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Riassunto libro "Viaggio nell'India" Stanley Wolpert
Tipologia: Sintesi del corso
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Stanley Wolpert
STORIA DELL’INDIA Dalle origini della cultura dell’Indo alla storia di oggi
L’Ecosistema
L’India prende il nome dal fiume Indo ( Sindhu ), sulle cui rive fertili fiorì più di quattromila anni fa una grande civiltà urbana si sviluppò nell’Asia meridionale e si mantenne intatta lungo l’arco di quattro millenni: insieme con le civiltà dell’Occidente e della Cina rientra nel novero delle più brillanti culture mondiali. Più recentemente, invasioni suscitate dal sacro zelo dell’Islam o del cristianesimo o mosse dalla prospettiva di crescita di potere commerciale o politico, hanno portato ondate sempre nuove di migrazione verso l’Asia meridionale. Ciascuna invasione ha innestato qualcosa di nuovo nella smisurata popolazione indiana, arricchendo in complessità anche i suoi modelli culturali. Le grandi tradizioni della civiltà indiana si sono diffuse, attraverso le varie epoche, in quel subcontinente dove erano nate, traendo il sostentamento da innumerevoli tradizioni locali, sopravvivendo alle umiliazioni e restando immutate nella sostanza. Bisogna cominciare dove la civiltà indiana è nata, nell’ecosistema dell’Asia meridionale. Il subcontinente indiano si estende dal Hindu Kush a occidente fino ai monti della Birmania a oriente, e dall’Himalaya a settentrione verso sud fino all’Oceano Indiano, giungendo a coprire un’area di circa quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati. Vi troviamo ogni genere di tipografia, clima e formazione geologica: dalle lande desertiche sotto il livello del mare alle montagne più alte del mondo, da territori perennemente aridi a zone tra le più piovose della terra. Punto di vista geografico: possiamo dividere il subcontinente in tre aree orizzontali:
A nord le montagne sono state scudo naturale contro gli invasori e proteggendo il subcontinente dal gelo. La punta più meridionale dell’India, grazie al riparo a settentrione, mantiene un clima subtropicale per tutto l’anno. Il calore è un dato predominante nell’ecosistema indiano: troviamo sole e fuoco divinizzati dall’induismo ancora ai nostri giorni. Non si può trascurare il fattore snervante del calore se si esamina la produttività dell’India. Forse a causa del calore, nella vita degli indiani l’acqua ha sempre giocato un ruolo sacrale. Le acque del bacino fluviale dell’Indo divennero la culla della cultura dell’india settentrionale, così pure le valli alluvionali del Panjab e del Sind, il cui fango è portato dai torrenti che sono dono perenne dei ghiacci e delle nevi dell’Himalaya. Le tracce più antiche di insediamenti umani nell’Asia meridionale sono schegge di pietra che si trovano sparse lungo la valle del fiume Soan. Attrezzi, o armi primitive sono l’unica traccia dell’uomo paleolitico nell’India settentrionale. Stanno a indicare che in un certo momento durante il secondo periodo interglaciale (tra quattrocentomila e duecentomila anni fa) esseri umani passarono in Asia meridionale da nord-ovest attraverso il Hindu Kush, o forse valicarono direttamente gli alti passi dell’Himalaya dai loro originari insediamenti dell’Asia centrale o orientale, dove sono stati portati alla luce resti di scheletri umani del Paleolitico.
Fiume Indo: alimentato dai ghiacciai del Tibet meridionale, l’Indo scorre per millecinquecento chilometri verso nord-est, attraverso il Kashmir prima di puntare bruscamente a sud, fino a ricevere le acque del fiume Kabul, provenienti dall’Afghanistan. Entrambi i fiumi si riuniscono nella regione del Gandhara. Yamuna-Ganga e Brahmaputra: altri due grandi sistemi fluviali dell’india settentrionale, traggono origine dagli stessi ghiacciai del Tibet, a poca distanza dall’Indo da far supporre che appartenessero un tempo al medesimo immenso bacino lacustre, la cui tranquillità e unità, risalente a tempo preistorici, venne squassata dalla forza dirompente e titanica che fece seguito alla nascita dell’Himalaya, cosicché le sue acque si dispersero in varie direzioni. Questo antico dislocamento delle acque, oggi si riflette, dal punto di vista politico, nella triplice suddivisione del subcontinente in Pakistan, India e Bangladesh. Le tre nazioni debbono la loro sussistenza rispettivamente all’Indo, alla Ganga-Yamuna e al Brahmaputra. Gli indiani onorano da sempre la madre Ganga come una dea e vi sono molte città sacre, come Allahabad e Benares che fiancheggiano il corso del fiume Ganga, che scorre verso oriente per quasi duemilacinquecento chilometri fino al Golfo del Bengala. Nel Bengala la Ganga forma il suo delta incontrando il “Figlio di Brahma” (Brahmaputra), il cui corso di oltre millecinquecento chilometri, iniziato nei monti Ladakh, termina dopo aver compiuto una virata brusca all’indietro ed essersi aperto la strada a sud passando tra il Bhutan e la Birmania verso la Terra del Bengala (Bangladesh). A sud delle alte e giovani catene settentrionali e delle pianure che ne costituiscono il prodotto alluvionale si estendono le terre desertiche (Rajasthan) e le brulle catene dei Vindhya e dei Satpura, che sono parte dell’antica struttura rocciosa dell’India centrale. Questa fascia di montagne al di sotto del Tropico del Cancro ha sempre costituito una barriera naturale contro la facilità di comunicazione fra India settentrionale e meridionale e ha favorito, durante quasi tutta la storia indiana, lo sviluppo di culture virtualmente indipendenti. L’altopiano del Deccan si stende sotto la catena montuosa dei Satpura, e pende verso est, costringendo tutti i maggiori fiumi dell’India meridionale a sfociare nel Golfo del Bengala. L’altopiano del Deccan è quindi per lo più costituito da una zona di terre erose aride e desertiche come la regione sud-occidentale degli Stati Uniti. Il basso litorale costiero dell’India occidentale è più simile a un’umida foresta tropicale. L’india settentrionale ha a disposizione i fiumi alimentati dalle nevi perenni, quella meridionale ha dovuto sempre dipendere, come risorsa idrica, dalle piogge. Ancora oggi i contadini dell’india meridionale accolgono con danze rituali e un’adorazione estatica l’arrivo del monsone. Nel primo e più lungo periodo della storia dell’India abbiamo almeno due lontane e distinte zone di insediamento umano e di sviluppo culturale dell’Asia meridionale. Sappiamo che il dravidico, famiglia linguistica che domina nell’India meridionale, è un linguaggio omogeneo, distinto dall’indoeuropeo e dall’indoario dell’India settentrionale. Vi sono anche altre famiglie linguistiche rappresentate nell’Asia meridionale, tra cui la sino-tibetana e la tibeto-birmana al nord, e una congerie di linguaggi primitivi parlati da isolate tribù montane, come la lingua munda. Dal punto di vista storico possiamo datare con una certa sicurezza solo l’arrivo degli indoeuropei, che è relativamente recente. La civiltà dravidica si colloca cronologicamente prima dell’avvento degli arii settentrionali, i quali solo in seguito conquistarono e imposero la loro più tarda civilizzazione sui popoli dell’India peninsulare. Una seconda grande ondata di migrazioni dall’Africa orientale o dall’Europa meridionale verso l’Asia meridionale sembra essersi verificata durante l’era mesolitica, a partire da circa trentamila anni avanti Cristo, dopo la definitiva recessione dei ghiacci che per tanto tempo avevano paralizzato il progresso dell’uomo. Sono stati trovati numerosi microliti sparsi sulla superficie del Deccan e, più a nord, nell’India centrale fino al Punjab. Queste minuscole armi di pietra, chiamate attrezzi pigmei, somigliano in modo inequivocabile a quelle ritrovate in Francia, Inghilterra e Africa orientale da far pensare che venissero portate nell’India meridionale da popolazioni dedite alla caccia e alla raccolta di cibo: popolazioni differenti dai pionieri del Paleolitico che provenivano dall’Asia meridionale. Recenti scoperte avvenute nella valle del fiume Narmada, che scorre nell’India centrale attraverso le catene dei Vindhya e dei Satpura, sembrano
vivevano in quella regione, mal e notevoli quantità di manufatti di ceramica grigia dipinta, che furono dissotterrate a Hastinapura ( potrebbe essere stata la prima grande città dell’occupazione aria in India), presso Delhi, non possono essere datate prima del 1000 a.C. Nel Bengala e nell’Assam è possibile coltivare il riso ottenendo addirittura due o tre raccolti annui. Grano, orzo, miglio costituiscono il grosso dei raccolti nella piana gangetica occidentale e, a nord, nel Panjab. La canna da zucchero cresce in entrambe le zone e costituisce la coltivazione più diffusa e più importante dell’India. La regione, che storicamente ha subito un relativo isolamento, il Bengala o Bangladesh, è costituita dall’aggregato più ampio del mondo di terre percorse dalle ramificazioni di un delta, e doveva essere ancora ricoperta da foreste di alberi sal al tempo in cui fiorì la grande civiltà urbana dell’Indo, più di quattromila anni or sono.
II
La Cultura dell’Indo (2500-1600 a.C. circa)
I lavori di scavo avviati nel 1921 ad Harappa e a Mohenjo-daro (1922) hanno permesso di anticipare le radici della civiltà urbana in India almeno mille anni prima dell’invasione degli arii. La cittadella era simile per orientamento e dimensioni a quella di Mohenjo-daro. Forse la città era governata da un re-sacerdote venerato come incarnazione di un dio, come forse ci indica una statuetta rinvenuta a Mohenjo-daro con occhi allungati, labbra carnose e volto impassibile ornato di barba che riflettono imperturbabilità e potere quasi soprannaturali. Testa e braccia sono ornate di gioielli e la tunica è ornata con un trifoglio. Mohenjo-daro: c’erano almeno dieci città costruite con conservatorismo una sopra all’altra durante un periodo di parecchi secoli. Sappiamo che la cittadella fortificata conteneva molti imponenti edifici. Non si è ancora trovato un tempio o un centro adibito al culto, ma forse perché non si è ancora scavato nel luogo giusto poiché vi sorge uno stupa buddhista. Sotto le mura della cittadella si estendeva la città più modesta, destinata alla popolazione. Una altra prova dell’esistenza di una autorità centrale è data dalle dimensioni regolari delle strade, dei quartieri e anche dei mattoni. Una zona della città bassa è stato identificato un isolato di piccole celle, che potrebbero avere costituito una caserma di polizia o un monastero. Forse esistevano anche pozzi pubblici e negozi che fiancheggiavano le vie principali della città. Sono stati ritrovati piccoli sigilli quadrati di steatite, trovati in gran copia a Mohenjo-daro. Forse erano usati dai mercanti per marcare le loro merci, recano vivaci ritratti di tori brahmani, unicorni, tigri e altri animali: figure che con il loro spiccato realismo torneranno duemila anni dopo sui basamenti delle colonne di Ashoka. I sigilli recano anche dei segni pittografici che rappresentano la prima scrittura della civiltà indiana: non sono stati ancora decifrati. Si suppone che le parole pittografiche, scritte da destra a sinistra, fossero i nomi propri dei mercanti dell’Indo. Un sigillo trovato nella zona settentrionale di Mohenjo-daro mostra una figura seduta in posizione yoga, itifallica, circondata da una tigre, un elefante, un rinoceronte, un bufalo d’acqua e un cervo; porta un copricapo ornato di corna e aveva forse più di una faccia, il forse è coperto da una pelle di tigre ed è ornata di bracciali l’immagine potrebbe essere la prima rappresentazione artistica di Schiva come Signore degli animali. Dal gran numero di pietre a forma di fallo scoperte nelle località dell’Indo, e dalla diffusione dell’emblema taurino sui sigilli, possiamo arguire che Schiva era venerato dal popolo di questa civiltà in molti degli aspetti che avrebbe posseduto anche in seguito. Nel sancta sanctorum di ogni santuario si leva una icona di Shiva stesso: un fallo di pietra levigata, qualche volta incrostato di gemme o abbellito con immagini del volto del dio, ma più spesso disadorno. Il duplice ruolo di Shiva come divinità yoga della fertilità e come signore della caccia, che addomestica e distrugge le belve, aiuta a spiegare la perenne dualità della sua immagine attraverso tutti i mutamenti della civiltà indiana. Un altro sigillo di Mohenjo-daro sembra raffigurare una divinità con tre corna (tridente simbolo Shiva), in piedi nel mezzo di un albero, dal
cui centro sembra emergere. Accanto un’altra figura sta in posizione supplice e con le braccia levate per adorare il dio-albero; dietro, un toro è in attesa, mentre, sotto di questi si trovano sette fanciulle che sembrerebbero danzare intorno all’albero sacro con gaiezza, celebrando il raccolto o antichi riti primaverili. Altre figure di argilla portate alla luce a Mohenjo-daro: immagini di donna rozzamente modellate e con attributi femminili in grande evidenza da far supporre che fossero immagini destinate al culto della dea madre. All’incirca nel 2000 a.C. la popolazione dell’Indo cominciò a filare il cotone e a tesserlo per farne stoffe: cotone colorato è stato infatti rinvenuto a Mohenjo-daro. L’uso del cotone per la fabbricazione di stoffe è uno dei contributi principali dell’India alla civiltà mondiale. La filatura e la tessitura del cotone restano la principale industria indiana, coi suoi due mercati, interno e di esportazione. Parte di questo raro prodotto veniva esportato in Mesopotamia, costituendo così una delle voci più importanti del commercio. Durante il periodo della civiltà di Mohenjo-daro e Harappa scomparve l’economia di sussistenza basata sulla caccia nomadica, la raccolta di cibo e la pesca, che era propria dei popoli della fase più tarda dell’età della pietra, e anche quella agricola dei piccoli villaggi di confine delle colline del Belucistan vennero sostituite da una economia che si basava su raffinate tecniche agricole di irrigazione e inondazione, e su commerci in scala tale da mantenere una ampia eccedenza di popolazione urbana. Lo zebù e il bufalo d’acqua erano i più importanti animali da traino ed erano sia venerati sia frustati, come ci dice la loro immagine sui sigilli: questa ambivalenza nei confronti degli animali da tiro è rimasta immutata fino all’India dei nostri giorni. Qualche tempo dopo il 1750 a.C. alcuni fattori cominciarono a trasformare il carattere della civiltà di Harappa, deteriorando il livello di vita e incrinando le ordinate condizioni ambientali della città: a sud di Mohenjo-daro due villaggi, i cui nomi sono stati usati dagli archeologi per designare questa fase di decadenza della civiltà dell’Indo: si parla di culture di Jhukar e Jhangar. Sembra che l’efficiente, ricco e potente impero di Harappa abbia subito a un certo punto un qualche evento traumatico, cosicché i suoi centri e le sue città caddero in mano a occupanti abusivi provenienti da villaggi vicini e da regioni più lontane genti culturalmente più arretrate dei predecessori. Grazie alle ricerche archeologiche recenti si riconosce che introno al 1700 a.C. una serie di inondazioni, determinate dai movimenti tettonici, misero fine ai giorni di questa civiltà un tempo gloriosa. Per una qualunque ragione l’indo cambiò probabilmente il suo corso determinando la rovina del sistema agricolo di Harappa, che si basava su delicati equilibri. Il caos che caratterizzò gli ultimi giorni di Mohenjo-daro si propagò, sembra, a nord fino ad Harappa e può essersi ripercosso verso sud fino a Lothal, anche se i dati riguardanti queste località sono incerti. Lo splendore di Harappa, più che tramontare, svanì: quell’impero urbano, con le sue meravigliose cittadelle, era finito, sparito nel odo drammatico, quasi inesplicabile, con il quale era apparso, portato via dal fango dell’indo e dei suoi impetuosi affluenti nel Panjab.
L’Età degli Arii (1500-1000 a.C. circa)
Intorno al 2000 a.C. le tribù barbare seminomadi, che in origine parlavano l’indoeuropeo e vivevano probabilmente nella regione compresa fra il Mar Caspio e il Mar Nero, vennero sospinte via dalle loro terre da un disastro naturale, forse la siccità o un’ondata di gelo, oppure una epidemia. Qualunque sia stata la causa della loro dispersione, che potrebbe anche aver avuto origine da una serie di incursioni di mongoli provenienti dall’Asia centrale, gli antenati dei popoli che avrebbero parlato i linguaggi italici, greci, germanici, celtici, iranici, indoari vennero costretti a rifluire verso la Russia meridionale. Le tribù si mossero in ogni direzione, frazionandosi in piccole e più chiuse
controllata dal padre, il cui ruolo di dominio sulla moglie e i figli sarebbe diventato il modello normale die rapporti di parentela nella famiglia indiana, dove la supremazia dell’uomo e la gerarchia basata sull’anzianità sarebbero rimaste la regola. Una delle preghiere più comuni che leggiamo nei Veda è per ottenere figli maschi, eroici, che dovevano non solo dare una mano nella custodia delle greggi, ma anche onorare i padri e la tribù in battaglia, nonché essere capaci di eseguire i riti che avrebbero garantito ai padri la pace dopo la morte: da tutti i giovani maschi ci si aspettava che fossero eroici guerrieri. Alle figlie veniva attribuito un valore alquanto scarso: per accasarle era necessaria una dote e alle donne non era consentito partecipare ad alcun sacrificio agli dei, dato che la loro presenza era considerata una fonte di profanazione. Solo i figli maschi potevano ereditare le proprietà, di soluto divise in parti uguali tra i fratelli dopo la morte del padre. Il diritto di primogenitura riguardava solo le famiglie reali. Le tribù di invasori si espansero piuttosto lentamente verso oriente: durante questo lasso di tempo, il processo di lotta, cooperazione e assimilazione fra genti arie e prearie determinò i mutamenti più grandi sia nel carattere della società e del pensiero arii, sia nella natura della civiltà indigena. La semplice struttura tribale divenne in questo periodo assai più complessa, poiché le lotte e le conquiste aggiunsero nuove genti al governo dei raja, i quali, per amministrare le nuove tribù, si trovarono costretti a ricorrere al sostegno di nobili guerrieri e al consiglio di assemblea di capifamiglia anziani. Ogni re sceglieva per il suo seguito personale i soldati più coraggiosi e chiedeva consiglio ai più accorti e potenti patriarchi della sua tribù. La rigorosa separazione fra le caste militare, regale e sacerdotale, che è stata notata presso gli arii, sembra essersi sfumata ne corso del tempo: se, come pare, ad Harappa avevano comandato dei re- sacerdoti, è possibile che i raja arii abbiano imparato dai loro schiavi a fare un maggiore assegnamento sui consigli dei brahmani. L’inno del sacrificio dell’uomo cosmico spiega che le quattro grandi classi della società aria vennero originate da diverse parti del corpo dell’uomo primordiale: i brahmana per primi, dalla bocca, gli kshatriya per secondi, dalle braccia, i vaishya per terzi, dalle cosce e gli shudra per ultimi, dai piedi. Quanto alle bevande, Indra, dio vedico della guerra, tracannava ogni giorno il soma, che gli permetteva di vincere il demone con cui doveva combattere: possiamo dedurre che anche i membri delle tribù arie si concedessero analoghe libagioni. Non è chiaro se questa bevanda fosse in realtà alcoolica, psichedelico o narcotica, ma si pensa venisse preparata con una pianta che cresceva spontaneamente ai piedi dell’Himalaya: forse hashish o peyote. Gli effetti della bevanda erano notevoli al punto che venne deificata e il sacrificio a soma restò per gli arii il più importante avvenimento religioso dell’anno. Gli arii erano accaniti giocatori. Ciascun varna ha i suoi colori distintivi: bianco per i brahmani, rosso per gli kshatriya, marrone per i vaishya e nero per gli shudra. L’intensa consapevolezza legata al colore ha quindi le sue basi in epoca vedica ed è rimasta un fattore significativo capace di rafforzare il concetto di gerarchia sociale radicato profondamente nella civiltà indiana. Il timore della profanazione è così diffuso che probabilmente ha origini prearie con ogni probabilità la sottoclasse degli intoccabili apparve in tarda età vedica, e ne entrarono a far parte in primo luogo gli shudra e i dasa adibiti a mansioni considerate impure, come quella di conciatore e poi quella di spazzino, specie se tenuto a lavorare fra le ceneri dei terreni destinati alla cremazione. Alcuni shudra erano ritenuti più indegni degli altri e furono estromessi da confini della società riconosciuta. La società dei primi arii si incentrava sul culto di un pantheon di divinità legate alla natura, alle quali si devolvevano offerte sacrificali per ottenere benefici durante la vita e la pace durante la morte. Non c’era una vera divinità principale che governasse il pantheon, di cui facevano parte i circa trentatré dei ricordati nel Rigveda, ma molti inni vennero dedicati a quattro dei più importanti: Indra, Varuna, Agni e Soma. Indra era il dio della guerra, giovane, valoroso e sempre vincitore brandiva i fulmini e si librava in domini posti nell’atmosfera; al suo seguito stava Rudra, un tenebroso dio della tempesta, solo molto più tardi identificato come una forma rigvedica di Shiva.
L’apparente semplicità del culto vedico legato alle forze della natura veniva subito oscurata dalla ricerca della comprensione delle origini cosmiche e del controllo delle forze dell’universo. Se il fine immediato del sacrificio era assicurarsi la benevolenza del dio e di conseguenza le ricchezze,
longevità o progenie, esso aveva anche il significato di una azione intesa a mantenere in equilibrio l’ordine dell’universo. Il capofamiglia officiava ai suoi dei soma o altri doni preziosi, in cambio dei favori ricevuti, ma anche perché le sue doverose offerte propiziatorie avrebbero obbligato gli dei ad agire adeguatamente nei suoi riguardi. Dunque, tanto gli dei quanto gli uomini, avevano dei doveri individuali che facevano parte di un progetto cosmico di azioni: l’universo poteva funzionare solo quanto tutti agivano con proprietà, poiché era destinato a procedere secondo il rito, il vero ordine. Alcuni demoni della falsità tentavano continuamente di distruggere questo equilibrio provocando alluvioni e recando siccità o carestia sotto la forma di tigri o elefanti impazziti, erano sempre presenti come zanzare o creature malefiche che ronzano, strisciano o camminano sulla terra. Poiché l’equilibrio è sempre precario, si rendevano necessari molti sacrifici e i brahmani prestavano la loro opera giorno e notte cantando inni che sapevano a memoria c’era sempre la possibilità che la verità venisse soppiantata dalla falsità, proprio come il mondo reale o esistente correva perennemente il rischio di venire scambiato con illusioni fantastiche o irreali, ovvero con fantasie paure, e terrori non reali. Il termine sat, che in ogni fine significava esistente, finì con l’essere equiparato al concetto di realtà cosmica e al principio ad essa sotteso, la verità. Per l’uomo vedico il mondo risultava diviso tra la piacevole superficie terrestre, la volta del cielo che vi si stendeva sopra, ovvero il regno in cui il sat prevaleva, e i demoniaci domini sotterranei, dove governavano irrealtà e falsità. Prajapati, ovvero il signore delle creature, si rivelò a questo punto un dio più completo di Indra, e altrettanto si può dire di Vishvakarman, l’onnifacente, e di Brahmanaspati, signore della sacra esposizione. L’evoluzione del principio monistico della creazione giunse a compimento alla fine del Rigveda dove troviamo l’un, indicato come fonte della creazione in lui sono presenti ogni sorta di differenziazione e tutte le divinità: esso esiste per sé solo, si genera da solo, è unico.
IV
Conquista E Unificazione Dell’India Settentrionale (1000-450 a.C. circa)
La conquista aria dell’India settentrionale si era risolta in un processo di assimilazione istituzionale e di integrazione socio-culturale tra le orde dei barbari invasori e i loro più civilizzati schiavi prearii. Più di mille anni furono necessari per compiere quel processo di mutamento storico che avrebbe raggiunto il suo culmine con l’unificazione dotto i Maurya nel 326 a.C. in quel tempo, il centro del potere dell’India settentrionale, e con esso le realizzazioni culturali, era slittato a oriente dell’Indo verso Pataliputra. Nei commentari Brahmana ai veda, appaiono ora molti elaborati sacrifici destinati a consacrare la sovranità dei re, prima testimonianza del crescente valore dei monarchi. Il sacrificio della consacrazione regale si riferisce al re come socio degli dei e come erede, almeno in parte, del potere di Indra. Altri sacrifici venivano officiati per ringiovanire i monarchi ormai anziani, che vivevano il rivitalizzante soma e si abbandonavano a gare di corsa con i carri: veniva loro invariabilmente consentito di vincere. Il Ramayana è attribuito al poeta-saggio Valmiki: la tradizione indigena suppone che venisse composto qualche tempo prima del 500 a.C. Il suo nucleo è probabilmente anteriore a quello del Mahabharata perché nel Ramayana non si fa alcuna menzione degli eroi guerrieri che appaiono in quest’ultimo, mentre la storia di Rama e Sita viene raccontata più volte nel lungo poema. Il Ramayana fornisce molte notizie riguardo alla più tarda vita di corte presso glia rii. Apprendiamo quindi le macchinazioni e i numerosi intrighi orditi dalle tre mogli dell’anziano re, che lottano e cospirano per mettere i loro figli al posto ce spettava all’erede legittimo. L’interdipendenza spirituale ed economica esistente tra le città ormai ben costituite e le se3lvagge regioni forestali della piana gangetica ci aiuta a intendere meglio il processo di graduale transizione socio-economica dell’India settentrionale avvenuto in quest’epico periodo. I grandi saggi, che
poiché del suo sacro rituale faceva parte l’emissione di sillabe pregnanti: esse avevano significati efficaci al pari del dharma erano capaci di prolungare la vita costringendo la pioggia a cadere. Il sacrificio del soma volgeva al termine giusto prima che arrivasse il monsone. Spesso le piogge precedevano i sacrifici o non si manifestavano affatto e questo causò dubbi negli kshatriya e ricchi vaishya che avevano pagato i brahmani. Durante l’epoca rigvedica il morto veniva sepolto in piccole case d’argille, dalle quali sarebbe poi asceso al cielo di Yama per ricongiungersi con le splendide divinità solari, oppure sarebbe precipitato in basso, nelle irreali tenebre del caos demoniaco. A partire dall’epoca brahmanica vennero sviluppati l’ideale di inferno sia il concetto di cielo, vuoi per emulare il fuoco del rito sacrificale, vuoi per purificare lo spirito dalle scorie metalliche del corpo, la cremazione divenne semrpe più comune man mano che gli insediamenti arii si spostavano a oriente. In questo momento emerse una nuova teoria, secondo la quale chi avesse sperimentato la sofferenza e i tormenti così strazianti nell’inferno dopo la morte avrebbe potuto risvegliarsi solo per soffrire ancora. Un altro testo dei Brahmana osserva che il cibo che l’uomo consuma durante la vita in questo mondo lo consumerà nel mondo ulteriore: un’anticipazione di quelle nozioni di karman e samsara che diventeranno più tardi assiomatici nell’induismo. Upanishad: 108 dialoghi poetico-filosofici, che sopravvivono come frutto inale della rivelazione dei Veda, rappresentano anche la rivolta intellettuale contro il brahmanesimo affiorato nella piana gangetica durante l’VIII secolo. Questi messaggi speculativi vennero trasmessi dai guru a studiosi discepoli durante seminari nella foresta. La lotta fra skhatriya e brahmana per il primato nel sistema varna può essere visto anche come la contropoarte sociale di quella rivolta religioso-filosofica contro l’ortodossia che le upanishad appunto rappresentano. Senza rifiutare i mantra o i sacrifici rigvedica come possibili aiuti per l’ottenimento della salvezza, gli autori delle Upanishad sottolineano una via differente per il raggiungimento del moksha, che da quel momento divenne il fine ultimo della meditazione vedantica. Nel rigveda il termine atman significa semplicemente soffio: la relazione esistente tra il soffio e la vita e tra la cessazione del soffio e la morte, potrebbe aver sublimato il termine, che finì col significare prima se stesso e poi anima, ovvero l’elemento universale vivificante. L’anima cosmica e individuale sono equivalenti, ciò che costituisce la chiave offerta dalle Upanishad per governare la realtà e mantenerne il controllo sulle forze e gli eventi del cosmo: imparare a comprendere, ovvero dominare e controllare le nostre stesse realtà. Una tale conoscenza e comprensione mistica non è garantita: questa conoscenza intuitiva può giungere come in un lampo di illuminazione accecante, ma può non giungere affatto, poiché apprenderne il mistero è difficile. Gli esercizi yoga, certe posizioni, la respirazione e la dieta possono aiutare a disporre la mente per l’ottenimento di questa conoscenza, proprio come lo studio dei dialoghi delle Upanishad, ma non c’è garanzia di tangibile liberazione, o di libertà dal desiderio e affrancamento da tutte le aspirazioni, dalla presunzione e dalla rinascita, che costituiscono la tranquilla e distaccata inattività del moksha. Anche le donne, come gli uomini, possono impegnarsi nella strenua lotta che ha lo scopo di comprendere il senso della realtà prima che sia troppo tardi. Per sfuggire all’angoscia e alle sofferenza universali è necessario solo liberarsi dalle trappole in cui il proprio atman è impigliato. Desideri, gesti, azioni sono visti come ostacoli per l’anima che cerca il moksha: la legge del karman, insieme e col concetto di samsara, emerge come assioma distintivo della civiltà indiana. Questa legge postula che ogni azione, buona o cattiva, abbia ripercussioni nello stesso modo generi frutti che si proiettano nei tempi futuri. L’insieme dei nostri karman passati determina quindi le nostre vite attuali, come la nostra condotta di tutti i giorni imporrà le nostre future condizioni di vita: non solo per la durata della nostra esistenza. Solo il karman può dire per quante vite saremo costretti a rinascere nella catena delle cicliche sofferenze cui siamo condannati. Un buon karman è meglio di uno cattivo, e il nascere anche solo in forma umana è già considerato un grande vantaggio e la condizione è migliore quanto piò elevati sono la jati e il varna. Anche la virtù come la ricchezza e il potere ha i suoi aspetti problematici: gli yogin della piana gangetica gettavano lo sguardo oltre i piaceri, verso la beatitudine che sta nell’eludere ogni angoscia mortale. Questa beatitudine viene descritta nelle Upanishad come un profondo sonno senza sogni e al perfetta liberazione ulteriore, mentre il brahman viene descritto al negativo. A
somiglianza della vita umana, si pensava che anche il tempo fosse ciclico e trascorresse fra kalpa e yuga di milioni di anni: non più che attimi della vita del Brahman, i cui anni sono senza ine. Quel che vediamo non è che illusione cui noi diamo nome e forma perché non ci rendiamo conto della sua irrealtà. A partire dal VI secolo a.C. le fonti buddhiste citano sedici reami maggiori e oligarchie tribali nell'India settentrionale, dal Kambhoja in Afghanistan fino all'Anga in Bengala. I più potenti di questi mahdjanapada («grandi regioni tribali») erano il Magadha e il Kosala; il primo abbracciava le zone orientali a sud della piana gangetica, il secondo estendeva il proprio dominio leggermente a occidente del Magadha e a nord di quelle grandi arterie fluviali attorno alle quali ruotavano gli insediamenti e i commerci degli arii. Nella regione del Kosala si trovava l'antica, epica capitale di Ayodhyii e ne entrarono in seguito a far parte an· che i janapada della fiorente città rivierasca di Kiis1 (in seguito chiamata Varainasi e poi Banaras, «capitale» del culto indù). Con la sua capitale Sravasti, situata vicino alle basse colline ai piedi del Himalaya, il Kosala trovava la base centrale del proprio potere _giusto a ovest della tribù Shakya, il cui membro più famoso, ovvero lo Sakyamuni (<<saggio degli Sakya») Siddhartha Gautama, il Buddha («risvegliato») nacque a Içapilavastu nel 563 a.C. Furono molte le tribù montane, che, come gli Shakya, entrarono in questi tempi nell'orbita in continua espansione del potere ario, mantenendo la loro identità tribale e la loro indipendenza dietro pagamento di un tributo o, come verrà più tardi chiamato, di una tassa. I prìncipi di tribù come Siddhartha subirono presto il fascino ma più ancora il disgusto degli orpelli «civilizzati» del rituale e del governo degli arii, e vennero quindi condotti alla ricerca di soluzioni per quello stesso genere di problemi affrontato dai maestri delle Upanishad. Intorno al 527 a.C. il Buddha, dopo aver ricevuto l'illuminazione, tenne il suo primo discorso in un parco di cervi a Siirniith, nelle vicinanze di Kasi, e con esso diede l'avvio alla «ruota della legge» (dhamma: pali per dharma). Il sermone comprendeva il suo messaggio sulle quattro verità e sarebbe diventato il nucleo filosofico del buddhismo Therovada («insegnamenti degli anziani») o, come lo chiamarono nell'èra volgare i buddhisti del Mahriytina («grande veicolo»), buddhismo J linayana («piccolo veicolo»). La prima nobile verità rigL1arda la «sofferenza» (dukkha) e spiega come tutta la vita sia inesorabilmente incatenata a essa. Dalla nascita alla morte, attraverso malattie e vecchiaia, il dolore regna dappertutto, acuendosi con la separazione da chi amiamo e intensificandosi con la vicinanza di chi odiamo: nessun aspetto della vita quotidiana può sfuggirgli. La seconda nobile verità riguarda l' “ignoranza” (avidyai, che è poi la causa determinante del dolore. Non c'è ignoranza più grande di quella che investe la natura della realtà, e a questo proposito -come per il tono pessimistico della prima verità -appare chiaro che il Buddha trascorse alcuni dei suoi anni di vagabondaggio ascoltando i saggi delle Upanisad. La difficoltà, per il vero, era di definire correttamente il termine «retto», ma se uno cammina, senza fare passi falsi, per l'ottuplice sentiero, potrà giungere al traguardo del nirvana (che significa letteralmente «lo spegnere», come quello della fiamma della candela}, sconfiggendo finalmente l'angoscia della sofferenza. Il nirvana rappresenta così l'equivaleme buddhista del moksha, un <<paradiso» di fuga più che di piacere. L'idea del monachesimo ottenne una popolarità tale da amarre capi religiosi anche in altre parri del mondo e si diffuse a ovest, nel Vicino Oriente e addirittura in Europa. Raggiunse la Cina e il Giappone. Gli ordini monastici buddhisti indiani divennero una formidabile forza ideologica contro il brahmanesimo. Quando Ananda gli chiese consiglio riguardo a come sarebbe stato opportuno gestire il sangha dopo la sua morte, l'estremo messaggio del Buddha fu: «Devi essere tu stesso il tuo lume, tu stesso il tuo rifugio. Non prendere rifugio altrove che in te stesso Mantieniti fermo verso la verità ... Chiunque tra i miei monaci farà questo raggiungerà la vetta. Tutte le cose che siano mescolate ad altro bisogna lasciarle perdere. Sforzati sempre più senza allentare la vigilanza».
V
La Prima Unificazione Imperiale (326-184 a.C.)
L'impero maurya era suddiviso in distretti ;anapada, che riflettevano forse gli antichi limiti delle tribù ed erano amministrati dai parenti più stretti dell'imperatore o dai generali più fidati. L'esercito era organizzato in quattro corpi principali, il cui effettivo ammontava rispettivamente a seicentomila uomini di fanteria, trentamila cavalieri, ottomila carri e novemila elefanti. Anche se il computo fosse esagerato, o debba essere considerato valido solo per l'apice del potere imperiale, l'appoggio di milizie così ingenti ci dice molto riguardo alle notevoli dimensioni e all'amministrazione centralizzata dello stato. La moneta base del regno era il pana d'argento. Lo stato maurya e il suo re si erano quindi sensibilmente evoluti rispetto al semplice sistema monarchico che aveva caratterizzato i secoli. precedenti. Sebbene il re possedesse in teoria tutte le terre e le ricchezze, esistevano di fatto ampie fasce di proprietà esenti da tasse; si trattava sia di esenzioni temporanee, come nel caso di proprietà svincolate da poco, sia di esenzioni permanenti, come nel caso di proprietà religiose -brahmaniche, buddhiste e jaina -o di donazioni concesse a valorosi servitori della corona e ai loro eredi. Molte corporazioni (freni) di artigiani e mercanti erano anche enti morali gestiti in privato. L'Arthafastra espone anche la classica teoria mandala {<<cerchio») riguardo alla politica estera, in cui il dominio del «re conquistatore» è visto come il centro di dodici anelli concentrici: il territorio immediatamente confinante con quello del re era chiamato «territorio nemico» e quello che veniva subito dopo «paese amico». Queste definizioni di Realpolitik continuavano con «amici di amici» e così via, fino agli ultimi due anelli, dove risiedevano il «re intermedio}> e il «re neutrale». La cosa più importante per il conquistatore era fare in modo che il re intermedio non si alleasse con i suoi nemici o, meglio ancora, convincerlo di quanto fosse saggio mettersi dalla sua parte. Il re neutrale era di solito abbastanza lontano da tenersi in disparte; disponeva però di forza sufficiente per risultare pericoloso nel caso venisse provocato o indotto a gettarsi nella lotta, come era avvenuto per il lontano Alessandro. Secondo le fonti jaina, candragupta abdicò nel 301 a.e. per divenire monaco jaina nell'India meridionale, dove digiunò fino alla morte mentre suo figlio Bindusara assumeva il potere su Pataliputra. Sappiamo davvero poco sui trentadue anni di regno di Bindusara, benché egli abbia esteso i confini del dominio mau.rya a sud del Vindhya e abbia continuato a mantenere relazioni diplomatiche con i greci suoi confinanti occidentali. Il più grande contributo di Bindusara alla storia dell'India è però Sl10 figlio Asoka («senza dolore»), che regnò dal 269 al 232 a.e. Grazie agli editti che Asoka fece scolpire sulle grandi rupi e sulle polite colonne di arenaria, erette secondo lo stile persiano lungo tutti i confini del suo enorme impero -simili a potenti sostegni del cielo -abbiamo del governo e della figura di questo sovrano un'immagine molto più chiara di quella di qualsiasi altro monarca dell'antica India. scrittura brahmi degli editti di Asoka: da quel momento molti indologi dedicarono la loro vita a ricostruire i messaggi di tolleranza del più potente e forse più illuminato imperatore indiano. Asoka fece scolpire qualcosa come cinquemila parole su almeno diciotto rupi e trenta colonne (dieci colonne soltanto rimangono in piedi e in buone condizioni). Per i primi otto anni del suo regno Asoka si comportò nello stesso modo della maggior parte degli antichi monarchi: consolidò cd estese il suo potere nella maniera più rapida e spietata possibile. Quindi, seguendo la classica prescrizione dell'Arthaftistra secondo cui «ogni potere superiore per forza a un altro deve fargli guerra», Asoka invase il regno tribale di Kalinga (l'odierna Orissa) suo confinante meridionale, soggiogandolo dopo la più sanguinosa guerra di questo periodo. Nel più lungo dei suoi editti, Asoka racconta di quanti furono <<massacrati», di quanti più ancora «morirono>>, e di quanti furono presi <<prigionieri» da quella terra conquistata e colonizzata. Dopo aver annientato l'ultima grande opposizione, l'amministrazione maurya poteva adesso permettersi di abbandonare ufficialmente la politica di conquista a favore di una piL1 illuminata difesa della pace e della non-violenza (ahimfa). Gli editti su colonne proclamano adesso che Asoka rinnega le trascorse carneficine, e prova «rimorso per aver conquistato il Kalinga»: si dice che sia stato proprio il rimorso a persuaderlo ad abbandonare la violenza in favore della legge buddhista della non-violenza. Può darsi che effettivamente Asoka si sia convertito al buddhismo nel decimo anno del suo regno; in realtà, però, che lo abbia fatto o meno, quel che più conta è la politica di pacificazione cui fu «convertito» l'impero da poco unificalo.
Quello che resta degli editti rupestri di Asoka è colmo di buoni e virtuosi consigli: i sudditi dell'impero sono infatti esortali ad «ascoltare il padre e la madre», a «esercitare la liberalità nei confronLi di amici, parenti, brahmani e asceti» e ad «astenersi dall'uccidere creature viventi». Altri ammonimenti fondamentali riguardavano la tolleranza verso tutte le <<sètte» e ancora la «compassione» e la <isincerità>>. li termine dharma, che da solo significa religione, legge, dovere e responsabilità, venne usato più di ogni altro da Asoka, che lo definl «eccellentissimo». Asoka rinunciò alla battuta di caccia annuale, di solito seguita dal re, in favore di un «pellegrinaggio di legge religiosa» (dharmayiitra) che gli permetteva di visitare di persona gli angoli più remoti dell'impero, come simbolo vivente dell'unità imperiale agli occhi del suo popolo che doveva vederlo come l'incarnazione di un dio. Per facilitare le comunicazioni attraverso l'impero e accelerare il processo di integrazione, Asoka fece piantare lungo le strade dove viaggiava alberi umbriferi, e pagava con il suo tesoro personale alcuni lavori pubblici come la trivellazione di pozzi e la costruzione di ospizi sulle vie maestre del regno. Grazie alla conversione di Asoka all' ahimsii moltissimi suoi sudditi divennero vegetariani. L'esempio personale dell'imperatore servì di ispirazione a milioni di persone anche oltre i confini del regno: suoi emissari vennero inviati a convertire le popolazioni di Ceylon e della Birmania, e forse anche di regioni più lontane del Sud- Est asiatico, al buddhismo, e con esso agli effetti della pace maurya e alla civilizzazione indiana. n un momento non meglio precisabile fra il 240 e il 250 a.C., Asoka ospitò il terzo grande Concilio buddhista a Pataliputra, éhe era ormai divenuta il più grande centro di arte e cultura di tutta l'Asia. Alla sommità delle colonne di Asoka venivano posti capitelli ornati di sculture di animali: i più famosi sono i quattro leoni di Sarnath, tre dei quali sono stati assunti come simbolo dell'India 1 0 0 moderna. I leoni sorreggevano un'enorme pietra a forma di <0 3 0 ruota della legge>> (dharmacakra) che commemorava il primo discorso di Buddha a Sarnàth. La tradizione attribuisce ad Asoka la costruzione di non meno di oc-taotaquattromi1a stupa (letteralmente forse: <
Frammentazione Politica e Arricchimento Economico e Culturale (184 a.C. – 320 d.C. circa)
Per cinque secoli, dal crollo della sovranità maurya fino al 320 d.C quando un'unica dinastia imperiale, quella dei Gupta, rivendicò nuovamente l'autorità centrale su tutto il settentrione - l'India rimase politicamente frammentata. Una serie di invasioni di genti centro-asiatiche coincise con la nascita di nuove monarchie regionali al sud, di modo che il Magadha vide la propria st1premazia
(che significa letteralmente «schiavo di Ka1i») e che potrebbe indicarne la nascita in India meridionale nella condizione di siidra; viceversa, notizie desumibili dalle sue opere suggeriscono che egli fosse un brahmano di Mandasor o Ujjain {Ujjaini). Quale sia stata la sua origine non si discute sull'altissimo livello raggiunto dagli scritti di Kiilidasa, né ci son dubbi sul fatto che il suo regale mecenate, «il cui splendore eguaglia quello, del sole» (vikramaditya) e che, come vuole Ja tradizione, scacciò gli Saka dalla dolce città di Ujjain, fosse proprio Candragupta II. 1 0 0 Le testimonianze riportate dal0 D 4 e monete confermano che i Gupta sbaragliarono definitivamente gli Saka nel 409; di conseguenza l'impero di Candragupta ollenne il controllo diretto sui porti del Mare Arabico e sulle ricche vie commerciali verso l'Occidente. Facendo sposare la figlia Prabhavati al re dei Vakataka del Deccan, .Rudrasena II, Candragupta II estese l'influenza del suo impero anche a sud del Vinclhya; a sua volta, Candragupta sposò Kuvera, regina dei Nàga, ottenendo in tal modo di consolidare con valide alleanze politicbc il suo potere sulle zone orientali delJ'impero. I resoconti di Fa-hsien parlano di uno stato pacifico, dove la gente comune di tutta l'India settcnlrionale poteva godere, grazie a un potere illuminato, di notevole libertà personale e della tolleranza di «un sovrano (Fa-hsien non-menziona mai il nome di Candragupta) che sapeva governare senza decapitazioni e pene corporali. I primi templi indù erano modesti per forma e dimensioni, e consistevano, almeno inizialmente, di un più piccolo santuario posto entro una grande sala quadrata (mandapa), dove i fedeli potevano riunirsi. Fuori c'era un vestibolo, talora stupendamente decorato con rilievi scolpiti che raffiguravano la divinità nelle sue .varie forme oppure scene mitologiche. I tetti erano piani, ma più tardi vi furono poste delle torri. J blocchi di pietra venivano fatti aderire senza calcina e l'intero tempio era di solito costruito su una piattaforma entro un rettangolo lastricato, che rappresentava il cosmo in miniatura. Le entrate del tempio, come quelle delle grotte buddhiste e jaina, erano in genere decorate con immagini del dio e della sua sposa in forma sia divina sia umana. Quando nel 415 morì Candragupta Il, suo figlio Kumiiragupta gli succedette sul trono che mantenne per quarant'anni. Per dimostrare il suo valore, Kumara eseguì il sacrificio del cavallo e fece coniare monete sulle quali appariva, come suo personale simbolo di potere, il dio della guerra Kiirtikeya, dalle sei teste e dieci braccia, a cavallo e.li un pavone. Il regno di Kumara fu in generale pacifico, anche se negli ultimi anni lo minacciarono invasioni da occidente, dove i nomadi Hsiung- nu, provenienti dal!' Asia centrale, cominciavano ora a bussare con decisione alla porta del passo di Khyber. Dopo il 455 Kumara consegnò intatto il regno nelle mani del figlio Skandagupta, l'ultimo dei grandi sovrani di questa dinastia. 1 Huna (unni) avanzavano rapidamente e in forza verso il confine nord-occidentale di Skaudagupta, che per i successivi venticinque anni del suo regno dovette difendersi dai loro attacchi predatori.