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Sintesi Storia dell'India , Wolpert, Appunti di Filosofie Orientali

libro assegnato al corso di Indologia, di Cinzia Pieruccini, all'università degli studi di Milano

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 07/06/2018

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L’ECOSISTEMA
L’india prende il nome dal fiume Indo, e sulle rive di questo fiume fiorì in asia meridionale una popolazione
che rimase intatta per millenni. Nel corso degli anni è stata meta di grandi invasioni, d’apprima con i
macedoni in seguito dall’islam e dai cristiani.
LA CULTURA DELL’INDO
Gli scavi di Harappa e della città gemella e di Mohenjo-daro hanno trasformato la nostra visione delle civiltà
pre-aria in India. I dasa, o schiavi, che si contraddistinguevano rispetto agli invasori arii per la pelle scura ,
attraverso gli scavi si son dimostrati un popolo ben più progredito e tecnologicamente raffinato degli invasori
provenienti da occidente la cui più spiccata civiltà si riduce a un migliore armamento e l’utilizzo di cavalli
imbrigliati. Gli scavi hanno dimostrato che fra il 2300 il 1700 a.C la città di Harappa ha avuto il suo sviluppo
intornoa grandi mura in mattoni spessi alla base 12 metri che proteggevano la cittadella dale acque del fiume
Ravi e da qualunque tipo di invasore. La città sembra molto simile a quella di Mohanjo-daro tanto da pensare
che la medesima commissione di urbanisti imperiali abbia progettatto ambo le città, tanto che anche i
mattoni sono cotti in stampe di uguale dimensione. Nei dintorni della città sono stati rinvenuti parecchi
granai dotati anche di un sistema di ventilazione , che pressuppone fossero costruiti per la conservazione di
cospicue quantità di grano e orzo o per spedirle alle altre città per via fluviale. Questi edifici la dicono lunga
sulla ricchezza della civiltà di Harappa che, al pari di quella sumera , era probabilmente governata da un re
sacerdote, venerato come incarnazione di un dio. Tra le mure di Harappa sono state scoperte inoltre dei
quartieri operai dotati di un sistema di fognature. Non sappiamo se un elitè di sacerdoti-guerrieri fosse a
capo di una massa urbana di artigiani , operai e schiavi come successe poi con la civiltà indiana e non
abbiamo testimonianze di nessun re sacerdote, sappiamo però attraverso i sigilli che la popolazione era in
grado di difendersi dalle piene dei fiumi e dalle bestie e i sigilli ci rivelano anche un altro dato: erano dotati
di una scrittura. Gli scavi a Mohenjo- daro offrono invece una visuale molto più chiara di questa città.
C’erano infatti non meno di dieci città costruite l’una sull’altra nel corso di molti secoli e dunque non si può
arrivare a una esatta cronologia dei reperti. Nella cittadella fortificata sono stati ritrovati innumerevoli edifici
di grandi dimensioni, tra cui un grande ipocausto , granai e una costruzione molto spaziosa, probabilmente
un palazzo reale. Sotto le mura della cittadella si estendeva la città più modesta destinata alla popolazione
divisa in un certo numero di isolati dotati di tubature e sistema di fognatura che tenevano separati l’uno
dall’altro a seconda del lavoro o dell’affinita familiare, inssoma, una priordiale divisione in caste. Questa
organizzazzione non lascia dubbio riguardo all’esistenza di un potere centrale di controllo. Sono state
identificate inoltre piccole celle che presuppongono l’esistenza di un corpo di polizia. Sono stati rinvenuti
inoltre moltissimi vasi a tornio in argilla e attrezzi e armi in rame o di bronzo. Ciò che evince da queste due
città è dunque uno spiccato utilitarismo ma alcuni picoli manufatti ci offrono anche un barlume di quella
sensibilità dell’arte e del bello che si andrà poi sviluppando nelle valli dell’Indo come i sigilli raffiguranti
animali e dei segni pittografici, che rappresentano la prima forma di scrittura del luogo, non ancora decifrata.
Sono stati identificati numerosi pittogrammi, troppi affinchè questi abbiano un valore fonetico, e dunque
non resta che pensare si tratti di un tipo di scrittura ideografica. E si suppone che le scritte da destra a
sinistra rappresentino il nome proprio dei mercanti dell’India. Uno di questi sigilli raffigura un personaggio
in una posizione yoga itifallica con un copricapo cornificato circondato da una tigre, un rinoceronte, un
bufalo e un cervo e sis usppone fosse la prima rappresentazione di Shiva “grande Dio” e “Signore degli
animali”. In fatti dalle numerose statuette falliche trovate nella valle dell’Indo si può constatare come già
allora Shiva fosse venerato . Shiva avrà grande importanza tra tutte le divinità indiana ed è simbolo di
fertilità e signore della caccia , rappresentando un dualismo essendo colui che getta la vita ma anche colui
che la distrugge con maestosa potenza. A Mohenjo-daro sono state trovate inoltre innumerevoli figurine
raffiguranti una donna con gli organi genitali molto visibili , facendo così presumere che si tratti della dea
madre e le numerose statue a forma di yoni (vulva) rafforza l’ipotesi di questo culto. La civiltà dell’ Indo si
estendeva sopra un milione e settantamila kilometri quadrati per oltre 70 località , e i ritrovamenti dei sigilli
Indiani a Ur, località sumera, testimonia i commerci tra i due popoli e i granai suggeriscono che i mercanti
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L’ECOSISTEMA

L’india prende il nome dal fiume Indo, e sulle rive di questo fiume fiorì in asia meridionale una popolazione che rimase intatta per millenni. Nel corso degli anni è stata meta di grandi invasioni, d’apprima con i macedoni in seguito dall’islam e dai cristiani.

LA CULTURA DELL’INDO

Gli scavi di Harappa e della città gemella e di Mohenjo-daro hanno trasformato la nostra visione delle civiltà pre-aria in India. I dasa, o schiavi, che si contraddistinguevano rispetto agli invasori arii per la pelle scura , attraverso gli scavi si son dimostrati un popolo ben più progredito e tecnologicamente raffinato degli invasori provenienti da occidente la cui più spiccata civiltà si riduce a un migliore armamento e l’utilizzo di cavalli imbrigliati. Gli scavi hanno dimostrato che fra il 2300 il 1700 a.C la città di Harappa ha avuto il suo sviluppo intornoa grandi mura in mattoni spessi alla base 12 metri che proteggevano la cittadella dale acque del fiume Ravi e da qualunque tipo di invasore. La città sembra molto simile a quella di Mohanjo-daro tanto da pensare che la medesima commissione di urbanisti imperiali abbia progettatto ambo le città, tanto che anche i mattoni sono cotti in stampe di uguale dimensione. Nei dintorni della città sono stati rinvenuti parecchi granai dotati anche di un sistema di ventilazione , che pressuppone fossero costruiti per la conservazione di cospicue quantità di grano e orzo o per spedirle alle altre città per via fluviale. Questi edifici la dicono lunga sulla ricchezza della civiltà di Harappa che, al pari di quella sumera , era probabilmente governata da un re sacerdote, venerato come incarnazione di un dio. Tra le mure di Harappa sono state scoperte inoltre dei quartieri operai dotati di un sistema di fognature. Non sappiamo se un elitè di sacerdoti-guerrieri fosse a capo di una massa urbana di artigiani , operai e schiavi come successe poi con la civiltà indiana e non abbiamo testimonianze di nessun re sacerdote, sappiamo però attraverso i sigilli che la popolazione era in grado di difendersi dalle piene dei fiumi e dalle bestie e i sigilli ci rivelano anche un altro dato: erano dotati di una scrittura. Gli scavi a Mohenjo- daro offrono invece una visuale molto più chiara di questa città. C’erano infatti non meno di dieci città costruite l’una sull’altra nel corso di molti secoli e dunque non si può arrivare a una esatta cronologia dei reperti. Nella cittadella fortificata sono stati ritrovati innumerevoli edifici di grandi dimensioni, tra cui un grande ipocausto , granai e una costruzione molto spaziosa, probabilmente un palazzo reale. Sotto le mura della cittadella si estendeva la città più modesta destinata alla popolazione divisa in un certo numero di isolati dotati di tubature e sistema di fognatura che tenevano separati l’uno dall’altro a seconda del lavoro o dell’affinita familiare, inssoma, una priordiale divisione in caste. Questa organizzazzione non lascia dubbio riguardo all’esistenza di un potere centrale di controllo. Sono state identificate inoltre piccole celle che presuppongono l’esistenza di un corpo di polizia. Sono stati rinvenuti inoltre moltissimi vasi a tornio in argilla e attrezzi e armi in rame o di bronzo. Ciò che evince da queste due città è dunque uno spiccato utilitarismo ma alcuni picoli manufatti ci offrono anche un barlume di quella sensibilità dell’arte e del bello che si andrà poi sviluppando nelle valli dell’Indo come i sigilli raffiguranti animali e dei segni pittografici, che rappresentano la prima forma di scrittura del luogo, non ancora decifrata. Sono stati identificati numerosi pittogrammi, troppi affinchè questi abbiano un valore fonetico, e dunque non resta che pensare si tratti di un tipo di scrittura ideografica. E si suppone che le scritte da destra a sinistra rappresentino il nome proprio dei mercanti dell’India. Uno di questi sigilli raffigura un personaggio in una posizione yoga itifallica con un copricapo cornificato circondato da una tigre, un rinoceronte, un bufalo e un cervo e sis usppone fosse la prima rappresentazione di Shiva “grande Dio” e “Signore degli animali”. In fatti dalle numerose statuette falliche trovate nella valle dell’Indo si può constatare come già allora Shiva fosse venerato. Shiva avrà grande importanza tra tutte le divinità indiana ed è simbolo di fertilità e signore della caccia , rappresentando un dualismo essendo colui che getta la vita ma anche colui che la distrugge con maestosa potenza. A Mohenjo-daro sono state trovate inoltre innumerevoli figurine raffiguranti una donna con gli organi genitali molto visibili , facendo così presumere che si tratti della dea madre e le numerose statue a forma di yoni (vulva) rafforza l’ipotesi di questo culto. La civiltà dell’ Indo si estendeva sopra un milione e settantamila kilometri quadrati per oltre 70 località , e i ritrovamenti dei sigilli Indiani a Ur, località sumera, testimonia i commerci tra i due popoli e i granai suggeriscono che i mercanti

indiani trasportassero il grano a Sumer tra il 2300 e il 2000 a.C. E’ intorno a questo periodo che nella valle dell’Indo si iniziò a filare cotone colorato e a tesserlo per farne stoffe e non c’è dubbio che questo venisse esportato in mesopotamia costituendo la parte più robusta del commercio indiano insieme a perline, avorio, piume di pavone e scimmie. Durante il periodi di civiltà di Mohenjo- daro e Harappa scomparve l’economia basata sulla raccolta di cibo, la caccia nomadica e la pesca e anche quella agricola dei villaggi di confine e venne sostituita da un’economia che si basava su tecniche raffinate agricole di irrigazione e inondazione e sul commmercio in grande scala , tanto da riuscire a mantenere una popolazione in eccedenza. Il popolo dell’ Indo addomesticò inoltre molti animali: cani, gatti, pecore, cammelli, maiali, capre e elefanti e si pensa che il cavallo si sia diffuso in India insieme agli arii; inoltre l’allevamento di pollame ha arricchito la dieta di questa popolazione. Da analisi condotte su centinaia di scheletri nella città di Harappa deduciamo che la popolazione di Harappa era mista , di altezza variabile tra il metro e il metro e mezzo e di età intorno ai 30 anni alla morte. Insieme con i corpi veniva di solito sepolto vasellame e in mollti casi il corpo del defunto era ornato di gioielli, ma non sono state trovate tompe regali. Le più interessanti sono tre tombe doppie contenenti uno scheletro maschile e uno femminile ; questo potrebbe essere il primo indizio della sati, usanza indiana che prevedeva che la moglie seguisse il marito durante la vita e anche la morte. Dopo il 1750 a.C alcuni fattori cominciarono a trasformare la città di Harappa , deteriorando il livelllo di vita e incrinando le condizioni ambientali della città; sembra che l’efficiente e ricco impero di Harappa abbia subito a un certo punto un qualche evento traumatico, cosicchè le sue città cadettero sotto il dominio di genti lontane, culturalmente assai più arretrate. Un tempo si pensava che fossero stati gli arii, dei barbari trainati da cavalli a scalare le mura delle città e a conquistarla ma questa versione oggi non è più credibile ed è universalmente riconosciuto che una seri di inondazioni determinate da terremoti , mise fine a questa gloriosa civiltà. L’Indo probabilmente cambiò il suo corso in seguito a questi eventi rovinando il delicato equilibrio del sistema agricolo di Harppa. A Mohenjo-daro , il ritrovamento di numerosi scheletri in fuga fa pensare a una fine più rapida dovuta al terremoto e il contemporaneoi straripare del fiume.

L’ETA’ DEGLI ARII

Intorno al 2000 a.C le tribù barbare seminomadi, che in origine parlavano l’indoeuropeo e vivevano nella regione compresa tra il Mar Caspio e il mar Nero , vennero sospinte via dalle loro terre a causa di un disastro naturale verso la Russia meridionale. Le tribù si mossero in ogni direzione frazionandosi in piccole e più chiuse comunità. Una di queste comunità era costitutita dagli Ittiti e si stabilirono a sud del caucaso in Cappadocia a partire dal 2000 a.C, altre invece si spinsero più avanti verso la Persia nell’attuale Iran. Sembra che queste popolazioni abbiano vissuto a lungo in armonia, poi però , nel 1500 a.C circa ,si divisero nuovamente e le tribù chiamate arie, si spinsero ancora più oriente attraverso le pericolose montage dell’ Hindu Kush, fino all’India. Non possediamo indizi archeologici per i primi secoli dell’età degli Arii ma siamo in grado di farci un idea grazie ai “Libri della conoscenza”, i Veda, inni sacri della religione Aria composti intorno al 1500 a.C. Il più antico di questi è il Rig-veda che consiste di 1017 inni in sanscrito indiirizzti per la maggior parte ai vari dei arii di cui supplicano i doni. Al contrario della civiltà di Harappa , gli arri vivevano in villaggi tribali e le case in bambù o legno leggero non sono sopravvissute con il tempo. Gli arii non facevo uso di scritturta , non cossero i mattoni e la loro più spiccata civilizzazione si limitava all’uso dei carri attaccati ai cavalli e a quello delle asce di bronzo, archi e frecce.

Il Rig-veda non reca traccia di questa migrazione ma menziona le vittorie degli arii sulle postazioni fortificate nella quale si rintanava la gente dalla pelle scura. Probabilmente l’invasione aria in India si è spalmata in diversi secoli ed è stata la più importante avvenuta in India poichè vi hanno importato non solo il loro patrimonio genetico di origie caucasica, ma anche una nuova lingua ( il sanscrito) e un nuovo pantheon di dei , nonchè un nuovo tipo di famiglia patriarcale e patrilineare e la struttura gerarchica della società basata su tre classi ( sacerdoti, guerrieri e non nobili). Poichè le fonti sono solamente i Veda è logico che si sappia molto di più sulla religione Arya che non su altri aspetti sociali, ma si possono dedurre alcuni caratteri della struttura sociale ariaa e ad altri argomenti non religiosi.

poteva assumere olte forme , possedeva il potere di guaritore e salvatore e al contempo distruttorre; Soma era il dio dell’immortalità, il nettare le cui gocce gloriose donavano libertà. L’apparente semplicità del culto vedico legato alle forze della natura veniva però subito oscurata dalla ricerca dellla comprensione dell’origine dell’universo e del controllo sulle forze dell’universo. Se infatti il fine immmediato del sacrificio era assicurarsi la benevolenza del dio e di conseguenza logevità e salute, esso aveva anche il significato di un’azione intesa a mantenere in equilibrio l’ordine dell’universo. Infatti molti demoni attentavano a questo equilibrio si rendevano necessari molti sacrifici. Prima che volgesse al termine l’epoca vedica vennero create molte nuove divinità onnicompensivi con caratteristiche molto più simile a quelle di un dio monoteistico e l’evoluzione del principio monistici della crezione venne portato a compimento proprio alla fine del Rig-veda dove troviamo L’UNO indicato come fonte della creazione; in lui sono presenti ogni sorta di differenziazione e tutte le divinità.

CONQUISTA E UNIFICAZIONE DELL’ INDIA SETTENTRIONALE

Durante i secoli sembra che gli arii non siano mai riusciti a superare i loro conflitti interni fra tribù e il Mahabharata ne è la dimostrazione , un poema inzuppato di sangue e guerre tra cugini per l’eredità di un parente comune da cui si può dedurre le caratterestiche di queste genti. L’epico scontro segna la transizione tra la pastorizia nomadica e il consolidamento e la confederazione delle tribù arie in domini territoriali governati da re; da capitali come Hastinapura (presso Dehli) essi governavano su coltivazioni e foreste. Il re assume una posizione sempre più importante tanto che nei commentari Brahamana ai Veda ( tra il 1000 e il 700 a.C) appaiono moltisacrifici destinati a consacrare la sovranità dei re che veniva considerato come erede del potere di Indra , re degli dei. I sovrani man mano non si accontentarono più del semplice titolo di raja ma ne assunsero di più altisonanti come “grande re” maharaja o “padrone di ogni cosa” samraja.

La Satapatha brahmana narra su un piano allegorico l’espansione a oriente degli arii propagandola al diffondersi del sacro fuoco di Agni che consuma le foreste nella sua avanzata. Ciò che deduciamo dal racconto è che gli arii per ripulire la giungla nord del ganga, usarono la tecnica di bruciare e tagliare prima di affondare i loro aratri nel terreno che da qui a qualche tempo saà destinato alla coltivazione del riso. In questi territori (Kosala e Videha) nacquero Rama e Sita, gli eroi del Ramayana , l’altro grande poema epico indiano che può essere visto come un allegoria dello scontro tra genti arie e prearie , culminato con la conquista aria del sud cui trama principale è la storia di Rama e Sita due giovani amanti che si rifugiano nella foresta quando la giovane viene rapita da Ravana che la trascinò a Lanka; così Rama cercò alleati tra le scimmie della foresta che costruirono un ponte di code su cui Rama passò e riuscì a uccidere il suo nemico e liberare la sua sposa. Probabilmente gli arii non avevano avuto intenzione di spostarsi verso l’India meridionale fino a quando non sono stati provocati da furti , rapimenti ed uccisioni delle genti indigene che avrebbero invogliato gli arii a spingersi al dilà delle loro sicure terre, sbaragliando con le loro armi più efficaci le tribù ostili. Un tale processo di espansione pose le basi per la produzione agricola e permise che la semplice integrazione pluralistica di genti diverse si sviluppasse diventndo quel complesso sistema sociale che i portoghesi erroneamente chiamarono sistema castale. Quello che i portoghesi chiamarono “casta” era in realtà l’ideale sistema di classi (varna) di epoca rigvedica, ovvero la suddivisione tra brahamani, kshatriya, vaisya e sudra mentre cio che gli indiani intendono per “casta” è qualcosa di ben più limitato , cioè il gruppo endogamo che trova il proprio fattore unificante nella nascita (jati). Nel tardo periodo vedico cominciò così ad emergere l’attuale sistema sociale come combinazione di varna e jati; mentre le prime tre classi diventaroni i varna dei due volte nati, brahamani, kshatriya e vaisya le genti soggiogate di Harappa vennero incluse nel sistema come sùdra , nati una sola volta. Gli sùdra vivevano in una condizione legale di gente di seconda categoria , venivano defininiti servi, e si potevano esiliare e uccidere a piacimento., non potevano ascoltare gli inni vedici destinati solo ai nati due volte. L’aggiunta di altre genti all’ interno della popolazione indiana rese inevitabile l’aggionta di una casta ancora più bassa, quella degli intoccabili. Le radici del complesso sistema della jati sembrano avere origine già nell’ India pre-aria dove si poteva ipotizzare una gerarchia sociale basata su differenti ranghi determinati dal lavoro esercitato. In tarda età vedic troviamo ivece delle liste che non hanno solo la tendenza di catalore il lavoro, ma essendo un testo sacro dovrebbero

aver avuto sia un carattere di santità sia un significato peculiarenella rappresentazione dei lavori esercitati dai vari gruppi. IN seguito noteremo l’emergere di corporazioni di mestieri : villagi i cui membri praticano la stessa occupazionee restano isolati dai loro confinanti. Per paura di essere profanati. L a primordiale angoscia della profanazione ( perdere potenza), favorì il matrimonio solo entro i confini di un gruppo fidato, la cui jati fosse vicina a quella della propria famiglia per evitare il timore di perdere l’identitào la purezza. In questo modo i legami di parentela e matrimoniali vincolarono tra loro i villaggi nell’ambito del territorio e del regno, conferendo anche nuova forza sociale e nuove ricchezze al dominio del monarca.

Durante l’epoca rigvedica il morto veniva sepolto in piccole case d’argilla, dal quale sarebbe poi asceso al cielo di Yama o nelle tenebre demoniache. Nell’epoca brahamanica per purificarelo spirito dalle scorie metalliche del corpo , la cremazione divenne sempre più comune. Durante questo periodo inoltre emerse una nuova teoria secondo il quale chi avesse sperimentato le sofferenze dell’inferno, avrebbe potuto risvegliarsi solo per soffrire ancora; un’anticipazione dellla nozione buddhista di karman e metempsicosi. Ogni capofamiglia ario custodiva il suo focolare sacro dove il brahamano offrifa offerte sacrificali chiedendo di prolungare la vita o di far cadere la pioggia. Nei momenti in cui la pioggia dopo numerosi sacrifici non arrivava , i raja che, avevano sacrificato buona parte del proprio besstiame a tal proposito , potrebbero avere messo in discussione il potere brahamanico a partire dal 700 a.C. come pure alcune brillanti menti della pianura gangetica che si dedicaroni alla vita eremitica nelle foreste. Proprio alcuni di questi scrissero le Upanishad, centootto dialoghi poetico-filosofici, che, senza rifiutare i mantra o i sacrifici rig-vedici, cercarono una via differrente per il raggiungimento del moksha ( liberazione ). In uno di questi dialoghi ci si interroga sul segreto dell’immortalità , e la risposta secondo l’autore si trova nell’atman (aniama , soffio) poichè conoscendo questo, si conosce tutto il mondo, essendo eqivalenti anima cosmica e anima individuale. Le posizioni yoga , gli esercizi di respirazione e la dieta possono aiutare l’uomo ad ottenere questa conoscenza che giunge come un lampo accecante ed è raggiungibile anche per le donne. (atman =aniamm del mondo=divinità Brahma). La visione del mondo nelle Upanishad è essenzialmente negativa poichè il piacere e il desiderio non è un bene poichè corporeo ( il corpo fa schifo). Inoltre da qui si inizia a credere al cento per cento in un ciclo di esistenze ( samsara) senza fine costituito da continue nuove nascite e nuove morti, vivendo una vita piena di dolori, la cui unica via di uscita è rappresentato dalla conoscenza dell’identità mistica tra se e il tutto. Per sfuggire aale sofferenze dunque non bisogna che controllare se stessi e tutti quegli impulsi corporei (karman) in cui l’atman è impigliato pe raggiungere il moksha. La legge del Karman postula che ogni azione buona o cattiva abbia delle ripercussioni nei tempi futuri e soltanto l’insieme dei nostri karman potrà dire quante volte saremo destinati a nascere e morire. Dunque nelle Upanishad emerge che il mondo non è che un illusione ( velo di Maya ) , cui si può sfuggire solo privandosi di ogni desiderio e necessità.

Nel Kosala a Kapilavasti nel 563 a.C nacque Siddharta Guthama, anche detto Buddha. Egli era un principi di tribù e come altri subì le influenze delle Upanishad. A 30 anni Guthama abbandonò la sua vita di agi e vagabondò per 6 anni in solitudine nei boschi del Kosala e del Magadha, prima di ottenere l’illuminazione e divenire il fondatore della più grande religione filosofica del mondo. Buddha strinse fin da subito buoni rapporti con il sovrano del Magadha, Bimbisara. Nel 527 a.C il Buddha tenne il suo primo grande discorso nel parco dei cervi a Sarnath; il suo sermone comprendeva il messaggio delle 4 verità e sarebbe diventato il nucleo filosofico del buddhismo:

_ La prima nobile verità riguarda la sofferenza della nostra esistenza, che regna dappertutto, dalla nascita alla morte.

_ La seconda nobile verità riguarda l’ignoranza, che è poi la causa prima del dolore: non c’è ignoranza più grande di quella che investe la natura della realtà. La sua triplice definizione della natura della realtà si differenzia da quella delle scuole del periodo , poichè il Buddha postula l’esistenza di un mondo “pieno di

verso ioriente attraverso il Panjap e raggiunse il Beas gli arrivò il lontano eco della grande potenza del lontano Magadha e si dici incontrò il giovane Candragupta, il fututo fondatore dell’impero Maurya. Proprio sul Beas le truppe di Alessandro si rifiutarono di avanzare ancora e lo costrinsero a fare retro marcia verso casa, che Alessandro non riuscirà mai più a rivedere. Quando la marea di truppe macedoni si ritirarono, si elevò a occidente il grande Magadha sotto l’impero Maurya. Il nome Maurya derivava dal pali “pavone”. Il fondatore della dinastia fu Candragupta che probabilmente era figlio di un mandriano e dietro la sua salita al trono vi era probabilmente il genio del brahamano Kautilya, ritenuto anche l’autore dell’Arthasastra, un testo di realpolitik che ricorda il principe di Macchiavelli. Oggi riteniamo però impossibile che scrisse l’intero trattato da solo ma Kautilya dovette comunque scrivere le prime parti del testo contribuendo con le sue idee e il suo talento. L’ Arthasastra non deve essere usato solo come fonte primaria dell’impero Maurya: esso fornisce infatti testimonianze inestimabili sulle effettive attività non meno che su i traguardi e gli ideali di vasta portata che animarono il re e i suoi elettori. L’opera inizia con un capitolo sull’educazione del re, egli deve essere energico e guardindo, deve inoltre imparare a dominari i suoi sensi e i sei nemici: lussuria, ira, cupidigia, vanità, superbia ed esuberanza. Il re deve anche controllare i suoi sottoposti e per far ciò deve assoldare un esercito di spie. Per mantenere il suo esercito di spie, soldati e burocrati civili, il monarca esigeva una parte di tutti i raccolti prodotti sul suo territorio. La capitale dell’impero era Paliputra , la più grande e potente città del mondo , sulle rive della Ganga. Il corpo amministrativo della città era composto da 6 consigli di 5 uomini ciascuno di anziani che governava villaggi, città e grandi centri. Nell’Arthasastra ci si può rendere conto dell’accortezza con cui i funzionari veniva controllati , il testo raccomanda infatti che gli impiegati governativi debbano essere sempre vigilati da superiori , lavorare solo secondo istruzioni. Megastene individuò nell’India Maurya l’esistenza di 7 classi, la pù alta delle quali era quella dei consiglieri reali, più alta dunque quella dei brahamani. Candragupta negli ultimi 25 anni della sua vita utilizzò per consolidare il suo potere su tutta l’india settentrionale, estendendo il potere del Magadha fino all’Indo e oltr. Nel 305 a.Cil monarca concluse un accordo con il sovrano greco erede di Alessandro, che in cambio di elefanti da guerra permise all’impero Maurya di estendersi fino all’Hindu Kush. L’impero era diviso in distretti janapada, riflettevo gli antichi limiti delle tribù ed erano amministrati dai parenti più stretti dell’imperatore o da generali. L’esercito era invece organizzato in 4 corpi principali: fanteria, cavlieri, carri e elefanti da guerra. L’impero possedeva e sfruttava tutte le miniere come pure le fabbriche di armi, rivendicava i propri diritti sui grandi centri di filatura e tessitura. Il tipo di governo descritto nell’ Arthasastra era una monarchia socializzata che imponeva ad artigiani e professionisti una rigida applicazione dei contratti di lavoro. I lavoratori che mancavano di adempiere ai contratti erano soggetti a corrispondere una multa. La moneta del regno era il pana d’ argento. I più pagati erano i consiglieri del re ma al di sotto di loro il salaro cadeva precipitosamente. Esistevano però ampie proprietà esenti da tase come le proprietà religiose o donazioni a guerrieri valorosi. Esistevano inoltre le sreni, corporazioni di artigiani e di mercanti che godevano di autonomia giudiziaria nei confronti dei propri membri ( simile alla jati ). L’ arthasastra espone anche la classica teoria del mandala ( cerchio ) riguardo la politica estera che consisteva nel farsi amico il re intermedio e di non far intervenire quello neutrale.

Candragupta abdicò nel 301 a.C per divenire monaco jaina nell’ India meridionale dove digiunò fino alla morte mentre suo figlio Bindisura assumeva il potere. Questo governo non è da ricordare ma il più grande contributo di Bindisura alla storia , fu suo figlio, Asoka, che regnò dal 269 al 232 a. C. Grazie agli editti che Asoka fece scolpire sulle grandi rupi e sulle colonne di arenaria sappiamo molto sulla figura di questo sovrano. Le iscrizioni di Asoka sono il più antico reperto indiano ad essere stato decifrato. Durante i primi 8 anni di governo Asoka consolidò ed estese il suo potere nella maniera più rapida e spietata possibile. Dopo aver annientato l’ultima grande oppoosizione , abbandonò la politica di conquiste e decise di iniziare una difesa della pace e della non violenza. Sembra che questa decisione sia stata dettata dalla sua conversione al buddhismo nel decimo anno del suo regno. Lo stato Maurya, sull’onda della conquista del Kalinga, proclamava così la risoluzione del suo imperatore a tollerare il male per quanto possa essere tollerato senza ricorrere a punizioni violente , e a occuparsi amorevolmente dei suoi sudditi. Al sud solo i tre regni dravidici restarono indipendenti ( kerala, Cola, Pandya) oltre all’isola di Ceylon. L’india Maurya aveva contatti con

tutti gli imperi del mondo. Asoka venne proclamato primo cakravartin ( colui le cui ruote del carro girano senza intralcio ) , imperatore universale dell’India e si rivolgeva a tutti gli indiani come “ figli miei” e il suo unico desiderio era il benessere e la felicità dei suoi sudditi. Asoka nominò una serie di supervisori della legge da mandare in tutto l’impero come suoi emissari presso i governatori locali a sorvegliare i funzionari nell’adempimento del loro dovere : un compito pressocchè impossibile visto le grandi distanze e le differenti consuetudini delle diverse regioni indiane., Si trattava però del primo tentetivo di rafforzare il controllo di una burocrazia centralizzata. Quello che resta delle iscriziono di Asoka sono virtuosi consigli come “rispettare padre e madre” ecc. Per facilitare le comunicazioni dell’impero fece piantare alberi umbriferi lungo le strade e costruì ospizi nelle vie maestre del regno. Asoka ospitò a Paliputra il terzo grande conciglio Buddhista e la tradizione gli attribusce la costruzione di 84000 stupa, tumuli buddhisti destinati ad accogliere relique , poi abbeliti con palizzate e portoni. Asoka morì nel 232 a.C e dopo la sua morte l’impero Maurya cadde dopo poco.

FRAMMENTAZIONE POLITICA E ARRICCHIMENTO ECONOMICO E CULTURALE

Per 5 secoli, dal crollo della sovranità Maurya fino al 320 d.C, l’India rimase politicamente frammentata. Una serie di invasioni di genti centro-asiatiche coincise con la nascita di nuove monarchie regionali al sud , di modo che il Magadha vide la propria supremazia scemare alle condizioni che aveva prima dell’impero Maurya: una regione fra le molte, dotate di un’indipendenza semi feudale , in competizione fra loro. L’India godette dei lucrosi benefici derivanti dai sempre più vasti commerci oltremare; jati e sreni di mercanti e artigiani prosperavano e dal punto di vista artistico e culturale fu un’epoca di grande crescita. Nel 190 a.C gli invasori greco-bactriani riconquistarono il Panjab. Gli eredi di Alessandro coniarono stupende monete e edificarono un buon numero di colonne iscritte per commemorare la conquista dell’India nord-occidentale. Il comandante Bactriano si identificava come “adoratore di Vasudeva”, che viene identificato con Krishna, la discesa terrestre di Vishnu, il dio vedico solare. Krishna venne icorporato in una tarda sezione del Mahabharata, in qualita di divino auriga dell’eroe Arjuna. Vishnu finì con l’avere 10 avatara, tra cui appunto Krishna, Rama e Buddha ; una testimonianza di come l’induismo è stato capace di assimilare diversi culti regionali e diverse divinità. Uno dei re Bactriani,b Menandro fu convertito al buddhismo dal monaco Nagasena. Intorno al 175 a.C alcune rivolte capeggiate da Eucaride portarono al potere una nuova dinastia di monarchi greco-bactriani e si mossero dalla valle del Kabul fino alla regione di Taxila, dominando la regione del Gandhara per più di un secolo. Il ponte tr oriente e occidente costituito dalla Bactriana, potrebbe aver costituito un catalizzatore la trasfarmozione del buddhismo theravada (piccolo veicolo), nel buddhismo mahayana (grande veicolo), il cui nucleo centrale è il concetto di Bodhisattva (colui che ha la perfetta conoscenza), un salvatore pieno di amore e compassione che, invece di abbandonare egoisticamente il mondo, indugia sulla soglia del nirvana e si volge verso l’umanità per aiutaarla a liberarsi dal dolore. Nel 50 a.C, Ermeo, ultimo re bactriano tentò invano di difendere la sua terra da un duplice attacco: Sciti (o Saka) da Nord e i Parti da Occidente.

Gli sciti furono i primi di una serie di nomadi provenienti dall’asia centrale a rivelarsi nel subcontinente indiano durante questo mezzo millennio di frammentazione politica; durante i cent’anni di invasione scita nel Panjab si unirono al saccheggio anche gli iranici Pahlava. Sembra che Maues sia stato il primo sovrano scita a conquistare il Panjab ma il più famoso fu Gondophares, il cui nome è stato da tempon accostato a quello di Tommaso; secondo la versione apocrifica degli Atii, quando gli apostoli si spartirono il mondo per evangelizzarlo a Tommaso fu assegnata l’India e a un certo punto gli apparve un mercante mandato appunto da Gondophares che cercava un abile carpentiere e ciò convinse l’apostolo a intraprendere il viaggio. Durante questi secoli iniziò il processo di indianizzazione degli sciti che iniziarono ad adottare nomi kshatriya e si facevano trarre oroscopi dai brahamani. I monarchu kushana, non solo alludevano a se stessi come grande re o re dei re , ma anche come figlio del cielo, a somiglianza del titolo imperiale cinese. Colui che potrebbe aver utilizzato questo appellativo fu probabilmente Kanishka, il più grande sovrano kushana,

proprio patrono (jaman) che provvedeva a fornire allle loro famiglieil riso sufficiente per sopravvivere in cambio dell’annuale “assicurazione” dei servigi.

La crescita dei commerci e della ricchezza stimolò il pensiero indiano. Non solo il buddhismosi evolvette ma il brahamanesimo iniziò a distinguersi non più come una fede centrata sui sacrifici vedici al fuoco, bensì come devozione a una delle forme di divinità di setta (Vishnu o Shiva). La presa di questo nuovo tipo di Induismo crebbe in tutto il subcontinente , e buddhismo e jainismo rimasero valide alternative. Vishnu cominciò ad essere esaltato come il divino salvatore dell’umanità, i cui avatara appaiono sulla terra quando i demoni cercano di distruggere il Dharma cosmico. Uno degli avatara è appunto il Buddha , e assorbendo la sua figura l’induismo riuscì a ricondurre a se migliaia di seguaci. L’incarnazione terrena del dio si vede anche nel Mahabharata, in Krishna, che nel suo dialogo con Arjuna si fa portavoce della filosofia Upanishadica. Coma auriga riescea a consolore l’eroe che si stava ritirando dalla battaglia dopo aver visto un suo parente tra le file degli avversari, ma Krishna gli ricorda che è un guerriero, e quindi il suo primo dovere (dharma) è quello di combattere. Khrishna spiega anche che quelle che vede dall’altro lato non sono che figure illusorie poichè l’Atman è immortale e non può essere ucciso con la spada. Questo atman non nasce e quindi non è soggetto a morte. L’insegnamento fondamentale è quello del kharmayoga (disciplina dell’azione) come unica via per la salvezza, agire secondo il proprio dharma (dovere) con indifferenza verso il successo o il fallimento, può essere il metodo per svincolarsi dalle continue rinascite. La meta elitaria delle Upanishad si fa così accessibile per tutti coloro che abbiano forza sufficiente a frenare le proprie passioni mentre si impegnano in azioni di ogni genere. L’altra grande via di salvezza Indù è rappresentata dalla bhakti “devozione”: secondo Krishna “coloro che mi riveriscono, con devozione, costoro sono in me e io in loro”, sviluppando un cocetto simile a quello di fede cristiana. La salvezza Indù divenne quindi accessibile a utte le classi sociali ma l’induismo mantenne l’idea di diseguaglianza alla base della fede, legato com’era la sistema tra caste. Il dharma è infatti diverso da casta a casta Agli intoccabili e agli Sudra veniva promessa lungo le rinascite la liberazione finale se durante la loro vita avesssero ottemperato al loro dharma; se si fossero ribellati alla loro condizione servile non avrebbero fatto che accomulare cattivo karman. Shiva era invece il divino yogin e dio della fertilità, creatore della vita , signore degli animali , re della danzama anche il nero distruttore, la morte e il tempo incarnati. Siva riassume in se la conciliazione degli estremi tipica dell’induismo. Sua moglie era una delle forme della dea madre: la benevola Parvati, la virtuosa Sati, la maligna Kali o la demoniaca Durga. Per l’indù devoto le leggi rlative alla casta erano ancora più importanti delle divinità. Ciò che importava era mangiare propriamente, sposare la persona giusta e agire correttamente e tutto in armonia con il dharma del proprio varna, della propria jati e dell’asrama. L’asrama era lo stadio della vita e secondo gli induisti ne esistono 4, che si applica però solo ai nati due volte.

  • brahamacarin: il periodo dedicaro allostudio tra i 6 e i 12 anni quando il ragazzo lascia casa per andare a vivere dal guru ad imparare a memoria i mantra vedici

-il diplomato tornava a casa per compiere le sacre abluzioni e poi sposarsi. Col matrimonio, organizzato dai genitori, il bravo indù entrava nel secondo asrama, il cui dharma era farsi una famiglia , godere dei piaceri della vita e prosperare, rendere felici moglie e figlie accomulare più beni materiali che potesse.

-dopo essere giuno a vedere il volto del nipote, l’indù maschio due volte nato era pronto a passare nel terzo stadio della sua vita , quello di abitatore della foresta (vanaphrasta). In questo stadio poteva esssre seguito dalla moglie. Questo stadio significa abbandonare la casa e tutti gli oggetti materiali e andare a vivere senza ricchezze o lavoro che lo distraggono dalla pace per prepararsi all’ultimo stadio

  • questo stadio trasse probabilmente ispirazione dal jainismo e dal buddhismo. E’ Lo stadio da asceta itinerante, dove l’ormai anziano uomo si ritrova a vagabondare per la foresta in completa solitudine poichè solo l’anima calma purificata che si è affrancata da ogni contatto e da ogni legame mondano può sperare nella liberazione finale, moksha.

L’ETA’ CLASSICA

L’impero Gupta e il regno di Harsha Vardhana possono essere considerati i prototipi classici di stato indù.

I gupta come i Maurya fissarono la loro base di potere nel Magadha. Candragupta Ifece batter monete per commemorare la propria incoronazione nel 320 a Paliputra e assunse il titolo sanscrito di gran re dei re. I Gupta ampliarono però il loro potere grazie all’erede di Candra, Samudra , spingendosi ad occidente fino al panjab e ad oriente fino al Bengala, annesse poi il kasmir e si espanse a sud fino al Deccan. Ma il culmine del potere e dello splendore culturale gupta venne toccato con il figlio di Samudra, Candragupta II di cui possiamo avere una visione abbastanza chiara grazie alle opere del poeta drammaturgo Kalidasa e al diario raccolto dal pellegrino buddhista cinese Fahsien. Le testimonianze delle monete raccontano che i gupta sbaragliarono gli sciti nel 409 e di conseguenza ottenne i controlli su tutti i porti del mar arabico e sulle ricche vie commerciali verso l’occiedente. I resoconti di fahsie raccontano di uno stato pacifico ,dove la gente poteva godere di notevole libertà personale e della tolleranza di un sovrano che sapeva governare senza decapitazioni e pene corporali. Egli trovò Paliputra una città di grandi palazzi e di così notevole affollamento da essere provvista di ricoveri gratuiti dove il ”povero d’ogni paese, lo storpio e il malato potevano trovare rifugio”. Nonostante la grande ripresa dell’induismo, il buddhismo continuava a fiorire. Fahsien notò anche la presenza degli intoccabili, che gironzolavano ai margini della città con dei gong per avvertire le classi più alte della propria presenza contaminante. Durante quest’epoca l’appoggio regale veniva elargito indistintamente a indù, jaina e buddhisti. I templi indù appariva come la classica forma architettonica indiana. I templi come in grecia, erano concepiti come la casa delle divinità , dove i devoti si recavano a offrire doni e a pregare l’immagine posta entro il recesso del santuario. Ciascun tempio era dedicato a una divinità specifica: Vishni, Shiva, dea madre. Essi erano modesti per forma e dimensione , consistevano di un più piccolo santuario posto entro una grande sal quadrata, fuori c’era un vestibolo decorato con rilievi scolpiti raffiguranti le divinità, costruiti in blocchi di pietra e i tetti erano piani. I templi si sono poi evoluti nell’VIII secolo a strutture ornate con stravaganza e perfino città intere.Quest’epoca segnò anche l’apogeo dell’arte della grotta e della scultura.

Commercio e buddhismo stimolarono in questo periodo i contatti con la cina e il sud-est asiatico. Dall’india partivano elefanti, cotne , avorio, scimmie, mentre dalla cina arrivaavno muschio e seta. Mentre il commercio con la cina fioriva sempre più , quello con Roma iniziò a declinare, poichè la fuga di capitali romani verso l’india aveva minato l’economia di un grande impero già sulla strade della frammentazione. L’impero Gupta si manteneva in primo luogo grazie alle imposte sulla terra che i villaggi agricoli versavano e alle tasse che dovevano pagare sull’acqua se i loro terreni venivano irrigati.. Nonostante le elevate tasse sembra che l’agricoltura in questo periodo fosse fiorente e consentisse ai visatotori stranieri di assaggiare una gran quantità di prodotti, oltre al solito riso, frumento e zucchero ( banane, cocco, pere, susine, albicocche). Anche se non si faceva ampio uso della carne, il pesce era importante nella dieta dell’India meridionale e del Bengala. Le sreni continuavano a prosperare e all’interno delle corporazioni i pagamenti erano assegnati per anzianità in quote della rendita totale. La maggior parte di questeaveva quattro ranghi: apprendista, studente, esperto e maestro. I crescenti commerci e le alte quote di interesse condussero all’inflazione e a frequenti bancarotte, cosicchè si faceva ora molta attenzione ai debitori: le punizioni per il mancato pagamento dei debiti entrarono sempre più spesso a far parte del vasto corpus della letteratura legale indù. Lo stato gupta era propietario di tutte le miniere di sale e di minerali metallici , gestiva anche varie imprese industriali a beneficio del re, fra cui la zecca reale, fabbriche di armi, laboratori per la lavorazione di oro e argento, opifici per la tessitura e filatura destinati a fornire vestiti per la famiglia reale e per l’harem. Corpi scelte di spie continuarono a sorvegliare giornalmente le varie attività: lo smisurato corpo militare serviva invece sia ad aumentare beni immobili e proprietà dell’imperatore che a scoraggiare i possibili tentativi esterni e interni di far cadere il re.

dall’interazione molecolare degli atomi che compongono acqua terra fuoco e aria. Esistono sostanze non atomiche come anima , mente , tempo e spazio.

  • La scuola purva purvamimansa si basava interamente sullo studio del rituale rig-vedico e dei testi sacri. Per questi indù fondamentalisti, la salvezza coincideva con l’esatta esecuzione del sacrificio a Soma, poichè tutto ciò che è presente nei veda deve essere preso alla lettera come una verità eterna.
  • La scuola Vedanta trae ispirazione tanto dalle Upanishad quanto dai sacrifici rig-vedici. Si tratta del sistema filosofico indiano più autorevole e cerca la riconciliazione di tuttee le apparenti differenze esistenti nelle sacre scritture indù. Il più grande esponente fu Sankara (considerato il più grande santo maestro dopo Buddha) che sviluppò l’idea che il nostro mondo è illusione (maya) e l’unica realtà esistente realmente è l’atman.

Durantequest’epoca nell’India meridionale il movimento ispirato alla bhakti divenne importantissimo: i poeti tamil cantavano la loro fervida devozione al dio e i loro inni religiosi accompagnarono musica e danze tamil per secoli. Questi poeti attrassero a se milioni di devoti e ne sotrassero uìmolti al buddhismo. Il sistema politico dell’India meridionale non deve essere come un gruppo di stati con una ben sviluppata burocrazia centrale e sempre in competizione tra loro, come accadeva al nord, ma piuttosto come un sistema di potere policentrico: esistevano infatti delle zone a economia agricola che facevano capo a un villaggioa un villaggio centrale e contemporaneamente centri isolati che mantenevano la loro organizzazione tribale e si opponevano agli abitanti dei villaggi. Le grandi dinastie che rivendicavano il potere su queste terre, come i Pallava, erano composte da brahamani ed erano portatrici di cultura aria e indù. I pallava per esempio non erano che predoni che utilizzavano le fortezze urbane per immaganizzare le ricchezze saccheggiate. L’ agricoltura non dipendeva come al nord dai fiumi alimentati dalle nevi, ma da grandi cisterne