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Filosofie e religioni dell'India, Appunti di Filosofia

Filosofie e religioni dell'India - Pellegrini - 2021

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 08/04/2023

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FILOSOFIE E RELIGIONI DELL’INDIA E DELL’ASIA
Gianni Pellegrini
UP → Upanisad
BG: Bhagavad Gita
Lunedì 29/11/2021
L’argomento del corso è il corpus testuale delle Upanisad: dottrine e contrasti.
Appelli: 1/02, 14/02, 11/04, 20/06, 11/07, 01/09, 19/09.
Le Upaniṣad sono un insieme di testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita, sono dei
testi sanscriti, tradotti anche in italiano. Si tratta di un insieme di testi pubblicati sotto quest’etichetta
che dall'inizio del Novecento iniziano ad essere studiati nelle università; all’interno delle aule si è
cercato di dare un identikit storico e contenutistico delle Upanisad: come si sono formati questi testi e
per rispondere a quali interrogativi). Le Upanisad sono state scritte tra il 9/8 secolo a.C. fino al 2/3
secolo a.C. in una variante di sanscrito arachico. Un corpus testuale che abbraccia una quantità
enorme di argomenti, talvolta soltanto abbozzati all’interno dei testi. Le Upanisad sono state
interpretate in una gran quantità di modi, (dal punto di vista psicologico, citstiano, marxista ed altre);
proprio l'interpretazione della tradizione autoctona è stata quella meno considerata da parte della
tradizione scolastica greca. L’esegesi proposta a lezione è quasi emica. I testi verranno analizzati in
prospettiva storica e diacronica. Le Upanisad sono testi di cui già i padri del pensiero europeo
disquisivano tra la fine del Settecento e tutto l’Ottocento, ad esempio Schopenhauer.
Slide 20
Perchè le Upanisad? → uno dei temi principali è la morte, evento a cui tutti gli esseri si
troveranno di fronte è sviscerato e riflettuto nelle Upanisad ; si tratta di un corpus
testuale piuttosto sfaccettato dove ogni testo ha delle caratteristiche proprie (è difficile
trovare una sorta di filo conduttore comune a tutte le upanishad); gli accademici
considerano che gli Upanishad sono 13, ma sono in realtà almeno in trentina (addirittura,
qualcuno ritiene che siano 60 o, addirittura, 250); il grande problema è il linguaggio
utilizzato, ovvero una variante di sanscrito detta antico indiano, ovvero la lingua vedica
di cui, ancora oggi, alcuni termini non sono stati tradotti.
La linea di interpretazione è abbastanza classica, ovvero il commento viene fatto seguendo la
tradizione esegetica advaita di Sankara Bhagavatpada (VII-VIII secolo), ovvero una lente
fondamentalmente monistica. Sankara commenta 10 delle Upanisad: quest,, in territorio autoctono,
viene considerato il canone upanisadico primario mentre gli scholars credono che abbia 13 testi.
Ci sono due possibilità di lettura: 1) intratestuale: spessissimo un Upanisad riesce ad autospiegarsi;
2) lettura intertestuale: spiegare dei passi delle Upanisad attraverso il ricorso a testi di altri contesti ed
epoche.
Per cercare di dare un significato alle Upanisad occorre usare una serie di device: occorre
interpretare orizzontalmente e verticalmente, diacronicamente e sincronicamente. Ogni testo è un
prodotto di una tradizione e il trampolino di lancio di una nuova tradizione; anche nelle Upanisad,
infatti, si trovano sia la tradizione e un linguistic turn che mira ad una nuova semantizzazione, una
nuova presentazione di concetti.
Martedì 30/11/2021
La prospettiva va dal generale al particolare.
Dal punto di vista metodologico, la prospettiva utilizzata è di osservazione partecipante, quasi emica,
del docente che è in contrasto con la posizione più diffusa strettamente accademica. Nelle aule
universitarie, infatti, i testi vengono solitamente analizzati attraverso una prospettiva etica. La
prospettiva emica è la prospettiva delle tradizioni che guardano a sé stesse; la prospettiva delle
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FILOSOFIE E RELIGIONI DELL’INDIA E DELL’ASIA

Gianni Pellegrini UP → Upanisad BG: Bhagavad Gita ● Lunedì 29/11/ L’argomento del corso è il corpus testuale delle Upanisad: dottrine e contrasti. Appelli: 1/02, 14/02, 11/04, 20/06, 11/07, 01/09, 19/09. Le Upaniṣad sono un insieme di testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita, sono dei testi sanscriti, tradotti anche in italiano. Si tratta di un insieme di testi pubblicati sotto quest’etichetta che dall'inizio del Novecento iniziano ad essere studiati nelle università; all’interno delle aule si è cercato di dare un identikit storico e contenutistico delle Upanisad: come si sono formati questi testi e per rispondere a quali interrogativi). Le Upanisad sono state scritte tra il 9/8 secolo a.C. fino al 2/ secolo a.C. in una variante di sanscrito arachico. Un corpus testuale che abbraccia una quantità enorme di argomenti, talvolta soltanto abbozzati all’interno dei testi. Le Upanisad sono state interpretate in una gran quantità di modi, (dal punto di vista psicologico, citstiano, marxista ed altre); proprio l'interpretazione della tradizione autoctona è stata quella meno considerata da parte della tradizione scolastica greca. L’esegesi proposta a lezione è quasi emica. I testi verranno analizzati in prospettiva storica e diacronica. Le Upanisad sono testi di cui già i padri del pensiero europeo disquisivano tra la fine del Settecento e tutto l’Ottocento, ad esempio Schopenhauer. Slide 20 Perchè le Upanisad? → uno dei temi principali è la morte, evento a cui tutti gli esseri si troveranno di fronte è sviscerato e riflettuto nelle Upanisad ; si tratta di un corpus testuale piuttosto sfaccettato dove ogni testo ha delle caratteristiche proprie (è difficile trovare una sorta di filo conduttore comune a tutte le upanishad); gli accademici considerano che gli Upanishad sono 13, ma sono in realtà almeno in trentina (addirittura, qualcuno ritiene che siano 60 o, addirittura, 250); il grande problema è il linguaggio utilizzato, ovvero una variante di sanscrito detta antico indiano, ovvero la lingua vedica di cui, ancora oggi, alcuni termini non sono stati tradotti. La linea di interpretazione è abbastanza classica, ovvero il commento viene fatto seguendo la tradizione esegetica advaita di Sankara Bhagavatpada (VII-VIII secolo), ovvero una lente fondamentalmente monistica. Sankara commenta 10 delle Upanisad: quest,, in territorio autoctono, viene considerato il canone upanisadico primario mentre gli scholars credono che abbia 13 testi. Ci sono due possibilità di lettura: 1) intratestuale: spessissimo un Upanisad riesce ad autospiegarsi;

  1. lettura intertestuale: spiegare dei passi delle Upanisad attraverso il ricorso a testi di altri contesti ed epoche. Per cercare di dare un significato alle Upanisad occorre usare una serie di device: occorre interpretare orizzontalmente e verticalmente, diacronicamente e sincronicamente. Ogni testo è un prodotto di una tradizione e il trampolino di lancio di una nuova tradizione; anche nelle Upanisad, infatti, si trovano sia la tradizione e un linguistic turn che mira ad una nuova semantizzazione, una nuova presentazione di concetti. ● Martedì 30/11/ La prospettiva va dal generale al particolare. Dal punto di vista metodologico, la prospettiva utilizzata è di osservazione partecipante, quasi emica, del docente che è in contrasto con la posizione più diffusa strettamente accademica. Nelle aule universitarie, infatti, i testi vengono solitamente analizzati attraverso una prospettiva etica. La prospettiva emica è la prospettiva delle tradizioni che guardano a sé stesse; la prospettiva delle

tradizioni sanscrite è sincronica, in cui il metodo storico è difficilmente applicabile. Prospettiva etica ed emica sono profondamente in contraddizione tra di loro. In una prospettiva emica, il solito procedere storico, diacronico o metodo storico non è sempre facilmente applicabile; infatti, le dottrine autoctone considerano sé stesse già perfette in origine. La prospettiva con la quale le tradizioni, soprattutto sanscrite, si presentano alla lettura è sincronica, nella quale il metodo storico è difficilmente applicabile. Occorre dunque tenere conto, nella lettura di questi testi, come gli stessi autori guardano a sé stessi: gli esegeti tradizionali considerano che le dottrine non si sviluppano, non si evolvono; le prospettiva tradizionali sono infatti solitamente avverse alla prospettiva evoluzionistica. Le dottrine escono quindi perfette e non sono soggette ed evoluzioni e cambiamenti, o miglioramenti; talvolta queste dottrine possono darsi una sorta di cambiamento semplicemente per adattarsi alle nuove circostanze. Secondo gli autori autoctoni, le dottrine nascono perfette e mantengono immutabile il loro spirito. Anche al giorno d'oggi, le varie tradizioni discipliche che si avvicendano considerano sé stesse una catena ininterrotta dall’origine dell’umanità al presente. Gli esegeti attuali delle Upanisad, prima di cominciare la loro opera interpretativa, affermano che la tradizione a cui si rifanno è la stessa delle origini e del passato (ciò che affermavano i loro antenati, verrà ancora affermato oggi). Non è dunque possibile una totale congruenza tra una visione emica di questo tipo (sincronica) e la prospettiva etica dell’accademia (diacronica). Negli ermeneuti autoctoni c’è inoltre una partecipazione costante rispetto all'oggetto cui loro si fanno oratori, fatto invece pressoché assente in ambiente scientifico e accademico. Le Upanisad assieme alla Bhavaghita al Kamasutra e lo Yogasutra, e pochi altri testi, sono tra i fenomeni letterari, testuali del mondo sanscrito più noti fuori dall’India. Sono un corpus testuale ampio e vario. Dal punto di vista scientifico, le Upanisad più antiche ed autorevoli sarebbero 13; nonostante ciò, lo Sankara (ovvero l’esegeta del 7/8 secolo di cui si hanno i primissimi commenti) glossa 10 Upanisad. Quindi, tradizionalmente, il canone delle Upanisad più autorevoli gravita intorno alla decina. C’è però anche un numero simbolico per il mondo indiano, il 108, che si ripete in svariati ambiti. Esistono anche altre stime: 253; si tratta quindi di un canone estremamente fluido, sempre aperto a nuovi inserimenti. Le Upanisad sono, nel contesto indiano e Sud asiatico in generale, testi cruciali ma lo sono stati anche dal punto di vista dell’esportazione. Sono stati rilevanti anche ad un certo punto della storia del pensiero europeo, soprattutto dal punto di vista speculativo, filosofico, filologico e letterario a partire dalla nascita del Romanticismo. Tra i vari romanticismi, il primissimo è stato quello tedesco tanto che il termine "romanticismo" viene coniato dal tedesco; è un movimento che abbraccia vari ambiti del sapere e va dalla fine del 18 secolo agli inizi del 19 secolo. Friedrich von Schlegel (un linguistica, probabilmente uno dei fondatori della linguistica comparativa e storica) è il coniatore di questo termine e insieme al fratello minore (August Wilhelm von Schlegel) diventa il primo professore di sanscrito all’Università di Bonn nel 1818. Questi due fratelli, insieme al poeta Novalis, fondando una rivista sulla quale si trova una specie di manifesto del movimento romantico. All'inizio, il Romanticismo è un movimento di reazione, caratterizzato dal razionalismo dell'Illuminismo e, al tempo stesso, dal sentimento del Neoclassicismo. Il Romanticismo pone al centro della sua attenzione l’essere umano e cerca di far convergere sentimenti, emozioni tipicamente umani all’interno della creazione artistica. Spesso nei quadri si nota un’atmosfera rappresentata cupa, triste, oscura perché l’essere umano si trova percepisce la propria finitezza ma, allo stesso tempo, è caratterizzato da degli aneliti attraverso cui coglie l’infinito. Questa incapacità di colmare il vuoto di questa mancanza strutturale viene rappresentata nelle opere dei romantici. Si guarda quindi all’Oriente, e specificamente all’India, come ad una sorta di dimensione alla quale guardare per ritrovare la luce perdura, una qualche forma di infinito. Con l’avvicinarsi della Prima Guerra Mondiale, questa ricerca va sempre più a scemare nonostante ne rimangano dei bagliori (definiti long romanticism). A questi long romanticisms appartiene il poeta Hermann Hesse, autore di Siddharta. La sua scrittura è caratterizzata da un grande virtuosismo e una grande capacità immaginativa. Da Siddharta in poi Hesse fu infatti particolarmente influenzato dal mondo orientale ed indiano.

● Aranyaka: testi silvestri dell’interiorizzazione del rito. ● Upanisad : ovvero, l’ultima parte degli Aranyaka, la parte più elevata del simbolismo rituale e il superamento del rito. Per questo, le Upanisad sono l’ultima parte delle raccolte vediche. Questi 4 libri, a loro volta quadripartiti, si frastagliano in seguito in vari rami di trasmissione che si spargono in varie zone dell’India arcaica. Queste versioni sono sempre legate a famiglie a lignaggi sacerdotal particolari. La trasmissione delle Upanisad è dunque estremamente endogamica. Insieme alla prima traduzione di un’Upanisad del 1789, si sviluppa anche un primo discorso circa il significato di questa parola. Questa ricerca dura ancora oggi e anche gli esegeti autoctoni non sono concordi. Il significato etimologico: Il significato potrebbe essere un'assemblea, una seduta, una sessione in cui dei discenti stanno in una posizione più bassa rispetto a qualcuno che insegna, ad un docente. Questo è il significato etimologico tutt’oggi accettato. Tuttavia, altri studiosi danno altri significati: segreto, legame, omologia, connessione, insegnamento assoluto ed altri… Segreto nel senso di ciò che viene rivelato in un luogo disertato da orecchie non eligibili, da individui che non sono degni di acquisire quel tipo di insegnamento: uno dei temi che ricorrono nelle Upanisad è la recalcitranza dei docenti upanisadici tramandare la propria conoscenza al primo che capita bisogna testare l’allievo. L’Upanisad diventa immediatamente un genere a cui tanti autori guardano e dunque esce dal proprio contesto originale, diventando un fenomeno letterario e testuale diffuso; comincia una proliferazione vera e propria di testi nel senso che alcuni autori si rifanno a quell’etichetta letteraria sostenendo di aver scritto delle Upanisad. Questi testi sono l’origine della speculazione sacerdotale e post-vedica. Le Upanisad sono così arcaiche non vi si trovano ancora quasi tracce dei sistemi filosofici che poi si sono sviluppati.

All’interno delle Upanisad ci sono delle dottrine, che non sono però sistematiche; non c’è un vero e proprio filo conduttore. È un contesto non sistematico ma coerente. La lunghezza dei testi varia parecchio: da 60-70 pagine a pochi versi. Tutte le nozioni e le dottrine che si svilupperanno per il resto dei secoli si trovano già nelle Upanisad, seppur in forma embrionale; ad esempio, una delle prime disquisizioni del concetto di karma si trova nelle Upanisad. Nonostante l’eterogeneità e l’asistematicità le Upanisad hanno un argomento, una sorta di filo conduttore,: esplorano in modi differenti e speifici la relazione tra due principi il sé (anima, psyché) ovvero l’atman, e l’assoluto, ovvero brahman. La relazione tra il sé e l’assoluto è una delle preoccupazioni principali delle Upanisad. Attraverso tutta questa riflessione, l’uomo upanisadico crede di potersi emancipare dalla schiavitù. Si parte dunque dall’assioma fondamentale che l’essere umano, nella sua condizione di individuo, è uno schiavo degli oggetti, del fenomeno, del verbo, del linguaggio, del corpo, dei bisogni semio-somaticoepistemici. Attraverso la comprensione profonda, l’immedesimazione nella relazione tra il principio universale che anima ogni essere e ciò che anima ogni cosa ci si riesce a liberare dalla prigione che è il fenomeno. la comprensione e la conoscenza hanno una ricaduta immediata sull’esperienza, per cui l’individuo cessa di essere schiavo. Comprendendo lo statuto del Principio e riconoscendo che il Principio è ogni cosa e che all’interno di ogni cosa c’è anche l’individuo, riconoscendovisi l’individuo diventa libero, indipendente. Diventando ogni cosa, l’individuo può controllare ogni cosa, nulla più lo scuote, nulla più lo turba. Sankara, il grande esegeta, all’inizio del tuo Magnum Opus, un importante commentario, afferma che la conoscenza ha un coronamento preciso che è la realizzazione diretta ed immediata, diventare carne e sangue di ciò in cui ci immettiamo cognitivamente. Le UP ( → Upanisad) svolto questa funzione attraverso il dialogo. Sono dei testi dialogici: la modalità privilegiata per far sì che vi sia una sorte di sfregamento, confricazione intellettuale tra due interlocutori, affinché si possa pervenire ad un gradiente di realtà diverso, nuovo rispetto al gradiente di realtà da cui gli individui coinvolti nel dialogo erano partiti (metafora del fuoco che getta luce sull’oscurità dell’ignoto). Le UP sono un tipo di insegnamento, non dei semplici libri. ● Mercoledì 01/12/ La trasmissione delle UP: una modalità endogamica. Ognuna delle 4 parti dei Veda è legata a questa tipologia di trasmissione vedica. Infatti, al tempo delle UP più antiche, ovvero quelle risalenti tra il 9/8 secolo a.C.,c’è una certa rivalità tra le famiglie che le tramandano: ad esempio, lo stesso personaggio può comparire in UP differenti con connotazioni talvolta positive, talvolta negative. Tra il 7/6/5 secolo a.C., al limitare del nuovo fenomeno antropotecnico che si profila all'orizzonte (Buddismo e Giainismo), le UP iniziano ad essere definite medie: iniziano a verificarsi sempre meno casi di incongruenza come quella prima citato, anzi c’è un dialogo tra le UP sempre più fitto. Lentamente, il corpus upanisadico si divincola da quella struttura originaria do 4 diviso 4, e le rende sempre più autonome. Le UP sono dunque più accessibili, nel senso che la trasmissione non avviene solo più di padre in figlio. Già dal 5/4/3/2 secolo a.C., questo fenomeno si allarga sempre di più. Il canone tradizionale, emico delle UP è stato fissato nel 7 secolo in 10 testi da Sankara. Sankara cita degli autori, dei commentatori delle UP precedenti a lui stesso. Gaudapada sembra invece essere stato il maestro di Sankara (non ci sono prove storiche ma neanche fondamenti per dubitare di questa notizia); Gaudapada commenta la più breve delle UP: prima di questo commento, risalente al 7/6 secolo a.C. non si hanno commenti delle UP. Trascorrono dunque 800 anni tra la scrittura delle ultime UP e i primi commenti. Nel frattempo, avviene un processo di demarcazione e di estrazione delle UP dal loro contesto originario. Le UP assurgono al suolo di un corpus testuale autonomo. Sankara non solo estrae dal loro contesto le UP, ma minimizza anche l’affiliazione dei testi alle famiglie. Sankara rivela la quasi totale estraneità, dal punto di vista argomentativo e tematico, delle UP dalle parti precedenti del Veda. Sankara successivamente minimizza le affiliazioni, dice che il messaggio ultimo delle UP è nell’assoluto ed assolutamente privo di ogni dualità. Tutte le possibili differenze contenutistiche nel corpus upanisadico sono

Anquetil-Duperron. Questo autore pubblica questa traduzione in latino delle UP con il titolo Oupnek’hat (id est, secretum tegendum), ovvero Upanisad, il segreto che va celato. La fonte primaria di questa traduzione di 50 UP da parte di Duperron avviene partendo dal volume Sirr-i-Akbar, ovvero Il grande segreto: si tratta della prima traduzione persiana di 50 UP dal sanscrito. Il traduttore era il principe Moghul Muhammad Dara Sukoh, ovvero il pronipote dell’Imperatore Akbar il Grande. Dara, pur essendo l’imperatore ereditario, è di salute cagionevole e non interessato alla vita politica, ma piuttosto alla speculazione e all’introiezione. Dara istituisce un’agenzia di traduzione dei tesori di tutte le altre tradizioni. Dara si sposa ma gli muore il primogenito; Dara ne soffre. Viene colpito enormemente dal gran maestro sufi (una tradizione disciplina islamica) Qadiri, Mir Muhammad il quale lo inizia alla Qadiria. Ne conseguono tutta una serie di visioni e di sogni che Dara considera determinati da quest’iniziazione, la quale gli consente appunto di raggiungere delle verità nascoste. Comincia ad abbracciare le idee di Akbar, il nonno, soprattutto l’idea dell’unicità del mondo. A sua volta, Akbar aveva fatto proprie le idee del maestro Ibn Arabi, tra cui quella dell’unicità delle esistenze in Dio. In quest’ambiente si sviluppa la Allah Upanisad, redatta in sanscrito: Allah viene rapportato con il respiro che dimora in ogni uomo, al sole mediante delle connessioni tipicamente upanisadiche. Dara, dunque contagiato da questo spirito che aleggiava presso la corte dei Moughal, comincia a cercare questa verità metafisica espressa non soltanto dal Corano, ma anche da ogni libro sacro di ogni tradizione. Il fratello do Dara, Aurangzeb, lo ucciderà accusandolo di essere un apostata. Dara aveva abbandonato la vita politica e si era dedicato alla scrittura di alcuni trattatelli in persiano (La barca dei santi, La divina presenza dei santi, Il compasso della verità, La congiunzione dei due oceani ed altri). Con la metafora della congiunzione tra i due oceani, Dara afferma che il mondo del vedanta (le UP nella fattispecie) e il mondo sufico sono non in contraddizione tra di loro. Infatti, nel 1657 Dara termina il testo Il grande segreto o Il segreto dei segreti, ovvero la traduzione delle UP. Addirittura, Dara sostiene che nel Corano ci sono delle sure che farebbero riferimento ad un libro perfetto dal quale il Corano deriva tutta la sua autorità: proprio le UP. Esiste un dibattito tra gli studiosi circa il fatto che Dara conoscesse o meno il sanscrito; probabilmente, per completare la traduzione delle 50 UP si avvale di un'équipe di eruditi, che Dara avrebbe quindi solo completato o firmato.Anche se questa traduzione non è puntuale e precisa, riesce a veicolare in modo chiaro le idee upanisadiche. Nei 50 testi tradotti, ce ne sono anche 2 che non sono delle Up, ci passi in cui si parla di una divinità dalla quale ogni cosa è stata emanata. Ricapitolando: la fonte primaria per Schopenhauer è il libro pubblicato nel 1801-1802 da Duperron, ovvero una traduzione latina di 50 UP, che a sua volta era stata tradotta da una tradizione id 50 UP prodotta da Dara e dalla sua équipe in persiano nel 1657. Il fenomeno della traduzione di testi ad est di Atene è immediatamente ed indissolubilmente connesso agli interessi coloniali. Uno degli imperativi degli imperi europei colonizzatori era il tentativo di impadronirsi della cultura autoctona per governare gli assoggettati in modo più proficuo. Ecco perché venivano subito tradotti i testi normativi-legislativi per produrre delle leggi analoghe per gli assoggettati. La nascita della traduzione di testi orientali da parte degli europei ha dunque spesso un aspetto egemonico, dal punto di vista politico-colonialista o religioso. L’India, dopo il 1857, è diventata un prolungamento dell'Impero britannico. Duperron era un biblista, dotto nelle lingue semitiche, tuttavia egli lascia gli studi biblici per le lingue antiche. Duperron ad un certo punto viene a sapere che il Veda contiene un messaggio ben più antico della Bibbia; interessato, vuole impadronirsi anche di queste dottrine. Si reca in India e gli vengono donati due manoscritti, di cui produce una traduzione parziale in francese mai pubblicata. Per la qualità e la difficoltà della traduzione, abbandona l’idea del francese e abbraccia l'idea del latino perché probabilmente riteneva la sintassi e il lessico latino più adeguati per tradurre Sirr-i-Akbar. Nel 1882 pubblica a Strasburgo questi due volumi intitolati Opunek’hai, id est, Secretum tegendum, ovvero Il segreto da celare. La resa dal persiano al latino è particolare, e la critica quasi unanime di tutta l'intellighenzia europea gli si scaglia contro, dicono che la resa è contorta, bizzarra, a tratti illegibile. Duperron opta per una resa letterale del persiano al latino, ma non solo: tra una frase e

l'altra introduce dei propri commenti personali in latino; i termini tecnici sono invece mantenuti in sanscrito traslitterato alla persiana. Talvolta compaiono anche degli articoli greci che precedono i termini sanscriti traslitterati dal persiano, la traduzione risulta perciò illeggibile anche per i dotti latinisti. Ciò che conta è che attraverso la traduzione di Duperron si riesce a cogliere la pregnanza semantica dell’originale. Poco dopo, nonostante la critica ricevuta, ci si trova a dire che quest’opera ha una qualche utilità e nel 1805 viene riproposta una traduzione in tedesco della stessa; pochi anni dopo ne vengono anche proposti dei riassunti in inglese e francese della stessa. Tra il 1805 e il 1811 questi due volumi vengono diffusi attraverso varie lingue europee. In quel momento, Schopenhauer studia con grande interesse Oupnek’hat nel 1814. Altri due fatti biografici determinanti per l’interesse che Schopenhauer sviluppa verso l’Oriente: da giovane, era stato mandato a studiare francese a Parigi e durante questo soggiorno il padre si suicida. Dopo circa un anno, rientra e con la madre si trasferiscono a Weimar. Lì, la madre inizia a frequentare dei circoli culturali e stringe delle importanti amicizie, ad esempio con Goethe. Schopenhauer sviluppa una sorta di scontrosità nei confronti della madre per il suo atteggiamento libertino e viene così mandato a studiare medicina a Gottingen ma, invece che frequentare le lezioni di medici, comincia a studiare i classici filosofici, tra cui Platone e Kant. Si trasferisce a Berlino e studia con Fichte e con Schleiermacher. Comincia anche a seguire un corso di etnologia, il cui programma è circa gli usi e costumi degli indiani. Comincia a cercare di esplorare questo mondo sempre di più anche se, all’epoca, il mondo letterario indiano si conosceva ancora pochissimo in Europa. Schopenhauer si laurea nel 1813/14 e torna a Weimar, dove diventa amico di Friedrich Majer, che gli dona i due volumi delle UP, Oupnek’hat. Schopenhauer comincia a studiare solo le UP. ● Lunedì 06/12/ Schopenhauer è ricercatore a Berlino dal 1820; la cattedra di filosofia era di Hegel. Schopenhauer sviluppa un certo astio nei confronti di Hegel tant'è che nel 1833 va a Francoforte dove diventa professore ordinario. Alcuni diverbi teorici di dibattito tra i due filosofi sono legali ad alcuni giudizi che Hegel espresse riguardanti il mondo indiano e asiatico. Il mondo come volontà e rappresentazione viene scritto da Schopenhauer sulla entusiastica spinta teorica della lettura di Opkne’hat. Situazione e contesto europeo in quegli anni / disputa tra hegel e Schopenhauer circa le UP e la Bhagavad Gita (BG) → uno degli iniziatori del Romanticismo era proprio von Schlegel, ovvero uno degli iniziatori degli studi indologici. Nel 1818, von Schlegel diventa il primo professore di sanscrito in Germania, a Bonn, nel 1823 Von Schlegel traduce in latino la GB dando luogo a un eco gigantesco in tutta Europa. Successivamente, nel 1824, il grande sanscritista di Parigi Alexandre Langlois critica tale traduzione di Schlegel della BG. Di fronte alla critica veemente di Langlois, Alexandre von Humboldt pubblica due lezioni che aveva tenuto all’Accademia delle Scienze prussiana in cui attacca la concezione dello spirito del mondo di Hegel. Scoppia dunque una diatriba tra Hegel e Humboldt; Hegel a sua volta pubblica delle risposte ad Humboldt e si concentra sulla traduzione dei termini tecnici della BG, ovvero termini pan-sascritici (utili anche per le UP). Soprattutto si sofferma sulle cattive scelte di traduzione di Schlegel, il quale aveva tradotto in latino corrente dei termini tecnici quali dharma, yoga ed altri. Uno dei principi fondamentali propugnati da Schlegel era di guardare ad oriente per trovare luce (in quanto l’Oriente era ritenuto essere il luogo di origine di ogni civiltà); Hegel, invece, vuole dimostrare che lo spirito originario, venuto in essere in India, si era mano mano guastato e aveva lasciato l’India e giungendo a Berlino. Si sarebbe guastato a causo di un sempre maggiore lassismo di costumi e una ritrazione; questi sarebbero concetti fondamentali anche nelle Up e nella BG. Lo yoga è una delle tematiche fondamentali trattate in entrambi i testi. Schopenhauer di fronte a queste posizioni critica Hegel.

dell’Ottocento. Tra il 1866 e il 1869 viene steso il cavo del telegrafo che scorre nell’oceano tra Uk e USA; le comunicazioni sono dunque più veloci ed efficaci. Nel 1869 viene costruita una ferrovia che collega la East Coast e la West Coast. Lo stesso anno viene scavato il canale di Suez. Le comunicazioni tra Europa ed Asia (ma non solo), dunque, si velocizzano. Ancora nel 1869, dopo l’apertura del Canale di Suez, Whitman scrive Passage to India. Anche Whitman, affascinato dalle atmosfere romantiche celebra queste nuove possibilità dell'uomo, questo azzeramento spazio-temporale; all'avvicinarsi geografico dei luoghi corrisponde a che un avvicinarsi del tempo: per Whitman l’antichità dell’India è ora più vicina al mondo occidentale. I grandi testi dell’antichità indiana, che erano già stati tradotti in gran quantità, cominciano a circolare diffusamente. Intanto… dall’altra parte dell'oceano, nel mondo contemporaneo dell’India: nel 1857 l'India diventa ufficialmente colonia della corona britannica. Si forma, per espresso desiderio degli usurpatori, una classe borghese costituita di indiani che dovevano essere acculturati come dei britannici; una classe impiegatizia indiana tipicamente filo-britannica lontane dalle tradizioni del loro popolo. Parte di questa borghesia filo-britannica, tra questi si trova il personaggio di Rammohan Roy, altra figura fondamentale per la diffusione del pensiero upanisadico fuori dall’India: era un sacerdote bagalese educato in college inglesi, con nessun background di sanscrito e della propria cultura. Pregno di idee europee progressiste, ad un certo punto Roy si accorge di essere indiano di essere in India ed inizia a studiare alcune prospettive filosofiche per riscoprire la cultura delle proprie origini. Tra il 1815 e il 1830 si reca in Inghilterra e, dopo aver studiato una serie di testi propri della tradizione e cultura indiana, comincia a predicare, a scrivere, a diffondere questa cultura in suolo britannico. Tra 1816 e 1819 pubblica una traduzione di 5 UP in bengali, la sua lingua madre e, successivamente, anche in inglese. Mentre però in bengali utilizzava i termini tecnici upanisadici direttamente, in inglese si trova costretto a tradurli. Essendo imbevuto di cultura europea, i traducenti che utilizza sono presi a prestito dalle prospettive deistiche del razionalismo europeo. Ad esempio, atman viene tradotto con soul o intellectual power. La cosa interessante di queste 5 traduzioni di UP è che vengono distribuite in modo capillare in Europa. I suoi obiettivi principali erano: mostrare (anche agli hindu stessi) che gli indiani sono eredi di una tradizione monoteistica, secondo la prospettiva del vedanta cristianizzato, senza idolatrie e mitologie; mostrare ai non-hindu che l'induismo e le forme brahmaniche sono frutto della ragione. Nel 1828, ancora in Inghilterra,Ram Mohan raccoglie un gruppo di uomini della middle class urbana di Calcutta, ma legati al mondo britannico, e fonda una sorta di cenacolo chiamato Brahma Sabha o Brahmo Samaj, in cui tutti gli aderenti credono in un solo dio. Durante i loro incontri leggevano anche le UP e ne discutevano. Questa forma di cristianizzazione, europeizzazione di un fenomeno upanisadico, negli ambienti più tradizionali brahmanici, è vista come un problema; anche i missionari di varie confessioni cristiane non la vedono di buon occhio. Essendo un fenomeno legato ai salotti intellettuali del mondo begalese, tuttavia questa esperienza del Brahmo Samaj continua. Alla morte di Ram, le redine del cenacolo passano al figlio di un ricco mercante bengalese amico e seguace del Brahmo Samaj e di Ram, ovvero Dedendranath Tagore, anche lui non centrava niente con il mondo culturale nel quale era nato. Tagore trova per caso e legge dei testi upanisadici, se ne appassiona e inizia a prendere delle lezioni sulla UP che aveva tradotto il suo predecessore Roy. Nel 1839, Tagore fonda un circolo analogo, detto Tattvabodhini Sabha, ovvero un assemblea che cerca di comprendere, capire la realtà; parlano anche di UP. Diversamente da Roy, Tagore ha una prospettiva più teistica, legata all’ambito teologico-religioso che prevede una netta separazione tra devoto e divinità rigetta il non dualistico sankariano. Nel 1842, i due circoli il Brahma Sabha e il Tattvabodhini Sabha diventano un unico organismo. Tagore pubblica una sorta di slogan, di motto della nuova organizzazione, una sorta di collage di tanti passi upanisadici.

Il figlio di Debendranath Tagore si chiama Rabindranath Tagore, che dal padre eredita la passione per le UP: raggiunge il Nobel per la letteratura nel 1913. È un poeta, novellista e romanziere. Riprende i messaggi upanisadici del Brahmo Samaj e li riprende in modo del tutto libero. Uno degli altri personaggi notissimi in Occidente tra i tanti swami era un giovane monaco, che era stato anche seguace del Brahmo Samaj, ovvero swami Vivekananda. Swami Vivekananda partecipa all’expo di Chicago in cui viene istituita l’assemblea World’s Parliament of Religion: ovvero un parlamento mondiale delle religioni. Lui viene scelto come delegato indiano e parla, nel 1893, quasi esclusivamente di Veda, di UP e BG(vedi slide). Resta in America fino al 1897 perchè comincia a venire invitato presso circoli ed università a tenere lezioni circa i Vedanta, le UP, la BG… ed altre. Il suo obiettivo culturale era quello di far guadagnare rispetto, considerazione e dignità alla cultura e alla politica indiana. Sempre più, dunque, discorsi intellettuali e la volontà di liberazione dal dominio coloniale diventano inscindibili. La sua interpretazione dei testi va nella stessa direzione della politica liberatoria dell’India del giugo coloniale Egli ripropone un revival della vera religione in India, dello spirito originario del mondo indiano. Vivekananda propone un ritorno del vero spirito indiano: vuole che la nuova agentività da lui promossa si fondi sul messaggio non dualistico delle UP; “la forza, quella forza con cui le UP mi parlano da ogni loro pagine”: lui auspica che quella forza intellettuale si trasferisca anche nelle membra degli indiani per combattere contro e rompere la dipendenza dagli invasori. Vivekananda comincia a guardare alle UP non solo come a testi filosofici, ma anche come a testi narrativi. Nel 1897 aveva fondato una società detta Vedanta society, ancora presente a NY; dopodichè parte e torna in India. Viene osannato come un eroe della patria; anche nel mondo indiani tiene una serie di conferenze e corsi, rivolgendosi soprattutto a coloro che incarnano la forza anche nel mondo indiano, ovvero i giovani. Il suo messaggio principale verte circa I veda, le UP e la BG: attraverso questi tre orizzonti testuali cerca di sviluppare questa nuova prospettiva glocale basata sull’attività sociale (agency) dei giovani. Muore improvvisamente; ma lascia un ordine di monaci sparso ovunque avendo come missione quella di tradurre in inglese tutte le opere di cui Vivekananda parla nelle sue lezioni. le UP e la BG vengono tradotte alla luce dell’interpretazione non-dualistica, traducendo perciò con i commenti di Sankara. Un altro fondamentale tassello per la diffusione globale delle UP è Gandhi, un avvocato, che fin da subito, nella sua prospettiva di attività non violenta nella società, impregna i propri discorsi delle parole di testi quali la BG. Questi imperativi categorici di agentività, di azione fanno a caso di tutti gli intellettuali che cercano di reagire contro il dominio britannico. La predicazione morale, sociale, filosofica e religiosa di Gandhi verte quasi esclusivamente sull’imperativo di azione. Un altro personaggio fondamentale centrale per la diffusione dell UP in Occidente è Sarvepalli Radhakrishnan che scrive una storia del pensiero occidentale ed orientale, una storia della filosofia indiana, egli era professore di Oxford di religioni e filosofie orientali. Lui traduce vari testi dal sanscrito, tra cui varie UP, la BG e il Brahmasutra, ovvero i tre grandi testi del Vedanta, egli per spiegare passaggi particolarmente delicati o pregnanti delle UP, utilizza Platone, Aristotele e tutta la letteratura non-upanisadica. Sia l’obiettivo che l’idea profetica di Schopenhauer si sono avverati: laddove c’è grande diffusione, c’è anche grande confusione. Il grande pericolo in cui incorrono testi quali le UP, è di venire talmente tanto semplificati, da essere in ultima analisi volgarizzati e completamente snaturati. ● Martedì 07/12/

Le UP sono un fenomeno testuale compreso all’interno del dominio vedico (aggettivo che viene dalla parola Veda: può essere usato sia al singolare che al plurale. Con il Significato plur si fa riferimento a una miriade, difficilmente calcolabile, di testi primari e testi satelliti; Con il singolare IL VEDA: un univoco fenomeno culturale). Da questo enorme fenomeno testuale e culturale, Veda, si sviluppa tutta la tradizione successiva. Anche i detrattori avranno come prospettiva iniziale la critica del Veda.

Si parla di testi > ma la questione è ben più estesa e profonda rispetto alla mera letterarietà

> piuttosto che parlare di testi dovremmo parlare di ciò che nel mondo occidentale viene definito

come strumenti, strumenti utili per arrivare a determinati approdi di comprensione, linee guida sui

vari domini d’esperienza

Slide 7 Precisazioni utili nella lettura dei testi.

  1. METAFISICA (tattvajnana) Le UP hanno un ordine primario di idee alle quali rifanno costantemente, ovvero un ordine metafisico; il tema primario delle UP è fondamentalmente la metafisica. Che cosa è la metafisica? Aristotele la chiamava la scienza delle scienze o prima filosofia. Si suddivide in:
  1. metafisica pura → lo stato puro dei principi metafisici; una scienza che si occupa dell’universale
  2. le scienze particolari → il riflesso della metafisica nell’empirico (logica, cosmologia, analisi linguistica…) Quando la metafisica si riflette nell’empirico, genera le scienze particolari quali (logica, cosmologia, analisi linguistica…) La metafisica pura, nel mondo sanscrito, viene definita come la conoscenza di principi di ordine universale e conoscenza dell’universale stesso. Questo tipo di conoscenza si esprime con la parola in sanscrito jnana (GNANA).

In primis le Upaniṣad qualitativamente si occupano dell’universale e dei principi universali ,

di questo principio universale che è senza limiti, confini che noi spesso chimiamo come

l’illimitato, l’indefinibile, l’ineffabile, il senza nome e il senza forma, che noi già abbiamo

individuato con il termine tecnico upanisadico il brahman (poi parabrahman) difficile da

tradurre ma spesso tradotto come «assoluto, principio»; la traduzione più letterale quella che

tiene conto dell’etimologia del termine è ciò che pervade, che penetra nelle cose e le

avvolge.

Le UP si occupano dunque dell’universale e dei principi universali (ovvero del brahman o parabrahman → ciò che penetra nelle cose e le pervade), ma si occupano anche del sé (ovvero l’atman → fondamentalmente è il pronome riflessivo sé, sé stesso. All’interno della storia semantica dell’Upanisad ha una serie di significati vastissima che va dal pronome riflessivo fino al corpo, alla psiche, al complesso psico-fisico, al complesso sensoriale). Si tratta dei due termini privilegiati della metafisica pura, l’’assoluto pervasivo e il sé,

brahman ātman.

Il riflesso di questi principi metafisici, che si riflette nell'empireo, l’altro tema dell’Upanisad sono le conoscenze particolari; le UP si occupano anche di queste scienze particolari, dette in sanscrito

vijnana/vidya. Siamo di fronte non più a un dominio universale ma ad un dominio relativo. Il luogo di indagine di queste scienze è il dominio dell’esperienza fisica e interiore, e dunque ciò che è dotato di nome, di forma, ciò che localizzabile nel tempo e nello spazio. Dipendono il più delle volte da un processo discorsivo e di ragione legato alla parola nella sua modalità logico-consequenziale.

Metafisica è un indagine oltre l’esperienza, una conoscenza del trans-empirico che nelle

Upaniṣad viene vista come principio senza dualità (advaita).

(advaita) – un Entità sempre esistente e pervasiva.

Le UP mostrano varie modalità per poter riflettere sulla metafisica. Queste modalità sono fondamentalmente intellettuali (l'intellettualità è il dominio dell’intuizione). Il percorso che le UP ci indicano per raggiungere questo principio è una via conoscitiva ma anche esperienziale (colui che conosce il principio, diventa il principio avendone fatto esperienza diretta). Il jnana è questa conoscenza intellettuale che diventa esperienziale: identifica conoscitore e conosciuto, soggetto e oggetto, visore e visto. Anche Sankara affermava che conoscendo un principio, si diventa tale principio. Per arrivare a questa unificazione occorre trovare un altro strumento diverso rispetto alla comune via razionale-sensoriale, ma occorre un'intuizione diretta ed immediata. In altre parole, tale intuizione è intelligenza pura. Non necessità di nome e forma, ovvero è svincolata dal contesto spazio-temporale: tale intuizione può verificarsi in ogni spazio e tempo; l'intuizione prende la forma del principio che riconosce, riconosce ciò che c’è, che all'improvviso si palesa ed è colta attraverso l'intuizione dell’intelletto. L'oggetto conosciuto e il conoscitore si confondono fino a sovrapporsi. Secondo le UP, ogni vivente possiede fin dalla nascita la capacità di avere l’intuizione; occorre però imparare a sviluppare uno sguardo capace di scovare la realtà dietro il fenomeno. Quest’intuizione o il contenuto di tale intuizione sono fondamentalmente senza dualità, diventano una sola cosa. Questo costante riferirsi alla non-dualità, all'azzeramento di ogni dicotomia, nelle UP, corrisponde all'eliminazione di quella idea secondo cui esiste uno iato tra essere e conoscere. Secondo il filosofo Parmenide, conoscere davvero significa essere; la vera conoscenza avviene soltanto per identità. Anche le UP, dunque, si pongono l’obiettivo di insegnare che conoscere significa essere. Anche nel mondo sanscrito la metafisica è suddivisa in due partizioni interne: una più luminosa e una che vive di riflesso

  1. para-brahma-vidya → la scienza che mi permette di pervenire, di realizzare la suprema forma di questo assoluto brahman supremo; è un principio espresso in termini negativi,
  2. apara-brahma-vidya → la metafisica della prima determinazione, brahman non- supremo; è un principio dotato di ogni qualità, a come in ogni lingua europea è una forma di privazione, negativa, privativa qui vuol dire non suprema, quel tipo di strumento che mi permette di pervenire alla realizzazione del sommo e quel tipo di esperienza, scienza che mi permette di giungere alla realizzazione del non supremo.
  1. prospettiva religioso-teologica: Dio. Dio esiste: l’esistenza è una corrente che richiama la fenomenologia del divenire, qualcosa che si espande nel flusso. Si tratterebbe dello stesso principio, inteso ora in senso più intellettuale, ora in senso più popolare. Anche il linguaggio mura, da questo punto di vista: lo stesso concetto viene espresso mediante forme linguistiche diverse ma di uguale significato. ● Lunedì 13/12/ L'argomento prediletto delle UP è dunque la metafisica non duale. In particolare, circa l’ambito delle scienze particolari.
  2. OMOLOGIE COSMICHE → queste scienze particolari, ovvero il riflesso del principio universale sul fenomeno, determinano una serie di possibili connessioni. Le UP cercano il più possibile di ragionare per analogie e connessioni, ovvero su elementi apparentemente differenti congiungendoli. L’omologia cosmica significa stabilire una comunicazione tra tutti i livelli del macrocosmo con tutti i livelli del microcosmo. Esiste dunque questa equazione tra il microcosmo umano e il macrocosmo universale, espressa da un aforisma: yatha pinde tatha brahmande, che significa ammasso informe e che corrisponde all'involucro fisico dell’essere umano; ciò che accade nell’individuo, accade anche nell’universo. Questa legge si ripercuote ovunque nel pensiero sanscrito. L’origine di tutto ciò è sempre il corpo vedico, tra cui anche le UP. Queste connessioni, queste equivalenze si chiamano bandhu: si relazionano ambiti che sono apparentemente inconciliabili. Uno dei primi significati della parola UP è infatti connessione arcana, celata, segreta. Esiste una logica sottostante affinché il sacrificio esteriore e il rito anteriore siano efficaci, questi non devono essere fine a sé stessi, ma devono avere un risultato superiore. I bandhu sono dei fili sottili, delle connessioni che pongono su una stessa linea di connessione principi, elementi, riti differenti. Tuttavia, esistono delle tassonomie piuttosto vaste: dominio degli elementi (adhibhuta), del rito (adhiyajna), delle forze cosmiche (adhideva), del corpo umano (adhyatma). Ad esempio, un individuo che parla con un altro individuo ha esperienza del dominio umano. Tutti questi ambiti sono interconnessi in svariati modi. Dunque, il corpo umano e il cosmo diventano l’uno la proiezione dell’altro; il corpo diventa una sorta di mappa dell’universo e viceversa. Uno studioso americano che si è occupato soprattutto di Veda, Brereton parla di relazione isomorfica, ovvero di forme che sono isolate ma connesse; questa connessione tra dominio individuale e dominio cosmico è detta visione integrativa. Ogni volta che si compie un sacrificio si mette in scena l'origine, il mantenimento e la fine del mondo, ovvero un ciclo di manifestazione. Il centro del mondo vedico è proprio il sacrificio, ovvero ciò che connette l’umano all’universale e viceversa; la forza congiuntiva e fondante di tutto l’universo. Questa forza fondante intrinseca al sacrifico è brahman, ovvero il principio vivificante che permette al sacrifici di detonare la propria potenza e collegare le parti apparentemente separate dell'universo intero. Il brahman è un concetto aperto perché è in costante evoluzione. Ad esempio, nella UP della grande foresta (Brhadaranyaka Upanisad) emerge subito l’unione tra il dominio sacrificale e il dominio universale; il sacrificio del cavallo è uno dei più importanti nel mondo vedico: è un particolare rito che culmina nel soffocamento di un cavallo, il cui scopo è il suggellamento di una sovranità. Quando un re si sente investito di un potere superiore esegue il rito del cavallo, sceglie un cavallo particolare e manda per 6 mesi questo cavallo verso nord e per 6 mesi verso sud sempre accompagnato dall’esercito; tutti i luoghi nei quali il cavallo transita si sottoporranno al re. Quando il cavallo ritorna alla capitale viene immolato; il cavallo è cosi il simulacro di due forze un’entità umana e una universale; è il re stesso, attraverso il cavallo, che si presenta ai luoghi in cui transita il cavallo come nuovo re. Inoltre, anche del sole poiché il sole transita per 6 mesi a nord e per 6 mesi a sud; è quindi il re stesso che sarà sacrificato per rinascere nella nuova condizione di sovrano universale. Questa UP si apre facendo riferimento al sacrificio del cavallo. Il cavallo è il re e il re è il sole; il cavallo è quindi sacrificato affinché il sovrano universale possa governare in tutto l’universo; sul suo regno non tramonta mai il sole.

Slide 26 Acquisendo le conoscenze legate a queste connessioni, si acquisisce un potere di penetrazione del reale corrispondente. Ognuno degli elementi del dominio degli individui ha un suo riflesso/omologo nell’universale, il cui punto nodale è sempre il sacrificio, sia interiore che esteriore. L’individuo è uguale al cosmo: questa è l’equazione. Equazione: adhyatma = adhidaivata, ovvero, l’individuo è uguale al cosmo e viceversa. Nella seconda UP, quel brahma metafisico caratterizzato apofanticamente, diventa invece distinguibile e divisibile: elementi ed individui diventano connessi. 27- 28 Esplorando questi bandhu, ovvero queste connessioni, si cerca il principio unificatore del cosmo (ovvero il brahman) e che permette di connettere, ad esempio, parola e fuoco, respiro e vento, vista e sole, le regioni celesti (le direzioni) e l’udito. Nel mondo sanscrito si parla quindi spesso di sutratman, ovvero quella rete di connessioni, quel filo che unifica ogni livello dell’essere.

penetrata nell’uomo prima della sua costituzione psicofisica, l’uomo non potrebbe riconoscerla. Le UP mostrano una conoscenza vera o più vera nella misura in cui il confine tra conoscitore e conosciuto si assottiglia. Quest’identificazione è imperfetta, è incompiuta; diventa perfetta e compiuta ogni qual volta i confini tra conoscitore e conosciuto si assottigliano, finché tale confine non esiste più. ● Martedì 14/12/ Ragionamento per analogie - Bandhu: analogie culturalmente definite da un contesto che si muove su due vettori talvolta congruenti e talvolta paralleli, ovvero la metafisica e le scienze particolari; sappiamo che esiste questo collante, questa griglia tra vari stati dell’essere che nel mondo upanisadico avevamo individuato in tre-quattro gruppi il mondo del sacrificio, il mondo degli elementi visibili o trasformati, il mondo individuale nella sua costruzione psicofisica, il mondo del divino/cosmica. Ci sono dei collanti tra ognuna di queste spere, talvolta dell’identificazioni tra ognuna di queste sfere

  1. CRONOLOGIA Molto spesso questi due binari etico/emico sono paralleli o raramente si incrociano In ambito accademico regna una necessità compulsiva di fissare delle date, operazione che tende a ridurre l’antichità a degli oggetti di studio. I testi indiani non offrono invece datazioni e le poche fornite sono tutt’altro che attendibili; proporre una datazione delle Up è dunque una prospettiva del tutto etica e non emica. Gli indiani tendono a riportare le loro opere nell'antichità più inarrivabile; di contro la tendenza degli studiosi accademici è invece quella di avvicinare le opere oggetto di studio. Rispetto a contenuto di un’opera, la sua datazione è ininfluente dalla prospettiva emica. Inoltre, gli indiani rifiutano il concetto di originalità. Non vi è nulla di originale, ma sta all’abilità del’esegeta riuscire ad estrarre da un testo il messaggio originale. Le dottrine, inoltre, sono da sempre presenti e non appartengono a nessuno. Non c’è alcun bisogno di individuare autori e datazioni; l’individualità e la personalità di ogni autore deve essere amalgamata all’interno dell’impersonalità stessa della tradizione.
  2. DIFFICOLTÀ LINGUISTICHE Passare da una lingua all’altra, per forza meno adatta dell’originale, aggrava l'imperfezione originaria del linguaggio nei confronti di concetti talvolta intraducibili. Occorre dunque cogliere il concetto nell’espressione primaria conformandosi alla mentalità originale. Invece di tradurre letteralmente, si fornisce un'interpretazione simile a un commento.
  3. KARMAN, termine sanscrito che ormai è entrato nell’uso comune di ogni individuo. Si tratta del caposaldo della legge di retribuzione dei frutti delle azioni, secondo cui ad ogni azione corrisponde un frutto/effetto che porta conseguenza per l'autore/agente. È una parola arcaica che si sviluppa in ambito vedico e che ha subito un’evoluzione semantica da un significato va verso altri lidi semantici. La dottrina del karman prevede che:
  • atto compiuto non può non provocare delle conseguenze per l’autore dell'azione
  • risultati di un’azione non possono ricadere su chi non ha compiuto quell’azione, ossia non è possibile che qualcuno debba subire conseguenze per ciò che non ha fatto Riassumendo: ad ogni atto corrisponde un effetto; l’atto compiuto da un agente, per forza, ha delle conseguenze che ricadono sull’attore dell’atto.
  1. VYAVAHARIKA UDDESA È la tendenza costante a mettere sullo stesso piano tra teoria e pratica, ad annullare ogni distanza tra le due. Ciò di cui si specula/riflette, deve avere un diretto impatto sulla pratica, deve cambiare la mia esistenza, deve avere un impatto sulla mia esistenza. Il termine che descrive questo azzeramento della dicotomia tra teoria e prassi è practo-gnosi. Questa etichetta, nel mondo indiano arcaico, si

adatta alla perfezione. Sankara ne parla nella sua grande opera: ogni tipo di conoscenza ha il suo coronamento nell'esperienza, nella realizzazione diretta (anubhavavasana).

  1. DUHKHA, un’espressione che indica dolore, sofferenza, problemi, disagio, attrito Qualsiasi esperienza empirica è accompagnata da attrito, disagio, dolore e sofferenza. -kha indica uno spazio vuoto, spesso indica anche il vuoto spazio-tempo o fa riferimento ad un malfunzionamento della ruota- quando l’asse è ben montato e ben inserito nelle due ruote scivola bene e non produce attrito, di contro quando l’asse non è ben montato c’è un attrito maggiore tra le pareti. La maggior parte dei testi indiani contiene questa prospettiva ovvero che l’esistenza fenomenica non è altro che duhkha/dolore. Non si tratta però di una visione tragica del mondo: la soluzione esiste, ma tuttavia, la condizione nella quale comunemente tutti i viventi sono immersi, è dolorosa. Duhkha ha molteplici ramificazioni e livelli.
  2. AVIDYA La causa di ogni sofferenza/le ragioni di questa malattia di superfice del duhkha sono individuate in avidya, ovvero nell’ ignoranza: è una sorta di stato confusionale, di barriera epistemica che mi fa confondere le cose non vedo le cose come stanno davvero. Esistono avidya più fisiche ed altre più allegoriche; una delle definizioni più efficaci è: confondere, scambiare, sovrapporre il transeunte con il permanente, si scambia l’impuro con il puro, si scambia il dolore con la beatitudine, si scambia l’inessenziale e il non-sé con l'essenziale e il sé. Questa è la causa di ogni duhkha. DUCCA
  3. MOKSA/MUKTI Si può guarire da duhkha (sintomi) e avidya (la radice dei sintomi)? → è possibile divincolarsene attraverso vidya, ovvero il contrario di avidya raggiungendo così una condizione di totale bellezza, bontà, pienezza, ovvero il bonum o sreyas. Le UP e tutta la tradizione vedica mostrano che è possibile divincolarsi da avidya e, di conseguenza, anche da duhkha.
  4. MARGA Se è possibile divincolarsi non solo dai sintomi, ma dalla radice stessa della malattia, allora come è possibile? → Marga è l’insieme delle modalità, dei device che permettono di raggiungere una condizione di libertà (contraria alla situazione di confusione di duhkha). Le UP indicano come attingere la metà ultima dell'esistenza.
  5. UPADESA L’indicazione della via da percorrere per raggiungere la meta; quest’indicazione deve essere tramandata da un maestro (guru/acarya) ad un allievo (adhikarin) entrambi idonei, degni di pervenire all'obiettivo stesso di cui si discute. Solitamente il maestro è dunque recalcitrante a consegnare i suoi insegnamenti a chiunque; l'allievo deve prima superare una serie di test. Upadesa è dunque insegnamento, istruzione, addestramento. Lo sviluppo metodologico mostra aderenza al paradigma medico:
  • diagnosi: determinare sede o natura della malattia a partire dai sintomi (duhkha)
  • eziologia: determinare le cause della malattia (avidya)
  • prognosi: prevedere decorso ed esito del quadro clinico (moksa)
  • terapia: provvedimenti adottati per combattere e azzerare la malattia (marga), queste sono tutte chiavi che troveremo espresse nelle UP. Il contesto letterario: il Veda. Le UP sono un corpus letterario che si inserisce all’interno del corpus più ampio del Veda. Le UP sono conosciute attraverso tante nomenclature: una delle più amate e diffuse è vedanta, ovvero la fine del Veda. I Veda sono un enorme corpus testuale diviso in 4 grandi libri, ognuno dei quali è a sua volta diviso in 4 capitoli. L'ultimo capitolo è il vedanta, o UP.