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Riassunto del libro di George Steiner, utile per superamento esame di Filosofia
Tipologia: Sintesi del corso
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Il critico George Steiner, in un denso saggio, “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” affronta, con forza argomentativa ma con linguaggio semplice, un’analisi delle possibilità e dei limiti del pensiero e la ricerca delle cause dell'aura di tristezza che lo caratterizza. Gli dà lo spunto una frase del filosofo tedesco Friedrich Schelling : un “ velo di tristezza, ... si stende su tutta la natura, la profonda, insopprimibile malinconia di ogni vita solo nelle personalità è la vita: e ogni personalità riposa su un fondamento oscuro, che deve quindi essere anche il fondamento della conoscenza. ”, in Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana (1809).
È interessante questo accostarsi di un critico di acuminata intelligenza, come Steiner, tipico rappresentante di un'epoca senza certezze, che si agita nei gorghi residuali del nichilismo e di un esistenzialismo problematico e scettico, ad un filosofo del romanticismo, un idealista immerso nell'ottimismo della costruzione di un sistema filosofico compiuto, capace di spiegare la totalità dell'essere. Le calamite mi sembrano la sensibilità e le intuizioni di uno Schelling che ha indagato in profondità l'animo e il destino dell'uomo in rapporto all'Assoluto. Rivoli di questa filosofia arrivano sullo scrittoio dei pensatori di oggi: la melanconia è uno di questi. Per Schelling l'esistenza umana, la mente, la conoscenza, la percezione dei processi mentali attingono a un fondo oscuro, inspiegabile. Il pensiero nasce avvolto in una “materia oscura”, la tristezza, la pesantezza dell'animo, che è anche creativa, in quanto l'intelletto si misura sulla sua capacità nel superarla. Lo stesso fondo oscuro, da cui sorge ogni energia intellettiva, non è estraneo alla difficoltà della mente di pensare il pensiero, di penetrare il processo del pensare. In effetti non sappiamo “che cosa sia il pensiero, in che cosa consista il pensare”. Siamo fermi all'intuizione di Parmenide che identifica il pensiero con l'essere. Da ciò se ne deducono la debolezza, i limiti, la lontananza dalle verità, pur essendo, il pensiero, la sorgente della filosofia.
Per Steiner avere una coscienza e pensare è la stessa cosa, tanto che secondo lui possiamo <
Il pensiero dunque è senza fine, senza nessun punto d’arresto organico o formalmente prescrittivo; tanto che può supporre, immaginare, assemblare e giocare (un’attività che non è solo dei bambini ma alla quale tutti abbiamo l’accesso) con qualsiasi cosa.
Il nostro pensiero può percepire una molteplicità di universi; universi con leggi diverse dalle nostre, ad esempio con la fantascienza che è un motore paradigmatico per andare avanti e siamo spinti da questa illimitatezza del pensiero; modelli di spazio-tempo illimitati. Possiamo negare, disdire e trasmutare persino ciò che è più ovvio, più saldamento stabilito esempio con la Scolastica, XIII/XIV secolo, che studia la teologia e che ritiene che Dio può fare qualsiasi cosa tranne che tornare nel passato e cambiarlo. Un pensiero che è illimitato quando pensa alla nostra esistenza: possiamo avanzare argomenti sulla vita eterna, costruire espressioni matematiche. Il pensiero può spaziare in tutta la sua gamma delle possibilità. Secondo Steiner il pensiero è un marcatore cruciale,
della dignitas degli uomini. Se il pensiero può fare quello che in realtà sarebbe difficile fare perché allora questa tristezza? L’infinità del pensiero è anche un “infinità incompleta” Non sapremo mai qual è l’estensione del pensiero rispetto alla totalità reale. Nessuno riesce a confermare, nemmeno la nostra razionalità che tutto sia costituito da finzioni puerili. L’uomo infatti è una canna pensante (Pascal) è piegata con il vento e ci mostra la nostra fragilità, che non deve essere come qualcosa di negativo ma ci permette di avere un dominio sul nostro essere. Noi non sappiamo niente di tutto ciò che ci circonda, ma ne sappiamo la minima parte; Almeno una volta nella vita ci chiediamo; come è nato l’universo? La vita ha uno scopo? Esiste Dio? Infatti la metafisica stessa affronta questi temi; Il mondo, L’anima e Dio. Queste domande generano la civiltà umana, le sue scienze, le sue arti e le sue religioni. Marx è simbolo dell’ingenuità, perché l’uomo può fare domande solo a domande a cui può rispondere. Per Steiner infatti, le domande produttive sono quelle per le quali il pensiero provoca dubbio e frustrazione (primo motivo di pesantezza del pensiero)
2- IL PENSIERO È INCONTROLLATO
Il pensiero anche nei momenti di incoscienza, controlla anche durante il sogno, il pensiero è difficile dunque da controllare, infatti sembra avere molteplici aspetti, livelli. Può originarsi a profondità somatiche e psicosomatiche. Infatti nemmeno con il linguaggio si riesce a dare una nozione plausibile o meno mai “traducibile” di ciò che potrebbe essere il pensiero non detto o indicibile. Le parole, le immagini, i sogni, le rappresentazioni possono dare una minima spiegazione di ciò che pensiamo, ma risulta superficiale rispetto all’enormità del pensiero. Il pensiero che cambia la vita, proprio perché è incontrollato e che può cambiare la vita in meglio o in peggio. L'atto del pensare è soggetto ad intrusioni che lo interrompono, lo deviano, l'alterano, lo intorbidano. C'è il pensiero involontario che segue percorsi, per così dire, anarchici. La concentrazione assoluta è dote di pochi individui che si trovano nella fase del loro fulgore; spesso è pagata con l'esaurirsi delle capacità mentali.
“il cuneo di un desiderio inaspettato”: un elemento di deviazione del pensiero, ribadendo così il concetto di incontrollabilità del pensiero. Il pensiero è generativo, un esempio plausibile può essere l’arte di Picasso che cambia e muta nel tempo, proprio come il pensiero di ognuno di noi. Questa incontrollabilità ci permette di fare, creare cose. E la concentrazione spesso può essere un momento di distruzione del pensiero, perché il pensiero deve pensare al suo fondamento che è l’essere (secondo motivo di tristezza del pensiero)
3 – PENSARE CI RENDE PRESENTI A NOI STESSI
Abbiamo bisogno delle sensazioni fisiche e dei dolori, che sono strutture mentali. Noi pensiamo e ci costruiamo attraverso questo pensare che è l’ingrediente principale dell’identità personale. La cessazione del pensiero è la cessazione dell’ego, i nostri pensieri sono la nostra essenza. Nessuno può pensare i miei pensieri, in quanto nemmeno io riesco a raggiungere ed interpretare i miei pensieri più nascosti. “Posso morire con l’altro ma mai per l’altro”, nessuna coesistenza con l’altro da me (che sia una vicinanza fisica, condivisa, emotiva etc.) potrà permetterci di decifrare senza alcuna incertezza i pensieri dell’altro. Cartesio con la sua espressione cogito ergo sum, io sono dunque esisto , è contrapposta al respiro dunque penso. Il pensiero ci pone difronte a noi stessi e difronte ai nostri pensieri.
Non abbiamo alcuna prova dei pensieri più profondi suscitati in qualunque circostanza, anche nell’unione erotica, la corrente del pensiero spesso, scorre molto spesso altrove. Tutti abbiamo un luogo comune che appartiene a tutti, quello dell’intimità è un luogo sicuro che appartiene solo a noi stessi. L’abilità di mentire, nascondere e di mettere in atto finzioni è organica alla nostra umanità. Le arti, il comportamento sociale e lo stesso linguaggio sarebbero impossibili senza di essa. La perfetta trasparenza del pensiero appartiene solo al regno animale (Swift). I nostri pensieri
Socrate : “orrore del tempo che passa” … la notte e lo studio delle cose più grandi del giorno. Per Steiner la quarta ragione di tristezza del pensiero è da un lato il linguaggio che vuole essere autonomo e dall’altro la ricerca disinteressata della verità dell’altro.
I processi di pensiero, siano consci o inconsci, il flusso di pensiero dentro di noi, tacito o articolato, nella veglia o nel sonno sono nella stragrande maggioranza dei casi confusi senza scopo, dispersi, sparpagliati e inspiegati. Quella del pensare è l’attività più stravagante dell’essere umano. Viviamo in una società in cui il pensiero è razionato, in cui il pensiero è autorizzato solo in alcune ore del giorno e dove queste razioni sono distribuite secondo le facoltà mentali degli individui e della loro capacità di concentrazione. (polizia del pensiero 1984 George Orwell) Non ci sono all’origine atti di volontà; la congerie della casualità domina. Si formano flussi spesso appena avvertibili. La mente non regge la quantità di questi passaggi; tutto questo assume contorni indistinti. Quel che la mente riesce a trattenere e fissare sulla tabula della memoria è una parte estremamente esigua. Allora col pensiero affiorano immagini, odori, sapori, piaceri a cui attinge la vitalità della nostra esistenza. Ma quanto è andato perduto! Quanto si perde attimo per attimo. Che sarebbe la nostra vita se potessimo avvalerci in qualunque momento di questa ricchezza di pensieri; ne rimangono minimi frammenti, spesso nulla. La mente umana si agita nel tentativo di penetrare questo enigma e questa agitazione rappresenta la quinta ragione di tristezza del pensiero umano.
Il pensiero pensa a sé stesso e ci mette difronte al fondamento oscuro della verità che è questa ricerca profondo dell’essere. Avere un “idea” orao cosa vista: vediamo nell’idea qualcosa che ci si presenta. Il pensiero non ha utilità, non fa accadere nulla direttamente, eccetto sé stesso. L’uomo pensando attua un continuum che è inferenziale, ha bisogno anche esso di continue prove deducibili o generalizzazioni. La grande maggioranza degli atti e dei gesti abituali sono inconsapevoli, sono eseguiti per istinto o per riflessi acquisiti. Tutto quello che è automatismo è decaduto dalla sua natura vera e propria. Solo Dio, come pretendono i teologi, non conosce alcun iato tra pensiero e conseguenza. Quel che Egli pensa è. Le interposizioni tra pensiero e atto sono molteplici e varie come la vita (nessun pittore, bravo che sia, può trasferire a pieno sulla tela la sua visione interna o quel che crede di vedere davanti a sé). Tutto scende a compromesso con l’ideale, con la finzione necessaria dell’assoluto. Il concetto di perfezione è un sogno esaudito del pensiero, un’astrazione concettuale, come l’infinità. Credere, attendere e sperare sono una scommessa., la cui unica certezza è la morte. Steiner parla dell’eros, che ritine un parente stretto della tristezza mortale. Disillusione strettamente collegata alla speranza frustata. Il pensiero infatti genera in noi una speranza, antecedente all’azione che non potrà mai morire, perché è sempre prima. Nonostante possiamo fallire la speranza è sempre viva e risiede nell’immediatezza del pensiero. Non bisogna pensare solo alle conseguenze (che possono essere anche negative) ma alla speranza, che è il pensiero che mi fa desiderare e sperare. (pensiero per l’altro, progettualità, pensiero che spera un qualcosa per l’altro, la cura per l’altro). Una sesta ragione della tristezza del pensiero: << sperare contro ogni speranza>> espressione forte, che riconosce la rovina che il pensiero getta sulla conseguenza.
Respirare e pensare sono due processi che gli esseri umani non possono fermare finché sono vivi. Sono stati identificati due categorie che cercano di spiegare e analizzare questo abitare il mondo: 1- Che caratterizza la nostra coscienza e consapevolezza del mondo come un percepire attraverso la finestra. Un mondo più oggettivo, dove elementi ideali e materiali sono trasmessi da imput consci e subconsci, la cui collocazione avverrebbe tramite mezzi intuitivi, intellettuali e sperimentali. 2- Un’epistemologia che è quella dello specchio, che caratterizza la nostra mente, la nostra neurofisiologia, che proietta quelle che assumiamo come forme e sostanza della realtà (realtà inaccessibile- Kant)
La cosa che caratterizza entrambe le due prospettive è il vetro, che sia dello specchio o della finestra; né la visione attraverso di esso, ne il riflesso possono essere mai perfettamente lucidi. Questa è la crux: c’è qualcosa che si interpone tra di noi e il mondo in cui abitiamo. Le concettualizzazioni e le osservazioni sono atti di pensiero. Molti fenomenologi aspirano a vedere le cose come sono, a scorgere la verità della presenza del mondo e dell’essere al di là. Una settima ragione della tristezza del pensiero è questa impotenza del pensiero difronte alla morte, un’impotenza che ha generato i nostri scenari religiosi e metafisici. Il pensiero vela tanto quanto rivela.
8- OPACITÀ DEL PENSIERO
Steiner ribadisce il fatto che non potremo mai avere accesso al pensiero di un'altra persona, anche l’amore vive questa l’enormità (abisso ed enorme patrimonio di sentimenti) tanto che possiamo contenere il corpo ma non il pensiero. Nessuno può vedere i pensieri più profondi – né l’ipnosi, né le tecniche psichiatriche, né le droghe della verità possono estrarre in modo verificabile, i pensieri dell’altro, niente può ottenere la certezza. Il pensiero dell’uomo come spazio intimo della persona. Spesso diamo per scontato il pensiero perché ci pensiamo trasparenti ed inefficienti il pensiero viene salvaguardato sempre. “ Cosa stai pensando ?” questa è la domanda riguardante il pensiero più misteriosa che ci sia. Non si può esprimere il pensiero più profondo che resta mio, e che è filtro di educazione, relazioni ed incontri. Amore che è il ponte tra tante intimità diverse. Tra amore e pensiero sussiste una relazione instabile caratterizzata da un’intelligibilità parziale o lacunosa della comunicazione che resta sempre in superficie. Steiner fa tanti riferimenti alla sfera sessuale proprio perché in quel periodo, era un discorso comune. La dimensione erotica dove l’eros dominava i pensieri (anche quelli più profondi) un conto la sessualità un conto l’affettività. (Goethe : ( i dolori del giovane Werther) affronta questo tema; a Goethe piaceva ricordare quanti uomini e quante donne hanno stratto tra le loro braccia amanti pensanti, ricordati, desiderati diversi da quelli con cui stavano facendo l’amore. Steiner ci vuole ricordare che noi siamo uomini in cui il sentimento/pensiero appare quanto il sentimento è molto forte (ad esempio con l’odio; l’invidia; la rabbia; nella paura). La crisi per Steiner proviene da qui l’estraneità del pensiero più profondo: non vogliamo provare dolore/dispiacere e quando ci si presenta lo si scansa. L’odio e il riso spontaneo, nel momento in cui cogliamo la battuta o l’occasione dello spettacolo comico la nostra mente è messa a nudo. Per un momento, non ci sono riserve mentali. Ma questa apertura al mondo e agli altri dura solo per pochi attimi e ha la dinamica