore dell’universo, con una guglia rivestita d’oro: è il centro religioso della città. Gli dèi induisti dei miti sono raffigurati in aspetto antropomorfo, ma nella cella dei templi dedicati a Shiva egli è sostituito da un linga/segno di genere/organo sessuale maschile. Si tratta di un fusto cilindrico, a volte scolpito con uno o più volti del dio, che emerge da una base circolare scanalata, considerata la condizione perfetta dell’universo. I linga più venerati hanno un nome. Comincia ad occupare un posto centrale nella devozione di Varanasi intorno al XII s. il tempio fu distrutto nel 1194 con la prima ondata della conquista territoriale islamica, e fu sostituito da una moschea. Seguì un’altra ricostruzione nel 1585, con l’appoggio di Todar Mal, ministro di Akbar, illuminato imperatore Mughal. Nel 1669 l’intollerante Aurangzeb distrusse il tempio per fare nuovamente posto ad una moschea., e il linga originario venne buttato nel pozzo di Jnana Vapi. Secondo il mito, Shiva è una divinità di origine remota, e nelle testimonianze più antiche è una figura marginale per la sua stessa natura, si aggira in luoghi incolti e terribili, come i campi di cremazione, temuto e tenuto a distanza dagli altri dèi: non è invitato con il resto del pantheon al sacrificio di Daksha, padre della sua prima sposa Sati, che per l’affronto si suiciderà. Diversi studi hanno messo in risalto la sua ambivalenza: è l’asceta supremo, può stare assorto nello yoga per migliaia di anni sul monte Kailasa; allo stesso tempo è il sommo amante, dall’irresistibile potenza erotica. Quando le spose degli asceti lo vedono aggirarsi nudo, con gli orrendi capelli incolti, cosparso di cenere e con i serpenti attorcigliati attorno, impazziscono di desiderio. È possibile che si tratti di un archetipo maschile, un uomo consapevole della propria potenza fisica,

riassunta nella potenza del suo fallo, che nel suo rassicurante narcisismo può anche scegliere di vivere isolato. Il mito che tratteggia meglio le sue caratteristiche è quello delle sue nozze con Parvati, figlia della montagna, chiamata anche Uma --> questo mito ha ispirato il grande poeta Kalidasa per il poema ‘la nascita di Kumara’--> Himalaya, signore delle montagne, e la sua sposa Mena concepiscono una figlia, Uma, che è la reincarnazione di Sati, prima sposa di Shiva. Il profeta asceta Narada predice che sarà l’unica, amata sposa di Shiva, che però è in ascesi su un’altra vetta. Gli dèi sono in angoscia, perchè il demone Taraka sta sconvolgendo il mondo, minacciando la loro supremazia, e si recano da Brahma, il creatore. Egli spiega che la supremazia del demone deriva da un dono che lui stesso gli aveva conferito, per tenere a bada il suo potere, e annuncia che solamente il figlio di Shiva e Uma potrà diventare generale dell’esercito che guiderà gli dèi alla vittoria. Indra, re antico degli dèi, si rivolge a Kama, dio dell’amore, che trafigge con il suo arco; si reca da Shiva, inaccessibile alla bellezza di Uma. Kama cerca di colpire l’asceta ma è incenerito dall’ira, che promana come fuoco dal suo terzo occhio. Uma decide di conquistare Shiva con l’ascesi: si assiste alla penitenza della dea, decisa a stremare il suo corpo. Shiva finalmente si accorge di lei, vinto dalla sua ascesi. Il dio invita i 7 veggenti, le stelle dell’orsa maggiore, da Himalaya per chiedere la mano della figlia. Al matrimonio, lo sposo giunge seguito dal suo corteo di creature pittoresche e temibili, cavalcando il toro sacro nandin; i due sono sposati davanti al dio del fuoco. Lo scopo mitico di questa unione è generare Skanda, chiamato anche Kumara, dio della guerra che sconfiggerà il demone Taraka ristabilendo l’ordine. Come tutti i miti hindu, anche questo riecheggia di insegnamenti quotidiani, oltre che di verità metafisiche e psicologia dell’inconscio --> Uma sembrerebbe insegnare alle donne che nessun uomo può resistere alla loro perseveranza. Con la dominazione islamica, a livello popolare le discriminazioni non furono così nette, e da collante fecero i mistici delle due realtà religiose: i sufi musulmani e i sadhu/asceti e rinuncianti hindu, con scopi metafisici raffrontabili e la capacità di smuovere un pubblico trasversale. Nel frattempo, il rapporto tra il fedele hindu e la sua divinità di elezione divenne sempre più un fatto intimo e personale: nell’India del Sud si è sviluppata ed è dilagata la bahkti , la devozione come rapporto d’amore fra essere umano e dio, promossa dal Bhagavadgita. Nell'India indo- islamica del nord si affermano alcune personalità di mistici-poeti, che intendono dio in due modi diversi: come saguna, con attributi, cui si rivolgono come dio personale, o come nirguna, privo di attributi, come assoluto che va oltre ogni qualificazione. Quelli che intendono dio come nirguna sono chiamati ‘sant’/buoni, fra questi c’è Tulsi Das, autore di

a destinazione, dove schiere di fanciulle provano a tentarlo. Vecchiaia, malattia e morte sono tanto reali da non consentire al principe di indugiare in divertimenti. Inizia una sua meditazione sui mali del mondo, e incontra un asceta che cerca la liberazione --> si compie la sua scelta di lasciare la vita del palazzo per farsi monaco errante, e si reca nella foresta degli asceti. La foresta ha un importante valore in questo testo, come in altri fondamentali ambiti della tradizione indiana: è luogo d’ascesi, dove gli uomini si ritirano dal mondo e sai suoi piaceri, in cerca della liberazione. Siddharta si dedica a dure pratiche ascetiche insieme a monaci e veggenti, ma le penitenze non lo soddisfano: comprende che la mortificazione eccessiva del corpo compromette la ricerca spirituale, perchè debilita la mente. Resta così solo nel proprio cammino. Mara, signore del desiderio e avversario della liberazione, con arco e frecce tenta di ostacolarlo, tentandolo con il potere o minacciandolo, ma egli resta immobile, libero dalla paura. Siddharta medita e comprende che l’origine dell’esistenza si trova nell’attaccamento, e che la causa di questo risiede nella concupiscenza, che a sua volta deriva dalla sensazione, la cui causa è il contatto, dovuto agli organi di senso, la cui causa è insieme di mente e corpo. Siddharta si risveglia e diviene il Buddha. L'illuminazione è salutata, come la sua nascita, da avvenimenti prodigiosi. Raggiunta l’illuminazione, siede per 7 giorni, contemplando la sua mente, libero da ogni sofferenza corporea; poi, pieno di compassione, contempla il mondo: vedendolo preda di falsità e illusione, decide di non diffondere la legge/dharma, troppo sottile per essere insegnato. Quando cambia idea, si dirige a Varanasi per raggiungere i 5 monaci mendicanti e comunicare loro il dharma. Nella prospettiva buddhista, la natura umana è priva di un sostrato ontologico stabile, e priva di un sè, di un atman , è pertanto anatman. È caratterizzata dall’impermanenza, perchè è destinata a modificarsi e trasformarsi continuamente: il mondo è un eterno fluire, un divenire perpetuo. Ogni cosa che esiste dipende da qualcos’altro, tutti i fenomeni sono da ricondurre ad una serie causale --> gli elementi minimi di questo processo di interdipendenza causale di tutte le cose sono chiamate dharma. La tradizione attribuisce un nuovo significato a questo termine: dharma sono le realtà ultime e separate tra loro, non ulteriormente scomponibili e analizzabili, che costituiscono il fondamento reale; sono i mattoncini minimi della realtà, che aggregandosi tra loro la costituiscono. Il buddha identifica la radice della sofferenza nella brama; questa alimenta il ciclo delle rinascite; si declina in tre modi: brama di piacere dei sensi, brama dell’esistenza, brama della non-esistenza. La cessazione della sofferenza coincide con la cessazione della brama. La via che conduce all’estinzione del desiderio prende forma nell’ottuplice nobile

sentiero: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vedere, retto sforzo, retta presenza morale, retta concentrazione. La completa cessazione della sofferenza coincide con il nirvana , che letteralmente significa ‘estinzione’, e indica il completo sradicamento della brama --> estinguere la brama significa interrompere il ciclo incessante di nascita-morte-rinascita, spezzare permanentemente il samsara. L'estinzione della brama è indissolubilmente legata a quella dell’ignoranza-illusione, e dell’odio, i tre veleni radicali, le radici del male, che impediscono di vedere le cose per ciò che sono. Il nirvana è un evento che si verifica quando Siddhartha, seduto sotto l’albero, ottiene la bodhi/illuminazione, emergendo dalla meditazione completamente trasformato --> questo tipo di nirvana non coincide con la cessazione dell’esistenza; è in primo luogo una condizione mentale, psicologica ed etica. la tradizione identifica però anche un secondo tipo di nirvana, quello definitivo, raggiunto dal Buddha alla fine della sua esistenza --> cessato il ciclo delle rinascite, i 5 aggregati/ skandha che costituiscono la persona non sono sostituiti da altri, e la persona empirica non esiste più. Non si può quindi dire cosa accada ad una persona nel nirvana; il Buddha scoraggiava ogni tentativo di elaborare una teoria al riguardo. Nel discorso del parco delle Gazzelle, la via indicata nell’ottuplice sentiero è una ’via di mezzo’: rifugge dagli eccessi della ricerca smodata dei piaceri ma anche dalla mortificazione estrema; questa via caratterizza la vita dei seguaci, raccolti nel sangha, la comunità monastica. Dai tentativi di sistemazione di queste comunità sorsero delle scuole, di cui sopravvive la Theravada , la dottrina originaria/dottrina degli anziani, che rivendica l’adesione all’insegnamento originario del Buddha e la sua preservazione. Si tratta di una forma di buddhismo diffusa nello Sri Lanka, in Thailandia e in Myanmar. Il movimento del Mahayana , del ‘grande veicolo’, sorto tra I saC e II sdC, è un’altra grande corrente del buddhismo, a cui spesso ci si riferisce come alla seconda messa in moto della ruota del dharma. I suoi caratteri peculiari sono la dedizione agli altri, la cui salvezza viene anteposta alla ricerca personale della liberazione, e la conseguente attenzione al concetto di compassione. Questi ideali si condensano nella figura del bodhisattva : termine noto anche al buddhismo antico, nel quale designava un essere vicino al risveglio, un quasi Buddha. Nel Mahayana, il bodhisattva diviene colui che, pur essendo prossimo al nirvana, vi rinuncia La prima verita’ del Buddhismo consiste nel capire la natura reale della vita. La seconda nella comprensione precisa dell’origine della sofferenza, che è l’attaccamento. La terza nel comprendere che esiste

sud est asiatico. Le colonne di Ashoka sono monumentali, monumenti a sè stanti, ma è una tipologia che lo precede: alcune colonne non inscritte sarebbero da attribuire ai primi sovrani Maurya. È ricca di simboli: sono la replica dell’asse cosmico e una proclamazione di sovranità. Solitamente, i capitelli che le sormontano avevano raffigurazione animale, soprattutto leoni, tori ed elefanti. In quello di Sarnath, 4 leoni si ergono addorsati, emblema di dominio del re su tutto lo spazio circostante; sul tamburo scorrono altri 4 animali: leone, elefante, toro e cavallo, forse rappresentanti il potere sopra i punti cardinali. Si osserva contrasto stilistico tra il modo in cui sono trattati i leoni, la cui rigidità evoca l’arte iranica, e il modo più naturalistico e sensibile dell’impostazione generale dell’arte indiana con cui sono riprodotti gli altri animali. Gli animali sul tamburo sono separati fra loro dal disegno di una ruota, simbolo solare e di regalità: è la ruota dell’imperatore universale, il chakravartin/colui che spinge la ruota del carro da guerra, immagine grafica del dharma messo in moto dal Buddha. Sopra a questo capitello veniva posta una grande ruota raggiata, oggi perduta --> è confermata da riproduzioni di colonne simili su monumenti buddhisti. Il tamburo poggia su un elemento a forma di campana, che riproduce un fiore di loto rovesciato. Diventato uno stato indipendente, l’India ha scelto il capitello come proprio emblema: è espressione di potere, di tolleranza e universalità, secondo il modello del buddhismo di Ashoka. La raffigurazione in termini antropomorfi compare soltanto al volgere dell’era comune: nell’arte più antica, come a Sanchi, è rappresentato solo da oggetti simbolici; l’antropomorfizzazione è portata a perfezione solo all’epoca degli imperatori Gupta (320 – 500 dC), e il simbolismo inizierà a fondersi con l’eleganza delle forme, anche in sembianze antropomorfe, la raffigurazione è simbolica: è il grande uomo cosmico, il macrantropo, che in sè riassume l’esistente, è il chakravartin dello spirito, sostegno del mondo. Le sue particolarità fisiche trascendono quelle dell’individuo comune: sul suo corpo mostra i segni dell’uomo superiore, nella letteratura 32 --> nella scultura è abitualmente raffigurata la protuberanza sopra il capo, un ciuffo di peli fra gli occhi, le immagini della ruota sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi, il suo petto è poderoso, i suoi lobi sono allungati perchè quando era principe portava pesanti orecchini, ha i capelli corti perchè recisi quando ha rinunciato al mondo, indossa una veste ascetica, spesso è raffigurato seduto con le gambe raccolte in meditazione, le sue mani sono atteggiate in diversi mudra (sigilli, posture che intendono esprimere un suo atto, una sua disposizione). opera celebre del museo di Sarnath è una stele di epoca Gupta (475 dC), che raffigura il Buddha nell’atto di predicare: ad evocare l’insegnamento è

la posizione delle mani. Nel basamento della stele, sotto il trono su cui il Buddha è seduto, è raffigurata di profilo la ruota del dharma, circondata da discepoli e affiancata da 2 gazzelle --> un richiamo al parco della città, dove espresse il suo primo sermone. Massime acquisizioni della scultura Gupta sono la raffinatezza e l’apparente semplicità., con volumi pieni e delicati, curve simmetriche e delicate --> è l’immagine dell’equilibrio perfetto, della suprema compostezza, dell’assoluta e inamovibile serenità. Il suo capo è coperto da riccioli composti, avvolti verso dx, la direzione del buon auspicio. Le mani hanno le dita unite da una membrana: segno innato di predestinazione a grandi imprese. La stele è ornata da animali fantastici, sulla sua aureola posano due esseri celestiali in volo, ed è percorsa da un lussureggiante fregio vegetale, che riproduce lo stelo di un loto --> la pianta acquatica del loto è un simbolo potente, esprime nascita e fertilità, e purezza, perchè il suo incontenibile rigoglio percorre gli elementi. Secondo la tradizione, alla morte, parinirvana/estinzione totale, del Buddha, gli 8 re delle regioni circostanti si disputarono il possesso delle sue ceneri e se le spartirono: un modo per ribadire la sovranità del Buddha sul mondo. Ciascuno dei re fece erigere sulla propria parte di reliquie un monumento; uno fu innalzato anche per costudirvi il recipiente che aveva ospitato le sacre ceneri, un altro sul luogo della cremazione per deporre i tizzoni. In seguito, subirono alcune traversie, finchè Ashoka, per glorificarlo, le ridistribuì in 84mila edifici sacri. È la storia della diffusione dello stupa , il monumento caratteristico del buddhismo. Il sito dove si trovano gli esempi meglio conservati è Sanchi, nel Madhya Pradesh. In origine, la parola ‘stupa’ significava ‘cresta’ o ‘sommità’, e un altro termine utilizzato era chaitya/impilare. Lo stupa non è solo un tumulo funebre o un monumento commemorativo, e non ha solo scopo di reliquiario: le sue forme incarnano una simbologia cosmica di origine remota. Non si tratta di una struttura solo buddhista, ma se ne conoscono anche di jaina, come quelli di Mathura; ma il buddhismo soprattutto se ne impadronì e la diffuse, caricandola della propria ideologia. La struttura essenziale si compone di una serie di parti definite, ognuna simbolica, il cui insieme si configura come un’immagine dell’universo. La sua pianta è leggibile come un mandala, un diagramma sacro, che di base si spiega anch’esso come immagine ideale del cosmo. Ma il Buddha è il grande uomo cosmico: lo stupa è identico al suo corpo. Ma poichè egli è indistinguibile dalla sua legge dharma, lo stupa rappresenta anche la materializzazione simbolica della legge buddhista. Ha un basamento/medhi che indica la terra,; sopra si innalza una calotta (anda/uovo) simbolo della volta celeste, che da emisferica si evolverà in diverse forme, ed è una struttura inaccessibile, in un’urna sepolta nei suoi

folto branco che vive nella foresta, che causa involontariamente la gelosia di una delle sue spose. Questa rinasce come regina di Varanasi e invia un cacciatore ad uccidere il re elefante, che prima di morire offre le zanne come prova del compimento della missione. Alla vista delle zanne, però, la regina muore di dolore. L'artista di Sanchi decide di rappresentare solo la scena iniziale, intrisa di serenità, con il branco fra stagni e fiori di loto --> è un’allusione che deve suscitare il ricordo del jataka --> per le sue caratteristiche, è definito come tipo di rappresentazione ‘monoscenico’. Sull'architrave di mezzo, è raffigurato Shakyamuni nel momento dell’illuminazione e gli eventi concomitanti, con il demone Mara più o meno al centro, senza ordine definito --> è il modo ‘sinottico’ di raccontare per immagini. La presenza del Buddha meditante è rappresentata da un albero ornato di ghirlande e correlato da un seggio, un parasole e flabello. Sull'architrave inferiore è adottato il modo ‘continuo’ di narrare: gli eventi si succedono ordinatamente secondo la cronologia, ma senza elementi di separazione fra le scene, e con la ripetizione dei personaggi. L'argomento è il vessantara jataka, in cui il Buddha futuro è principe simbolo di perfetta generosità (precede quella in cui nascerà come Siddhartha). Gli stupa n.2 e n.3 riprendono su scala minore e parziale gli elementi del monumento principale. Nei rilievi della prima arte buddhista, questa è in buona misura narrativa, per edificare e istruire i devoti, oltre i semplici e gli incolti, probabilmente con l’aiuto di monaci, che spiegavano i soggetti e interpretavano le composizioni più complesse. Il vessantara jataka è uno dei più famosi. Di 786 strofe accompagnate da lunghe parti in prosa. Nei punti essenziali ha somiglianze con il Ramayana: un principe bandito accetta il suo destino, passa l’esilio nella foresta con la moglie, dove sconfigge dei nemici con l’intervento divino, e alla fine ritorna sul trono. Il protagonista soffre continue sciagure per la sua estrema bontà. In un’iscrizione di un pannello del grande stupa di Sanchi vi è un riferimento agli intagliatori di avorio di Vidisha, città distante pochi chilometri. Verso la fine del II saC, un sovrano di origine greca della Battriana inviò il suo ambasciatore Eliodoro alla corte di Bhagabhadra, della dinastia Shunga, che dominò l’India settentrionale dopo quella Maurya. Gli Shunga hanno la loro capitale a Pataliputra, e forse una seconda capitale a Vidisha, dove, nel 110 aC, Eliodoro fece erigere una colonna ‘firmata’ con una coppia di iscrizioni, considerata la più antica testimonianza indirettamente databile della devozione vishnuita: è innalzata in onore di Vasudeva, uno dei nomi di Vishnu-Krishna, ed Eliodoro si proclama devoto. Era forse coronata da una statua di Garuda,

uccello sacro accompagnatore di Vishnu, perchè nell’iscrizione la colonna è chiamata ‘bandiera di Garuda’. Il più antico patrimonio artistico dell’India risale all’età della pietra, al Mesolitico e al Neolitico, circa 10mila anni fa, e si tratta di dipinti all’interno di grotte, raffrontabili a quelli spagnoli e francesi --> l’uomo di queste epoche dipingeva al buio essenzialmente a scopo magico e propiziatorio. Offrono un repertorio affascinante di momenti di vita quotidiana: scene di caccia, musica e danza, lotte fra animali, raccolta di miele, riti funebri.. Con cavalieri, bambini, armi di diverso tipo, strumenti musicali, animali vari. Nell'india storica, le grotte sono dimora tradizionale degli asceti, e dei primi monaci buddhisti che nelle stagioni monsoniche non potevano condurre la loro vita itinerante (prima dell’adozione del regime comunitario). Anche molti dèi hanno dimora sui monti. A Sanchi si trova anche uno dei primissimi templi in pietra di Iv s. antichi centri buddhisti sono stati scavati nel fianco delle montagne, in luoghi selvatici o disabitati, come per il sito di Ajanta (100 aC – V s), con celeberrime pitture murali. Gli hindu copiarono questa idea e cominciarono a ricavare templi dalla roccia viva: l’isola di Elephanta a largo di Mumbai, Ellora nel Maharashtra, Badami nel Karnataka, Mahabalipuram nel Tamil Nadu. Il sito di Udayagiri, presso Vidisha, con la sua ventina di grotte di cui tutte hindu e una jaina, è quello che presenta gli esordi di questa pratica in ambito hindu. Due di queste grotte recano iscrizioni del re Chandragupta II, della dinastia Gupta. L'aspetto di queste grotte è modesto, ma sono decorate da sculture a rilievo --> il più antico corpus di sculture hindu pervenuto. Devono tuttavia essere state precedute da un periodo di sperimentazione, perchè le concezioni sono articolate e le iconografie stabilite. Il rilievo più celebre è quello della grotta n.5 che ritrae Vishnu nel suo avatara Varaha, il grande cinghiale, con corpo umano e testa ferina. Si erge nella sua postura tipica: di profilo, con la gamba sx piegata ad esprimere noncuranza dello sforzo dell’impresa: il mito vuole che la dea terra sia sprofondata nelle acque dell’abisso, perchè un demone l’ha trasinata sul fondo, e il cinghiale la salva sollevandola con le zanne. Il demone è una creatura acquatica raffigurata come re serpente/naga/nagaraja. Compaiono anche le figure di Gnaga e Yamuna, alle estremità del rilievo. Varaha è anche il nome di un rito vedico. È stato notato che la successione degli avatara sembra riflettere l’evoluzione degli esseri viventi: dal pesce, agli anfibi, agli animali a sangue caldo, all’uomo. Altri importanti rilievi sono quelli della grotta n.6, con Ganesha, Vishnu, Durga e le sette madri. Durga appare in quella che poi sarà la sua forma canonica: quella in cui sconfigge il demone bufalo.