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Analisi commedia: trama, personaggi, elementi comici, caratteristiche del teatro plautino e commento personale. Plauto (250 a.C. ca.- 184 a.C) traduceva (seppur non in modo completamente fedele) testi comici greci, riprendendo e adottando in particolare opere della commedia greca υεα che aveva per autori più famosi Menandro, Filemone, Difilo e Demofilo. Il poeta cita questi ultimi in alcuni suoi prologhi e usa, per indicare il rapporto con essi, l'espressione “vortere barbare”, ovvero “volgere dal greco al latino”. Della commedia “I Menecmi”, tuttavia, ci è completamente ignoto il modello greco di base; alcuni critici letterari pensano si fondi su un passo dell'Ateneo. L'opera fa parte delle 19 commedie plautine da Varrone definite “autentiche”. La commedia, con una narrazione assai movimentata, presenta una trama semplice formata da intrecci ripetitivi. Questa è una delle caratteristiche principali del teatro plautino. Due gemelli separati per caso da bambini, si trovano a vivere nella stessa città ignari l'uno della presenza dell'altro. Lo scambio di persona dà avvio alla vicenda comica, permettendo alla commedia di rientrare nel gruppo delle commedie plautine degli
equivoci (insieme ad Amphitro e Bacchides) in cui avvengono, appunto, degli scambi di persone tra sosia (ecco spiegata l'origine del termine ancora oggi utilizzato). È proprio dall'equivoco che scaturisce il divertimento del pubblico. Nel caso dei Menecmi, ciascuno dei due simillini (cioè i sosia, in questo caso gemelli) capita in scena al posto dell'altro e viceversa. Lo scambio di persona è reso inevitabile dalla perfetta somiglianza tra i due personaggi (Menecmo I e Menecmo II). Il tema dei simillini sarà più volte ripreso nel teatro comico rinascimentale e moderno e ispirò celebri imitazioni come la Comedy of Errors di Shakespeare e I due gemelli di Goldoni. L'evento principale è qui la riparazione di un danno iniziale, lo smarrimento e il rapimento di Menecmo I. Dopo quest'evento infatti un fatto improvviso consentirà ai due gemelli prima di incontrarsi, poi di riconoscersi e infine di risolvere alcune questioni personali e tornare in patria insieme. Le commedie latine, I Menecmi compresi, erano solite essere precedute da un argumentum strutturato come acrostico (dal greco antico ἀκρόστιχον , composto di ἄκρον , «estremo» eestremo» e στίχος , «estremo» everso») ovvero un componimento poetico in cui le iniziali dei versi, lette nell'ordine in cui si presentano, danno il titolo della commedia. Il componimento introduceva in breve il contenuto della commedia.
caratteristiche del teatro plautino, in particolare degli elementi comici. Messeniore (sempre se fu lui a recitare questa parte) esordisce dicendo che porterà agli spettatori Plauto sulla lingua, non nella mano ( apporto vobis Plautum lingua, non manu ). Con ciò il servo intende dire, in modo ironico, che metterà in scena una commedia di Plauto, ma che non “porterà” fisicamente Plauto sul palco. Messeniore dice poi che alcuni dei commediografi hanno l'abitudine di ambientare l'azione ad Atene affinché le loro opere assumano “un'aria più greca”. La commedia “I Menecmi” invece è ambientata nel luogo in cui effettivamente si svolge (ovvero nel luogo in cui la commedia greca che Plauto ha “tradotto” è ambientata). Quindi, continua Messeniore, “quest'argomento grecheggia, ma non atticheggia; bensì sicilianeggia” ( atcque adeo hoc argumentum greacissat; tamen Non atticcisat, verum sicilianissat ). Questo ci porta a pensare (non possiamo dirlo con certezza date le scarse fonti) che Plauto abbia conservato l'originale ambientazione della commedia, Epidammo. Con questa tecnica il commediografo attribuisce comportamenti moralmente discutibili ai greci e non ai romani. Nonostante qui Plauto mantenga l'ambientazione ellenistica, sarebbe un errore descriverlo come sostenitore delle nuove esigenze di quei Romani che aspiravano a uscire dai limiti del mos maiorum come lo sarebbe individuare in lui posizioni
politiche a favore dei difensori della tradizione romana. Messeniore si accinge poi a dare una “una buona razione” dell'argomento generale della commedia. Il servo afferma che lui, quando si tratta di raccontare argomenti, è molto generoso. In questa sua affermazione troviamo una forma di rottura dell'illusione scenica molto usata da Plauto, il cosiddetto metateatro, cioè il teatro che parla di teatro. La narrazione prosegue col raccontare in breve la trama. Alla fine del prologo il servo ci dice che la città in cui sarà ambientata la commedia è Epidammo; ma quando si cambierà commedia si cambierà città, così come cambieranno gli attori (“ questo che oggi fa il lenone, domani fa l'attore giovane, poi il vecchio, il povero, il pitocco, il re, il parassita, l'indovino ”). Si nota qui come Plauto ama svelare esplicitamente e quasi smascherare la finzione del teatro. Lo fa come per richiamare dli spettatori alla consapevolezza di star partecipando insieme con l'autore a un gioco che li diverte entrambi. Il prologo resta infine interrotto per una lacuna nei codici e inizia poi la commedia vera e propria, strutturata in cinque atti. C'era a Siracusa un mercante che aveva due figli gemelli, tanto uguali che nemmeno la mamma riusciva a distinguerli. Quando ebbero sette anni
quest'occasione Menecmo I dona alla cortigiana il mantello della moglie. In attesa del pranzo Menecmo I e il suo parassita si recano nel foro a sbrigare una faccenda. Nel mentre Erotia manda Cilindro al mercato per comprare il cibo per pranzo. Nel secondo atto entra in scena Menecmo II. Cilindro, rientrando dal mercato, lo incontra, scambiandolo ovviamente per Menecmo I. Cilindro saluta quindi Menecmo II, quest'ultimo rimane sconcertato e mette in avviso il suo servo Messeniore dicendo che Epidammo è una città di truffatori. Compare poi Erotia che invita Menecmo II a entrare, anche lei pensando sia Menecmo I. Menecmo II, inizialmente riluttante, accetta l'invito della donna, mentre il suo servo si dirige alla locanda. Nel III atto Menecmo II esce dalla casa della cortigiana e incontra Spazzola che rientra dal foro e credendo di vedere il suo padrone lo accusa di averlo ingannato e di avergli tolto la possibilità di pranzare da Erotia. Per vendicarsi Spazzola decide di svelare tutte le malefatte di Menecmo I alla moglie. Nel IV atto la moglie, offesa e derubata, dice al marito che non potrà tornare a casa finché non le restituirà il mantello. Menecmo I va quindi a casa di Erotia pregandola di restituirgli il mantello ma, poiché a causa di vari equivoci questo è finito nelle mani di Menecmo II;
Erotia caccia poi di casa Menecmo I. Nel V e ultimo atto la moglie di Menecmo I, allarmata dal comportamento del marito che sembra non ricordare ciò che dice o nega l'evidenza, chiama il padre. Nonostante il padre difenda Menecmo II, pensando si tratti di Menecmo I, quando Menecmo II nega di essere il marito di sua figlia il padre di Erotia chiama il medico. Menecmo II scappa e al suo posto i medici prendono il fratello gemello. Messeniore lo libera, pensando si tratti del suo padrone. A svelare il mistero alla fine è proprio Messeniore che capisce di aver liberato il fratello gemello del suo padrone. I due gemelli si riconoscono e Menecmo I, prima di tornare a Siracusa col fratello mette all'asta tutti i suoi beni, moglie compresa. L'ultima battuta è dello stesso personaggio che avrebbe recitato il prologo, Messeniore. Egli chiude la commedia con “Ora, spettatori, statevi bene...e fateci un bell'applauso” (“ Nunc specatores valete et nobis clare plaudite ”). In tutta la commedia constatiamo lo scarso approfondimento psicologico dei personaggi. Menecmo I è il tipico marito che rispecchia i valori dell'uomo romano, non rispetta la moglie, la tradisce e la deruba per far contenta la sua cortigiana. Non si mostra particolarmente rispettoso neanche nei confronti del suo servo, Spazzola. Menecmo II, al contrario, riconosce spesso la
tremolante, puzzolente e sdentato. Il medico viene presentato come vanitoso ed incapace di svolgere correttamente il proprio lavoro. Abbiamo poi dei personaggi che vengono menzionati soltanto nel prologo. Mosco è un mercante di Siracusa, padre dei due gemelli Menecmo e Sosicle. Dopo aver perso uno dei figli a Taranto muore dal dolore. Il nonno dei gemelli dà il nome di Menecmo I a Sosicle; nome che era anche il suo. Epidamno è il mercante che rapisce ed alleva Menecmo I portandolo nella propria città; quando lascia tutte le sue ricchezze al figlio adottivo. Nella commedia troviamo molti elementi comici tipici di Plauto. Menecmo, nella seconda scena del primo atto, scherza con Spazzola dicendo in tono scherzoso “Ammetti che sono assai carino”. Durante tutta la commedia tutti i personaggi usano spesso delle esclamazioni come “per Ercole!”, “per Polluce!”, “per Venere!” o “per Castore!”. Quando Erotia dice a Cilindro di preparare il pranzo per tre persone dicendogli che ci saranno lei, Menecmo e il suo parassita Cilindro afferma che dovrà quindi comprare da mangiare per dieci, visto che il parassita conta per otto. Nel momento in cui Cilindro incontra Menecmo II quest'ultimo esordisce con un “Gli dei ti assistano, chiunque tu sia.”, augurandogli poi di “andare in malora”.
Nella stessa occasione Messeniore rimpiange di “non aver nulla per fracassargli (a Cilindro) la testa”. Menecmo II, dopo che Erotia (pensando fosse Menecmo I) lo informa che per lui lavora Spazzola, risponde con “Quale Spazzola? Quella con cui ci si pulisce le scarpe?” affermando poi che Erotia di certo “sogna stando ritta, come fanno i cavalli castrati”. Sempre Menecmo II, in una discussione con Spazzola, lo esorta a farsi “esorcizzare”. Spazzola, in una conversazione con la moglie di Menecmo I in cui questa insisteva nel domandargli “Tuu?” a ogni affermazione di Menecmo II, risponde così:”Vuoi che ti si porti una civetta che ti ripeta senza posa -Tuu, Tuu-? Perché noi ormai siamo stufi”. Nella sua ultima apparizione Spazzola dice, riferendosi a Menecmo I e la moglie: “Che gli dèi prendano voi, marito e moglie assieme!”. Rivolgendosi al medico Menecmo I dice “Va a farti impiccare!” Ricorrenti sono anche le figure retoriche. Possiamo trovare una delle tante allitterazioni al verso 610: palla pallorem incuit , cioè “quel pallio mi fa impallidire”. Nel complesso la commedia non ha suscitato in me emozioni particolari, dato lo scarso approfondimento dei personaggi e la vicenda molto