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Riassunto Filosofia e Religione dell'India UNITO, Sintesi del corso di Filosofia Indiana

Riassunto completo per l'esame che integra le dispense del libro in inglese

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 06/06/2023

Chiara.osurac
Chiara.osurac 🇮🇹

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BHAGAVAD-GITA (Il canto del glorioso Signore) è insieme alle Upanisad (Le sedute presso il
maestro), da cui ne ricalca i dialoghi in quanto antecedente principale della BG, l’opera dell’antica
letteratura religiosa indiana in lingua sanscrita più largamente conosciuta al mondo. Va inserita in
un contesto filosofico-religioso e all’interno dell’ambito testuale vedico e post-vedico. È il testo
fondamentale del pensiero religioso brahmanico, composta da 700 strofe non è altro che una
parte di un episodio del Libro di Bhishma, il 6° dei 18° libri in cui si divide il Mahabharata (Il grande
poema dei Bharata).
Il Mahabharata è una Itihasa: una narrazione di miti e di gesta di eroi, di storia del passato che, con
le sue innumerevoli digressioni su temi di ogni tipo, costituisce un'autentica enciclopedia di tutto il
sapere tradizionale brahmanico. Esso non è solo un’estesa raccolta delle principali credenze, delle
concezioni religiose e dei valori etici fondamentali della cultura tradizionale dell’India, ma anche
una sorta di grandiosa allegoria della crisi che caratterizza la fine di un’era cosmica (sono 4 e
caratterizzate da una durata decrescente e da una progressiva corruzione).
È praticamente impossibile attribuire una data di composizione a questa grandiosa enciclopedia
che probabilmente secondo gli studiosi è stata realizzata nel corso di diversi secoli forse a partire
sin dal IV secolo a.C. e ha assunto la forma che è pervenuta a noi attorno al IV secolo d.C. La
valutazione sulla composizione degli studiosi occidentali ruotano attorno due orientamenti:
- Scuola analitica: secondo cui l’opera ha vari autori che hanno sistemato materiali eterogenei
- Scuola sintetica: secondo cui l’opera presenta un disegno narrativo unitario, concepito da una
sola persona.
Il Mahabharata ha come tema fondamentale l’emancipazione umana dalla schiavitù fenomenica,
ciò che concerne i 4 fini dell’uomo e della vita umana: Dharma, Artha, Kama e Moksa. Ossia lo
scaricamento, lo svincolamento dal Samsara (il ciclo di rinascite e rimorti) che si nutre del Karman
(dei frutti delle azioni), e che è caratterizzato da Dukka (sofferenza) al fine di arrivare alla
liberazione, Moksa. Si tratta di una struttura complessa, a più[ ordini ma molto ben organizzata:
una sorta di matrioska. Questa gigantesca epopea è il più esteso poema dell’umanità intera, non
solo dell’India, narra la storia leggendaria (Itihasa) degli antenati dei Bharata. In particolare, essa
narra la storia di due famiglie di cugini, i Pandava e i Kaurava che furono i protagonisti di una
guerra fratricida, endo-familiare, per il dominio del regno di Kuruksetra che vide schierati i
principali Re della terra. La narrazione del mito della guerra di annientamento destinata ad avere
un solo superstite, che sarà il principe Pariksit, discendente di Arjuna (Pandava) e resuscitato da
Krisna. Alla sua morte il regno passa al figlio il quale ordina che sia celebrato un grande sacrificio
per vendicare la morte del padre e nella quale negli intervalli di questo sacrificio ascolta l’intera
storia dei suoi antenati: il Mahabharata. A recitarlo è uno dei discepoli del grande saggio Vyasa:
Rappresenta l’autorità[ sacerdotale ortodossa
È un nome funzione
Sia autore mitico che simbolico del poema e sia personaggio della narrazione (nonno
genetico di entrambe le fazioni) infatti a lui si attribuisce la composizione del poema
Personaggio chiave nell’antefatto del Mahabharata
Considerato colui che meglio ha esposto il concetto del Dharma induista
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BHAGAVAD-GITA (Il canto del glorioso Signore) è insieme alle Upanisad (Le sedute presso il maestro), da cui ne ricalca i dialoghi in quanto antecedente principale della BG, l’opera dell’antica letteratura religiosa indiana in lingua sanscrita più largamente conosciuta al mondo. Va inserita in un contesto filosofico-religioso e all’interno dell’ambito testuale vedico e post-vedico. È il testo fondamentale del pensiero religioso brahmanico, composta da 700 strofe non è altro che una parte di un episodio del Libro di Bhishma, il 6° dei 18° libri in cui si divide il Mahabharata (Il grande poema dei Bharata). Il Mahabharata è una Itihasa: una narrazione di miti e di gesta di eroi, di storia del passato che, con le sue innumerevoli digressioni su temi di ogni tipo, costituisce un'autentica enciclopedia di tutto il sapere tradizionale brahmanico. Esso non è solo un’estesa raccolta delle principali credenze, delle concezioni religiose e dei valori etici fondamentali della cultura tradizionale dell’India, ma anche una sorta di grandiosa allegoria della crisi che caratterizza la fine di un’era cosmica (sono 4 e caratterizzate da una durata decrescente e da una progressiva corruzione). È praticamente impossibile attribuire una data di composizione a questa grandiosa enciclopedia che probabilmente secondo gli studiosi è stata realizzata nel corso di diversi secoli forse a partire sin dal IV secolo a.C. e ha assunto la forma che è pervenuta a noi attorno al IV secolo d.C. La valutazione sulla composizione degli studiosi occidentali ruotano attorno due orientamenti:

  • (^) Scuola analitica: secondo cui l’opera ha vari autori che hanno sistemato materiali eterogenei
  • (^) Scuola sintetica: secondo cui l’opera presenta un disegno narrativo unitario, concepito da una sola persona. Il Mahabharata ha come tema fondamentale l’emancipazione umana dalla schiavitù fenomenica , ciò che concerne i 4 fini dell’uomo e della vita umana: Dharma, Artha, Kama e Moksa. Ossia lo scaricamento, lo svincolamento dal Samsara (il ciclo di rinascite e rimorti) che si nutre del Karman (dei frutti delle azioni), e che è caratterizzato da Dukka (sofferenza) al fine di arrivare alla liberazione, Moksa. Si tratta di una struttura complessa, a più̀ ordini ma molto ben organizzata: una sorta di matrioska. Questa gigantesca epopea è il più esteso poema dell’umanità intera, non solo dell’India, narra la storia leggendaria (Itihasa) degli antenati dei Bharata. In particolare, essa narra la storia di due famiglie di cugini, i Pandava e i Kaurava che furono i protagonisti di una guerra fratricida, endo-familiare, per il dominio del regno di Kuruksetra che vide schierati i principali Re della terra. La narrazione del mito della guerra di annientamento destinata ad avere un solo superstite, che sarà il principe Pariksit, discendente di Arjuna (Pandava) e resuscitato da Krisna. Alla sua morte il regno passa al figlio il quale ordina che sia celebrato un grande sacrificio per vendicare la morte del padre e nella quale negli intervalli di questo sacrificio ascolta l’intera storia dei suoi antenati: il Mahabharata. A recitarlo è uno dei discepoli del grande saggio Vyasa:
    • (^) Rappresenta l’autorità̀ sacerdotale ortodossa
    • È un nome funzione
    • Sia autore mitico che simbolico del poema e sia personaggio della narrazione (nonno genetico di entrambe le fazioni) infatti a lui si attribuisce la composizione del poema
    • (^) Personaggio chiave nell’antefatto del Mahabharata
    • (^) Considerato colui che meglio ha esposto il concetto del Dharma induista

Il principale insegnamento del Mahabharata, come pure concetto chiave della Bhagavad-gita, è il Dharma che è concepito come Norma eterna, che rendi eterni, fondamento delle infinite norme del comportamento etico di ogni uomo, è un valore fisso e stabile che non muta né viene meno (da sempre e per sempre), è la forma delle cose intesa come la loro stessa natura, quella forza che la fa essere come sono. Il termina ha un ampio raggio semantico, difficile da tradurre nella sua interezza con una sola parola. Deriva dalla radice indo-europea dhr- che significa ‘sostenere, mantenere in essere’. La stessa parola in India viene utilizzata per indicare la religione. Esso è la legge di natura, ordine, è il dovere e l’osservanza. Esso governa la sfera delle istanze religiose dell’uomo in quanto se correttamente applicato nella vita prepara l’uomo a porre fine alla ciclicità di rinascite e di rimorti (Samsara) determinate dai frutti delle azioni compiute (Karman). È la pratica del Dharma che può aprire all’uomo le porte della salvezza definitiva dal divenire e quindi la liberazione finale (Moksa). Ma ha anche in sé la dimensione che riguarda la legittima acquisizione e fruizione dei beni del mondo, la quale comprende tanto il piacere e il soddisfacimento dei desideri (Kama) quanto il successo derivane dai beni, dalle ricchezze e dal potere (Artha). Sebbene la tradizione brahmanica più antica tenda a parlare del Dharma come di un principio unitario al quale deve conformarsi l’intero umano agire, le fonti tradizionali ci presentano un quadro ben diverso. Infatti al contrario esistono due tipi di dharma, definite in base a diverse situazioni spazio-temporali e i quali possono talvolta trovarsi in contrasto fra loro:

  1. Dharma comune o eterno (Samanya-dharma): insieme di norme etiche universali e comuni per tutti gli uomini, principi radicati nella coscienza umana. È fatto di benevolenza, generosità, non violenta ed è definita la ‘legge eterna dei buoni’.
  2. Dharma particolare o peculiare: serie di norme del comportamento particolari per ogni uomo la quale varia a seconda delle posizioni (caste) e funzioni che questi occupa e svolge nel contesto gerarchicamente organizzato della società (il Dharma di famiglia, il Dharma dei maschi, delle donne, del re, dei sudditi, dei guerrieri, del mondo monastico...). Le esigenze della casta (varna) prevalgono su quelle delle persone (individuo) infatti nella stessa BG, il Dio Krsna impartisce un insegnamento che si propone di risolvere questo dilemma interiore di Arjuna, affermando che è meglio compiere, anche in modo imperfetto il proprio dovere che adempiere bene il dovere altrui poiché compiendo con gioia il ‘il dovere che gli è proprio’ l’uomo consegue la perfezione. Il Dharma quindi si frammenta in una serie di norme che governano la condotta di ciascuno; ciò equivale a dire gli uomini non sono uguali fra loro ma attraverso questo valore essi si sentono uno con il tutto, consapevole che la propria piccola realtà terrena è in qualche modo immagine di una realtà più vasta. All’uomo viene attribuito il grande privilegio di essere l’unica creatura capace di salvezza. Ma finché l’uomo vive nel mondo deve comunque sapere conseguire e armonizzare i tre trivarga (obiettivi) che portano alla salvezza e alla liberazione (moksa) dal mondo del divenire (samsara), fine ultimo che trascende tutti gli altri:
  3. Kama, il piacere e la soddisfazione dei desideri;
  4. Artha, ricchezza, benessere e successo;
  5. Dharma, ordine, giustizia, moralità. Esso sovrasta gli altri due obiettivi dal momento che esistono indubbiamente delle norma della fruizione del piacere e della ricchezza.
  6. Moksa, liberazione.

non-azione in quanto il compimento del proprio Dharma particolare (sva-dharma) prevede necessariamente delle azioni, i frutti delle proprie azioni derivano sia da azioni benevole che malevoli. Secondariamente, Krsna parla anche dei sacrifici vedici come pratica importante insieme alla conoscenza dei testi vedici ma che non basta per liberarsi e arrivare al Moksa in quanto il sacrificio, l’elemosina e l’ascesi sono atti di purificazione ma anche queste azioni devono essere attuate rinunciando all’attaccamento ai frutti e ad ogni desiderio. Il discorso dell’eroe-dio si svolge sul carro da guerra di Arjuna, di cui egli è l’auriga, al centro della piana del Kuruksetra, che costituisce il teatro della grande battaglia. Rappresenta una delle aree sacre per eccellenza in quanto è considerata la vera culla della religiosità vedica, per questo chiamato Dharmaksetra (terra del Dharma, cioè della pietà religiosa e dell’ordine morale) e considerato come una delle cinque piattaforme sacrificali di Brahma. Assunse il nome di Kuruksetra in onore di un antico sovrano della dinastia lunare, il Kuru, il quale, oltre che re, era anche un sapiente (rsi) di nome Kuru. Si narra che abbia costruito un arato d'oro con cui arando la terra disse di essere intento a prepararla per coltivare l’ascesi, finché non intervenne Visnu al quale egli illustra la propria ottuplice grande norma religiosa del Dharma (Norma eterna - comune), quella stessa che il Mahabharata definisce la ‘norma eterna dei buoni’. Visnu chiese al re dove fosse il seme per questo straordinario tipo di coltivazione e Kuru rispose che esso era nel suo stesso corpo; su richiesta del Dio cominciò a offrirgli sé stesso: prima le braccia poi le gambe infine il capo. A quel punto Visnu gli concesse una grazia e Kuru chiese che l'area da lui arata fosse considerata per sempre un Dharmaksetra e che ogni opera pia ivi compiuta conferisse il più̀ alto merito religioso —> Non è un caso che il sacro territorio dei Kuru divenne alla fine di un'era cosmica il teatro di un ben più̀ grande rito sacrificale in cui tutti gli eroi sono allo stesso tempo sacrificatori e vittime. l contenuto dottrinale della BG è insieme metafisico ed etico, infatti, contiene insegnamenti segreti (Upanisad) che riguardano la conoscenza del Brahma e la dottrina dello yoga: vale a dire l’aspetto teoretico e quello pratico dell’esperienza religiosa. L’opera composta attorno al II secolo a.C. e ci è pervenuta nella redazione fissata alla fine del VII d.C. da Sankara (celebre maestro indiano della scuola di pensiero non-dualistica della realtà) il quale vide in essa una collezione della quintessenza del significato dell’interno Veda. Proprio in questo senso la BG si presenta come opera eccellente nel panorama della letteratura religiosa tradizionale dell’India, dal momento che il compito principale della memoria delle verità rivelate consiste nel perpetuare e promuovere la fede nelle parole di verità annunciate nella rivelazione, cioè nel Veda. Nella BG l’insegnamento diretto di Krsna ad Arjuna costituisce una rivelazione sia personale, storica che originale. Con la straordinaria autorivelazione di Krsna come divinità̀ piena di amore per i suoi devoti e per tutti gli esseri, la BG introduce l'idea della Bhakti (cioè del rapporto di amore-devozione e di partecipazione con una divinità̀ personale) nell'orizzonte religioso della rinnovata tradizione bramanica, operando in qualche modo un compromesso fra le esigenze ineludibile di operare nel mondo e le nuove istanze dell'ascesi e della rinuncia, che portano a proporre come obiettivo l'abbandono completo dell’azione. Il vecchio sistema bramanico aveva associato nell’azione la causa del vincolo delle nascite, dal quale l’uomo desidera affrancarsi, si era impegnato a ricercare una via che conducesse a tale riscatto e l'aveva individuata in una serie di atti con valore rituale, ma non per questo queste azioni erano meno vincolanti, in quanto in qualsiasi atto umano si annida il desiderio e il desiderio è la radice di ogni male. In poche parole, la cura proposta dagli antichi brahmani era la malattia stessa. Dal momento che però non è possibile sfuggire completamente all’azione, era necessario trovare il modo di agire senza contrarre legami, di sopprimere cioè quella caratteristica intrinseca dell’azione che la trasforma in un vincolo e che

consiste nel desiderio. Da questa riflessione scaturisce il tema centrale e il filo conduttore della BG il quale individua nell’azione priva di attaccamento ai suoi frutti (priva di desiderio), il vero yoga, la via maestra che può consentire all’uomo di passare attraverso l’esperienza terrena senza esserne contaminato e senza contrarre legami che gli impediscano di raggiungere il fine ultimo dell’unione con Dio. Il dubbio di Arjuna offre a Krisna l’occasione di enunciare due principi fondamentali:

  1. Che la realtà spirituale presente in ciascun uomo non muore col corpo, ma sopravvive (concetto ben saldo nella tradizione brahamanica);
  2. Che bisogna compiere il proprio dovere. Questo è il principio più dibattuto: infatti, l’opposizione dialettica tra azione e rinuncia e anche quella tra azione e consapevolezza del Sé ha bisogno id trovare un punto fermo a cui aggrapparsi per essere risolta e lo trova nella suprema realtà inalterabile, la quale assume un volto: quello di una persona divina che si rende garante della salvezza del proprio devoto. Ecco la ‘scienza regale’ e il ‘regalo segreto’ di cui si parla all’inizio della nona lettura: nucleo dell'insegnamento di Krsna come ‘conoscenza regale’ e ‘regale segreto’. Secondo un’interpretazione popolare, la BG si può dividere in tre ‘ sestine’ di letture, dedicate nell’ordine dell’azione disinteressata (Karma), della devozione (Bhakti) e della conoscenza (Jnana) - che sono sintetizzate in tre diversi passi della 18esima lettura. Sebbene la suddivisione sia imprecisa e schematica, essa ci mostra come la BG cerchi un compromesso o sintesi fra le diverse visioni delle via della salvezza facenti capo alla nozione di azione rituale, di devozione amorosa e di conoscenza liberatrice. La soppressione dell’ignoranza e/o del desiderio sono i due momenti cruciali di ogni via di salvezza tracciata dall’India. Krsna stesso, non presentandosi mai chiaramente come avatar di Visnu, sembra voler riassumere in sé tutte le diverse concezioni del divino. Rinnovando, anche nella denominazione, la dottrina delle tre vie capaci di condurre l’uomo al fine ultimo della liberazione, egli invita l’uomo religioso del suo tempo (e di tutti i tempi) a percorrere il cammino del:
  • Karma-yoga (la disciplina dell’azione disinteressata); Krsna afferma infatti che ‘colui che è capace di vedere l’azione nel non-agire è tra gli uomini una persona dotata di discernimento ed è un vero yogin’ essa rappresenta la rinuncia ai frutti dell’azione, rinuncia del desidero e alla sofferenza (Duhkka) che si lega alla produzione di Karman da cui dipende il Samsara. Essa è una disciplina volta all’assenza di attaccamento ai frutti dell’azione. Che è diverso dall’ inazione in quanto prerogativa dello sva-dharma è l’azione prescritta.
  • Jnana-yoga (la disciplina della conoscenza); Krsna la definisce la conoscenza segreta ossia la conoscenza del campo (corpo) e del conoscitore del capo (Krsna/Brahman). Colui che comprende ce il Purusa si compone di due parti; una alterabile (il corpo, la prakrti, i guna) e l’altra inalterabile (il Sé, atman-brahman non dualistico) può giungere a questa conoscenza segreta. La concezione psico-fisica dell’uomo che è composto da un apparato psico-fisico, che è soggetto al legame con i sensi e la natura, e da un apparato che da sempre esiste e per sempre esisterò che è l’Atman. E’ necessario quindi apprendere questa conoscenza e recidere l’albero asvattha composto da:
  • foglie=inni vedici
  • rami=guna
  • radici=frutti dell’azione
  • germogli=oggetti dei sensi

Signore insegna.

  • Infine, Krsna, fa un elogio del raccoglimento, dell’abbandono a Dio, della contemplazione e della consapevolezza come sole virtù che posso dare la pace interiore e la felicità della dimora nel Brahman.
  • Arjuna si dice perplesso sulla sua natura di guerriero, e quindi del suo Dharma, in quanto è oppresso dalla compassione e angoscia. Ma appellandosi al suo essere discepolo di Krsna si affida a lui.
  • Krsna si identifica con la suprema Realtà spirituale (atman), con l’Assoluto che esiste da e per sempre per tanto anche quello il Sé di Arjuna e il Sé di ogni uomo. (dottrina vedica nelle Upanisad)
  • Krsna afferma che soltanto il corpo ha una fine e muore, lo spirito che lo anima è eterno e imperituro, perciò, Arjuna non deve preoccuparsi perché in verità non ucciderà nessuno.
  • Lo sva-dharma (dovere/norma particolare) di Arjuna è quello di combattere e per questo la guerra è sempre legittima e giusta.
  • Per non commettere peccato Arjuna deve comportarsi come un guerriero-yogin conservando un’equanimità che è propria dei saggi, insistendo sull’accingersi alla via dell’azione priva di desiderio, paura o collera. Deve agire distaccandosi dai frutti dell’azione.
  • Lo yoga si realizza quando la mente (Buddhi) riesce a liberarsi da ogni condizionamento e a fissarsi immobile nella meditazione.
  • Infine, Krsna, invita Arjuna ad abbonarsi a lui. Indicando sé stesso come oggetto della concertazione per il meditante. Questo abbandono al glorioso Signore costituisce uno degli insegnamenti fondamentali della Gita indicando nel rapporto di amore e devozione (Bhakti) con un Dio personale la via perfetta verso la liberazione e la pace assoluta (Moksa) 3° lettura ‘L’azione’
  • In risposta a un nuovo dubbio di Arjuna, incerto di fronte alle due prospettive della conoscenza interiore e dell’azione, Krsna afferma che non esiste vita senza azione: perciò bisogna agire con animo distaccato dai risultati e dai frutti dell’azione, secondo i precetti del karma-yoga.
  • Krsna afferma che l’azione deve essere intesa come atto sacrificale in quanto il Brahman ha nel sacrificio il proprio fondamento, osservando il proprio dovere e distaccandola da ogni legame. 4° lettura ‘Conoscenza, azione e rinuncia’
  • Krsna insegna questo yoga da tempo immemorabile, egli ripetutamente rigenera sé stesso nel mondo per ristabilire l’ordine (dharma) e la giustizia in ogni era cosmica, per proteggere i buoni e punire i malvagi. I devoti che, di questo consapevoli, si affidano totalmente a lui diventano partecipi della sua natura (Bhakti-yoga).
  • Egli afferma che colui che è capace di ‘vedere nell’inazione l’agire e l’azione nel non-agire è tra gli uomini un uomo dotato di discernimento, è un vero adepto dello yoga e può compiere qualsiasi azione’. Questa espressione significa che i legami contratti con l’agire nel mondo non dipendono da ciò che si fa, ma dall’atteggiamento interiore con cui si agisce. Perciò, quando l’azione è compiuta senza attaccamento, né egoismo, né desiderio, essa è di fatto una non-azione in quanto non produce un effetto di merito o demerito (karman) che vincola nel ciclo di rinascita e rimorte (samsara).
  • Bisogna agire con il pensiero fisso nella conoscenza come se si stesse compiendo un sacrificio e tutte le azioni si annullano —> non esiste uno strumento di purificazione che sia al pari della conoscenza che porta alla pace suprema e che è in grado di recidere il dubbio.
  • Reciso il dubbio sorto dall’ignoranza con la conoscenza, Arjuna è invitato ad affidarsi allo yoga e alzarsi. 5 ° lettura ‘La rinuncia alle azioni’
  • L’azione e la rinuncia ad agire procurano entrambe la salvezza, ma l’azione priva di desiderio (karma-yoga) è preferibile alla rinuncia. Chi pratica la disciplina interiore dello yoga non è contaminato da alcuna azione, egli attinge alla pace.
  • Con l'animo indifferente al contatto con il mondo esterno e con il distacco dai sensi non ci si rallegra se accade qualcosa di piacevole né si soffre troppo se accade qualcosa di spiacevole: l’animo è salvo e l’uomo scopre la felicità che è nel Sé (atman) 6° lettura ‘La padronanza di sé’
  • La vera rinuncia consiste nell’azione disinteressata, grazie alla quale il prefetto yogin consegue la pace nel supremo nirvana attraverso queste 4 caratteristiche:
  1. Soggioga sé stesso
  2. Indifferente alle coppie di contrari
  3. Consapevole del sé
  4. È privo di attaccamento
  • Lo yogin è colui che è misurato: nel cibo, nel divertimento, nel compiere le sue azioni, nel sonno e nella veglia.
  • Lo yoga è il controllo delle modificazioni mentali, pratica assidua e costante, distacco ascetico e padronanza di sé.
  • Il perfetto yogin secondo Krsna è il perfetto (bhakti) ‘quello che pieno di fede, di lui partecipa, si affida con tutto sé stesso, considerato il miglior adepto dello yoga’. 7° lettura ‘Conoscenza e consapevolezza’
  • Secondo Krsna la vera sapienza di cui Arjuna può favorire è la conoscenza del glorioso Signore, essa può essere quella appresa dai testi sacri (Jnana), unita alla consapevolezza che è il risveglio interiore che si realizza attraverso la meditazione (Vijnana).
  • Afferma che la conoscenza si fonda sua una doppia natura (duplice natura di Krsna): una inferiore, che comprende il mondo fisico e psichico, e una superiore, che comprende le sostanze spirituali che danno vita ad ogni creatura vivente. Questa seconda natura, unica ed eterna, è la stessa che sostiene l’intero universo.
  • Egli è l’origine e la fine del mondo; nulla esiste fuori di Lui (Krsna) e l’intero universo costituito dai guna (qualità) è frutto della sua divina illusione. Dei quattro tipi di persone virtuose che cercano l’amore di dio il migliore è il sapiente, che è in perenne raccoglimento a lui nello spirito: egli sa che il glorioso Signore è tutto. Quale che sia la forma divina che un uomo venera, in realtà costui adora nient’altro che Visnu-Krsna, ma soltanto i suoi devoti ne sono consapevoli pienamente. 8° lettura ‘La suprema realtà inalterabile’
  • Krsna spiega ad Arjuna cosa è il Brahman (suprema Realtà inalterabile) e cosa si intende per atto sacrificale ovvero lo sprigionamento che causa l’origine e il divenire degli esseri.
  • Afferma che colui che quando abbandona il proprio corpo, giunge alla sua fine ovvero la morte, volge il pensiero e la mente a lui ed entra nel suo essere interamente assorto in amorosa devozione (Bhakti), si libera dalla rinascita (samsara).

interiore esclusiva e la perseveranza nella conoscenza del Sé.

  • Poi illustra le caratteristiche della natura, fondamento del mondo visibile (prakrti) e della sostanza spirituale (purusa) in quanto entrambe senza principio. Affermando che l’onnipresenza del signore glorioso è il Purusa eccelso (Atman=Brahman), ribadisce il principio secondo il quale è la Natura che agisce, mentre il Sé non agisce né si contamina, pur essendo presente in ogni corpo.
  • Sono coloro che con l’occhio della conoscenza, vedono distintamente la differenza fra il ‘campo’ e il ‘conoscitore del campo’ e la liberazione dal mondo prodotto dalla natura, a conseguire il sommo bene. 14° lettura ‘I tre guma’
  • Krisna afferma che il grande Brahman è il grembo da cui traggono origine tutti gli uomini. Lui stesso, in quanto padre, depone l’embrione all’intero. In ogni corpo lo spirito è legato dai tre guna: sattva (luminosità e bontà), rajas (attività e passione) e tamas (inerzia e tenebre). Il prevalere dell’uno o dell’altro produce effetti diversi in diverse circostanze, ma colui che li ha trascesi e superati si libera dal ciclo delle rinascite e rimorti (samsara) attinge all’immortalità e l’identità con il Brahman che è la Realtà assoluta, del perenne Dharma (norma universale) e della perfetta felicità. 15° lettura ‘Lo spirito supremo’
  • Krsna narra la parabola del mitico albero di ashvattha, ficus religioso che rappresenta la vita nel mondo. Con radici in alto e rami in basso, inni metrici del Veda sono le sue foglie, chi lo conosce e conoscitore del Veda. Verso il basso e verso l’alto si stendono i suoi rami, resi lussureggianti dai guna, e i loro germogli sono gli oggetti dei sensi. Le sue radici si allungano verso il basso nel mondo degli uomini e sono le conseguenze delle azioni.
  • Successivamente parla della sua misteriosa presenza in ogni creatura vivente in quanto lui stesso quello che tutti i Veda rivelano, autore del Vedanta e il conoscitore del Veda.
  • Annuncia a Arjuna la dottrina segreta attraverso cui chi la comprende possiede la conoscenza intelligente. Krsna afferma che ci sono due Purusa nel mondo:
  1. L’alterabile (sono tutti gli esseri)
  2. L’inalterabile (colui che risiede nel luogo più alto) Per poi aggiungere un 3. Eccelso (supremo Sé, signore immutabile) è lui stesso Krsna come Purusottama. 16° lettura ‘Sorte divina e sorte demoniaca’
  • Il glorioso signore illustra ad Arjuna le virtù degli uomini destinati a una sorte divina: assenza di paura, purezza di cuore, fermezza nello yoga della conoscenza, generosità̀, disciplina interiore, scesi, pace, modestia e umiltà̀ che conducono alla liberazione.
  • Successivamente si sofferma a lungo sui vizi di coloro che hanno una natura demoniaca, dei quali descrive anche l’infernale destino: ipocrisia, presunzione, collera, ignoranza che conducono alla schiavitù̀.
  • Colui che, rigettando i precetti dei testi dottrinali, vive solo per appagare i propri desideri, non consegue la perfezione, né la felicità, né la meta suprema. Perciò i testi dottrinali sono indicati come lo strumento di conoscenza nel determinare ciò che si debba o non si debba fare (sva- dharma) ovvero il dovere particolare dettato dalla propria casta. Krsna invita Arjuna ad agire e seguire le norme.

17° lettura ‘I tre tipi di fede’

  • Krsna spiega ad Arjuna che, sulla base dei tre guna, si possono distinguere tre tipi di fede, di cibo, di sacrificio, di ascesi e di elemosina. Inoltre spiega anche che tre sono i monosillabi che designano il Brahman: OM, TAT, SAT (verità, realtà, essenza) a ciascuno dei quali corrisponde un uso peculiare. Ma nessuna pratica di pietà ha valore né in questo né nell’altro mondo quando sia compiuta senza fede. 18 ° lettura ‘Liberazione e rinuncia’
  • Krsna dopo aver esposto ad Arjuna la distinzione fra rinuncia e abbandono, spiega che sacrificio, elemosina e ascesi sono i tre atti di purificazione da eseguire sempre e che, pur non essendo consentito desistere da un’azione prescritta (sva-dharma), non di meno è necessario, in ogni caso rinunciare all’attaccamento e ai frutti dell’atto compiuto.
  • Egli enuncia poi i tre tipi di rinuncia sulla base dei tre guna e, inoltre, le cinque cause dell’azione, i tre impulsi ad agire e i tre elementi costitutivi dell’azione.
  • Afferma che ciascuno deve compiere con gioia il dovere che gli è proprio, unica via che prelude alla bhakti e che conduce l’uomo all’identità col Brahman; il legame d’amore con Visnu-Krsna costituisce per l’uomo il fine supremo.
  • Arjuna non potrà sfuggire alla legge di natura che lo induce ad agire, si dovrà affidare al glorioso Signore che dimora nel cuore di tutti gli esseri.
  • Krsna infine espone i vantaggi di cui potranno godere tutti coloro che vorranno studiare e trasmettere il messaggio divino contenuto nella BG.
  • La Gita si chiude con le parole del narratore Sanjaya, che rivolgendosi al re cieco Dhrtarastra afferma che lì dove sono Krsna e Arjuna vi è fortuna, vittoria, prosperità e una condotta politica sicura. STORIA DELLA BAGAVAD-GITA IN OCCIDENTE
    • E’ connessa a questioni coloniali
    • E’ connessa al Romanticismo tedesco La prima traduzione è del 1785 (pubblicata a Londra) di Charles Wilkins è strettamente connessa alla necessità coloniali britanniche che in quel periodo stavano cercando di espandersi nell’est dell'India. Infatti, in quel periodo (dal 1772) il generale del Bengala era Warren Hastings che propone di iniziare a studiare e conoscere gli usi e i costumi degli indiani e quindi modifica l’ottica dell’amministrazione coloniale britannica che fino a quel momento prevedeva solo ed esclusivamente l’imposizione dall’alto della propria legge al fine di realizzare un incontro/scontro più̀ facile, così facendo si ha un minore dispendio di energie, poiché́ si conoscevano le popolazioni che si conquistavano. La traduzione di Wilkins è in prosa, con l’obiettivo di rendere il significato del testo il più chiaro possibile vengono rimossi elementi complessi che possono confondere il pubblico. La BG viene considerata la ‘Bibbia’ dell’India per Wilkins come un documento storico utile a far comprendere le pratiche e le idee del popolo conquistato, fu il primo classico sanscrito ad essere tradotto direttamente in inglese con precise finalità coloniali/amministrative. Ciò portò i grandi intellettuali inglesi a scoprire la vastità delle opere dell’India antica suscitando curiosità. In questo periodo in Europa stava prendendo piede il Romanticismo e l’India ebbe in ruolo chiave per il pensiero romantico in quanto venne vista come la terra della purezza e natura, in contrasto

Viene criticato: argomenti tecnici e termini sanscriti pronunciati da Krsna non vengono parafrasati quindi risulta di difficile comprensione. Approccio: si attiene il più̀ possibile all’ordine delle parole sanscrite nel testo. Stephen Mitchell: A differenza di Van Butenen, che guida il lettore della BG nell’India classica, Mitchell persuade l’autore a collocarla in una dimensione senza tempo. Egli, infatti, vede la BG non soltanto come un poema storico ma anche come un poema religioso che parla di una verità̀ dell’esistenza umana. Egli considera la BG come un manuale di istruzione per la pratica spirituale, guida per la pace interiore, canzone d’amore a dio. Mantiene uno stile discorsivo e colloquiale. Omette alcuni dettagli poiché́ cerca di arrivare ad un orizzonte d’attesa ampio. Continua diffusione orale: letture in famiglie, quartieri, università̀, luoghi di pellegrinaggi. Per lui Krsna parla non solo ad Arjuna cambiando la sua vita, ma anche a noi: noi tutti possediamo la saggezza che Krsna insegna.