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rapporto tra spirito e natura secondo uno dei sei darsana
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Il Sāṃkhya, a differenza di altri darśana come il Vedānta , e a differenza di altre correnti come alcune buddhiste (si pensi allo Yogācāra ) è un sistema realista. Il mondo che sperimentiamo ha una sua consistenza ontologica. Anche se, come ci ricorda lo storico delle religioni M. Eliade^1 , è l' ignoranza metafisica umana (avidyā ) ad essere “creatrice”, nel senso che, il mondo fenomenico, trova un suo fondamento ontologico a causa del fatto che lo spirito, il sé autentico, è ignorato e si tende a invischiarlo con le varie forme cosmiche, confondendolo con il mondo psichico, corporeo, ovvero con la natura più in generale. Il Sāṃkhya, difatti, oltre ad essere un sistema realista, è anche un sistema dualista. Tutto ciò che esiste è riconducibile a due realtà fondamentali che si trovano ad essere in associazione (saṃyoga): lo spirito (puruṣa), e la materia , o natura (prakṛti). Il primo è un principio immobile, “maschile”, pura coscienzialità e frammentato in una molteplicità di puruṣa; il secondo è un principio dinamico, femminile, matrice di tutte le forme cosmiche. La prakṛti è attratta dal puruṣa come una “calamita”^2 , ed è grazie all' esistenza dello spirito che incomincia il suo dispiegarsi. Il suo dispiegamento^3 è dovuto allo squilibrio delle tre qualità principali (guṇa), (squilibrio causato proprio dalla presenza del puruṣa) che la caratterizzano: sattva, ovvero l'aspetto luminoso, buono, della materia. E' la qualità più vicina alla pura coscienzialità, al puruṣa; rajas, ovvero l'aspetto dinamico, legato al movimento e all'instabilità; tamas, ovvero l'aspetto oscuro, pesante, confuso. E' l'opposto del sattva. Queste tre qualità sono presenti, in diverse proporzioni, in tutto ciò che esiste nel mondo manifesto. Abbiamo accennato, sopra, all' ignoranza metafisica, per la quale gli uomini non colgono l'autentica natura dello spirito, la sua pura coscienzialità priva di oggetto, e a causa della quale lo spirito appare invischiato in un rapporto -che, in realtà, è puramente illusorio- con la natura. Orbene, la conseguenza di ciò, secondo la filosofia del Sāṃkhya, è il dramma cosmico. La teoria del karman, il ciclo della rinascite, l'eterno patire (come dicono i buddhisti: sarvam duhkham ) degli esseri umani è causato da questa misconoscenza. Ignorare la natura immobile e coscienziale dello spirito, porta inevitabilmente a disperdersi nella molteplicità del mondo della natura, a soffrire. Ciò che il filosofo Sāṃkhya deve fare per salvarsi, ovvero l'orizzonte soteriologico di questo darśana è delineato dal significato stesso della parola Sāṃkhya : Sāṃkhya, in sanscrito, vuol dire “enumerazione”, o anche “discriminazione”. Il filosofo Sāṃkhya , attraverso la conta, l'enumerazione, e quindi la conoscenza razionale di tutti i prinicipi del reale (tattva), arriva alla conoscenza discriminativa (vijñāṇa ) fra ciò che è manifesto (vyakta), immanifesto (a-vyakta ) e il conoscitore (jña), ovvero il puruṣa. Ma come è possibile questa conoscenza metafisica? E come, più in generale, è possibile per due realtà così 1 Vedi M. Eliade, T ecniche dello Yoga, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p.22- 2 Vedi G.R. Franci, Yoga, Bologna, Il Mulino, 2008, p. 3 Per una dettagliata esposizione dei principi del reale (tattva) che si dispiegano dalla natura-radicale (mula-prakṛti ) vedi R. Torella, Il pensiero dell' India. Un' introduzione, Roma, Carocci Editore, 2008, p.69-70.
eterogenee, come lo spirito e la materia, entrare in contatto? Questo è il grande problema metafisico e gnoseologico del Sāṃkhya. La genialità di questo darśana, però, consiste nella brillante risposta che viene data a questo interrogativo: il primo elemento, la parte più “sottile, più fluida, più purificata della vita mentale”^4 , ovvero l'intelletto (buddhi), è in grado di riflettersi nello spirito^5. La buddhi funge da ponte tra spirito e materia. Questa soluzione permette, dunque, di rispondere alla problematica gnoseologica. La prakṛti, difatti, è puro dinamismo, ma è “cieca”, è priva di coscienzialità e non potrebbe mai conoscere un oggetto; il puruṣa, d'altra parte, è sì dotato di coscienzialità, ma è immobile, “zoppo” e non può arrivare a conoscere, per questo, alcun tipo di oggetto. É proprio grazie alla presenza della buddhi- la quale, riflettendosi nello spirito, illumina i dati sensibili- che si rende possibile la conoscenza, che lo zoppo salga sulle spalle del cieco per attraversare la foresta del samsara^6. Ed è così resa possibile non solo la conoscenza della mera realtà fenomenica, ma la conoscenza suprema , metafisica (jñāna) superiore ad ogni sacrificio vedico, ad ogni pratica yogica (per il Sāṃkhya): la discriminazione, accennata sopra, tra manifesto/immanifesto e conoscitore. Ovvero, la conoscenza dello spirito per come esso è realmente: libero e assoluto da sempre. A questo punto, una volta (ri)conosciuto il puruṣa, cessa il suo rapporto illusorio con il mondo, la prakṛti si riavvolge su di sé e torna immanifesta, lasciando il puruṣa nel suo totale isolamento ( kaivalya). Un' ultima nota: notiamo come, nel Sāṃkhya, la natura non è affatto disprezzata, ma bensì valorizzata. Escluso il puruṣa, tutto vi appartiene^7 , anche le dimensioni psichiche e cognitive. Essa è un'umile serva, la cui unica ragione d'essere è la sua stessa negazione. La prakṛti è in essere solamente al fine che il puruṣa se ne riconosca come estraneo e si isoli nella sua coscienzialità pura. Essa viene, difatti, paragonata ad una danzatrice, la quale, nel momento stesso in cui si accorge di essere osservata- e come abbiamo detto, è la buddhi quel principio della natura che compie questa conoscenza- da uno spettatore (puruṣa) si riavvolge su se stessa, lasciando lo spirito brillare solitario, come un astro nello spazio buio e infinito. Riferimenti Bibliografici R. Torella, Il pensiero dell' India. Un' introduzione, Roma, Carocci Editore, 2008. M. Eliade, T ecniche dello Yoga, Torino, Bollati Boringhieri, 2003. G.R. Franci, Yoga, Bologna, Il Mulino, 2008. S. Marchignoli, L' India filosofica. Un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo Editore, 2005. 4 M. Eliade, op. cit., p. 5 Per comprendere meglio il ruolo della buddhi dal punto di vista gnoseologico, sempre Torella, op. cit., p. 71, ci ricorda il commento di Vācaspati Miśra allo Yogasū t ra. Miśra ci parla dell'intelletto come di uno specchio a due facce, dove una faccia riflette la natura; l'altra lo spirito. 6 ivi, op.cit., p. 71 7 Ricordiamo che nella filosofia Sāṃkhya tutto ciò che è manifesto è gia presente nell'immanifesto, e non viene creato nulla di nuovo. Per un approfondimento riguardo a questa dottrina, nota come satkāryavāda (dottrina della preesistenza dell' effetto nella causa) rimando a S. Marchignoli, L' India filosofica. Un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna, Bonomo Editore, 2005, p. 67