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Riassunto testo: Viaggio nell'India del Nord - Cinzia Pieruccini
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Viaggio nell’India del Nord - Cinzia Pieruccini – Mimma Congedo
I. Arrivo a Delhi
New Delhi è un'area specifica della città, progettata ed edificata all’inizio del ‘900 per volere inglese. Dopo l’indipendenza dell’India dall’impero coloniale britannico (1947), divenne capitale dell’Unione Indiana. New Delhi è solo una delle città (si parla di 7 o 8 Delhi che si sono succedute nel tempo) confluite nell’immenso agglomerato urbano che va sotto il nome di Delhi.
Indraprashtha Fra le diverse città confluite nell’odierna Delhi, le più antiche sono diventate invisibili o quasi. Furono soprattutto gli imperatori musulmani a dare l’impronta alle più vecchie porzioni di sé che Delhi conserva fino a oggi. Per esempio, quello che oggi si chiama Purana Qila (“Forte Vecchio”), innalzato per volere dell’imperatore Mughal Humayun a partire dal 1533, sovrasta la prima delle capitali: Indraprastha, nota per essere stata la capitale dei fratelli Pandava, discendenti dell’eroe Bharata, principi della dinastia lunare, protagonisti del Mahabharata. Questi cinque fratelli non sono affatto personaggi storici, bensì figure letterarie intrise o sostanziate di mitologia. Si dice che la residenza reale sia stata opera di Maya, uno dei grandi architetti divini (il cui nome ricorda il termine che l’induismo usa per definire il magico potere di illusione degli dei), e che vi abbia lavorato per ben 14 mesi. Le descrizioni della grande sala e dei padiglioni per gli ospiti si trovano nel II libro del Mahabharata, ed evocano come dovrebbe essere, secondo l’immaginario comune dell’antichità indiana, un palazzo reale: padiglioni da sogno, grandi sale colonnate, vasche, giardini, lussuosi quartieri residenziali.
Mahabharata Il Mahabharata è uno dei testi più importanti e noti della cultura indiana. Il termine significa letteralmente “il grande poema dei discendenti di Bharata”. Bharata è considerato l’antenato mitico degli indiani (l’India moderna chiama sé stessa Bharat). I protagonisti sono i cinque fratelli Pandava contrapposti ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica che è anche una lotta etica. Il Mahabharata è un testo non antico, bensì eterno: la tradizione lo definisce itihasa, un’espressione sanscrita che significa “così in vero fu” e che, nelle lingue moderne viene tradotta semplicemente con storia, ma che nel significato originale indica qualcosa di vero. Che cosa c’è di vero nel Mahabarata?
La storia centrale del Mahabharata si sviluppa attorno al problema della legittima successione al trono del Kurukshetra, un regno dell’India settentrionale patrimonio dei discendenti di Bharata. L’ultimo re salito al trono senza problemi era stato Shatmanu; egli aveva lasciato tre figli: Devavrata generato con la dea fluviale Ganga, e altri due (Citrangada e Vicitravirya) nati dall’unione con Satyavati, figlia del capo di una tribù di pescatori e poi divenuta regina. Il padre della pescatrice chiese che Devavrata rinunciasse all’eredità e non generasse figli, i quali a loro volta avrebbero potuto entrare in competizione per il trono. Devavrata accettò queste condizioni e da quel momento fu noto col nome di Bhishma (“colui che incute timore”). I figli di Satyavati morirono senza lasciare alcun erede, allora la madre invitò il saggio Krishna (nato dall’unione di lei con il veggente Parashara) a fecondare le due vedove di suo figlio Vicitravirya: Ambika e Ambalika. Questi accettò, ma dato che l'ascesi lo aveva deturpato, il suo aspetto era poco gradevole e, al momento del concepimento, le due si spaventarono: la prima delle vedove, Ambika, chiuse gli occhi per non vederlo e il figlio, Dhritarashatra, nacque cieco; la seconda vedova, Ambalika, resistette e non chiuse gli occhi, ma nonostante ciò non potette evitare di impallidire alla sua vista e diede alla luce Pandu. Nonostante il figlio maggiore fosse Dhritarashtra, il trono venne ereditato da Pandu, a causa della cecità di Dhritarashtra. Pandu subì una maledizione che gli vieta di unirsi con una donna, pena la morte, quindi per lui avere eredi è difficile. La sua sposa più anziana, però, invocò gli dei e, alla fine, le due mogli di Pandu gli diedero cinque figli, indicati con il patronimico Pandava. Sotto l’influsso della maledizione, tuttavia, Pandu rinunciò al trono e si ritirò nella foresta dove nacquero i suoi figli. Nel frattempo Dhritarashtra assunse la reggenza ed ebbe cento figli (non ciechi) indicati con il patronimico Kaurava. Dopo la morte di Pandu, gli eremiti della foresta condussero i giovani principi e la madre sopravvissuta alla corte dei Bharata ad Hastinapura, ed entrarono in contrasto con i cugini che pretendevano il diritto al trono. Duryodhana, il primogenito dei figli del reggente Dhritarashatra, cercò di eliminare i cugini e ordinò di farli bruciare vivi nella loro casa. I Pandava riuscirono a scappare e per un certo periodo vissero in incognito spacciandosi per brahmani. Parteciparono a un torneo alla corte del re del Panchala e Arjuna, il terzo dei Pandava, ottenne la mano della figlia del re, Draupadi, che, in circostanza singolari, divenne moglie di tutti e cinque i fratelli. I Pandava quindi strinsero alleanza con il regno del Panchala e con altri regni sulle rive della Yamuna. I Kaurava, dunque, si videro costretti a spartire il regno con i cugini che erano diventati più potenti, a cui offrirono una zona incolta, la foresta Khandava. Questi ultimi fondarono la città di Indraprashta e prosperarono al punto che fu celebrata la Consacrazione Regale di Yudishitra, un solenne rito che di fatto si configurò come un segnale di indipendenza da Hastinapura e una pretesa di dominio imperiale sotto il quale l’intera dinastia potrà riunificarsi. Quando Yudishitra sembra al culmine della sua gloria, fu sfidato da Duryodana a giocare una partita a dadi, in cui perse tutto, inclusa la libertà dei suoi figli, dei fratelli, di sé stesso e, infine, della moglie Draupadi. Quest’ultima, però, sollevò un’obiezione sensata: Yudishitra, che aveva perso la propria libertà, era in diritto di scommettere quella di lei? I Kaurava annullarono il gioco, ma la partita doveva essere inesorabilmente giocata. I Pandava persero e furono condannati a 13 anni di esilio, al
ritorno del quale tornarono per rivendicare i propri possedimenti. I contrasti culminarono in una sanguinosa guerra che durò 18 giorni e terminò con la vittoria dei Pandava (in realtà l’esito fu una strage immensa, in cui sembra non esistere un’autentica vittoria). Tutti i figli che i Pandava hanno avuto da Draupadi furono uccisi negli ultimi atti della grande guerra e il trono andò a Abhimanyu, figlio di Arjuna.
La foresta Un riassunto simile del Mahabharata esclude del tutto le lunghe parti didattiche e le vicende accessorie, che vogliono spiegare cause remote, introdurre deviazioni significative, e semplicemente espandere, secondo il gusto per la narrazione caratteristico dell’India. In questo senso, è significativo il III libro del Mahabharata, il cosiddetto Libro della Foresta: è il libro in cui i Pandava, con la sposa comune Draupadi, vivono i dodici anni di esilio nella foresta. Questo momento di sospensione della trama è utile per raccontarsi storie ed è, inoltre, un momento didattico e di avventura. Bisogna però notare che la foresta ricopre un ruolo fondamentale in tutto il poema e in molte altre opere Indiane. Così, infatti, si doveva presentare il territorio dell’India settentrionale fuori dai centri abitati dove i regnanti amministravano il proprio potere. Non dobbiamo pensare, però, soltanto a un bosco tropicale, umido e lussureggiante (quello che nelle lingue occidentali è indicato col termine giungla, di origine sanscrita, che significa letteralmente “terreno arido, incolto”). La foresta di cui si parla nelle opere dell’India antica è quello che in inglese si chiama wilderness: un terreno non addomesticato dagli uomini e che comprende un intero paesaggio, fatto di distese, monti, laghi, fiumi.. E’ il luogo dell’avventura e dell’imprevisto; dalle connotazioni romantiche e paradisiache (abitato da ninfe, musici celesti e altre semidivinità) oppure regno del terrore (personificato in oscuri demoni sempre pronti all’attacco). Un’altra visione connette la foresta con l’elevazione spirituale e con la santità.
II. Dal Nord-est alla Terra dei Kuro
La Valle dell’Indo, il remoto Occidente La civiltà della Valle dell’Indo è la prima grande formazione culturale fiorita nel subcontinente di cui si abbia notizia. Essa nacque in epoca neolitica (7000 a.e.c. circa), si sviluppò a partire dal 2500 a.e.c.per declinare mille anni dopo. Essa è caratteristica del bacino dell’Indo, ma in realtà si estende in un territorio molto più vasto, che va dal Pakistan alla pianura gangetica e dal Gujarat alle pendici dell’Hymalaya. Le testimonianze archeologiche ci dicono che presentava una cultura urbana raffinata. Era inoltre dotata di un’amministrazione complessa ed una struttura sociale gerarchica. I ritrovamenti più significativi sono rappresentati da una serie di sigilli di steatite, utilizzati per stampigliare documenti o merci, su cui sono raffigurati figure animali o antropomorfe. Il più noto mostra una figura in posizione yoga circondata da animali: bufalo, rinoceronte, elefante e tigre. In testa porta un copricapo con corna bovine. Date queste caratteristiche è considerato da molti come un possibile progenitore di Shiva. La scrittura di questa civiltà non è ancora stata decifrata. Secondo alcuni la lingua sarebbe di origine dravidica (famiglia di lingue diffuse nel sud dell’India), secondo altri sarebbe una forma primitiva di indoeuropeo.
La civiltà Vedica Le origini della civiltà vedica sono controverse. La tesi più diffusa vuole che la popolazione degli arya (di lingua indoeuropea) dall’ Asia centrale sia giunta in India (tra il 1500 e il 1200 a.e.c.) e qui si sia stabilita, sottomettendo le popolazioni autoctone di origine dravidica. Un'altra tesi nega la migrazione degli arya e vede questa cultura come la trasformazione di quella della Valle dell’Indo. Un’ultima tesi crea un compromesso tra le due precedenti, sostenendo che gli arya non abbiano sottomesso le popolazioni dravidiche ma che, per lungo tempo, le due culture abbiano convissuto finchè poi la cultura e la lingua arya non abbiano prevalso. Arya significa “nobile”, ed è il termine che queste genti utilizzavano per riferirsi a sé stesse. Noi conosciamo la mitologia e la struttura sociale del popolo degli arya attraverso i Veda. I Veda sono testi molto altichi, inizialmente trasmessi oralmente dai brahmani e sono considerati come verità assolute. Il termine significa “scienza” e designa una letteratura multiforme. Comprende quattro raccolte di testi:
Varna e Dharma Il termine Varna, che significa “colore”, indica le classi sociali che compongono la società vedica. Esse sono accompagnate da un colore che ne esprime le qualità spirituale e non fa riferimento, come inizialmente si era pensato, al colore della pelle. Le classi sono quattro, organizzate in modo rigidamente gerarchico.
Il Ramayana, comunemente tradotto “Il viaggio di Rama”, è attribuito tradizionalmente a Valmiki (“Quello del formicaio”), la forma attuale è assunta tra il V sec. a.e.c. e il III secolo e.c. ed è molto più breve del Mahabharata, rispetto al quale è anche più compatto e più elegante nella forma. L’opera è composta da sette libri, il primo e l’ultimo sono più recenti, e in essi Rama non è solo un uomo ma una divinità (uno degli avatara del dio Vishnu).
Anche la trama è molto meno complessa: il re del Kosala, Dasharatha, è padre di quattro figli maschi: Rama, Bharata, Lakshmana e Shatrunga. Alla corte del re Janaka, Rama vince la mano di Sita: i due si sposano e per un periodo vivono felici ad Ayodhya. Rama viene designato dal padre come erede al trono, ma la seconda moglie di Dasharatha ricorda al marito che tempo addietro si era impegnato ad esaudire un suo desiderio, così chiede l’esilio di Rama e la nomina come erede al trono di Bharata. Rama trascorrerà 14 anni in esilio, insieme alla moglie Sita ed al fratello Lakshmana, vivendo come eremiti nella foresta Dandaka, dove Rama annienta molti demoni. Lì Sita viene rapita dal crudele re dei demoni,Ravana, che decide di vendicare i suoi simili e, attratto anche dalla famosa bellezza di Sita, la conduce nell’isola di Lanka. Rama e Lakshmana si alleano con Sugriva, re di potente popolo di uomini-scimmia (tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanuman, oggi modello del perfetto devoto), insieme ai quali costruiscono un ponte che collega l’estremità meridionale dell’India con Lanka. L’esercito affronta l’armata dei demoni, e Ravana viene ucciso in duello da Rama, che torna vittorioso nella capitale Ayodhya, e viene incoronato re. Rama, per rispettare la Sacra Legge, è costretto a ripudiare Sita poiché ha vissuto nella casa di un altro uomo. Ella, per dare prova della sua purezza, accetta di sottoporsi alla prova del fuoco ed esce indenne dalle fiamme; può così riunirsi a Rama. Tuttavia il popolo continua a mormorare e Rama, il cui primo dovere è soddisfare il popolo, è tristemente costretto a bandire la moglie dal regno. Essa trova rifugio nell’eremo di Valmiki (l’autore del poema) e dà alla luce due gemelli. Alcuni anni dopo, Rama si trova di nuovo innanzi a Sita e riconosce i loro figli. Come prova finale della sua fedeltà, Sita invoca sua madre, la Terra e da essa si fa inghiottire. Rama torna in cielo e riassume la forma del dio Vishnu.
Rispetto al Mahabharata, in cui l’epilogo porta solo a disperazione, in quest’opera la vittoria di Rama porta serenità. Sita è un personaggio fondamentale e con il suo comportamento di abnegazione, fedeltà e sottomissione assoluta al marito rappresenta il modello di moglie per le spose hindu. Tuttavia il suo destino è controverso, e in particolar modo nella concezione occidentale lascia “l’amaro in bocca”. Nelle revisioni dell’opera le toccherà spesso un destino migliore. Nella versione oggi più conosciuta in india “Lago delle imprese di Rama” il demone non rapisce la vera Sita ma solo una sua immagine e Sita non viene esiliata da Ayodhya per tacitare le maledicenze dei cittadini. Qui, in oltre, Rama è un dio a tutti gli effetti. Rispetto al Mahabharata, il Ramayana rispecchia una concezione della vita più ottimistica e una fiducia maggiore nel rapporto fra l’uomo e la divinità; infatti esso si colloca nel treta-yuga (seconda era cosmica) a differenza del Mahabharata che si colloca tra la fine del dvpara-yuga e l’inizio del terribile kali-yuga.
Il “Ramrajya” Nella tradizione Ayodhya è associata al concetto di ramarajya, “Regno di Rama”. Esso prospera naturalmente grazie alle doti del suo sovrano, che garantisce la preservazione del dharma e protegge il territorio e i sudditi. Il ramarajya è, per questo, il regno perfetto dove verità, felicità e giustizia sono perfettamente realizzate. In epoca contemporanea il concetto di ramarajya definisce comunemente in India il “buon governo” ed è stato ripreso da Gandhi per indicare l’ideale di un Paese amministrato secondo giustizia e privo di tensioni.
IV. Varanasi, il grande “guado” di Shiva
Varanasi è lo spelling colto di uno dei nomi antichi della città di Benares. Secondo la tradizione, il significato sarebbe “Città tra Varna e Asi”, due fiumi che si gettano nel Gange e che formano i confini ideali della città. Essa aveva anche un altro nome, cioè Kashi, che significa la “Luminosa” per via della caratteristica luce della città ai primi chiarori del mattino. Varanasi è però da sempre soprattutto luce spirituale.
Tirtha I Tirtha sono le località sacre dell’induismo. Il termine significa alla lettera “luogo di attraversamento” ed è solitamente tradotto con “guado” o “guado sacro”. I tirtha sono innanzitutto destinazioni di pellegrinaggio e nel concetto di tirtha è implicato per il fedele uno spostamento fisico. Attraversare significa spostarsi da una realtà all’altra, affrontare i rischi di un viaggio e ritrovarsi a volte trasformati. La fisicità del viaggio che i pellegrini si propongono è considerata, in ultima analisi, soltanto una metafora del viaggio spirituale. Una volta raggiunto il tirtha i fedeli si trovano di fatto a dover affrontare il vero passaggio, che non è un altro tratto di territorio, ma piuttosto una soglia ideale. La traduzione “guado” si appoggia anche a un’altra verità: i tirtha si trovano sempre a ridosso dei fiumi (l’acqua è considerata sacra dagli hindu) e attraverso il bagno, l’igiene fisica e quella spirituale si intrecciano. Il più sacro di tutti i fiumi indiani è il Gange, disseminato di tirtha dalla sorgente alla foce. Idealmente tutti i fiumi indiani sono acqua del Gange. Il tirtha più sacro dell’India è Varanasi, la città di Shiva, la città della liberazione.
La discesa della Ganga dal cielo La Ganga è la dea Fiume del Gange. Tutti i fiumi dell’India corrispondono a divinità femminili e le loro acque sono da ritenersi, in ultima analisi, un’altra forma della Ganga. Le divinità fluviali sono solitamente rappresentate sotto forma antropomorfa e si distinguono per il “veicolo” su cui poggiano: la Ganga, per esempio, poggia su un mostro simile a un coccodrillo (il makara). Questo fiume vanta inoltre un'origine mitica particolarmente interessante. La Ganga viene infatti dal cielo, anzi da oltre il cielo, perché è un flotto di acqua ultramondana che si è riversato quando il grande dio Vishnu ha perforato la calotta dell’uovo cosmico col piede. Come e perché ciò sia avvenuto, lo spiega una leggenda molto celebre. Il re Sagara, antenato di Rama, voleva compiere il sacrificio del cavallo, solenne affermazione di sovranità. Esso consisteva nel lasciare libero di vagare per il regno un cavallo bianco per un anno, prima di sacrificarlo. La scorta che lo seguiva, però, ne perse le tracce. Il re incaricò allora i suoi sessantamila figli di recuperarlo, ma loro, violando il luogo sacro di un asceta ne scatenarono l’ira e furono ridotti in cenere. Uno dei nipoti di Sagara, venne a sapere che solo l’acqua della Ganga, che scorre nelle regioni celesti, portà purificare i loro resti. Ma la Ganga scorre lassù, nelle regioni celesti: come farla discendere sulla Terra?
Alcune generazioni dopo, un discendente si raccolse in ascesi fino a che il dio creatore non gli assicurò che la Ganga si riverserà dal cielo per purificare le ceneri. Per evitare che la caduta dal fiume distrugga la terra, Shiva si offre di smorzare la violenza dell’acqua accogliendone il flotto sui suoi capelli intrecciati da asceta. E’ da qui che essa, per sempre, scende fra gli uomini.
I “Ghat” e i templi di Varanasi Varanasi è per gli hindu una città speciale per morire, perché si crede che chi muore entro i suoi confini ottenga immediatamente la liberazione dal samsara. Molti pellegrini scelgono questa città per passare gli ultimi giorni della loro vita. Esistono infatti due pire funebri in perenne attività: i due Ghat, nome comune per le scalinate che scendono nell’acqua (qui in quella sacra del Gange). Nonostante questa particolarità un po’ funesta, Varanasi si presenta come una città viva e gioiosa, fervente di bazar e di feste. Fu una città importante per il Buddha. Visse il suo periodo di massimo splendore durante la dinastia Gahadavala (dalla fine dell’XI sec. alla fine del XII). Rispetto alle epoche passate, oggi il centro della città si colloca più a sud all’altezza del ghat dei “Dieci sacrifici del cavallo”. Qui sono particolarmente frequenti le attività rituali, preghiere e abluzioni sacre. A Varanasi sono rappresentati tutti gli dei del pantheon hindu nei vari santuari: si dice che siano circa duecento. Tra questi c’è il tempio di Bindu Madhava, dedicato a Vishnu, che fu molte volte abbattuto e ricostruito. Il luogo più importante di Varanasi, però, è il tempio del dio Shiva.
Il tempio di Shiva Vishvantha Gli dèi dell’induismo sono spesso raffigurati in aspetto antropomorfico quando si tratta di rappresentarne i miti e ciò avviene anche per Shiva, ma nelle celle dei templi a lui dedicati non si trova mai una rappresentazione di questo tipo, bensì un linga. Il Linga, che significa primariamente “segno” e quindi “organo genitale maschile”, è un fusto cilindrico a volte scolpito con uno o più volti del dio, che emerge da una base circolare, la yoni, che rappresenta la vulva della dea. Il linga Vishveshvara (“Signore dell’Universo”) del più importante tempio di Shiva a Varanasi, il Tempio Vishvantha ha subito diversi spostamenti. Esso cominciò a occupare un posto centrale nella devozione di Varansi intorno al XII secolo, collocato nel suo tempio su un’altura al centro della città. Il tempio fu distrutto dalla prima ondata delle invasioni islamiche nel 1194 e su di esso fu costruita una moschea. Le testimonianze però ci parlano di un altro tempio Vishvanatha in rovina e di una sua ricostruzione. Tuttavia, nel 1669 l’intollerante imperatore Mughal Aurangzeb distrusse il tempio e sulle sue fondamenta fece costruire una moschea. A questo punto il linga, perché sia risparmiato dalla profanazione o dalla distruzione, sarebbe stato gettato nel pozzo di Jnana Vapi (“Pozzo della Conoscenza”), accanto al tempio attuale, che è stato fatto costruire dalla regina di Indore nel 1777. Alcuni credono, invece, che il linga venerato nel tempio di oggi sia lo stesso dell’antichità, altri credono, appunto, che si trovi nel pozzo. Comunque sia, per la devozione hindu non è importante e ciò che conta è che questo, secondo il mito, è uno dei luoghi in cui Shiva si è automanifestato come linga di luce.
Il dio Shiva Shiva, secondo il mito, è colui che si aggira nei luoghi incolti o terribili ed è temuto e tenuto a distanza dagli altri dei. A tal proposito è nota la leggenda che lega il dio alla sua prima moglie Sati: un giorno Daksha, padre di Sati, decise di offrire una cerimonia sacrificale alla quale invitò tutti gli dèi tranne Shiva. Sati si recò presso il padre a protestare, e quest'ultimo come risposta iniziò ad insultare sia lei che il marito. Infine, sconvolta e disonorata dalle parole del padre, Sati decise di commettere il suicidio, bruciandosi per mezzo del proprio potere yogico. Shiva appresa la notizia della morte di Satī, si infuriò e nella forma terrificante di Vīrabhadra irruppe sulla scena del sacrificio distruggendo ogni cosa, decapitando Daksha e gettando infine la sua testa nel fuoco sacrificale. Gli altri dèi presenti al sacrificio pregarono Shiva di avere pietà, e di restituire la vita a Daksha. In alcune versioni si narra che Shiva acconsentì e lo resuscitò; in altre che sostituì la sua testa distrutta nel fuoco con quella di una capra. Shiva, ancora sconvolto, prende sulle spalle il corpo della moglie e comincia a danzare. Gli altri dèi, molto preoccupati che la sua danza potesse avere conseguenze nefaste per il mondo, intervengono, e Vishnu smembra il corpo di Satī spargendone i pezzi per il mondo, finché Shiva non si calma. I luoghi in cui caddero questi pezzi sono tuttora considerati luoghi sacri alla Dea. Il fascino di Shiva risiede nella sua ambivalenza: egli è sia il grande asceta in grado di stare per migliaia di anni assorto nello yoga sulla vetta innevata del Kailasa, sia l’amante dalla grande potenza erotica. Egli incarna l’archetipo maschile dell’uomo consapevole della propria potenza fisica, riassunta nella potenza del suo fallo, che in questo sprezzante narcisismo decide di vivere in assoluta indipendenza.
La nascita di Kumara Fra le molte narrazioni sacre che contribuiscono a delineare la grande personalità di Shiva, il mito più importante è quello delle sue nozze con Paravti, che ha ispirato il poema di Kalidasa: il Kumarasambhava, la “Nascita di Kumara”. In esso si narra che Parvati (reincarnazione di Sati) era una fanciulla alla quale un asceta predisse il matrimonio con Shiva. Poiché solo un erede di Parvati e Shiva avrebbe potuto sconfiggere il demone Taraka, tutti gli dei si impegnarono a far si che il dio si innamorasse della giovane che, nel frattempo, era stata mandata dal padre Hymalaya a prestare servizio a Shiva. Così Kama, dio dell'amore, scoccò una freccia in direzione del dio mentre questi meditava. Ciò però fece perdere la concentrazione a Shiva che aprì il suo terzo occhio ed incenerì Kama all'istante. Ciò nonostante Parvati non perse le speranze e decise che avrebbe conquistato l’amato con le sue stesse armi, cioè con l’ascesi. Riuscì in questo modo a sposare Shiva e il matrimonio si celebrò secondo “l’etichetta” indiana. Lo scopo mitico di questa unione è generare Skanda, chiamato anche Kumara (il “Giovane”), il dio della guerra che sconfiggerà il demone Taraka ristabilendo l’ordine nel mondo umano e divino. Tuttavia quest’esito, che prima di realizzarsi implicherà diverse altre mitiche deviazioni, non interessa a Kalidasa, che chiude il poema su Shiva e Paravti che fanno l’amore, in strofe di sensualità elegante e coinvolgente. Nel poema è contenuto un messaggio alle donne: nessun uomo è davvero capace di resistere alle loro attrattive e alla loro appassionata perseveranza.
I santi di Varanasi Nel tempo il rapporto con il dio è divenuto per gli hindu un fatto sempre più intimo e personale. La Bhakti, la “devozione", è intesa proprio come un rapporto d’amore tra essere umano e Dio. In questo contesto si diffondono nell’India del Nord delle personalità di mistici-poeti, chiamati sant (che significa buono, ma nonostante l’etimologia sia diversa si può tradurre con santo). Questi sviluppano due modi di intendere il dio:
I tre Gioielli Le fonti attraverso cui possiamo conoscere il buddhismo sono molteplici. Il Canone Buddhista in pali (lingua indoaria vicina al sanscrito) è il solo pervenutoci tra i vari canoni, raccolte di testi nei quali erano riportati i concetti del buddhismo e che derivano da una tradizione orale. Esso fu redatto intorno alla metà del I sec a.e.c. e si compone di tre “canestri”, pitaka:
attenzione al concetto di compassione. Tali ideali si condensano nella figura del bodhisattva, colui che pur essendo prossimo al nirvana vi rinuncia e si impegna invece ad aiutare gli altri, guidandoli nel samsara verso il nirvana.
Gli editti di Ashoka Ashoka, il cui nome significa “senza dolore”, è uno dei personaggi più importanti della storia indiana: il suo regno (269-232 a.e.c.) segna il culmine della dinastia Maurya. Pare che fosse un fervente buddhista. Fra le altre cose è noto per avere lasciato ricche iscrizioni, in lingua popolare, incise su colonne o su rocce, i cosiddetti editti di Ashoka. Questi ci comunicano, non solo la grande estensione del regno, ma anche la visione della vita, legata ai principi buddhisti, di questo potente sovrano. Questi sono i primi documenti scritti nella storia indiana. Quello più celebre è la colonna di Sarnath che riporta un discorso concepito al fine di reprimere alcuni tentativi, da parte di alcuni monaci, di provocare scismi nella comunità buddhista. Tra gli altri editti ne ricordiamo uno che parla della sanguinosa guerra di Kaliga, altri che promuovono la non violenza e il vegetarianesimo ed infine alcune che promuovono l’esaltazione del buon governo di Ashoka.
Nell’Archeological Museum di Sarnath Già prima di Ashoka, i primi sovrani Maurya fecero costruire delle colonne monumentali che erano anzitutto replica dell’asse cosmico e proclamazione di sovranità. Di solito i capitelli comportavano la raffigurazione di animali (leone, toro ed elefante).
Capitello di Sarnath Sul capitello sono presenti quattro leoni addorsati, emblema del dominio del re su tutto lo spazio circostante. Nel tamburo ci sono due elementi importanti: la ruota del chakvartin (imperatore universale), simbolo solare e di regalità e rappresentazione del dharma, e altri quattro animali (leone, elefante, toro e cavallo) ancora con significato di potere. Il tamburo poggia su un fiore di loto rovesciato. Il capitello è stato adottato dall’India moderna come proprio emblema, espressione di potere, ma anche di tolleranza e universalità secondo il modello del buddhismo di Ashoka.
Stele del “Buddha che predica” La raffigurazione classica del Buddha, anche se in sembianze antropomorfe, è simbolica: è il grande uomo cosmico che in sé riassume l’esistente, è il chakravartin dello spirito. Le sue particolarità fisiche trascendono quelle dell’individuo comune: mostra i 32 segni dell’uomo superiore. Di solito indossa la veste ascetica, le gambe sono raccolte come un mendicante e le mani sono atteggiate in diversi mudra. La stele di Sarnath è in arenaria e vuole rappresentare il Buddha nel momento del suo primo discorso. Nel basamento vi è la ruota del dhrama circondata dai discepoli e affiancata da due gazzelle. Il capo del Buddha è coperto da riccioli avvolti verso destra (buon auspicio); le mani hanno le dita unite da una membrana, segno di predestinazione a grandi imprese. Accanto al Buddha vi sono animali fantastici ed è circondato da un’aureola che riproduce una pianta di loto, che esprime rigogliosità e fertilità e purezza. Il Buddha è qui immagine della suprema compostezza, dell’assoluta serenità.
VI. Sanchi e i monumenti del Buddhismo
Alla morte del Buddha il suo corpo fu cremato e gli otto re delle regioni circostanti si disputarono il possesso delle sue ceneri. Infine se le spartirono e ciascun re fece erigere sulla propria parte di reliquie un monumento. In seguito le ceneri subirono alcune traversie finché, come vuole la leggenda, Ashoka le fece dividere ulteriormente in ottantaquattromila parti e fece costruire altrettanti edifici sacri, sparsi per l’immenso territorio del suo dominio, per custodirle. Il monumento più caratteristico del buddhismo è lo stupa: ne esistono moltissimi e sono gli edifici più antichi dell’India storica che si siano tramandati fino a noi. Sanchi è il luogo dove si trovano gli esempi oggi meglio conservati di questa architettura.
Lo “Stupa”: forma e simbolo Il termine Stupa deriva dal sanscrito che letteralmente significa "cresta, sommità”. La sua funzione principale è quella di conservare reliquie, ma questo non è il suo unico scopo e le sue forme incarnano una simbologia cosmica. Sebbene questo monumento non sia di origine buddhista (esistono anche stupa jaina, per esempio a Mathura) è comunque stata questa fede ad utilizzarlo di più e a diffonderlo. La struttura degli stupa si compone di diverse parti, ognuna carica di simbolo, il cui insieme si configura come un’immagine dell’universo. Lo Stupa rappresenta il corpo di Buddha, la sua parola e la sua mente che mostrano il sentiero dell'illuminazione. La struttura ha una fortissima valenza simbolica. La pianta è leggibile come un mandala, diagramma sacro che il buddhismo utilizza come strumento per la meditazione e che si spiega anch’esso come immagine del cosmo. Alla base vi è un basamento, di forma quadrata, che indica la terra; sopra di esso vi è una calotta, che con la sua forma ad uovo simboleggia la volta celeste. Essa è una struttura chiusa e inaccessibile, al cui interno sono solitamente collocate le reliquie (ceneri del Buddha o di monaci famosi, manoscritti..) che, dunque, non sono da contemplare ma sono concepite come “germe sacro” dalla quale si irradia la grazia divina. La calotta è attraversata per tutta la sua altezza da un palo che fuoriesce dall’alto, riproduzione dell’asse cosmico (stesso simbolo delle colonne di Ashoka). In cima al palo si trova la cosiddetta harmika, una piccola cancellata quadrangolare, copia degli antichi sacelli buddhisti che racchiudevano uno spazio sacro al centro del quale si trovava un albero (replica di quello sotto cui il Buddha aveva ricevuto la bodhi). Al culmine del palo sono presenti una serie di parasoli, attributo caratteristico del re, che evocano la sovranità: il Buddha è concepito come il sovrano spirituale dell’intero universo. Gli stupa più antichi sono poi circondati da una cancellata in pietra, sulla quale si aprono portali monumentali (torana). Esiste un rapporto particolare tra lo stupa e il fedele. Lo stupa è, infatti, un luogo di pellegrinaggio ma anche di insegnamento: essi presentano numerosi elementi narrativi, che si propongono di illustrare gli elementi salienti della vita di Siddhartha (anche delle vite anteriori, quelle narrate dai Jataka, le “Nascite”) e del culto che gli è tributato. Il fedele vi cammina attorno in senso orario rivolgendo la destra al monumento. Sebbene gli stupa più antichi siano stati innalzati grazie alle economie del popolo, la sua costruzione per mano di un sovrano gli genera grande onore. I siti in cui sorgevano gli antichi stupa erano in genere ampi centri monastici, ma le strutture di questi edifici sono scomparse.
Il mito vuole che la dea Terra sia sprofondata nelle acque dell’abisso per colpa di un demone (creatura acquatica raffigurata come un serpente) e che Vishnu, nella forma di cinghiale, l’abbia salvata sollevandola con le zanne. Fra le altre sculture di Udayagiri, fondamentali sono i rilievi disposti lungo la parete esterna della grotta n.6 che raffigurano Ganesha, Vishnu, le dee fluviali, la dea Durga e le cosiddette Sette madri.
Il “Devi Mahatmya” Nell’induismo la Dea, divinità suprema in forma femminile, è quasi sempre identificata con Durga, la “Difficile da espugnare”. A Udayagiri appare raffigurata nella sua iconografia canonica, cioè come “colei che sconfigge il demone bufalo”, con riferimento a un celebre mito. Le vicende che la riguardano sono narrate nel Devi Mahatmya. E’ un testo di contenuto indipendente, databile intorno al V-VII sec (epoca Gupta), che si dipana per settecento strofe all’interno di un’opera più vasta. La storia parla di un re, Suratha, e un popolano, Samadhi, che si trovano insieme nella foresta presso l’eremo del saggio Medhas. Entrambi soffrono perché traditi (il primo dai suoi ministri, il secondo dai familiari) e si domandano perché, nonostante ciò che hanno subito, essi si sentano ancora legati alle persone e alle cose del passato. Il saggio risponde loro che la causa è da ricercarsi nella Grande Illusione, che rende ciechi i loro occhi, ma che la stessa è la dea madre che emana tutto l’universo ed elargisce i doni per la liberazione. Per spiegare meglio la natura della Dea, racconta tre miti che la vedono protagonista:
Le religioni della dea Con “religioni della dea” si intendono una serie di manifestazioni religiose al cui cuore si collocano il culto dell’aspetto femminile del divino e le narrazioni mitologiche ad esso relative. Se da un lato le dee sono molteplici, prendono nomi e sono protagoniste di miti diversi, e a esse si dedicano culti differenziati; dall’altro lato permane la consapevolezza che in queste divinità femminili si manifesta un’unica Dea, spesso venerata sotto forma di Durga. La dea è la Shakti ovvero l’ “energia” dinamica, vibrante e creatrice che da la vita al cosmo e a ciò che lo popola. Le dee possono essere le divine consorti delle principali divinità maschili di cui rappresentano, appunto, l’energia creatrice:
VIII. Khajuraho e i templi hindu
Dopo il declino dell’impero Gupta, durante il medioevo indiano (chiamato così solo per una corrispondenza cronologica con quello occidentale) l’India settentrionale conobbe una costante frammentazione politica: dinastie si affiancano e avvicendano governando aree più o meno ampie con un sistema di vassallaggio di tipo feudale. In questo periodo si sviluppò l’usanza, da parte dei sovrani, di costruire templi per la glorificazione delle proprie imprese. A Khujaraho, che ora è solo un villaggio, sorgeva la capitale del regno dei Chandella, i quali fecero costruire, a quanto sembra, circa ottanta templi: ne restano una trentina, hindu e alcuni jaina, risalenti al periodo compreso fra la metà del X e la metà dell’XI sec. La maggior parte dei templi di Khajuraho è espressione di un ideale di architettura appartenente al filone della classicità.
Il tempio hindu I buddhisti detengono un curioso primato riguardo ai templi, infatti a loro sono attribuiti i monumenti più antichi dell’India: questo perché quando ancora l’induismo propriamente detto era ancora in fase embrionale il buddhismo era già una religione consolidata e diffusa. L’induismo delle fase vedica-brahmanica non prevedeva luoghi fissi per il culto, a differenza del buddhismo che iniziò a edificare da subito, con il patronato dei sovrani. Solo nei primi secoli dell’era comune, quando si afferma la bhakti, si assiste a un’evoluzione del culto hindu che porta gli dei ad essere calati in immagini, per lo più di sembianze antropomorfe. Il devoto si reca nel tempio per avere la visione (darshana) della divinità graziosamente discesa in un’immagine concreta (murti). A questa il devoto rende omaggio con la puja, l’offerta rituale, e riporta con sé il prasad ossia la grazia divina sotto forma di un pezzetto delle offerte - dolciumi, chicchi, fiori e così via. Inoltre, i materiali più comunemente usati per le costruzioni dell’India antica sono legno e mattoni, di estrema deperibilità soprattutto nella calura indiana e sotto il diluvio dei monsoni. Della fase più antica dell’architettura indiana si sono conservati, di fatto, solo edifici o sculture ricavati dalla viva roccia, ma questa tipologia di costruzioni è pochissimo diffusa nell’India del Nord. Gli edifici templari propriamente costruiti iniziano a offrire garanzia di resistenza quando sono innalzati con solidi blocchi di pietra: i primi esempi di epoca Gupta (IV-V sec) sono piccoli e dalle forme modeste, i secoli successivi culmineranno nei capolavori.
Il tempio classico del Nord L’architettura sacra delle diverse regioni dell’India vede affermarsi tipologie locali, ma alcuni elementi sono fondamentali in qualunque tempio:
Il Kandariya Mahadeo Il tempio maggiore di Khajuraho è il cosiddetto Kandariya Mahadeo, sacro al dio Shiva, attribuito ai primi decenni dell'XI secolo. Il tempio di Kandariya Mahadeo sorge su un alto podio rettangolare da cui sale una scalinata in asse con l’ingresso, che si apre a oriente (direzione canonica dei templi hindu, considerata di massimo auspicio). Se si osserva l’edificio da una certa distanza e di profilo si possono distinguere tre fasce (dal basso):
Le sculture erotiche Sulle pareti esterne dei templi dell’India settentrionale e centrale, fra le figure degli dei è frequente la rappresentazione di uomini e donne in atteggiamento casto o esplicitamente sessuale. Questo tipo di immagini si diffuse su larga scala dal X sec e.c. Ci si chiede, naturalmente, come si possono conciliare queste immagini con il messaggio dell’edificio sacro. La risposta non è univoca ed è possibile che le varie spiegazioni tentate entrino in gioco contemporaneamente e si possono ipotizzare diversi livelli di lettura (spiegazioni esoteriche riservate a una cerchia ristretta e altre più popolari).
Mathura e Krishna Mathura è legata alla figura di Krishna. Il suo mito è scandito dalle fasi ben distinte della sua vita: l’infanzia e la giovinezza, la fondazione della città di Dvaraka, la partecipazione al fianco di Arjuna nella guerra tra i Pandava e i Kaurava, il ritorno a Dvaraka caratterizzato da una nuova battaglia e dalla sua morte. La città di Mathura si lega in particolare alla prima fase della sua vita. Krishna, principe della famiglia reale di Mathura, era l'ottavo figlio di Devaki e Vasudeva. Il sovrano usurpatore di Mathura, Kamsa, udita la predizione che avrebbe ricevuto la morte per mano di un figlio della cugina Devaki, fece uccidere sistematicamente i figli della donna. Krishna si salvò perché scambiato con un altro neonato, e fu affidato di nascosto ad una coppia di mandriani che vivevano nel bosco di Vrindavana, sempre presso Mathura. Qui Krishna trascorse la sua infanzia, costellata di eventi miracolosi (uccide molti demoni per proteggere la sua comunità) e di amori con le mandriane del villaggio (gopi), sedotte dal suono del suo flatuto, e in particolare con Radha la sua prediletta. Trascorsa la prima giovinezza, Krishna fece ritorno alla città di Mathura dove sconfisse lo zio, ristabilendo la legittima successione al trono che però non tenne per sé. Egli infatti fondò la città di Dvaraka, situata nell’attuale Gujarat. La devozione krishnaita è molto viva in India e si manifesta in molte correnti, tra cui ricordiamo quella data alla luce da Chaitanya e quella degli Hare Krishna.
Il Gitagovinda Gli amori di Radha e Krishna trovano la loro consacrazione letteraria in un famoso poemetto, il Gitagovinda (“Il mandriano del canto”), di Jayadeva. E’ difficile delinearne una trama perché la storia è tutta interiore, scandita dalla separazione e dall’attesa: prima di ritrovarsi e infine fondersi l’uno nell’altra nell’appagamento, i due si sfuggono, si cercano, si attendono stremati. Nonostante le vicende siano narrate nei termini più umani e sensuali, con quest’opera Radha diventa l’emblema dell’anima che aspira ad unirsi al dio.
X.Monte Abu e il Jainismo
Oltre all’induismo e al buddhismo, l’altra grande religione indiana è il jainismo. Mentre si articola l'immagine antropomorfa del Buddha, prende forma anche quella dei santi-profeti del jainismo, i Tirthamkara, i "costruttori del guado", detti appunto anche Jina, i "vincitori" delle passioni, epiteto da cui deriva la denominazione della religione jaina. Sul Monte Abu, nel Rajastan meridionale ai confini col Gujarat, si trovano templi jaina di elevatissimo valore artistico.
Il Jainismo: Mahavira e i Tirthamkara Il Jainismo è una religione nata contemporaneamente al buddhismo e dallo stesso bacino di aspirazioni spirituali. Nonostante non ne raggiunga mai la diffusione, ha goduto di grande fortuna presso alcuni sovrani indiani ed è ancora oggi vivo e diffuso. Come il buddhismo, il jainismo nasce nell'antica regione del Magadha, quello che oggi è il Bihar, lungo il basso corso del Gange. Un ruolo fondamentale per questa religione è rivestito da Mahavira, il “Grande eroe” che per i jaina è soltanto il ventiquattresimo e ultimo di una serie di maestri, i Tirthamkara, apparsi nel tempo per rivelare le stesse verità eterne. La storia di Mahavira e dei Tirthamkara sono narrate in un testo generalmente conosciuto come Storia universale. I jaina rappresentano il tempo come una ruota a dodici raggi, che gira su se stessa alternativamente secondo un moto ascendente e un moto discendente, ciascuno dei quali è scandito da sei tappe, da sei raggi. Le prime tre tappe della fase discendente corrispondono ad un'età aurea, da questa prende avvio un processo di decadenza che conduce alla sesta età, in cui la verità del jainismo è destinata a dissolversi completamente, per poi riapparire progressivamente con l'avvento della nuova fase ascendente. Nella Storia universale è riservato grande spazio al primo Tirthamkara, Rishabha: eroe culturale e maestro spirituale al tempo stesso, egli ha trasmesso comportamenti e istituzioni sociali come l’accensione del fuoco, la preparazione del cibo, l’agricoltura, la scrittura, il matrimonio, e ha ricevuto il primo dana, il dono di un laico a un asceta secondo un istituto vitale che ha garantito la sopravvivenza della comunità monastica jaina. Alla vita di Rishaba è legata quella di Mahavira: egli nasce come Marichi, il nipote eretico di Rishaba e seguono poi una serie di rinascite finchè non nascerà, alla fine, come il ventiquattresimo Tirthamkara. La storia vuole che sia generato nel grembo di una donna di classe brahmanica a causa del karman negativo accumulato da Marichi. Viene poi trasferito nel grembo della moglie di Siddharta. La sua nascita è preannunciata da diversi segni (tra cui un elefante bianco) come il Buddha e i chackravartin. Egli si sposa e diventa padre ma, analogamente al Buddha anche Mahavira abbandona la famiglia per intraprendere una vita di meditazione che lo porta a raggiungere l’illuminazione suprema e dunque all’onniscienza suprema. Muore all’età di 72 anni: il suo corpo viene cremato, gli dei ne trasportano le ossa in cielo e le ceneri sono sparse nella regione gangetica. Per quanto concerne la datazione della sua vita, poiché è collegata a quella recentemente ridiscussa del Buddha, è difficile stabilire punti fermi. Tradizionalmente la vita di Mahavira si colloca tra il 599 e il 527 a.e.c.
Testi, correnti e concezioni Esistono due correnti del Jainismo, delineate con precisione dal concilio di Valabhi :
La logica e l’epistemologia Jaina hanno sviluppato una teoria che si può definire come una sorta di relativismo, secondo cui la realtà possiede molteplici aspetti e può essere osservata da diversi punti di vista, anche antitetici fra loro. Alla luce di ciò qualunque affermazione è parziale e anche l’affermazione opposta, se osservata da un altro punto di vista, può rivelarsi adeguata. In una società in cui l’onniscienza non si può più raggiungere, la vera conoscenza del reale non è più possibile.
Esistono tre vie per la liberazione (i tre gioielli del jainismo):
La metafisica jaina si pone a metà strada fra quella brahmanica che sottolinea la permanenza della sostanza e quella buddhista in cui domina la dottrina del continuo cambiamento. Ciò che esiste si distingue in due categorie:
Il concetto cardine della dottrina jaina è l’amisha, la non-violenza nei confronti di ogni creatura. Senza l’abbandono di ogni azione violenta nessun comportamento religioso è efficace. Da qui deriva per l’asceta una regola severa, che prevede il divieto di accendere fuoco, di scavare la terra, l’obbligo di bere solo acqua purificata da ogni elemento vitale, di muoversi con cura nell’ambiente e di controllarlo con attenzione per evitare di nuocere anche alle più piccole creature. Esistono cinque voti (mahavrata) seguiti dagli asceti, che rappresentano il cuore dell’insegnamento etico di Mahavira:
I templi jaina di Dilwara Il monte Abu è una sorta di altopiano a 1200 metri e costituisce un ristoro dalla calura della piana. Qui, in un villaggio chiamato Dilwara cioè “Città dei templi”, si trovano i templi jaina. Il più antico di questi templi fu innalzato da Vimala ed è dedicato al “Primo Signore” fra i ventiquattro Jina. La leggenda vuole che il re Vimala avesse chiesto alla dea Ambika due grazie (la nascita di un erede maschio e l’aiuto nella costruzione di un tempio con la quale intendeva espiare i peccati commessi nell’adempimento dei compiti legati alla sua carica) ma la dea poteva concederne solo una e dunque il devoto sovrano optò per la costruzione del tempio. Esso fu completato nel 1032 e, secondo alcuni, era di marmo nero (resta qualche statua di questo materiale); subì poi diverse modifiche e aggiunte in vari periodi e la pietra prescelta è ora un marmo bianco che caratterizza definitivamente i templi di Dilwara. L’altro grande tempio è dedicato al ventiduesimo Jina e fu fatto innalzare da un mercante molto ricco che insieme al fratello commissionò una serie di monumenti. L’aspetto esterno dei templi è spoglio e severo, sono richiusi in cinte murarie e le guglie che si elevano sopra le celle sono modeste. Forse i costruttori hanno adottato volutamente uno stile a prima vista poco appariscente perché questa zona è molto esposta alle invasioni islamiche. Gli interni, comunque, sono abbaglianti, scolpiti con una precisione e ricchezza di dettaglio quasi esasperate. Si racconta che questo lavoro di scultura non fu eseguito con lo scalpello ma strofinando la pietra, e che gli artigiani sarebbero stati pagati in base alla quantità di polvere prodotta.
Il tempio di Vimala è delimitato da un chiostro rettangolare, bordato da fitte file di colonne, le cui pareti ospitano cinquantadue nicchie, ognuna contenente l'immagine di un santo jaina. L'ingresso è a oriente, e il corpo centrale consiste di due padiglioni (mandapa) colonnati e aperti, che lasciano entrare la luce. Un terzo padiglione ha pareti chiuse ed è direttamente saldato alla cella, dalla quale si affaccia la statua di Rishbah. Gli elementi più splendidi sono i soffitti; ciascuno diverso nei tre padiglioni. Specialmente maestoso è il soffitto del sabha mandapa; a forma di cupola, reca allineate nel suo perimetro le figure simboliche delle sedici dee jaina della sapienza, e culmina in fiore di loto cesellato all'inverosimile.
La “Kalakacharyakatha” Il grande patrimonio letterario dei jaina, costituito in particolare da manoscritti, è legato alle figure di monaci eruditi (suri) ed è custodito nelle biblioteche dei templi dell’India nord-occidentale. I libri qui contenuti sono fra i più antichi testi miniati dell’India e i manoscritti illustrati sono spesso esemplari del Kalpasutra. La fama di questo testo è legata alla più importante festa per gli Shvetambara, chiamata paryushana, che segna la fine del periodo in cui a causa del monsone agli asceti è prescritto di sospendere la vita errante. L’ultima parte di quest’opera è costituita dal Kalakacharyakatha, la “Storia del maestro Kalaka”. L’opera è composta da quattro episodi e racconta la storia di questo personaggio leggendario, figlio del sovrano di Dharavasa e divenuto asceta della setta del maestro jaina Gunakara. Egli si reca nella città di Ujjayini e qui il sovrano della città rapisce sua sorella Sarasvati. Kalaka, dopo
La storia si è conclusa, ma nelle ultime strofe del poema Jayasi parla di sé e dell’opera che gli ha dato fama imperitura, ma la tempo stesso lamenta la vecchiaia ormai sopraggiunta: il giovane asceta innamorato, divenuto maturo guerriero, lascia il posto a questo vecchio con le guance svuotate.
Il santo “sufi” e la città di Brahma Ajmer e Pushkar sono due importanti mete di pellegrinaggio. Ad Ajmer è sepolto uno dei più importanti santi sufi, Muinud-Din Chishti che introdusse uno degli ordini più importanti del sufismo. Qui sorge il suo solenne e popolarissimo santuario, che si è accresciuto nei secoli anche grazie al contributo dell’imperatore Mughal Akbar, che vi fece costruire una moschea. La città di Pushkar, che significa “Loto”, è uno dei pochissimi luoghi in cui è ancora praticato il culto di Brahma e in cui si trova un tempio a lui dedicato. Brahma è il dio che ha il ruolo di emenare da sé ciclicamente l’universo e non è normalmente oggetto di culto. Il motivo è spiegato da un mito che racconta che mentì a Vishnu durante una scommessa e fu condannato a non essere mai adorato tra gli uomini. Fra gli altri tempi di Pushkar si annoverano quelli della dea Gayatri e della dea Satviri, che la leggenda considera come due diverse spose di Brahma. In realtà i due nomi sono sinonimi e designano la personificazione divina della preghiera più famosa di tutta l’India.
Mirabai Fra i santi del medioevo hindu c’è una figura femminile: Mira o Mirabai, una principessa Rajput che scrisse famosissime strofe in onore di Krishna. La leggenda si è in gran parte impadronita della sua vita: innamoratasi di Krishna in tenera età, essa è rimasta sempre fedele al dio. Sposò l’erede al trono di Chittor e dopo la morte del marito si rifiutò di gettarsi nella pira, ma continuò ad adorare Krishna. Più volte, ma senza successo, la famiglia del marito tentò di ucciderla, finché Mira non lasciò la città. Iniziò così a peregrinare. Si narra che una volta incontrò un noto teologo che, inizialmente, si rifiutò di parlare con lei in quanto donna ma rimase stupido dalla risposta della devota che disse che il solo vero uomo era Krishna. Vuole la leggenda che passò gli ultimi anni a servire in un tempio dedicato al suo amato e che infine fu assorbita da una statua del dio. Mira offre sicuramente un’immagine di femminilità alternativa, discordante con il modello indiano, dotato di una straordinaria forza e indipendenza di pensiero e di volontà. La sua poesia è semplice e dai toni popolari, le strofe cantano l’amore per Krishna e il tormento della separazione. Nei suoi testi la poetessa non si pone come un’amante del dio, come una delle gopi, ma si considera la sua sposa.
XII. I sikh del Panjab
Sulle colline del Panjab si è formato un gruppo omogeneo sotto l’egida di una nuova religione. Ad Amritsar i sikh hanno il proprio tempio principale, noto come il “Tempio d’Oro”, fatto costruire dal 1574. Esso si trova al centro di una grande vasca che ha dato il nome alla città. Al suo interno – come in tutti i templi dei sikh – non si trovano immagini di culto, ma una copia del “Libro originario" che contiene opere devozionali care anche agli hindu. I sikh sono originari del Panjab e qui formano la maggioranza, ma sono emigrati dando vita a comunità in molti luoghi dell’India, in Europa e negli Stati Uniti. Nel nord Italia è presente un numero consistente di sikh i quali hanno anche costruito un importante tempio a Novellara, in provincia di Reggio Emilia.
La religione sikh La religione sikh non è molto antica e la sua fondazione risale al periodo a cavallo tra il XV e il XVI sec (tra il declino del Sultanato di Delhi e l’ascesa della dinastia Mughal). Il fondatore, Guru Nanak (1469-1539), proviene dal Panjab e la sua biografia presenta alcune affinità con quella dei grandi fondatori come il Buddha e Mahavira: egli nasce nel varna degli kshatriya e la sua nascita corrisponde a un avatara, ossia a una discesa divina, e come tale è accompagnata dalla presenza di creature celesti. La sua infanzia e la sua giovinezza sono costellate di episodi straordinari nei quali Nanak dimostra le proprie eccezionali capacità spirituali, benché a questi si affianchino eventi ordinari quali il matrimonio, la paternità e l’attività lavorativa. A trent’anni, mentre si bagnava nel fiume per le abluzioni mattutine, Nanak scomparve. Creduto annegato, ricompare al quarto giorno narrando di esser stato rapito in cielo dove Dio lo ha incaricato di annunciare il suo nome nel mondo. Divenuto Guru e conscio che Dio non è né hindu né musulmano, parte per una serie di viaggi per predicare i propri insegnamenti e invitare a una riscoperta interiore della fede. Infine fa ritorno in Panjab e fonda il villaggio di Kartarpur dove rimane a vivere con la propria famiglia e continua la sua opera religiosa.
La sua dottrina risente di molteplici influenze, di matrice sia hindu sia musulmana. La prima caratteristica della sua visione è l’impostazione marcatamente monoteistica: Dio è anam, cioè “senza nome” perché infiniti sono i nomi con cui gli uomini si sono rivolti a lui, Egli ha creato l’universo e ogni cosa che in esso esiste. L’uomo per intraprendere il cammino della liberazione deve superare la condizione di ignoranza ed egoismo nella quale è immerso il suo io empirico, dominato dall’impulso e dalla passione. Per liberarsi da questa condizione necessita della grazia divina, che gli si fa incontro attraverso un Guru, il quale ha un ruolo fondamentale nella tradizione indiana. Il Guru è innanzitutto un essere umano che possa fungere da maestro, ma è anche e soprattutto Dio stesso, il Guru Supremo presente nell’interiorità di ogni uomo come una Parola interiore. L’intervento del Guru e della grazia divina è necessario, ma non di per sé sufficiente per garantire il buon esito del cammino per la salvezza: l’uomo deve accogliere la grazia impegnandosi in un comportamento etico che prevede la pratica dell’autodisciplina, dell’obbedienza e dell’umiltà, ma include anche una forte dimensione sociale. Il Sikh Panth (la “Via dei discepoli”) non è una via monacale, ma di ispirazione fortemente laica.
Breve storia dei sikh Alla morte del primo Guru, Nanak, la religione sikh non è ancora istituzionalizzata e saranno i dieci Guru successivi a procedere in tal senso e a fare del Sikh Panth quello che è ancor oggi.
Un ruolo importante è svolto dal terzo Guru, Amar Das, che istituì delle cerimonie specifiche riguardo alla nascita, il matrimonio e la morte. Con lui nacque il primo luogo di pellegrinaggio nel villaggio in cui risiede, e si avvia la compilazione dei canti dei Guru precedenti. Alla sua morte gli succede un membro della famiglia e da questo momento la trasmissione della carica diviene ereditaria. Il quarto Guru fonda il Tempio d’Oro e il quinto ne fa terminare i lavori. In quest’epoca la comunità dei sikh è già sviluppata e Arjan istituisce dei funzionari che hanno il compito di riscuotere la decima del reddito dei seguaci e vive quasi come un re. Nel 1605, però, muore il liberale e tollerante imperatore Mughal Akbar, che aveva sempre intrattenuto con i sikh rapporti distesi. L’avvento al trono del successore muta profondamente i rapporti e fa arrestare Arjan, lo sottopone a torture e muore. I sikh vedono in Arjan il loro primo martire. Il figlio e successore di Arjan vive come un re-guerriero, è circondato di guardie armate e richiede i pagamenti delle tasse in armi e cavalli. Durante la reggenza del nono Guru si inaspriscono ancora i rapporti coi Mughal: l’imperatore Aurangzeb fa incarcerare e torturare a morte il Guru, che diventa un nuovo martire. Il successore è Govind Singh e con lui si compie un riassetto religioso e militare del Sikh Panth con l’istituzione del khalsa. Quest’ultimo è un ordine nel quale si entra in seguito a un’iniziazione e comporta l’obbedienza assoluta al Guru e la difesa della fede anche in battaglia. Esso richiede l’assunzione di un rigido codice etico (quattro rinunce: a farsi vanto della propria posizione sociale, al privilegio derivante dalla propria origine, alle credenze tradizionali e alle pratiche idolatriche) e gli appartenenti al khalsa assumono il nome di singh (“leone”, per gli uomini) e kaur (“Signora”, per le donne). Dal punto di vista religioso, l’opera più significativa di Govind Singh è la redazione conclusiva del libro dei sikh, l’Adi Granth. Alla sua morte stabilì che non ci saranno più Guru umani, ma che la funzione del Guru sarà svolta dall’Adi Granth e dall’assemblea dei fedeli riunita.
XIII. La Delhi dei sultani
Siamo tornati a Delhi per affrontare le sue fasi storiche più recenti, quelle che la videro capitale islamica dell’India. Gli eventi che condussero al dominio islamico dell’India settentrionale si innescarono in quello che è l’attuale Afghanistan dove i mamluk, schiavi turchi che vanno a far parte dell’esercito del Califfato, acquistano potere e formano regni indipendenti.
Da Mahmud Ghazni alle conquiste territoriali Mahmud è il più glorioso sovrano di Ghazni, nell’attuale Afghanistan. Egli guidò moltissime incursioni in India tra il 1000 e il 1026 per razziare il territorio, compiendo grandi devastazioni. Le razzie erano giustificate anche da un punto di vista religioso: per l’islam, col suo rigore monoteista e aniconico, le pareti dei templi coperte di immagini antropomorfe degli dei suscitavano orrore e giustificavano la conquista nell’ottica di una guerra santa contro popoli di infedeli. Mamhud è visto dagli hindu come emblema della devastazione, e come grande eroe e campione della fede dai musulmani. La sua corte fu un grande centro d’arte e di conoscenza, presso cui visse al-Biruni, uno dei più eccezionali scienziati che viaggiò per anni al seguito del re ricavando il materiale per la sua opera “Ricerche sull’India”, che raccoglie e volge in arabo tutto lo scibile indiano (religione, filosofia, letteratura, matematica, geografia, astronomia e astrologia, usanze, leggi..). Le autentiche conquiste territoriali da parte di invasori musulmani avvengono più tardi, con l’ascesa di una nuova casata: la battaglia decisiva è quella del 1192 quando il sovrano di Ghur sconfigge l’esercito hindu a nord di Delhi. Alla morte del sovrano si proclama suo erede il comandante Aybak, dando così origine alla dinastia dei “re schiavi” che spostarono la capitale del regno a Delhi. Altre quattro dinastie di sultani si succederanno a Delhi, per una durata di 320 anni. Durante questi anni l’estensione del territorio subirà variazioni e Delhi conoscerà momenti di grande splendore e di profondo declino.
La prima moschea di Delhi Aybak fondò a Delhi la prima moschea dei nuovi conquistatori. Essa è nota come Quwwatul-Islam, “Gloria dell’islam” e il generale la volle come atto di presa di possesso, di autocelebrazione e di devota diffusione del messaggio di Allah. Poiché, ovviamente, non c’erano artigiani turchi nell’esercito furono smantellati ben 27 edifici hindu e jaina che si trovavano nei dintorni: le immagini divine vennero sfigurate, le colonne furono sovrapposte per ottenere una maggiore elevazione e disposte per ottenere un chiostro rettangolare. Nel suo cortile si trova la “Colonna di ferro”, alta circa 7 m, consistente in un unico blocco di questo metallo e mai intaccata dalla ruggine. on è la prima costruzione islamica, vi erano infatti già piccole e sporadiche costruzione religiose. Accanto alla moschea Aybak fece innalzare un minareto a celebrazione della vittoria dell’islam sulla regione. Secondo il progetto originale era formato da quattro fasce sovrapposte, ognuna culminante in un balconcino scolpito con i tipici motivi dell’architettura islamica. Aybak vide il completamento solo della prima fascia, le altre tre furono costruite sotto il suo successore. La torre fu poi colpita da un fulmine che danneggiò la fascia superiore e il sultano fece aggiungere un quinto livello. Ci furono poi altri interventi intrapresi nell’area della moschea durante il dominio islamico e questo complesso forma oggi una delle aree di Delhi meglio tenute e più frequentate dai turisti.
Gli edifici dell’Islam L’attività edificatrice dei dominatori musulmani sarà immensa. Essi dimostrarono di saper piegare le tradizioni locali alle esigenze del loro culto e su l’uso su larga scala della pietra e la creatività degli artigiani indiani contribuirono alla grande personalità dell’architettura indo islamica. La novità più interessante che introdussero è l’uso dell’arco e della cupola, che permise l’apertura di grandi portali, di coprire spazi più ampi e usare elementi di sostegno più slanciati e leggeri, ovviando a problemi statici altrimenti invalicabili. L’islam, inoltre, rifiuta la raffigurazione di esseri viventi sugli edifici e dunque all’esuberante scultura dei monumenti hindu si sostituirono la calligrafia islamica, i motivi astratti e le decorazioni ispirate al mondo vegetale. I monumenti che i musulmani innalzarono in India si possono distinguere in due categorie:
La moschea consiste in un cortile aperto orlato da un chiostro e nel quale è collocata la vasca per le abluzioni. Sul lato ovest il chiostro si espande in una sala colonnata sulla cui parete di fondo si apre una nicchia che indica la direzione della Mecca e della preghiera. Vi sono poi uno o più minareti variamente disposti, dai quali il muezzin chiama alla devozione. Rispetto al tempio hindu, lo moschea presenta molteplici differenze: Moschea Tempio hindu Dio non ha mai forma
Il figlio e successore Humayun fondò l’ennesima nuova Delhi e la chiamò “Rifugio della fede”: oggi è un grande parco e le mura cingono una vasta area che contine lo Sher Mandal, una torre ottogonale, e la piccola moschea Qila-i Khuna, attribuita all’usurpatore afghano che scalzò dal trono Humayun, il quale fu costretto a un esilio di 15 anni in Persia. Humayun non fu guerriero ma si dedicò all’alcol, all’oppio e all’astrologia. Alla sua morte, la prima moglie volle erigere in suo onore un edificio funebre dove in seguito anch’essa sarebbe stata sepolta. Esso rappresenta il primo esempio di edificio funebre su scala imponente e farà da scuola nei successivi sviluppi dell’architettura Mughal. Trae larga ispirazione dalla Persia, dove la moglie aveva condiviso l’esilio del sovrano: l’architetto è di origini persiane e quest’impronta si vede nei grandi archi delle facciate e nelle linee purissime della cupola. La struttura, collocata al centro di un vasto giardino del Paradiso, ha un corpo di arenaria rossa con inserti candidi di marmo e costituisce uno dei massimi capolavori dell’architettura Mughal.
Akbar il Grande Akbar (il “Grande”), il terzo imperatore Mughal, fu uno dei personaggi più grandiosi nella storia dell’umanità. Egli allargò l’impero fino ai suoi massimi confini e diede ad esso un’amministrazione nuova e centralizzata. Le sue iniziative politiche miravano a un'amalgama fra sudditi musulmani e hindu ed egli è esaltato dagli storici per il suo atteggiamento di tolleranza: strinse alleanze matrimoniali con i rajput, aprì le porte dei più alti gradi dell’amministrazione agli hindu, abolì la tassa imposta ai sudditi non musulmani. Oltre che un grande conquistatore Akbar fu un grande amante e protettore della cultura: la sua biblioteca era grandiosa e patrocinò la traduzione in persiano (lingua di corte) un grande numero di testi indiani, tra cui Ramayana e Mahabharata. Incredibilmente egli, tuttavia, restò per tutta la vita analfabeta. Con lui nacque anche la prodigiosa scuola di miniatura Mughal. Gran parte delle notizie che possediamo su Akbar viene dall’opera del suo storico ufficiale e amico, Abul-Fazl Allami.
Il forte di Agra e la “Città della Vittoria” Fra le realizzazioni monumentali più importanti dei Mughal, il posto di onore spetta ai forti: non si tratta di fortezze o castelli all’europea, ma di vasti complessi cinti da grandi mura fortificate che ospitano sale di rappresentanza, appartamenti ecc e coniugano la necessità di difesa con l’amore per una vita confortevole e lussuosa. I due forti più celebri, entrambi chiamati “Forte Rosso” (Lal Qila) per via del colore dell’arenaria delle mura, si trovano ad Agra e Delhi. Il Forte di Agra occupa una sorta di semicerchio sulla sponda destra del fiume Yamuna. Fu fatto costruire fra il 1565 e il 1571 da Akbar il quale incoraggiò uno stile architettonico ispirato alle tradizioni indiane. All’interno delle mura furono innalzati 500 edifici di pietra rossa, dei quali resta ben poco perché il successore, amante del marmo bianco, li fece demolire quasi tutti. Dell’epoca di Akbar è conservato il Palazzo di Jhangir con le sue caratteristiche marcatamente hindu. Un altro forte importante è Fatehpur, la “Città della Vittoria”, che sorge nel luogo in cui un santo sufi aveva predetto ad Akbar la nascita un erede. I lavori iniziarono nel 1571 e procedettero a una velocità prodigiosa. Essa è costruita in arenaria rossa e comprende edifici religiosi, di rappresentanza e residenza, officine, scuderie.. ormai tutti vuoti. Anche questa città, infatti, è stata repentinamente abbandonata dall’imperatore, forse a causa della sua irrequietezza, forse per la scarsità d’acqua che rendeva inospitale il luogo, più probabilmente perché Akbar fu spinto verso altre sedi dalla necessità di rafforzare altre regioni del suo impero. Lo stile della città è uno straordinario amalgama di tendenze hindu e islamiche. La costruzione più importante è la Grande Moschea (all’epoca era la più grande dell’India). Un altro singolare edificio comprende la Sala delle Udienze private, al centro della quale troneggia una straordinaria colonna dal capitello elaboratissimo: secondo alcuni essa serviva da trono, ma altri vi hanno visto un simbolo del pilastro cosmico, sostegno unico del mondo (ipotesi più verosimile). Anche gli altri numerosi palazzi sono stati oggetto delle interpretazioni più varie, come il “Palazzo a cinque piani”, formato da arcate aperte, era un luogo di frescura per le donne della corte e il numero e la disposizione delle colonne sarebbero da interpretare in termini cabalistici. Fontane e giardini abbellivano tutta la città in quello che doveva essere un affascinante contrasto di colori, con il rosso della pietra e con le luci/ombre dei colonnati e delle cupole, e dobbiamo immaginarci tende di seta e sontuosi tappeti come arredi.
Jahangir e Nur Jahan Alla morte di Akbar ereditò il trono Salim, che divenne imperatore con il nome di Jahangir,“Conquistatore del mondo”. Egli sposò in seconde nozze, a 34 anni, Nur Jahan (“luce del mondo”) che ebbe su di lui un immenso potere e che governò al suo posto insieme alla sua famiglia persiana, mentre Jahangir si dilettava con oppio e interessi culturali (amava soprattutto osservare la natura: fiori e uccelli). Durante il suo regno la pittura Mughal raggiunse la massima eleganza. Inoltre il sovrano fece continuare la costruzione del mausoleo voluto da Akbar: si tratta di un edificio imponente e complesso, che non ha la cupola, forse perché rimasto incompleto. Un altro dei capolavori di quest’epoca è il monumento funebre che Nur Jahan fece costruire ad Agra per suo padre: è un piccolo gioiello di marmo bianco, ricco di dipinti all’interno e di intarsi all’esterno che formano motivi elegantissimi.
Shah Jahan e la “Città del mondo” Alla morte di Jahangir, il trono passò al figlio Shah Jahan, “Signore del mondo”. Il suo regno segna il momento di maggior splendore del regno Mughal, anche se l’economia generale inizia a dare segni di contrazione. Fu un sovrano colto e un grande protettore delle arti. Aveva grande passione per la musica e soprattutto per l’architettura: amava il colore bianco e per questo mostrò una predilezione assoluta per il marmo. Fece demolire molti edifici di Akbar nel Forte Rosso, facendoli sostituire con costruzioni di suo gusto come la torre ottagonale e il palazzo degli specchi. Caratteristica dell’architettura di Shah Jahan è la forma degli archi, il cui profilo è arricchito da una serie di cuspidi. Si fece artefice di una nuova città a Delhi: la “Città del Re del Mondo”, oggi popolatissima e vivacissima area urbana chiamata Old Delhi. La città è cinta da grosse mura di arenaria rossa, l’ingresso principale è la “Porta di Lahone”. Gli edifici più preziosi, allineati lungo l’antico corso del fiume, sono: la sala delle udienze private, con le sue arcate di marmo bianco intarsiato; il Palazzo dipinto, che era il quartiere delle donne; la torre ortogonale da cui l’imperatore si affacciava offrendo ai sudditi il darshan della propria maestà. Completano lo schema del Forte cortili e giardini ornamentali. Un canale artificiale (il “Canale del Paradiso") faceva defluire un approvvigionamento idrico costante in una successione di vasche e fontane e alimentava la struttura dei Bagni reali. Il Forte Rosso ci mostra la matrice dell’arte Mughal: essendo di origine nomadi, durante i loro spostamenti vivevano a lungo in città effimere e semoventi, in tende immense dai ricchi arredi e questo si traduce, in Lal Qila, in padiglioni aperti in cui l’aria scorre tra le colonne e porta ristoro nella città rovente. Nella sala delle udienze private si conserva il piedistallo del “Trono del Pavone”, un oggetto dal valore incalcolabile che fu sottratto e smantellato da un invasore afghano.
A poca distanza dal Forte, Shah Jahan fece innalzare la sua Grande Moschea, fino a oggi la più vasta di tutta l’India.
Taj Mahal Il Taj Mahal “gioiello” è il capolavoro di Shah Jahan. Questo mausoleo fu fatto costruire in onore dell’amatissima moglie che lui chiamava “Gioiello del palazzo”. Il re teneva in grandissima considerazione la consorte che era la sua prima consigliera. Si dice cha alla sua morte cadde disperato e osservò il lutto per circa due anni. Con questo monumento Shah Jahan voleva rendere eterno l’amore che l’aveva legato così profondamente alla moglie. Esistono però altre voci circa le origini di questo splendido mausoleo e alcuni vogliono che il sovrano lo abbia fatto costruire per il proprio desiderio di gloria eterna. Una delle più belle caratteristiche di questo monumento è il colore quasi magico. Infatti il marmo con il quale è costruito (tratto dalle cave di Makran in Rajasthan) assorbe la luce del giorno e la riflette creando un effetto meraviglioso. Il mausoleo vero e proprio fa parte di una struttura molto grande, che comprende una vasta area rettangolare affacciata a nord verso la Yamuna, circondata da mura con un ingresso monumentale sul lato sud. Al centro vi è un ampio giardino con vasche e fontane in cui l’architettura si rispecchia. L’edificio non è collocato in mezzo al giardino come negli altri mausolei, ma sul fondo, sopra una piattaforma su cui sorgono anche una moschea e una sala per gli ospiti. Il corpo del mausoleo consiste in una struttura quadrata con gli angoli smussati, in cima al quale si innalza una grande cupola dalle linee persiane, circondata da padiglioni minori di forma tipicamente indiana. Le proprorzioni sono semplici e il tutto si compone in una speciale armonia. Al’interno, nella sala centrale, sono collocati i cenotaffi della coppia reale, di marmo intarsiato di pietre preziose, circondati da un recinto d’oro ornato di gemme. L’architetto è sconosciuto, un frate spagnolo indica un orafo veneziano, ma questa teoria sembra improbabile in quanto il mausoleo è in prefetto stile Indo-musulmano. Sembra che Shah Jahan avesse progettato per sé un analogo mausoleo che doveva sorgere sulla sponda opposta della Yamuna, ma il successore Aurangzeb glielo avrebbe impedito. Aurangzeb fu l’ultimo imperatore Mughal: fu un fanatico ortodosso, nemico della tolleranza e delle arti.