





























































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Sintesi dei capitoli 1-8, 10-11 dal manuale di Storia dell'India di S. Wolpert per il corso di Indologia, anno accademico 2017/2018
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 69
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!






























































Stanley Wolpert
Capitolo 1
L’Ecosistema
INTRODUZIONE ALLA STORIA DELL’INDIA: L’India prende nome dal fiume Indo (Sindhu), sulle cui rive fiorì più di 4000 anni fa una grande civiltà urbana. Questa civiltà si sviluppò nell’Asia meridionale e si mantenne intatta lungo l’arco di 4 millenni. Si tratta di una delle più brillanti culture mondiali. Ben prima dell’inizio dell’era cristiana molti furono gli invasori, provenienti o dalla Macedonia o dall’Asia centrale, allettati dalla conquista del subcontinente indiano e fecero di tutto per dominare il suo popolo e la sua cultura. Ciascuna invasione ha innestato qualcosa di nuovo nella smisurata popolazione indiana, arricchendo in complessità anche i suoi modelli culturali; tuttavia, molto di quello che faceva parte dell’antica civiltà indiana in senso stretto è sopravvissuta in una forma chiaramente riconoscibile. Le grandi tradizioni della civiltà indiana si sono diffuse, attraverso le varie epoche, in quel subcontinente da innumerevoli tradizioni locali, sopravvivendo alle umiliazioni e restando immutate nella sostanza.
ECOSISTEMA: Nell’ecosistema dell’Asia meridionale: il subcontinente indiano si estende dal Hindu Kush e dalle altre terre del Belucistan a occidente fino ai monti della Birmania a oriente, e dal Himalaya a settentrione verso sud fino all’Oceano Indiano. Area totale coperta = 4,5 milioni di km2. Il subcontinente è di fatto rappresentato ogni genere di topografia, clima e formazione geologica: dalle lande desertiche sotto il livello del mare alla montagne più alte del mondo (Everest = 8848m), da territori perennemente aridi a zone tra le più piovose della terra, dall’antichissimo granito precambriano della penisola alla catena montuosa settentrionale che risale al più recente Cenozoico (circa 60 milioni di anni fa).
L’INDIA DAL PUNTO DI VISTA GEOGRAFICO: Dal punto di vista geografico il subcontinente può essere diviso per semplicità in 3 zone orizzontali: la fascia montuosa settentrionale; le pianure indo-gangetiche; il massiccio peninsulare a sud. A nord le montagne sono state uno scudo naturale, sia contro gli invasori sia contro i venti artici, proteggendo il subcontinente dal gelo. Grazie a quel riparo settentrionale il clima è subtropicale per tutto l’arco dell’anno. Il calore è il dato predominante dell’ecosistema indiano: non sorprende quindi di trovare sole e fuoco divinizzati dall’induismo ancora ai nostri giorni.
CLIMA E CULTURA: Per quanto l’influsso del calore sul pensiero, sulle abitudini lavorative e sulla salute degli indiani non possa essere misurato, la sua importanza non va trascurata. Forse a causa del caldo, nella vita e nel pensiero indiani l’acqua ha sempre giocato un ruolo sociale l’acqua ha sempre giocato un ruolo sacrale.
L’INDO, IL SOAN, IL SIND E LE VALLI DEL PANJAB: Le acque del bacino fluviale dell’Indo, di cui affluente minore è il Soan, divennero la culla della cultura dell’India settentrionale; così pure le valli alluvionali del Panjab (“Terra dei 5 fiumi”) e del Sind, il cui fango è portato dai torrenti che sono dono perenne dei ghiacci e delle nevi del Himalaya.
LE TRACCE PIU’ ANTICHE DI INSEDIAMENTO UMANO: Le tracce più antiche di insediamento umano nell’Asia meridionale sono schegge di pietra che si trovano sparse lungo la valle del fiume Soan (Pakistan settentrionale). Questi attrezzi, o armi, primitivi sono l’unica traccia dell’uomo paleolitico nell’India settentrionale.
L’INDO: Alimentato dai ghiacciai del Tibet meridionale, l’Indo scorre per 1500 km verso nord-est attraverso il Kashmir prima di puntare bruscamente a sud, strozzandosi attraverso il Nanga Parbat, giù per il passo di Malakad, fino a ricever le acque del fiume Kabul, provenienti dall’Afghanistan. Entrambi i fiumi si riuniscono nella regione del Gandhara, via tradizionale per le invasioni dell’India da occidente.
LA YAMUNA-GANGA E IL BRAHMAPUTRA: I due altri grandi sistemi fluviali dell’India settentrionale, la Yamuna-Ganga e il Brahmaputra, traggono origine dagli stessi ghiacciai del Tibet. Pakistan, India e Bangladesh. Le tre nazioni debbono la loro sussistenza rispettivamente all’Indo, alla Ganga-Yamuna e al Brahmaputra. Gli indiani onorano da sempre la “Madre-Ganga”, come una dea. Hardwar non è che la prima di molte città sacre, tra le quali Allahabad e Benares, che fiancheggiano il crescente corso del fiume Ganga che scorre verso oriente per quasi 2500 km fino al Golfo del Bengala. Nel Bengala la Ganga forma il suo delta incontrando il “Figlio di Brahma”, il cui corso
di oltre 1500 km, iniziato nei lontani monti Ladakh, termina dopo aver compiuto una brusca virata all’indietro ed essersi quindi aperto la strada a sud passando tra il Bhutan e la Birmania verso la “Terra del Bengala”.
IL RAJASTHAN E LE CATENE DEI VINDHYA E DEI SATPURA: A sud delle più alte catene settentrionali e delle pianure che ne costituiscono il prodotto alluvionale si estendono le terre desertiche (Rajasthan) e le brulle catene dei Vindhya e dei Satpura, che sono parte dell’antica struttura rocciosa dell’India centrale. Questa fascia di montagne al di sotto del Tropico del Cancro ha sempre costituito una barriera naturale contro la facilità di comunicazione fra India settentrionale e meridionale e ha favorito, durante quasi tutta la storia indiana, lo sviluppo di culture virtualmente indipendenti come di imperi a nord e a sud dello spartiacque di Vindhya-Satpura-Chota Nagpur.
L’ALTOPIANO DEL DECCAN: L’altopiano del Deccan si stende a sud del fiume Tapti, sotto la catena montuosa dei Satpura, e pende verso est come una vecchia tavola consumata dalle intemperie, costringendo tutti i maggiori fiumi dell’India meridionale (pag.17*) a sfociare nel Golfo del Bengala. Il margine occidentale dell’altopiano del Deccan costituisce i Ghat (passo) occidentali, una dorsale montuosa alta in media un migliaio di metri che raccoglie tutte le precipitazioni provenienti dal Mar Arabico durante la stagione del monsone da sud-ovest. L’altopiano del Deccan è quindi per lo più costituito da una zona di terre erose aride e desertiche come la regione sud-occidentale degli Stati Uniti. Il basso litorale costiero dell’India occidentale raccoglie da 2500 a 5000 millimetri annui di precipitazioni. Quest’area è una delle migliori del mondo per la coltivazione del pepe e di altre spezie, cosa che ha sempre allettato parecchio gli appetiti dell’Occidente.
L’INDIA MERIDIONALE E I MONSONI: Mentre l’India settentrionale ha a disposizione i fiumi alimentati dalle nevi perenni, quella meridionale ha sempre dovuto dipendere, come risorsa idrica, dalle piogge. Ancora oggi i contadini dell’India meridionale accolgono con danze rituali e un’adorazione estatica l’arrivo, a giugno, del monsone. (Pg. 19*)
I PRIMI UOMINI NELLA PENISOLA INDIANA E PRIMI UTENSILI: Gli stessi venti che ogni anno recano all’India meridionale il ristoro delle piogge portarono, con ogni probabilità, i primi uomini nella penisola indiana, via mare, dall’Africa orientale; forse pressappoco quando le prime migrazioni dall’Asia orientale si spingevano nella valle del fiume Soan. Qui non abbiamo ancora reperti ossei, ma solo litici, a informarci della presenza dell’uomo nell’India meridionale in età paleolitica: si tratta di utensili costituiti da nuclei di pietra lavorata piuttosto che da schegge.
INDUSTRIA DI MADRAS: Asce primitive sono state trovate in tutto il Deccan occidentale, centrale e orientale, ma poiché la maggior parte di questi primi ritrovamenti è stata fatta nella zona di Madras, sulla costa orientale della penisola (Coromandel), questa produzione di bifacciali è chiamata industria di Madras. Le tecniche adottate e i prodotti finali di quest’ultima sono pressoché identici ai reperti del Sudafrica e dell’Europa meridionale. (pag.19)
DRAVICO E INDOEUROPEO: Nel primo e più lungo periodo della storia dell’India abbiamo almeno 2 lontane e ben distinte zone di insediamento umano e di sviluppo culturale dell’Asia meridionale. (pag.19, 1) Sappiamo che il dravidico, famiglia linguistica che domina nell’India meridionale, è un linguaggio omogeneo, ben distinto dall’indoeuropeo e dall’indoario dell’India settentrionale.
ALTRE FAMIGLIE LINGUISTICHE NELL’ASIA MERIDIONALE: Vi sono parecchie altre importanti famiglie linguistiche rappresentate nell’Asia meridionale, tra cui la sinotibetana e la tibeto-birmana al nord, e una congerie di linguaggi primitivi parlati da isolate tribù montane, come a figura munda, affine alle lingue mon-khmer parlate nell’Asia sud-occidentale.
L’ARRIVO DEGLI INDOEUROPEI: Dal punto di vista storico possiamo datare con una certa sicurezza solo l’arrivo degli indoeuropei, che è relativamente recente; pertanto, mentre esistono molti ottimi lavori riguardo alle lingue dravidiche nel loro insieme, manca a tutt’oggi una grammatica proto-dravidica.
L’ARRIVO IN TERRA INDIANA DI POPOLAZIONI DI LINGUA DRAVIDICA: Non abbiamo modo di fissare con precisione l’arrivo in terra indiana delle popolazioni parlanti le lingue dravidiche.
TIGRI, RINOCERONTI E ELEFANTI: Sembra altrettanto chiaro che la tigre e il rinoceronte, fauna naturale dei territori rivieraschi a erbe alte e a foresta, essendo animali assai grandi che destavano più problemi nella zona, vennero a poco a poco scacciati o sterminati dagli agricoltori e dai pastori. È pur vero che l’elefante non è mai stato trovato nell’ovest dell’India centrale, ma nel Sind gli elefanti possono benissimo essere stati importati.
CULTURA DI VILLAGGI PRIMA DELLA CIVILTA’ URBANA DELL’INDO: La grande civiltà urbana dell’Indo è stata probabilmente preceduta da un periodo di cultura di villaggio, all’incirca contemporaneo a quello già segnalato nel Belucistan. Amri, il primo di questi villaggi, è stato scoperto nel 1929 e si trova nel Sind, a poco più di un km dall’Indo. (pag.22*) Il Rajasthan, regione desertica della valle dell’Indo, può aver goduto, fra i 4/5000 anni fa, delle stesse condizioni ambientali del Sind, quando il corso del “fiume” Sarasvati, oggi asciutto, scorreva verso il Mare Arabico attraverso i suoi luoghi e aridi banchi di sabbia.
VILLAGGI A KALIBANGA: A Kalibanga, “capitale” settentrionale della civiltà dell’Indo, è stata recentemente portato alla luce un altro villaggio precedente a questa: si tratta del primo sito di questo genere scoperto in India invece che nel Pakistan.
RAJASTHAN E GUJARAT FACEVANO PARTE DI UN SISTEMA ECOLOGICO OMOGENEO: Benché non si conoscano con sicurezza le cause che hanno determinato il cambiamento di corso e il disseccamento della Sarasvati, li indizi di un’arcaica vita comunitaria dimostrano che il Rajasthan faceva parte, insieme col Gujarat di un sistema ecologico omogeneo: il suo cuore era costituito dal Sind e dal Panjab, una regione particolarmente felice per lo sviluppo e la rapida crescita del neolitico, nonché facilmente conquistabile dagli utensili e dalle armi di rame, bronzo e pietra, appartenenti alla più antica civiltà indiana.
LE FORESTE DELLA PIANA DELLA YAMUNA-GANGA: A Oriente del deserto del Rajasthan le imperiali foreste di alberi sal della piana della Yamuna-Ganga, alimentate dai monsoni, costituiscono in ogni caso una barriera formidabile contro l’insediamento dell’uomo: gli aratri di ferro trainati da buoi riusciranno ad averne ragione solo molto più tardi, dopo il 1000 a.c.
LA REGIONE DEL DOAB: Con una precipitazione annua di oltre 1000 mm e il suolo della steppa tropicale posto sopra un antico terreno alluvionale, la regione del Doab, situata tra la Yamuna e la Ganga, non ha conservato traccia di insediamenti umani anteriori al periodo ario: le sue giungle erano così fitte e paurose da non permettere una penetrazione regolare dell’uomo in epoca neolitica.
LE MIGRAZIONI DI ANTICHE POPOLAZIONI TRIBALI: Il ritrovamento, nel sottosuolo del Doab, di vasellame rosso e ocra testimonia l’esistenza di migrazioni delle antiche popolazioni tribali che vivevano in quella regione, ma le notevoli quantità di manufatti di ceramica grigia dipinta, che furono dissotterrate a Hastinapura presso Delhi, non possono essere datate prima del 1000 a.C.
RITROVAMENTO DI VASELLAME NERO-LUCIDO NEL DOAB: Il vasellame nero-lucido di tipo settentrionale, pure rinvenuto in questa località appartiene a un periodo più tardo (500 a.C. circa) e probabilmente venne portato a Hastinapura dalla pianura gangetica orientale (il Bihar) dove è stato rinvenuto in abbondanza il ferro che ne produsse la nera lucentezza.
PRECIPITAZIONI AD ALLAHBAD E UTTAR PRADESH, NEL BENGALA E NELL’ASSAM: Vicino alla confluenza dei fiumi Ganga e Yamuna, presso la moderna città di Allahbad nell’Uttar Pradesh, la media annuale delle precipitazioni raggiunge i 1000 mm; verso oriente cresce fino a 2500 mm e oltre; nel Bengala e nell’Assam, infatti, è possibile coltivare il riso ottenendone addirittura due o tre raccolti annui.
I RACCOLTI NELLA PIANA GANGETICA OCCIDENTALE E NEL PANJAB: D’altronde, grano, orzo e miglio costituiscono il grosso dei raccolti nella piana gangetica occidentale e, a nord, nel Panjab, dove le precipitazioni annue si avvicinano più ai 500 che ai 1000 mm. La canna da zucchero cresce in entrambe le zone e costituisce la coltivazione più diffusa e più importante dell’India.
LA NASCITA DELLA CIVILTA’ URBANA DELL’INDO: La regione, che storicamente ha subito un relativo isolamento, il Bengala o Bangladesh, è costituita dall’aggregato più ampio del mondo di terre percorse dalle ramificazioni di un delta, e doveva essere ancora ricoperta da foreste di alberi sal al tempo in cui fiorì la grande civiltà urbana dell’Indo, più di 4000 anni or sono.
Capitolo 2
La Cultura dell’Indo (2500-1600 a.C. circa)
GLI SCHAVI ARCHEOLOGICI DEL 1921-1922: I lavori di scavo dell’antica città di Harappa (Hara è uno dei nomi di Siva) in Panjab, iniziati nel 1921, e di Mohenjo-daro (“Tumolo di morte”), più a sud lungo l’Indo, nel 1922 hanno trasformato la nostra interpretazione della storia dell’India.
HARAPPA E MOHENJO-DARO: La scoperta di queste due città presso l’Indo, distanti fra loro circa 650 km, ha permesso di collocare le radici della civiltà urbana in India almeno mille anni prima dell’invasione degli arii.
CONDIZIONI CULTURALI DEI CONQUISTATORI E DELLE POPOLAZIONI PREARIE
PREARII E ARII: I dasa, o “schiavi”, prearii, la cui pelle più scura costituiva il segno distintivo rispetto al “colore” degli arii, si sono improvvisamente rivelati ben più progrediti e tecnologicamente avanzati delle orde semibarbare degli arii invasori, che provenivano da occidente e la cui più spiccata “civiltà” sembra ridursi a un migliore armamento e all’utilizzo di cavalli imbrigliati. (pag.25*)
HARAPPA: La ricchezza dei ritrovamenti archeologici di Harappa ha fatto sì che il nome di questa città rappresentasse la civiltà della valle dell’Indo nel suo insieme. La datazione al radiocarbonio ha stabilito che, fra il 2300 e il 1750 a.C. almeno, questa grande città si sviluppò sopra i massicci bastioni di mattoni spessi alla base dodici metri. Le grandi mura di Harappa protessero la cittadella delle acque del fiume Ravi, come pure da qualunque invasore. La cittadella si elevava per almeno 15 m ed era simile, per dimensioni e orientamento geografico, a quella scoperta a Mohenjodaro, che si estendeva a sua volta a occidente della città bassa occupata dai quartieri operai. Sembra quasi che una medesima commissione di urbanisti imperiali abbia progettato entrambe le città: anche i mattoni vennero cotti in stampi di uguali dimensioni. (pag.26*)
I GRANAI AD HARAPPA: A nord della cittadella, lungo l’argine del fiume, sono stati rinvenuti parecchi granai. Costruiti su due file, con sei zone di immagazzinamento ciascuna, i granai erano anche dotati di condotti di ventilazione per consentire una libera circolazione dell’aria; potrebbero esseri stati costruiti per conservare cospicue provviste di grano e orzo a disposizione degli abitanti di Harappa oppure per immagazzinare derrate da spedire per via fluviale o prodotti giunti da Mohenjo-daro o dalla lontana Sumer. Questi edifici così grandi, funzionale e costosi, la dicono lunga sulla ricchezza della civiltà di Harappa, governata probabilmente, alla pari di quella sumerica, da un re- sacerdote, venerato come incarnazione di un dio. Una statuetta di pietra trovata a Mohenjo-daro potrebbe rappresentare questo monarca (pag.26, 1)
I QUARTIERI OPERAI AD HARAPPA: Tra i granai e la cittadella fortificata di Harappa sono stati scoperti quartieri operai con robuste baracche dotate di fognature: abitazioni di gran lunga migliori di quelle che si trovano nei bassifondi delle più recenti città indiane, dove i membri delle caste basse o i “fuori casta” languono miseramente, attorno alle mura della città, aggrappandosi alle grange cenciose della società indiana.
ERA PRESENTE UN’ELITE DI SACERDOTI-GUERRIERI?: Ancora oggi non sappiamo se la società della valle dell’Indo trovasse il suo cardine in un élite di sacerdoti-guerrieri, che reggeva le sorti di una massa urbana di artigiani, di mercanti, di servi o di altri “schiavi degli dei”. Non è stato trovato alcun documento storico che nomini qualche re- sacerdote, possiamo solo presumere che essi abbiano posseduto l’abilità necessaria a proteggere i loro sudditi dalle piene dei fiumi e dalle belve.
GLI ABITANTI DELLE FORESTE: Dalle sorprendenti immagini incise sui sigilli dell’Indo sappiamo però che tigri, elefanti e rinoceronti, come pure bufali e tori, abitavano le foreste di quella che, oggi, è una regione desertica.
LA VALLE DELL’INDO POSSEDEVA UNA SCRITTURA: Sempre grazie ai sigilli sappiamo anche che la popolazione della civiltà dell’Indo possedeva una scrittura.
MOHENJO-DARO: Gli scavi a Mohenjo-daro offrono una pianta molto più chiara di questa antica città. C’erano di fatto non meno di 10 città, costruite con singolare conservatorismo l’una sopra l’altra durante un periodo di parecchi secoli. (pag.27*). Non abbiamo un’idea esatta della sequenza cronologica dei reperti e della durata delle successive Mohenjo-daro, di cui le prime tre sono oggi sommerse sotto la falda idrica. Sappiamo per certo che la cittadella fortificata conteneva molti imponenti edifici, tra cui un grande ipocausto costruito con mattoni rivestiti di bitume.
rinoceronte, un bufalo d’acqua e un cervo; porta un copricapo ornato di corna e aveva forse più di una faccia (o forse indossa una maschera di tigre); il dorso è coperto da una pelle di tigre ed è ornata di bracciali. L’immagine potrebbe essere la prima rappresentazione artistica di Siva, “Grande dio” (mahesvara”) dell’India come “Signore degli animali” (pasupati).
PIETRE FALLICHE E EMBLEMA TAURINO SUI SIGILLI, SIVA: Dal gran numero di pietre a forma di fallo scoperte nelle località dell’Indo, e dalla diffusione dell’emblema taurino sui sigilli, possiamo arguire che Siva era venerato dal popolo di questa civiltà in molti degli aspetti che avrebbe posseduto anche in seguito. In un periodo posteriore troveremo Nandin, cavalcatura di Siva, accosciato in paziente attesa all’ingresso di ogni tempio sivaita. Nel sancta sanctorum o “recesso del tempio” (garbhagriha) di ogni santuario si leva un’icona di Siva stesso: un fallo di pietra levigata, qualche volta incrostato di gemme o abbellito con immagini del vuoto del dio, ma più spesso disadorno.
SIVA: Il duplice ruolo di Siva come divinità yoga della fertilità e come signore della caccia, che addomestica e distrugge le belve, aiuta a spiegare la perenne dualità della sua immagine attraverso tutti i mutamenti della civiltà indiana. Egli è nel contempo sia colui che getta il seme e dà la vita, sia il distruttore che con spaventosa potenza è in grado di strappare, con il solo gesto del dito mignolo, la pelle a una tigre.
ALTRO SIGILLO: Altro sigillo di Mohenjo-daro sembra raffigurare una divinità con 3 corna (il tridente è uno dei simboli di Siva) in piedi nel mezzo di un albero, dal cui centro sembra emergere. Accanto, un’altra figura sta in posizione supplice e con le braccia levate per adorare il “dio-albero”; dietro, un toro è in attesa; sotto di questi si trovano 7 fanciulle che sembrerebbero danzare intorno all’ “albero sacro” con gaiezza festosa, celebrando forse il raccolto o antichi riti primaverili.
ALTRI RITROVAMENTI A MOHENJO-DARO: A Mohenjo-daro sono state portate alla luce molto altre figurine d’argilla, fra cui alcune immagini di donna rozzamente modellate e con attributi femminili così in evidenza da far supporre che fossero immagini destinate al culto della dea madre.
ESTENSIONE TERRITORIALE DELLA CIVILTA’ DELL’INDO: La civiltà dell’Indo, ora rappresentata dalla scoperta di almeno 70 località, si estendeva sopra 1'300'000 km2 nel Panjab e nel Sind, dalle zone di confine del Belucistan alle distese desertiche del Rajasthan, dalle colline ai piedi del Himalaya alle cime del Gujarat, e quegli scavi testimoniano i limiti dell’ecosistema durante i 500 anni della sua matura sopravvivenza.
HARAPPA E MOHENJO-DARO, E GLI SCAMBI COMMERCIALI CON SUMER: Gli avamposti della civiltà di Harappa, recentemente scoperti forniscono la prova incontestabile dei vivaci e continui scambi commerciali con Sumer, specie durante il regno di Sargon di Akkad (2334-2279 a.C.). Grazie ai sigilli dell’Indo venuti alla luce nel 1932 durante gli scavi effettuati a Ur, in territorio sumero, siamo oggi al corrente dei commerci che i mercati di Harappa e Mohenjo-daro intrattenevano con quelli di Sumer tra il 2300 e il 2000 a.C. Gli enormi granai posti presso il fiume, a Harappa, sembrano indicare che i mercanti dell’Indo esportavano l’eccedenza di grano a Sumer e forse anche altrove.
LA LAVORAZIONE DEL COTONE: All’incirca in questo periodo (2000 a.C.) la popolazione dell’Indo cominciò a filare il cotone e a tesserlo per farne stoffe: un frammento di cotone colorato è stato infatti rinvenuto a Mohenjo-daro. L’uso del cotone per la fabbricazione di stoffe è uno dei contributi principali dell’India alla civiltà mondiale; la filatura e la tessitura del cotone restano la principale industria indiana, coi suo due mercati, interno e di esportazione.È sicuro che parte di questo raro ed eccezionale prodotto venisse esportato in Mesopotamia.
LE ESPORTAZIONI INDIANE: La maggior parte delle esportazioni indiare era probabilmente costituita da articoli di lusso, di peso e dimensione relativamente limitati: perline di corniola lavorata, pettini d’avorio, perle e preziosi manufatti di legno. Non sappiamo se già allora le spezie venissero usate e commerciate, quantunque delle pietre di
amazzonite verde, trovate nei siti dell’Indo, ci informano di come i mercanti di Mohenjo-daro importassero prodotti da zone dell’India meridionale lontane quanto i monti Nilgiri e avessero, forse, stabilito relazioni commerciali con la costa del Malabar. La presenza, nei siti, di giadeite tibetana, segna i probabili limiti settentrionali del commercio della civiltà dell’Indo, mentre argento, turchesi, stagno e lapislazzuli venivano importati dalla Persia e dall’Afghanistan.
L’ECONOMIA SULLE NUOVE TECNICHE AGRICOLE SI SOSTITUISCE A QUELLA DI SUSSISTENZA: Durante il periodo della civiltà di Mohenjo-daro e Harappa scomparve l’economia di sussistenza basata sulla caccia nomadica, la raccolta di cibo e la pesca, che era propria dei popoli della fase più tarda dell’età della pietra, e anche quella agricola dei piccoli villaggi di confine delle colline del Belucistan: vennero sostituite da un’economia che si basava su raffinate tecniche agricole di irrigazione e inondazione, e su commerci in scala tale da mantenere un’ampia eccedenza di popolazione urbana. Anche se nella valle dell’Indo il frumento fu probabilmente la graminacea più importante, il riso è stato trovato a Lothal; gli altri raccolti erano di piselli di capo, datteri, semi di senape e sesamo.
IL POPOLO DELL’INDO E L’ADDOMESTICAZIONE DI ANIMALI: Il popolo dell’Indo addomesticò molti animali: (pag.30*). L’allevamento del pollame venne ad arricchire la dieta degli abitanti di Mohenjo-daro e Harappa, e queste attività, insieme con la filatura del cotone, fa parte dei contributi più antichi dell’India alla civiltà.
VENERAZIONE E UCCISIONE DI ANIMALI: Lo zebù e il bufalo d’acqua erano già diventati, in India, i più importanti animali da tiro: la loro immagine sui sigilli ci dice che erano sia venerati, sia frustati. Quest’ambivalenza nei confronti degli animali da tiro è rimasta immutata fino all’India dei nostri giorni. L’apparente paradosso riflette solo la naturale ambivalenza delle condizioni ambientale, dove raccolti lussureggianti coesistono con pianure desertiche, la siccità con le piene, l’abbondanza con la carestia. Non stupisce quindi che i pensatori indiani abbiano postulato per primi la coesistenza di fatti contradditori.
CIMITERI AD HARAPPA: A Mohenjo-dari nessuna tomba è ancora stata trovata, ma sono stati rinvenuti alcuni cimiteri a Harappa e più recentemente nei porti di Lothal e Kalibanga. Un’attenta analisi condotta su un centinaio di scheletri indica che la popolazione di Harappa era mista, con predominanza dei tipi proto-australoide e mediterraneo, tuttora diffusi nell’India peninsulare, di altezza variabile tra 1,5 m e 1,75 m, e di età intorno ai 30 anni della morte.
LA SEPOLTURA, LA SATI: Molti cadaveri furono inumati supini con la testa rivolta a nord. Insieme con i corpi veniva di solito sepolto del vasellame, e in molti casi il defunto era stato ornato con gioielli. Non si sono ancora trovati monumenti o “tombe regali”, ma numerose bare vennero poste dentro ambienti ben protetti da mura di mattoni. Le sepolture più interessanti sono state rinvenute da Lothal nel Gujarat, a più di 700 km a sud-est di Mohenjo-daro: 3 tombe doppie, ciascuna contenente uno scheletro maschile e uno femminile. Forse questo è il primo indizio della ben nota usanza indiana della sati, la quale esigeva che la moglie seguisse il marito durante la vita e anche nella morte. Sappiamo che la consuetudine della sati fu generalmente associata con la cremazione piuttosto che con l’inumazione, ma il concetto dell’eterna devozione coniugale della moglie al marito può aver anticipato il tipo di rito funebre che, come cremazione, si sarebbe universalmente diffuso in India in un periodo posteriore.
DECADENZA DELLA CIVILTA’ DELL’INDO: Qualche tempo dopo il 1750 a.C., alcuni fattori cominciarono a trasformare il carattere della civiltà di Harappa, deteriorando il livello di vita e incrinando le ordinate condizioni ambientali della città: le strade non seguirono più un preciso disegno a griglia, diminuirono le dimensioni delle case, peggiorò la qualità del vasellame e delle fognature che infine sparirono.
JHUKAR E JHANGAR, SIMBOLI DELLA DECADENZA: A sud di Mohenjo-daro, si trovano due villaggi simbolo della decadenza della civiltà dell’Indo: Jhukar e Jhangar. Sembra che l’efficiente, ricco, e potente impero di Harappa abbia subito a un certo punto un qualche evento traumatico, cosicché i suoi centri e le sue città caddero in mano a occupanti abusivi provenienti da villaggi e da regioni più lontane.
I VEDA : Non possediamo indizi archeologici per i primi secoli dell’età degli arii, ma siamo stati in grado di farci un quadro del periodo grazie ai “ Libri della conoscenza ”, o Veda , della religione aria, che furono diligentemente conservati dai bardi di ciascuna tribù mediante una tradizione orale rigorosa.
IL RIG-VEDA : Il più antico e fondamentale di questi libri sacri è il Rig-Veda (letteralmente: “Veda degli inni”): esso consiste di 1017 inni in sanscrito, indirizzati per la maggior ai vari dei arii, di cui si supplicano i doni. Si tratta della più antica letteratura indoeuropea.
GLI ARII: Al contrario dei popoli prearii di Harappa, gli arii vivevano con le loro greggi migranti in villaggi tribali.
GLI ARII E GLI ASSALTI ALLE CITTA’ FORTIFICATE DELL’ INDO: Riuscirono queste popolazioni tribali relativamente primitive a dar l’assalto e distruggere le città fortificate dell’Indo? Forse. Gli arii attaccarono i cavalli ai carri e sembra facessero uso sia di asce di bronzo sia di lunghi archi e frecce. Attraversarono gli alti passi coperti di neve e battuti dalle tormente.
DATAZIONE RIG-VEDA : Il Reg-Veda non venne redatto definitivamente prima del 600 a.C. e i testi più antichi in nostro possesso non risalgono a prima del 1200 a.C. Gli inni vedici sono stati composti già nel 1500 a.C., data presunta dell’invasione aria. (pag.35-36, 1).
EVOLUZIONE DEL SANSCRITO: Ci sono 3 stadi principali nell’evoluzione di questi sacri testi, che gli indù considerano tuttora come una letteratura “rivelata” o sruti (letteralmente “ascolto”).
TAVOLETTE RITROVATE IN ZONA ITTITA: Nelle tavolette, ritrovate durante gli scavi archeologici del 1909 a Boghaz-koi in zona ittita, si trovano i segni di un trattato concluso tra il re ittita Suppiluliuma e il sovrano di Mitanni suo confinante, Mattiwaza che regno intorno al 1400 a.C. Come garanti del trattato vengono citati 4 dei, Indara, Uruvna, Mitira e Nasatiya, il cui nome compare pressocché identico in lingua sanscrita nel Rig-Veda (Indra, Varuna,
Mitra e Nasatya): ciò è prova del fatto che in questa data il pantheon vedico aveva già assunto la propria identità.
L’INVASIONE ARIA IN INDIA: L’invasione aria in India deve essere quindi avvenuto almeno un secolo prima, probabilmente intorno al 1500 a.C. L’ultima ondata di invasioni tribali può essere avvenuta secoli dopo che i primi arii avevano cominciato a passare i valichi nord-occidentali. Quella degli arii resta la più importante invasione avvenuta in India, poiché queste genti vi importarono non solo il loro patrimonio genetico di origine caucasica, ma anche una nuova lingua - il sanscrito - e un nuovo pantheon di dei, nonché un nuovo tipo di famiglia patriarcale e patrilineare e la struttura sociale comprendente tre classi (i sacerdoti, i guerrieri e i non-nobili) secondo l’organizzazione delle loro tribù.
Poiché le nostre uniche fonti di informazioni sono i Veda è ovvio che siamo più informati riguardo all’antica religione aria, che non su altri aspetti della cultura. Cosa si può dedurre dai testi riguardo l’organizzazione sociale aria e ad altri argomenti non religiosi.
IL TERMINE ARYA E JANA: Il termine arya (ario), impiegato oggi in prima sede per designare una famiglia linguistica, aveva in origine il significato secondario di “avente alta nascita” o “nobile”. La “gente comune” aria, o vis (il termine indicherà in seguito la più ampia casta della società aria, quella dei vaisya), era di solito divisa in “tribù” (jana). Anche se unite per lingua e religione, nonché contro i loro nemici comuni non-arii, gli scuri dasa, sembra che queste tribù lottassero sempre le une contro le altre.
LA TRIBU’ DEGLI BHARATA: La più importante tribù aria era quella dei Bharata, il cui nome derivava probabilmente da quello del loro primo rajan o “re”; si tratta di una denominazione ancora oggi onorata dalla Repubblica indiana, che ha adottato Bharat quale suo nome ufficiale all’inaugurazione della Costituzione nel 1950.
I BARDI NELLE TRIBU’: Ciascuna tribù aria aveva i suoi bardi, ovvero dei sacerdoti: solo spettava il compito di memorizzare gli inni vedici e di compiere i sacrifici.
I VILLAGGI (GRAMA): Il raja, i suoi brahmani e le vis risiedevano in villaggi (grama) e custodivano le loro preziose mandrie di bestiame, cavalli, pecore e capre in pascoli vicini; le vacche in particolare modo avevano per gli arii un valore così alto da venire utilizzate come moneta, con cui pagare i sacrifici officiati dai brahmani.
ARII E LA CARNE: Nonostante questo gli arii vedici mangiavano la carne bovina e bevevano vino, oltre ad impegnarsi in guerre; non è chiaro quando cominciarono a considerare sacre le vacche. Gli indiani sarebbero dunque stati il primo, ma non di certo l’unico popolo, che venerò il proprio denaro.
IL PADRE NELLE FAMIGLIE: Nello stesso modo in cui ogni tribù aria era governata da un raja di sesso maschile, così ciascuna famiglia veniva controllata dal padre, il cui ruolo di dominio sulla moglie e i figli sarebbe diventato il modello normale dei rapporti di parentela nella famiglia indiana, dove la supremazia dell’uomo e la gerarchia basata sull’anzianità sarebbero rimaste la regola.
IL CONCETTO DI FAMIGLIA CONGIUNTA: Sempre a partire dai tempi vedici sembra essersi sviluppato il concetto di famiglia congiunta o allargata, cioè un tipo di famiglia patriarcale in cui le nuore vivevano e allevavano i propri figli nella casa del capofamiglia.
LA PREGHIERA PER OTTENERE FIGLI MASCHI: Una delle preghiere più comuni che si legge nei Veda è per ottener figli “maschi, eroici” (vira), che dovevano non solo dare una mano nella custodia delle greggi, ma anche onorare i padri e la tribù in battaglia, nonché essere capaci di eseguire i riti che avrebbero garantito ai padri la pace dopo la morte. Non a caso ne Rig-Veda è difficile distinguere il termine vira da quello che significa “figlio”: da tutti i giovani maschi ci si aspettava che fossero eroici guerrieri.
IL RUOLO DELLE DONNE: Mentre alle figlie veniva attribuito un valore alquanto scarso; per accasarle era necessaria una dote e, benché la loro condizione in tempi vedici fosse probabilmente migliore di quella poi tipica in quasi tutta la storia indiana, alle donne non era consentito partecipare ad alcun sacrificio agli dei, dato che la loro presenza era considerata una fonte di profanazione.
LA SCOPERTA DEL FERRO: Poiché si riconosce che alcuni passaggi dell’Atharva-Veda vennero aggiunti alcuni secoli dopo la stesura definitiva del Rig-Veda, è molto probabile che in India il ferro non venisse scoperto finché gli arii non si spinsero pressappoco fino all’odierno Bihar: cioè non prima del 1000 a.C. In quest’epoca l’uso del ferro si era ormai propagato dalle zone occidentali, dove gli ittiti avevano scoperto il metallo, fino all’Iran.
HASTINAPURA: Gli scavi archeologici del 1950 hanno portato alla luce i resti dell’antica città di Hastinapura, epica capitale di una grande tribù aria: i cocci di ceramica dipinta che sono che sono affiorati permettono collocare cronologicamente i livelli più bassi della città al 1000 a.C., mentre in quelli più alti sono stati scoperti frecce e strumenti di ferro che rappresentano il più antico materiale del genere rinvenuto in India.
PASSAGGIO A SISTEMA COMBINATO DI AGRICOLTURA E PASTORIZIA: Nel periodo in cui venne composto il Rig-Veda gli arii attuarono il passaggio dall’economia pastorale nomadica a un sistema combinato di pastorizia e agricoltura e iniziarono a raccogliere alcune qualità di cereali (yava), probabilmente orzo o frumento; fino all’Atharva- Veda non troviamo menzionato il riso.
IL LEONE E L’ELEFANTE: Ai tempi del Rig-Veda erano conosciuti il leone e l’elefante, il cui nome significa in sanscrito “animale con una mano”, ma non si fa cenno al rinoceronte né alla tigre, entrambi presenti in gran copia nei sigilli della valle dell’Indo.
IL CAVALLO E LE CORSE COI CARRI: Il cavallo era secondo solo alla vacca per importanza, e le corse coi carri costituivano lo sport più popolare presso gli arii.
MUSICA E GUERRA, PASSATEMPI DEGLI ARII: Essi amavano la musica, il vino e il gioco almeno quanto la guerra e le corse sui carri.
IL SAMA-VEDA, INNI E ACCOMPAGNAMENTO MUSICALE: Tutti gli inni vedici erano cantati, ma il Sama- Veda in particolare prevedeva un accompagnamento musicale: si diceva che dei e dee suonassero liuti, flauti e tamburi. Infatti, a partire da quest’epoca gli indiani cominciarono a far uso della danza e del canto come parti integranti del culto. (pag.39) La devozione degli indiani alla musica e al canto risale però a prima ancora dell’invasione aria. Un’arte antica quanto la stessa civiltà indiana è la danza. C’è lo dimostra anche la statua in pietra grigia trovata ad Harippa. (pag.40)
IL SOMA: Quanto alle bevande, Indra, dio vedico della guerra, tracannava ogni giorno il soma, che gli permetteva di vincere il terribile demone con cui doveva combattere. Non è chiaro se questa bevanda fosse in realtà alcolica, psichedelica o narcotica, ma si pensa venisse preparata con una pianta che cresceva spontaneamente ai piedi del Himalaya: forse lo hashish o peyote. Gli effetti della bevanda erano d’altronde così notevoli che il soma venne deificato, e il sacrificio a soma restò per gli arii il più importante avvenimento religioso dell’anno.
IL GIOCO DEI DADI E DEGLI SCACCHI: Il gioco dei dadi e degli scacchi è stato inventato in India e gli ari erano giocatori accaniti. (pag.40, 1). Il gioco continuò a preoccupare gli arii anche in periodo epico, tant’è che nel Mahabharata troveremo i 5 valorosi e nobili fratelli panduidi intenti a perdere al gioco il regno e l’amata sposa comune (il più famoso caso di poliandria della letteratura sanscrita) per il seducente, ma traditore, rotolare di un dado.
LAVORATORI NELLE TRIBU’: Altri inni profani ci consentono di entrare nel vivo delle occupazioni quotidiane e delle aspirazioni degli indiani di epoca rigvedica. Fra i membri delle tribù che si dedicavano a una vita regolare legata ai rapporti fra villaggi, si annoveravano carpentieri e carrai, fabbri e conciatori, tessitori e filatori, agricoltori e mandriani.
GLI SUDRA: Gli sudra, dediti ai lavori più servili, erano forse i dasa, prearii ridotti allo stato di servi della gleba o di schiavi dopo la cattura e quindi relegati, senza difficoltà, nel più umile stato a causa della pelle scura.
IL TERMINE VARNA: Il termine sanscrito che avrebbe in seguito significato “classe sociale” (varna) - con le varianti brahmana, kshatriya, vaisya e sudra per indicare le più vaste categorie della società castale indù - voleva originariamente dire “copertura”, con allusione alla pelle e ai suoi vari colori.
VARNA E COLORI: Ciascun varna ha peraltro il suo colore distintivo:
L’intensa consapevolezza legata al colore ha quindi le sue basi in epoca vedica, e da allora sarebbe rimasta un fattore significativo capace di rafforzare il concetto di gerarchia sociale radicato così profondamente nella civiltà indiana.
GLI INTOCCABILI: Nel Rig-Veda non ci sono riferimenti agli “intoccabili”, ma il timore della profanazione è a sua volta così diffuso nella società indiana che è difficile non attribuirgli, di fatto, origini prearie.
Con ogni probabilità la sottoclasse degli intoccabili apparve in tarda età vedica, e ne entrarono a far parte in primo luogo gli sudra o i dasa adibiti a mansioni considerate “impure”, come quella di conciatore (in quanto legata alle carcasse degli animali) e, poi, quella di spazzino, specie se tenuto a lavorare fra le ceneri dei terreni destinati alla cremazione. Quantunque tutti gli sudra trascorressero la loro vita stando sempre al di sotto delle 3 classi più elevate di “nati due volte” (pag.41*), alcuni di loro erano ritenuti anche più indegni degli altri al punto da venir estromessi dai confini della società riconosciuta.
LA RELIGIONE DEI PRIMI ARII : La religione dei primi arii si incentrava sul culto di un pantheon di divinità legate alla natura, alle quali si devolvevano offerte sacrificali per ottenere benefici durante la vita e la pace durante la morte.
LE DIVINITA’ : Non c’era una vera divinità principale che governasse il pantheon, di cui facevano parte circa i 33 dei ricordati nel Rig-Veda, ma molti inni vennero a 4 dei più potenti: Indra, Varuna, Agni e Soma.
LA CREAZIONE: L’evoluzione del principio monistico della creazione, comunque, giunse a compimento proprio alla fine del Rig-Veda, dove troviamo un pronome alla fine e un numerale neutri, tad ekam, “ L’Uno ”, indicato come fonte della creazione: in lui sono presenti, in nuce, ogni sorta di differenziazione e tutte le divinità; esso esiste per sé solo, si genera da solo, è unico. (pag.43, 2). Con queste parole inizia il più notevole e significativo inno del Rig-Veda; e prosegue: (pag.43*).
A partire dal 1000 a.C., quindi, gli arii dell’India cominciarono a porsi domande e a mettere le basi per ipotetiche soluzioni a problemi destinati a restare impenetrabili.
TAPAS: Nell’attribuire al “calore” (tapas) che si cova da solo l’origine della creazione, il Rig-Veda risulta così sorprendentemente scientifico che troviamo difficile conciliare certi sofismi dell’ultima ora con tanta precoce semplicità. Il termine tapas, comunque, verrà in seguito usato in relazione alla contemplazione yoga e proprio questo suo uso nel Rig-Veda sta forse a indicare il riemergere della più antica forma di religione o di “scienza” indiane: il rigore autoimposto della meditazione solitaria, che ha poi generato tante illuminanti intuizioni nel corso della storia dell’India.
IL KAMA: Il “desiderio” (kama), che in seguito significherà “amore”, è la fonte che spinge l’Uno alla vita, la forza trainante della creazione che induce uno spirito, fino ad allora asessuato, a seminare il primo “seme della mente”, e nello stesso modo dà ai più nobili fra i saggie e gli dei indiani l’impulso necessario per elevarsi dalle austere profondità delle loro meditazioni fino all’acme della beatitudine della passione. (pag.44*).
Conquista e Unificazione dell’India Settentrionale
L’UNIFICAZIONE SOTTO I MAURYA: La “conquista” aria dell’India settentrionale si era così risolta in un processo di assimilazione istituzionale e di integrazione socio-culturale tra le orde dei barbari invasori e i loro più civilizzati “schiavi” prearii. Più di mille anni furono necessari per compiere quel processo di mutamento storico che avrebbe raggiunto il suo culmine con l’unificazione sotto i Maurya nel 326 a.C.; in quel tempo il centro del potere dell’India settentrionale era slittato verso la regione dell’odierna Patna, nella pianura gangetica. Per ricostruire questo processo di evoluzione storica disponiamo di fonti letterarie e archeologiche. Vi sono però ancora molti frammenti.
IL MAHABHARATA: Il Mahabharata, il cui nucleo centrale riflette probabilmente la vita indiana intorno al 1000 a.C., inizia narrando il folle amore del re Santanu per la dea Ganga che poi sposerà: il racconto simboleggia l’avanzata degli arii a oriente del Doab verso la pianura gangetica.
LA METALLURGIA DEL FERRO: Le recenti scoperte di ceramica dipinta a Hastinapura, Alamgirpur e Kausambi nell’Uttar Pradesh, indicano come verso il 1000 a.C. circa gli arii conoscessero bene la metallurgia del ferro. Gli aratri di ferro aggiogati ai tori funzionavano a dovere e le zappe di ferro riuscivano a scalzare la terra.
I CONFLITTI INTERNI TRA E TRIBU’: Anche se dotati di forza sufficiente a superare le barriere naturali che andavano incontrando nell’avanzata verso oriente e benchè equipaggiati con armi sufficienti a soggiogare la resistenza dei loro precursori dasa, sembra che gli arii non siano mai riusciti a superare i loro conflitti interni fra tribù. Il Mahabharata è inzuppato del sangue di guerre senza fine e riecheggia le grida dei regali cugini intrappolati in un conflitto micidiale per il possesso dell’eredità di Santanu. (pag.46*).
IL SENSO CAVALLERESCO DEGLI ARII: Il senso cavalleresco degli arii ha ormai raggiunto il livello delle leggende di Artù.
PIETA’ RELIGIOSA E LA PASSIONE DEL GIOCO: La pietà religiosa si combinava fin troppo umanamente con la disperata passione del gioco nello stesso eroe Yudhisthira, che perse ai dadi non solo ricchezze e regno, ma anche tutte le proprietà dei suoi nobili fratelli panduidi, e infine anche la moglie comune, Draupadi.
PASTORIZIA NOMADICA, CONSOLIDAMENTO E CONFEDERAZIONE DELLE TRIBU’ ARIE: L’epico scontro segna la transizione, avvenuta press’a poco in questo periodo, tra la pastorizia nomadica e il consolidamento e la confederazione delle tribù arie in domini territoriali governati da re; da capitali come Hastinapura essi governavano su coltivazioni e foreste, ovvero su quei possedimenti che cominciavano a esser chiamati Aryavarta, “Terra degli arii”.
I SACRIFICI DESTINATI A CONSACRARE LA SOVRANITA’ DEL RE: Nei commentari Brahman ai Veda, composti fra il 1000 e il 700 a.C. circa, appaiono ora molti elaborati sacrifici destinati a consacrare la sovranità dei re, prima testimonianza del crescente valore dei monarchi.
IL SACRIFICIO DEL CAVALLO: Il “sacrificio del cavallo” veniva invece eseguito per aumentare il dominio di un raja e prima ancora per testimoniarne il valore.
I TITOLI DEL SOVRANI: Via via che i sovrani diventarono più potenti non si accontentarono del semplice titolo di raja , ma ne vollero assumere di più altisonanti: “grande re” ( maharaja ) e “padrone di ogni cosa” ( samraja ). In realtà questi antichi capi tribù di epoca rigvedica assomigliavano a monarchi di questo genere quanto i villaggi costruiti in bambù potevano assomigliare a città come Hastinapura.
L’ESPANSIONE A ORIENTE DEGLI ARII SUL PIANO ALLEGORICO: Lo Satapatha Brahmana narra su un piano allegorico l’espansione a oriente degli arii paragonandola al diffondersi del sacro fuoco di Agni che consuma le foreste nella sua avanzata e sosta, lungo gli ampi fiumi, solo il tempo necessario perché i suoi devoti possano trasportarlo al di là senza distruggersi, a loro volta, tra le fiamme.
GLI ARII “RIPULIRONO” LA GIUNGLA A NORD DELLA GANGA: Dal racconto deduciamo che gli arii, per ripulire la giungla a nord della Ganga, usarono la tecnica di tagliare e bruciare prima di affondare i loro aratri in quella ricca terra. In questa regione alluvionale monsonica veniva coltivato il riso; (pag.47*).
IL RAMAYANA: Kosala e Videha erano i regni dove nacquero Rama e Sita, eroe ed eroina di un più breve poema epico dell’India settentrionale, il Ramayana. Il Ramayana è attribuito al poeta-saggio Valmiki.
LA GERARCHIA SOCIALE: Si possono ipotizzare una gerarchia sociale forse basata su una combinazione di differenti ranghi determinati dal lavoro esercitato e dal timore atavico di profanazione relativo alla commissione razziale o alimentare.
I MATRIMONI: La primordiale angoscia di perdere la potenza, vuoi per avvelenamento vuoi per castrazione, favorì naturalmente la stipulazione di matrimoni solo entro i confini di un gruppo fidato, la cui jati fosse abbastanza vicina alla propria famiglia da assicurare amicizia e sostegno. Il timore tribale di perdere l’ “identità” o quello razziale di perdere la “purezza” furono i primi a complicare il modello di sviluppo del sistema delle jati, che finì col suddividere ciascun varna in centinaia, e qualche volta migliaia, di caste all’interno del subcontinente. (pag.50*)
Nel settore agricolo, l’aratura e l’irrigazione aumentarono moltissimo le possibilità di approvvigionamento alimentare dei coloni arii, consentendo una rapida espansione della popolazione indiana in generale e la crescita di ampie unità familiari all’interno dei villaggi e delle città.
I legami di parentela e le alleanze matrimoniali , insieme con l’interdipendenza economica , vincolarono tra loro i villaggi nell’ambito del territorio del regno, conferendo anche nuova forza sociale e nuove ricchezze al dominio in ascesa del monarca.
L’espansione e la sintesi culturale proseguivano frattanto verso oriente e a sud: una mescolanza costante fra le “grandi” tradizioni sanscrite arie e le “piccole” tradizioni prearie, fra la conquista e l’assimilazione, o il ritirarsi entro le mura di primitive fortificazioni per timore della morte o, peggio ancora, per timore di una vita priva del tribale.
IL CAPOFAMIGLIA, IL FOCOLARE SACRO E LE OBLAZIONI SACRIFICALI: Ciascun capofamiglia ario custodiva il suo focolare sacro, dove non meno di 5 volte ogni giorno, il capofamiglia di casta brahmanica o il prete o il cuoco brahmanico offrivano oblazioni sacrificali.
IL SACRIFICIO DEL SOMA: Ogni anno veniva innalzato il grande altare per il soma secondo un diligente procedimento rituale che per compiersi richiedeva un anno intero - un’operazione che quindi solo il potente e il ricco potevano affrontare: venivano infatti assoldate dozzine di brahmani per offrire libagioni e salmodiare quei mantra che, a partire da quest’età brahmanica, vennero esaltati essi stessi come dei.
DUBBI SULL’UTILITA’ DEL SACRIFICIO: In queste occasioni i potenti raja, gli kshatriya e i ricchi vaisya che avevano speso tanto per sacrifici risoltisi in un fallimento, potrebbero avere messo in dubbio la loro validità e, infine, avere discusso il potere dei brahmani.
LA SEPOLTURA: Durante l’epoca rigvedica, il morto veniva sepolto in “piccole case d’argilla”, dalle quali sarebbe poi asceso al cielo di Yama per ricongiungersi con le splendide divinità solari, oppure sarebbe precipitato in basso, nelle irreali (asat) tenebre del caos demoniaco.
L’IDEA DI INFERNO E CIELO, E LA CREMAZIONE: A partire dall’epoca brahmanica vennero sviluppati sia l’idea di inferno sia il concetto di cielo, ma, vuoi per emulare il rito del fuoco sacrificale, vuoi per purificare lo spirito dalle scorie metalliche del corpo, la cremazione divenne sempre più comune ma mano che gli insediamenti arii si spostavano a oriente. In questo periodo emerse dunque una nuova teoria, secondo la quale chi avesse sperimentato la sofferenza e i tormenti così strazianti nell’inferno dopo la “morte” avrebbe potuto risvegliarsi solo per soffrire ancora. (pag.51, 1)
DISILLUSIONE VERSO IL RITUALE BRAHMANICO: (pag.51, 2) A partire dal 700 a.C. circa, la grande disillusione verso il rituale brahmanico e il sistema costituito che esso rappresentava alienò alcune delle più brillanti menti della piana gangetica: i saggi vagavano nelle foreste come eremiti, meditando e insegnando a degni allievi la loro sapienza e cercando soluzioni ai problemi esacerbati dalle vicissitudini recenti, ma, in verità senza tempo come la stessa storia indiana.
RIVOLTA INTELLETTUALE CONTRO IL BRAHMANESIMO, LE UPANISHAD : (pag.51*). Erano queste le 3 richieste poste dai mistici autori delle Upanishad: i 108 dialoghi poetico filosofici, che sopravvivono come frutto finale della rivelazione dei Veda, rappresentano anche la rivolta intellettuale contro il brahmanesimo affiorato nella piana gangetica durante l’VIII secolo a.C.
IL TERMINE UPANISHAD: Il termine Upanishad, che letteralmente significa “sedersi davanti a”, indica che questi messaggi speculativi vennero trasmessi dai guru a studiosi discepoli durante “seminari” nella foresta. (pag.52, 1). Senza rifiutare i mantra o i sacrifici rigvedici come possibili aiuti per l’ottenimento della salvezza, gli autori delle Upanishad sottolinearono una via differente per il raggiungimento del moksha (“liberazione”), che da quel momento divenne il fine ultimo della meditazione vedantica.
IL TERMINE ATMAN NEL RIG-VEDA: (pag.52, 2) Nel Rig-Veda il termine atman significa semplicemente “soffio”: la relazione esistente tra il soffio e la vita, e tra la cessazione del soffio e la morte, potrebbe aver sublimato il termine, che finì col significare prima “se stesso” e poi “anima”, ovvero l’elemento universale vivificante. Molti discepoli trovarono però difficile accettare l’idea che qualcosa che essi non vedevano potesse essere l’essenza del cosmo. (pag.52*)
L’ANIMA COSMICA E L’ANIMA INDIVIDUALE: Gli ultimi passaggi rendono equivalenti l’anima cosmica e l’anima individuale, ciò che costituisce la chiave offerta dalle Upanishad per governare la realtà e mantenere il controllo sulle forze e gli eventi del cosmo: imparare a “comprendere”, ovvero dominare e controllare le nostre stesse realtà. Una tale conoscenza e comprensione mistica non è tuttavia garantita: questa conoscenza intuitiva può giungere come in un lampo di illuminazione “accecante”, ma può non giungere affatto, poiché apprenderne il mistero è difficile quanto camminare a piedi scalzi “sul filo di un rasoio”.
L’UTILITA’ DEGLI ESERCIZI YOGA: Gli esercizi yoga, certe posizioni, la respirazione e la dieta possono aiutare a disporre la mente per l’ottenimento di questa conoscenza, proprio come lo studio dei dialoghi delle Upanishad, ma non c’è garanzia di tangibile liberazione, o di “libertà dal desiderio” e “affrancamento” da tutte le aspirazioni, dalla presunzione e dalla rinascita - che costituiscono poi la tranquilla, distaccata e immobile inattività del moksha. Anche le donne, proprio come gli uomini, possono impegnarsi nella strenua lotta che ha lo scopo di comprendere il senso della realtà prima che sia troppo tardi. Sono infatti alcune delle eroine dalle Upanishad, come Gargi e Vacaknavi, a porre le domande più difficili ed è la loro mente sempre curiosa a mandare in collera il saggio Yajnavalkya. (pag. 53, 2-1)
IL BRAHMAN E L’ATMAN INDIVIDUALE: Dal primato della “sacra espressione” e dalla divinità di Brahma emerge un principio neutro monistico, il brahman, il cui spirito trascendentale pervade il cosmo ed è equiparato, nelle Upanishad, all’atman individuale.
TAT TVAM ASI: Quindi, è solo comprendendo esattamente la realtà che si può cogliere l’identità di questa equivalenza cosmica; la formula sanscrita che rappresenta e concentra l’essenza vedantica è tat tvam asi, “tu sei quello”.