

















Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Riassunto del testo Viaggio nell'India del Nord di C. Pieruccini, relativo ai primi due moduli. Testo discorsivo ma conciso, molto utile nella preparazione dell'esame di Indologia.
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 25
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!


















Numerose dinastie hanno lasciato la loro impronta nella città di Delhi , che tuttavia oggi rende complicato trovarne le tracce. Sono state sicuramente le dominazioni Musulmane, in particolare la dinastia Mughal , a plasmare la forma che la città assume tutt’oggi. Dove ora sorge il Forte Vecchio, edificato nel 1533 da uno dei grandi imperatori Mughal, secondo la tradizione un tempo sorgeva Indraprastha , capotale fondata dai fratelli Pandava, la cui storia è narrata nel Mahabharata. Il Mahabharata è uno dei due testi principali dell’India antica. Esso non è considerato antico, ma eterno, e per quanto i suoi personaggi non siano realmente personaggi storici esso è definito come itihasa , ossia come storia intesa nel senso di history, “così invero fu”. Tale concezione non deriva dall’idea che i personaggi narrati siano realmente esistiti, bensì da quella che il suo contenuto corrisponda ad una verità eterna da cui trarre insegnamento. Il Mahabharata è caratterizzato da numerose storie, la storia principale narra della discendenza dei Bharata. L’ultimo re salito al trono era Shamtanu, il quale aveva generato Devavrata con la dea Ganga, e Chitrangada e Vichitravirya con Satyavati, figlia del capo di una tribù di pescatori. Il padre di questa fanciulla, perché la sua dinastia non si esaurisca fa in modo che il re mandi in esilio il primo genito e che quest’ultimo accetti di non procreare figli; per devozione verso il padre egli accetta e da quel momento sarà noto come Bishma. Il primo figlio nato dall’unione del re con Satyavati muore senza moglie e senza figli, mentre il secondo sposa le sorelle Ambika e Ambalika, tuttavia anch’egli muore senza eredi. Tuttavia Satyavati aveva avuto un figlio prima del matrimonio con il re, concepito con un veggente incontrato sulla Yamuna. Si tratta di Krishna Dvaipayana Vyasa. Grazie alla legge del levirato il fratello maggiore può generare figli con la moglie del fratello minore deceduto, pertanto Krishna si unisce alle due mogli, generando due figli. Il figli nascono “imperfetti”: Dhritarashtra, figlio della prima moglie, dovrebbe essere l’erede al trono, tuttavia nasce cieco, quindi inadatto a regnare, mentre Pandu, il pallido, diventa re. Egli è vittima di una maledizione che li impedisce di unirsi con una donna, tuttavia la sua sposa più anziana è a conoscenza di un modo per concepire con le divinità; in questo modo lei dà alla luce due figli e la sposa più giovane di Pandu altri tre. Pandu rinuncia la trono e si ritira con le mogli e i figli nella foresta, mentre il fratello assume la reggenza. Alla morte di Pandu gli eremiti conducono la sposa più anziana e i cinque figli alla corte di Hastinapura, la capitale, dove il primo dei cento figli di Dhritarashtra, Duryodhana, viole ereditare il trono. Egli cerca di uccidere i Pandava, i quali sopravvivono e fuggono fingendosi brahmani. Partecipano ad un torneo dove vincono la mano di Draupadi, che diventa sposa di tutti i fratelli. La dinastia dei Kaurava cede ai Pandava delle terre incolte dove viene fondata la capitale Indraprashta. Krishna consiglia loro di ufficiare la consacrazione regale, così Yudishtira, figlio maggiore di Pandu, arriva al culmine della gloria. Egli è però sfidato a giocare una partita a dadi dai cugini, dove perde tutto. Costretto ad un esilio nella foresta per tredici anni insieme ai fratelli e alla moglie. Al termine dei tredici anni trona per ottenere il trono: ormai la battaglia è inevitabile. Sui due fronti è schierato tutto il mondo e la battaglia dura diciotto giorni. Al termine della battaglia i Kaurava sono sconfitti e i Pandava compiono il loro ultimo viaggio verso il cielo assieme alla loro sposa. Nessuno dei loro figli avuto con Draupadi è sopravvissuto. Il regno pasa ad un loro discendete, a cui la storia del Mahabharata è narrata da un discepolo di Krishna.
Torna spesso all’interno del Mahabharata l’ambientazione nella foresta , la quale è utile a dare l’idea di come si mostrava l’India antica al di fuori dei centri abitati. Essa non è da intendere come “giungla”, ma come spazio incolto non contaminato dall’uomo, che può contenere vegetazione ma anche aree desolate, luogo dove si incontrano creature paradisiache e divini, ma anche terribili e demoniache.
Secondo le teorie di diversi indologi la mitologia che sorregge la struttura del Mahabharata deriva dalla cultura della popolazione arya , arrivata nel subcontinente indiano nel II millennio a.e.c.. Tutt’oggi il dibattito sulla migrazione degli arya è ancora aperto. La prima civiltà di cui sono state trovate tracce nel subcontinente indiano è la civiltà della Valle dell’Indo , estesa in realtà fino all’odierno Pakistan e alla piana gangetica. Si tratta di una civiltà molto antica, la cui fioritura si è manifestata tra il 2600 e il 1900 a.e.c.. Essa era molto avanzata, i suoi centri più noti erano Harappa e Mohenjo-Daro. I siti archeologici rinvenuti indicano una società dotata di una cultura urbana notevolmente avanzata e raffinata, le città sono caratterizzate da una grande uniformità tra loro. Di tale civiltà sono stati rinvenuti piccoli reperti tra cui statuette di donne dalle forme prosperose, immagini di sacerdoti e di danzatrici. Molto noto un sigillo raffigurante un uomo seduto con le gambe raccolte, i piedi uniti e le braccia sulle ginocchia mentre realizza un mudra con le mani: tale raffigurazione ha una notevole importanza, dal momento che la posizione yogica, la presenza di tre volti e la sua caratteristica di essere itifallica, oltre al fatto di essere circondato da animali, fanno supporre che si tratti di una raffigurazione di un progenitore della divinità Shiva. Aperto il dibattito anche sulla lingua della civiltà della Valle dell’Indo, dal momento che la scrittura non è ancora stata tradotta e le fonti rinvenute sono poche e di piccole dimensioni: alcuni sostengono si tratti di una lingua dravidica, mentre altri vi identificano una forma primordiale di indoeuropeo. È proprio la questione della lingua a legarsi al dibattitto sull’origine degli arya. La tesi più diffusa riguardo al popolo degli arya è che tale popolazione si sia mossa dall’Asia centrale, giungendo nel subcontinente indiano all’incirca tra il 1500 e il 1200 a.e.c. , sottomettendo le popolazioni autoctone, compresa quella della Valle dell’Indo, già in pieno declino. Il termine Arya significa “nobile”, ed è il modo in cui tale popolo faceva riferimento a sé stesso. È stata però messa in dubbio la teoria della migrazione degli arya da diversi studiosi, i quali sostengono la tesi che vede la cultura aria come la trasformazione di quella della Vale dell’Indo: in questo senso la chiave linguistica è fondamentale, poiché se tale teoria risultasse veritiera la lingua ritrovata sui sigilli della civiltà della Valle dell’Indo non sarebbe di origine dravidica, ma indoeuropea. Nonostante non vi siano ancora conferme sull’origine del popolo degli arya, attraverso i testi vedici è possibile conoscere la mitologia e la struttura sociale. Il termine Veda significa “scienza”; nel suo senso più ristretto fa riferimento a quattro raccolte d testi: Rig-veda Samhita : Veda degli inni, raccolta più antica; Sama-veda Samhita : Veda dei salmi per i sacrifici;
Il concetto di dharma è fondamentale nelle religioni indiane. Esso è la legge universale che regola il cosmo e che garantisce ordine e stabilità. Esso si manifesta in relazione ai cicli cosmici secondo la tradizione indiana, poiché tale popolazione possiede una concezione temporale differente da quella occidentale. Nella credenza indiana il tempo è considerato ciclico e regressivo: ogni ciclo è diviso in yuga , ossia ere cosmiche, quattro yuga costituiscono un ciclo ossia un mahayuga , i quattro yuga che si susseguono partono sempre con un’età dell’oro, proseguendo poi con un declino che culmina con un epoca oscura. Durante il declino il dharma è sempre più minacciato, pertanto nell’epoca oscura regnano sovrane ingiustizia e violenza. Al termine di un mahayuga il dio Brahama, divinità creatrice, emana nuovamente il mondo a partire da sé stesso, dando vita ad una nuova età dell’oro. L’opera religiosa indiana più nota e diffusa in tutto il mondo è la Bhagavad-gita , considerata una sorta di Vangelo per gli hindu. Tale testo acquista maggiore valore per i devoti a Krishna. Essa consiste in un poemetto ambientato durante il VI libro del Mahabharata , si presenta come un dialogo tra Krishna e l’arciere Arjuna. Nell’antefatto al testo il veggente Vyasa ha donato a Sanjaya, auriga del re cieco Dhritarashtra, la capacità di vedere tutto ciò che accade sul campo di battaglia, per poterlo riferire al proprio sovrano. Il testo risulta quindi il racconto stesso dell’auriga. Nel momento antecedente alla battaglia Arjuna è colto dai ripensamenti, dal momento che vede schierata su fronti opposti tutta la sua famiglia, e teme che ciò che sta compiendo non si dharmico. Krishna impartisce quindi un insegnamento che gli permette di risolvere il dilemma tra azione e non-azione. Il dio esorta Arjuna a prendere parte alla battaglia, poiché, nonostante ciascuno debba rispettare il dharma, è necessario assecondare il proprio sva-dharma , ossia il dovere di ognuno: Arjuna è uno kshatriya , è bene che rispetti il proprio dovere di guerriero perché questo è il compito del suo Varna. Inoltre mostra all’arciere il fondamento della realtà, provocandogli una visione che mostra la vera forma divina di Krishna, essere immenso che comprende in sé l’intero universo. Questa visione indica anche una via di salvezza attraverso la bhakti (devozione) al Signore. A questo punto l’auriga ricorda ad Arjuna che solo i corpi muoiono, ma il vero Sé, lo spirito, non è soggetto a corruzione, pertanto egli non potrà uccidere realmente i propri parenti, poiché il loro spirito non morirà mai. Krishna incarna il brahman , l’Assoluto, suprema realtà di tutto il creato. Per manifestare l’universo empirico il dio si serve della propria maya , energia creatrice con la quale crea l’illusione cosmica. Per aiutare Arjuna a comprendere il dilemma tra azione e non azione Krishna spiga la dottrina del karman. Per poter uscire dal Samsara e raggiungere il moksha, è necessario rispondere alla legge del karman con il karma-yoga. È l’azione stessa che permette di uscire dalla legge dell’azione e dal ciclo delle rinascite, poiché l’azione proposta da Krishna deve essere disinteressata, non contaminata dal desiderio. La Bhagavad-gita è ambientata nella fertile pianura a Nord di Delhi, ancora oggi nota come Kurukshetra (“Terra dei Kuru”). Essa è estata scenario delle principali battaglie dell’India del Nord. Tali battaglie sono quelle che hanno portato la dominazione di popoli islamici di origine turco-afghana e turco-mongola. I contatti con popoli islamici sono molto antichi per le popolazioni dell’India del Nord, tuttavia all’inizio dell’VIII secolo iniziano le prime conquiste arabo-musulmane. Tra il 1000 e il 1026 si sono verificate numerose razzie devastanti ad opera di Mahmud di Ghazni. Alla fine del XII secolo l’esercito turco-afghano guidato da Muhammad di Ghur tenta delle incursioni, di cui la seconda va a buon fine: in poco tempo il suo popolo
conquista buona parte dell’India del Nord e nel 1206 Delhi diventa capitale del Sultanato. Il Sultanato durerà fino al 1526, data dell’affermazione della dinastia Mughal.
Al giorno d’oggi la città di Ayodhya si presenta piuttosto piccola e lontana dai percorsi turistici, tuttavia ha sempre rivestito un ruolo rilevante nella cultura hindu. Secondo la tradizione, i sovrani hindu discendono dal Sole o dalla Luna; Delhi era la capitale della dinastia lunare, quella dei Pandava, mente Ayodhya era la capitale della dinastia solare. Le vicende più importanti di quest’ultima dinastie sono quelle compiute da Rama , la cui storia è narrate nel secondo grande itihasa della storia dell’India: il Ramayana. Tale opera è stata tradizionalmente scritta da Valmiki, poeta dalle grandi doti ascetiche. Il Ramayana ha diversi punti in comune con il Mahabharata, quali l’esilio nella foresta e il contrasto di quest’ultima con la città, tuttavia esso presenta un esito positivo. Questa differenza si giustifica con la concezione indiana del tempo: il Ramayana è ambientato in uno yuga più vicino all’età dell’oro, in cui era ancora possibile la preservazione del dharma, mentre nel Mahabharata questo non è più possibile. L’opera si divide in sette libri, di cui il primo e l’ultimo sono da considerarsi di composizione più recente; in questi due libri Rama non è più solo l’ero terreno descritto nel corpo centrale dell’opera, ma è avatara di Vishnu.
Varanasi è la pronunci colta, oggi diventata ufficiale, del nome della città di Benares. Il suo nome significa “città tra Varana e Asi”, ossia i due piccoli fiumi che la cingono gettandosi nel Gange. La città di Varanasi è uno dei Tirtha , ossia località sacre all’induismo. Tale vocabolo significa “guado”, fa riferimento all’azione di attraversare, recarsi dall’altra parte, quindi affrontate un viaggio che pota ad una trasformazione. I tirtha possono avere rilevanza locale o panindiana. Per il fedele il tirtha implica prima di tutto uno spostamento fisico: sono luoghi di pellegrinaggio , un tempo i pellegrini vi si recavano a piedi, e tutt’oggi questo è il metodo considerato più degno di merito. Il viaggio costituisce sempre un impegno psicologico, fisico ed economico, ed avviene a
seguito della consulenza dell’astrologo e dell’invocazione della divinità popolare Ganesha. Oggi i tirtha costituiscono luoghi di turismo, e i mezzi di trasporto si sono moltiplicati. Tuttavia il viaggio fisico è principalmente metafora del viaggio spirituale: i fedeli attraversano il guado, che è una soglia ideale, dimensione psicologica attraverso cui ragionere la dimensione della realtà suprema. Una costante dei tirtha è la presenza dell’ acqua , poiché il bagno ha funzione purfucarrice, intrecciando la pulizia fiscia con quella dello spirito. Uno dei guadi presso la Ganga considerato a livello panindiano tra il più potenti è quello presso Prayag: qui la Yamuna si getta nella Ganga, e si crede che si congiunga a loro anche la Sarasvati , antico fiume oggi scomparso che continua a scorrere sottoterra. Uno dei topoi della poesia classica è la descrizione della fusione delle acqua della Ganga, limpide e veloci, con quella della Yamuna, più torbide, che scorrono distinte a lungo prima di mischiarsi. Presso questa confluenza si aggregano enormi masse di fedeli in occasione del Kumbha Mela , festa che si svolge nel mese di gennaio. Molti componimenti sono stati scritti in onore della dea Ganga, il più famoso di questi è la Gangalahari (“onda della ganga”), opera del poeta Jagannatha , hindu che godette della protezione della corte Mughal durante il XVII secolo. Sul suo conto circola una famosa leggenda: nonostante fosse un brahmano a corte ha aveva avuto una relazione con una donna musulmana, cosa che gli era costata l’espulsione dalla casta. Per tale motivo si era recato a Varanasi per chiedere alla Ganga di purificarlo. Seduto con la sua amata sulla scalinata del fiume aveva recitato la propria composizione; ad ogni strofa l’acqua del fiume ha iniziato a salire di un gradino, fino a lavare le colpe dei due amanti e a trascinarli con sé. Sia la Yamuna che la Ganga solo due dee della cultura hindu, dal V secolo hanno iniziato ad essere presenti scolpite sugli stipiti delle porte dei templi in forma antropomorfa. Tutti i fiumi in India hanno nomi femminili e sono considerati divinità, tuttavia non hanno la medesima rilevanza, dal momento che tutte le acque sono considerate un’altra forma della Ganga. La Ganga rappresenta di fatto l’archetipo di tutte le acque, e ciò è attestato dalle narrazioni del Ramayana e dei Purana. Secondo questi testi la Ganga viene dal cielo, poiché è in realtà un fiotto d’acqua oltremondana che si è riversato sulla Terra quado il dio Vishnu ha perforato con un piede la calotta dell’uovo cosmico durante la sua discesa in forma di Vamana (il nano). Secondo il mito Sagara, re del Kosala e antenato di Rama, ha deciso di compiere il Sacrificio del Cavallo, tuttavia la scorta che lo segue ne perde le tracce, cosicché il re ordina ai suoi sessantamila figli di cercarlo. I figli trovano il cavallo presso l’eremo dell’asceta Kapila, il quale si adira e getta una maledizione potentissima, che incenerisce i sessantamila giovani. Il nipote del re viene a sapere che solo l’acqua della Ganga potrà purificare i loro resti, permettendone così l’ascesa in cielo, ma la Ganga scorreva nelle regioni celesti, pertanto gli uomini non possono accedervi. Le generazioni passano e il regno rischia di andare in rovina, ma alla fine il nuovo giovane re si ritira sull’Himalaya per praticare l’ascesi fino a che Brahma, il dio creatore, gli garantisce che permetterà alla Ganga di fluire dal cielo per purificare i resti dei suoi antenati. Tuttavia il getto è troppo potente e rischia di distruggere la Terra, pertanto il dio Shiva si offre di smorzarne la potenza accogliendo il fiotto nei sui capelli intrecciati da asceta. In questo modo la Ganga continua a scendere dal cielo tra gli uomini. Il mito si focalizza sui concetti di morte e salvezza, per questo motivo molti hindu malati terminali si recano a Varanasi, poiché si ritiene che chi muore entro i confini della città ottenga l’immediata liberazione dal samsara.
freccia, ma viene incenerito dall’ira di Shiva. Rati, sposa di Kama è disperata, ma viene rassicurata dal fatto che quando Shiva sarà felice con Uma le restituirà l’amato. Uma torna dal padre, ormai sconvolta dall’amore per Shiva decide di conquistarlo con l’ascesi stessa. Inizia quindi il suo estremo percorso di ascesi, il quale rende impossibile a Shiva mostrarsi ancora indifferente a lei. I due si sposano dinnanzi al dio Fuoco e generano Skanda, dio della guerra che sconfiggerà Taraka e riporterà l’ordine nel mondo. Durante la dominazione islamica si è assistito alla distruzione di numerosi templi hindu nell’India del Nord, e Varanasi non è esente da questo fenomeno. Tuttavia a livello popolare le differenze tra islam e induismo non sono sempre nette; ad avvicinare le due religioni sono spesso i mistici sufi dalla parte musulmana e sadhu dalla parte hindu. Nel frattempo si afferma sempre di più la pratica devozionale della bhakti , adorazione del dio in un rapporto d’amore. Questa nuova pratica fornisce un terreno fertile per alcune personalità di mistici-poeti diventati molto noti; essi formano due differenti scuole di pensiero a seconda del loro modo di intendere la figura di Dio: da un lato i poeti saguna , i quali intendono una divinità con attributi, un nome e un mito, dall’altro i poeti nirguna , ossia che fanno riferimento ad una divinità priva di attributi, senza forma e senza nome, semplicemente l’Assoluto. La figura tra queste più rilevante è quella di Kabir (1398-1448), appartenente ad una comunità prima hindu, di recente convertita all’islam. Kabir è sentito dalla tradizione come figura promotrice di una sintesi tra induismo e islam. Esplicativa di questa idea è la leggenda circa la sua morte: si dice che alla morte di Kabir musulmani ed hindu accesero una disputa pe chi dovesse avere le sue spoglie, da momento che i musulmani volevano seppellirlo mentre gli hindu volevano cremarlo. Tuttavia, sollevando il sudario non trovarono il corpo, ma un mazzo di fiori, i quali vennero divisi tra le due fazioni, seppelliti dagli uni e arsi dagli altri. In realtà Kabir è sempre stato caustico nei confronti di entrambe le fedi, dal momento che nelle sue strofe si è schierato contro tutte quelle che considerava “assurdità” come tradizioni e superstizioni, le quali rendono impossibile la spontaneità nel rapporto con l’Assoluto. Egli infatti non si rivolge a Dio nei suoi componimenti, ma agli uomini. Kabir visse tutta la vita a Varanasi, ma per confermare le proprie idee anticonvenzionali, decise di trasferirsi presso l’impura città di Magahar quando sentì la fine vicina, invece che morire entro i confini della città che tradizionalmente conferisce la liberazione.
Al tempo del Buddha Varanasi costituiva già un centro fervido e popoloso, e alle porte della città, presso il Parco delle Gazzelle egli scelse di tenere il suo primo sermone in seguito al raggiungimento della bodhi, l’illuminazione. Poco lontano da Varanasi, città fremente e caotica sorge Sarnath , centro che si manifesta come oasi serena dedicata al buddhismo. Al giorno d’oggi il buddhismo è molto diffuso nei Paesi del sud-est asiatico, in Tibet, in Cina, e nell’isola di Sri Lanka, tuttavia, nonostante affondi le proprie radici in India, da questo Paese è quasi scomparso. In ambiente occidentale è conosciuto principalmente nella sua forma tibetana, soprattutto grazie ai lama che fuggono dalle oppressioni ed è diventato un movimento famoso e popolare. La storia del buddhismo è di difficile ricostruzione, a partire dalla figura del suo fondatore, Siddharta Gautama , figura la cui esistenza è persino messa in dubbio da alcune teorie. La sua biografia si intreccia a numerosi miti e legende, come è tradizione in India, pertanto è difficoltosa una periodizzazione storica. Tradizionalmente le date di nascita e morte del Buddha si fanno coincidere con il 560 a.e.c. e il 480 a.e.c.. Egli nasce nella regione del Terai, nella piana sub-himalayana che oggi si trova al confine tra India e Nepal, area caratterizzata da numerosi regni in espansione e repubbliche aristocratiche. La repubblica degli Shakya era governata da suo padre, pertanto il Buddha è noto anche come Shakyamuni (“Asceta della dinastia degli Shakya”). All’epoca della sua nascita stava prendendo piede un movimento anti-brahmanico che prevedeva pratiche acetiche e la rinuncia al mondo da parte degli shramana , asceti itineranti. Prima del concepimento la madre Maya sogna un elefante bianco che le entra nel fianco destro: questo sogno è interpretato dagli astrologi e consiglieri di corte come premonizione del futuro del figlio che ella porta in grembo: egli sarà un grande signore della Terra e un grande signore del Cielo. Il padre è preoccupato che il figlio possa diventare uno shramana perché teme la fine della propria dinastia. La madre muore mentre Siddharta viene alla luce: si tratta di un evento eccezionale, che causa un fremito nella Terra, una pioggia di loti e una momentanea interruzione delle malattie. Il figlio viene inizialmente cresciuto dalla zia materna, che lo educa ad essere retto e intelligente. Superata l’infanzia i timori del padre si ripresentano, pertanto decide di placarli cercando di far crescere in Siddharta l’attaccamento ai beni terreni e alla vita, facendolo crescere in un palazzo ricco di agi e ricchezze dove nulla possa turbarlo. Egli vive con la sposa, dalla quale ha un figlio, evento che tranquillizza il padre in
di conseguenza è anatman. Inoltre è caratterizzata dall’impermanenza, dal momento è in continua evoluzione e non dotata di stabilità. In questo senso ogni effetto si genere da una causa in un constante fluire. Tutti gli elementi minimi di questo processo di costante evoluzione ed interdipendenza sono chiamati dharma , al plurale, ossia le unità, minime non più scomponibili della realtà. Il concetto di nirvana fa invece riferimento non ad un sostrato metafisico o ad un luogo, quanto più ad un evento, lo stesso che capita a Siddharta seduto sotto l’albero di ficus quando raggiunge la bodhi. Tale avvenimento capita proprio con la cessazione della brama, il che causa anche la cessazione del ciclo delle rinascite, l’uscita dal samsara. Pertanto non è il nirvana a coincidere con la cessazione dell’esistenza, ma è il primo luogo della condizione mentale di chi sceglie una vita etica, illuminata e rispettosa del dharma. La via proposta da Buddha, quella indicata dall’ottuplice sentiero si propone come una via di mezzo, una dimensione intermedia tra gli eccessi mondani dell’attaccamento sfrenato ai beni materiali da una parte, e la mortificazione estrema dall’altra. Questa via è seguita dai seguaci del Buddha, raccolta nel sangha, comunità formata da monaci e laici. Tutti i membri del sangha sono buddhisti, tuttavia la differenza tra loro è data dalla prospettiva con cui si rapportano alla vita: per i monaci l’interesse primario è il nirvana e il suo raggiungimento, mentre i laici restano inseriti nella società, comportandosi in modo dharmico e dedicandosi spesso al servizio degli altri, in particolar modo ai monaci buddhisti. Il monaco vive una vita da mendicante, seguendo un preciso percorso: in seguito alla rinuncia al mondo egli si rade il capo e indossa la tonaca gialla, pronuncia una serie di voti, i quali danno inizio al suo noviziato. Durante tale periodo si dedica alle elemosine, alla meditazione e al conseguimento degli insegnamenti dei maestri, fino a quando non sarà pronto a diventare monaco a tutti gli effetti. I primi monaci vivevano una vita errante, la quale presentava numerose difficoltà in articolar modo durante la stagione dei monsoni, quando le intemperie rendevano impossibili gli spostamenti, a quel punto erano costretti a cercare rifugio presso ripari naturali come le grotte, attendendo la nuova stagione. Le condizioni della comunità monastica sono cambiante notevolmente, soprattutto grazie all’intervento della comunità laica. Dal momento che il Buddha non ha designato alcun erede spirituale al momento della morte poco tempo dopo iniziarono ad emergere le prime divergenze all’interno della comunità in relazione al messaggio da trasmettere. Ne sono sorti tre movimenti, chiamati “veicoli”: Dottrina originaria : rivendica l’adesione totale al messaggio originario del Buddha. Diffuso in Myanmar, Tailandia e Sri Lanka. Mahayana : seconda messa in moto della ruota del dharma. Prevede la dedizione verso il prossimo, la cui salvezza è primaria rispetto alla propria. Vajrayana : buddhismo tantrico, legato al rito, alla dimensione magica, alla pratica del mantra e della meditazione tramite mandala. Diffuso principalmente in Tibet. Tornando alla città di Sarnath, luogo della prima predicazione del Buddha, si può immaginare che la sua glorificazione sia iniziata soprattutto durante il regno di Ashoka. Ashoka fu un imperatore che regnò tra il 269 e il 232 a.e.c. , segnando il culmine della dinastia Maurya. Egli regnò su un territorio immenso, esteso dall’odierno Afghanistan fino alle regioni meridionali dell’India. Fu un fervente buddhista, sostenitore e diffusione della dottrina. Grazie a lui si trovano numerose iscrizioni incise su colonne e rocce in ogni parte del suo impero.
Tali iscrizioni si rivelano estremamente utili per due ragioni principali: ma prima indicare la vastità del suo regno, e la seconda descrivere la particolare visione del mondo del sovrano. Egli infatti sosteneva un’esistenza volta alla tutela del dharma, rispettosa di tutte le religioni, dedita al benessere dei sudditi e sorretta da un’etica che ha promosso le migliori istanze dell’epoca. I vari editti si trovano diffusi in più copie per tutto il regno. Tra le iscrizioni più famose vi è quella che narra la vicenda della guerra di conquista del regno del Kalinga, la quale ha condotto ad un strage che ha scosso notevolmente il sovrano, causandone il pentimento.
In accordo con la tradizione buddhista, al momento della morte del Buddha le sue spoglie vennero cremate, e in seguito divise tra gli otto re delle regioni circostanti. Tale evento sottolinea la sovranità spirituale del Buddha sul mondo intero, rappresentata dagli otto punti cardinali. Ogni re fece costruire un monumento per le ceneri, inoltre ne venne costruito uno per il contenitore che le aveva conservate ed uno per i tizzoni della pira funebre. In seguito le reliquie attraversarono una serie di traversie, fino a quando l’imperatore Ashoka le recuperò per ridistribuirle in 84mila nuovi sacri edifici. Il monumento più diffuso del buddhismo è lo stupa , nato in India e diffuso in diverse regioni dell’Asia. La parola stupa significa “cresta” e tali edifici costituiscono esempi delle costruzioni più antiche nate in India e giunte fino ai giorni nostri.
quindi da Vessantara per conto del re del Kalinga a chiedere in dono il talismano, ed egli accetta senza esitazioni. Il popolo dei Sivi si ribella alla scelta fatta dal sovrano, e il re padre si trova a dover esiliare il figlio per accontentare le richieste del popolo. Vessantara accetta serenamente il proprio destino e chiede inoltre che tutti i suoi averi vengano donati al popolo; la sua sposa insiste per accompagnarlo nell’esistono nella foresta, nonostante tutti cerchino di dissuaderla. I due sposi quindi partono con i figli su un carro trainato da quattro cavalli, tuttavia vengono presto raggiunti da quattro brahmani che, rimasti esclusi dalla donazione degli averi di Vessantara, chiedono agli sposi i cavalli. I due acconsentono e procedono a piedi portando i bambini in braccio. Trovatisi in un eremo creato per loro dal re degli dei, i due sposi vivono per sette mesi in castità praticando ascesi. Incontrano l’anziano brahmano Jujaka, alla ricerca di due schiavi per ordine della moglie. Il brahmano si reca da Vessantara per avere da lui i suoi figli; egli acconsente nel momenti in cui Maddi è lontana in cerca di cibo, e nel donare i propri bambini sente la perfezione spirituale avvicinarsi. Maddi impazzisce dal dolore non trovando i propri figli e cade come morta davanti ai piedi del marito, il quale le spiega del dono, ed ella, condividendo lo spirito virtuoso del marito, si consola. A questo punto il re degli dei appare preoccupato, perché sa che presto sarà il turno di Maddi, e per evitare che sia un malintenzionato a chiederla in dono si trasforma lui stesso in un brahmano e si reca da Vessantara a chiedere la sua sposa, intenzionato a restituirgliela subito dopo. Il principe acconsente e raggiunge così la perfezione, senza però che nessun altro abbia dovuto soffrire. Una volta superata questa prova i due sposi continuano a vivere nella foresta, senza i figli, i quali sono aiutati presso Jujaka da esseri divini. Il bramano conduce i due bambini dopo poco nella città dei Sivi, dove il re riconosce i propri nipoti e li riscatta in cambio di grandi ricchezze. A questo punto il re viene informato dal nipote di tutti gli eventi e manda a richiamare il figlio e la sua sposa.
A Vidisha, città poco distante da Sanchi, si trovano numerosi resti templari, ma il ritrovamento più importante è sicuramente un’antica colonna iscritta, fondamentale per tracciare il culto di Vishnu. Questa è la colonna di Eliodoro , un greco mandato nel II secolo a.e.c. da un re della Battriana come ambasciatore alla corte della dinastia Shunga, che ha preso il controllo dell’India settentrionale dopo il declino della dinastia Maurya. Tale colonna è stata fatta erigere da Eliodoro e su essa si trova una coppia di iscrizioni dedicate a Vasudeva, dio degli dei, ed è considerata il più antico esempio di bhakti vishnuita. Oggi essa è chiamata Khamb Baba. Il patrimonio artistico indiano più antico risale a circa 10mila anni fa, tra il Mesolitico e il Neolitico, e si tratta di dipinti eseguiti sulle pareti interne delle grotte. La maggior parte di queste grotte è collocata nel sito Bhimbetka, non lontano dalla città di Bhopal. Tali dipinti offrono immagini di vita quotidiana raffigurando scene di caccia, pesca, riti funebri, raccolta di miele, azioni eseguite da cavalieri, madri, bambini, una grande varietà di animali, e sono svolte con armi di diverso tipo, strumenti musicali, e vari utensili. Storicamente in India le grotte sono le dimore degli asceti: durante la stagione monsonica non era possibile condurre una vita itinerante, di conseguenza le grotte offrivano riparo ai primi monaci buddhisti. Nella regione dell’Orissa, in India nord-orientale, presso la località di Khandagiri- Udayagiri vi sono più di una trentina di grotte, anche a più piani, datate circa I secolo a.e.c. utilizzate da monaci jaina. Tuttavia sono stati proprio i buddhisti nel II secolo a.e.c. a dare inizio all’uso delle grotte, condizionando anche la comunità hindu che ha iniziato a ricavare i templi scavando la roccia. All’interno dei templi hindu si trovano numerose rappresentazione degli dei e della dea. Nell’induismo la Dea è la divinità suprema di forma femminile, generalmente incarnata in Durga. Le vicende mitiche riguardanti la Dea sono espresse per la prima volta all’interno del Devi Mahatmya , opera che trova posto all’interno del Markandeya Purana. La vicenda è narrata dal grande rishi Markandeya: il grande re Suratha, grande sovrano, si rifugia nella foresta, nell’eremo di Medhas, dopo essere stato sconfitto in battaglia e tradito dai suoi ministri. Nello stesso luogo giunge Samadhi, un vaishya allontanato dai suoi familiari assetati di ricchezza. I due uomini sono tormentati dal dolore e chiedono aiuto al saggio Medhas, soprattutto in merito all’attaccamento nei confronti delle cose e delle persone del passato. Il saggio spiega loro che è opero della Mahamaya , Grande Illusione, che rende impossibile ai loro occhi vedere; essa è ciò che promana l’esistente ed è fonte di salvezza. A questo punto Medhas illustra loro la natura della Dea e delle imprese mitiche che la vedono protagonista. Nel primo mito inizia con la fine di un mahayuga e l’inizio di un altro: Vishnu dorme il suo sonno yogico steso sul serpente Shesha, ciò che resta del mondo precedente, dal suo ombelico spunta un fiore di loto su cui siede il dio Brahma, pronto a emanare da sé il creato. Tuttavia i demoni Madhu e Kaitabha nascono dal cerume di Vishnu e cercano di uccidere Brahma. Egli a questo punto invoca la dea Yoganidra (Sonno Yogico), la quale risiede nell’occhio di Vishnu. Ella esce dal corpo di Vishnu, il quale si desta e inizia un combattimento lungo cinquemila anni. I due demoni sfidano il dio a ucciderli sulla terra ferma, cosa impossibile dal momento che tutto è immerso nelle acque cosmiche, tuttavia Vishnu li decapita sul proprio grembo con il suo disco chakra.
Con il declino dell’impero Gupta inizia la fase storica definita medioevo indiano , che prosegue fino all’insediamento definitivo dei popoli islamici. In questa fase l’India del Nord subisce una costante frammentazione politica, durante la quale numerose dinastie si affiancano le une alle altre governando porzioni di territorio di ampiezza diversa con un sistema di tipo feudale. A Kajuraho sorgeva la capitale della dinastia Chandella , la quale si afferma nel corso del X secolo e prosegue fino alla conquista islamica nel 1200. In questa vittà, che oggi è un vllaggio, i Chandella fecero costruire fino a 80 templi, di cui molti sono andati perduti, ma ne rimangono ancora una trentina, per la maggior parte hindu, ma anche jaina. La maggior parte di questi templi risale nel periodo compreso tra la seconda metà del X secolo e la prima metà dell’ XI , durante cui hanno governato Dhanga e Vidyadhara. Uno dei templi più antichi, che sembra risalire addirittura al IX secolo, mostra una tipologia particolare, abbastanza rara per quanto esistano altre testimonianze in altri luoghi dell’India. Esso è il tempio delle sessantaquattro yogin , divinità femminili dai poteri esoterici. È costituito da 64 celle prive di decorazione attorno al cortile, al cui centro è collocare la statua della Dea suprema. I templi hindu presenti nelle città analizzate finora sono di costruzione abbastanza recente, dal momento che i monumenti più antichi attestati in India sono buddhisti e non hindu. Questo perché per secoli la religione dominante nell’India del Nord è stata il buddhismo, per un lungo periodo in cui l’induismo si trovava ancora in uno stadio embrionale. Inoltre la religione vedico-brahmanica, di cui l’induismo è la continuazione, non prevede la presenza di luoghi di culto fissi. Nei primi secoli dell’Era Comune si afferma il culto delle grandi divinità dell’induismo e si diffonde il sentimento d’amore della bhakti come via di salvezza aperta a tutti. A partire da questo periodo gli dei assumono una forma calata in immagini e il devoto si reca nel tempio per averne la visione. L’immagine concreta della divinità si chiama murti e il fedele vi rende omaggio con la puja , offerta rituale che mette in relazione l’uomo e la divinità; in seguito a ciò il devoto porta con sé il prasad , ossia la grazia della divinità sotto forma di un pezzo di offerta.
Altro motivo per cui i templi di cui si attesta sono relativamente recenti è la tipologia di materiali scelta per la costruzione dei templi più antichi: essi erano costruiti in legno e mattoni, quindi estremamente deperibili, soprattutto nella stagione dei monsoni. Nonostante l’architettura abbia subito forme e correnti differenti su base territoriale all’interno del subcontinente indiano, l’arte templare dell’India del Nord presenta una serie di caratteristiche comuni anche ai soggetti più differenti. Il fulcro del tempio è la cella , elemento imprescindibile al cui interno è contenuta la murti del dio. Altra parte sempre presente è il mandapa , paglione antistante alla cella, che può essere ripetuto più volte a seconda delle dimensioni del tempio. All’interno dei padiglioni i fedeli si radunano ore sfilare davanti alla cella per ricevere la visione della divinità. A copertura di questa struttura generalmente vi è una guglia di forma curvilinea che rappresenta la cima del Monete Meru al centro del mondo, dal momento che il tempio con le sue varie strutture si proprie come una rappresentazione del mondo. Secondo l’induismo il mondo coincide con il corpo della divinità, dal momento che si tratta di una sua consustanziale manifestazione, pertanto il tempio coincide con il corpo divino. Sulle pareti esterne di numerosi templi dell’India del Nord si possono osservare statue rappresentati uomini e donne in atteggiamenti esplicitamente erotici, sia in coppia che di gruppo. Tali statue si diffondono principalmente durante il X secolo. Generalmente la rappresentazione di una coppia o dell’atto sessuale è di buon auspicio, genera prosperità e ha funzione protettiva. Un altro motivo per giustificare la presenza di queste rappresentazioni sulle pareti templari può essere legato al trivarga : secondo la Legge Sacra dell’induismo l’uomo dovrebbe perseguire tre scopi: Il Kama : il desiderio, di qualsiasi natura, primariamente quello erotico. L’ Artha : utile economico. Il Dharma : la Legge Sacra Per ultimo vi è poi il Moksha , la liberazione, che si aggiunge a questi tre. In accordo con questa idea le statue sulle pareti dei templi potrebbero essere legate alla raffigurazione del kama come valore da perseguire. Inoltre in numerosi templi si era diffusa la tradizione della prostituzione sacra , pertanto, almeno in arte, le immagini potrebbero aver tratto spirazione da questa pratica. La più profonda connessione tra il sesso e le pratiche religiose è data dal tantrismo, corrente salvifica universale che si afferma nel corso del I millennio dell’era comune sia nel buddhismo che nell’induismo. Nei numerosi rituali previsti da questa corrente vi sono anche diverse pratiche sessuali volte non alla ricerca del piacere ma che mirano a suscitare nuove forze, aprire la mente e ampliare la conoscenza. È abbastanza contraddittorio tuttavia trovarne rappresentazione sui templi, dal momento che si tratta di pratiche segrete ed esoteriche, legate ad una precisa scuola di pensiero, spesso lontana dai templi su cui tale tipologia di arte viene ritrovata.