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Una panoramica degli sviluppi politici ed economici in europa, concentrandosi sul periodo post-seconda guerra mondiale fino agli anni '90. Esplora temi come la decolonizzazione, l'integrazione europea, le migrazioni, la crisi dei partiti di massa e il terrorismo. Analizza anche le dinamiche tra europa occidentale e orientale, l'eurocomunismo e le tensioni autonomistiche in spagna. Una sintesi utile per comprendere le trasformazioni del continente europeo nel contesto storico contemporaneo. Approfondisce le conseguenze del crollo del sistema sovietico e le guerre jugoslave, offrendo una visione complessa e articolata degli eventi che hanno plasmato l'europa moderna. Esamina le politiche migratorie e i flussi migratori, evidenziando i legami coloniali e postcoloniali tra gli stati europei e altri continenti. Infine, analizza l'evoluzione delle forze politiche, dalle moderate alle progressiste, e lo sviluppo di formazioni radicali e nazionaliste.
Tipologia: Sbobinature
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9.3 – La decolonizzazione in Asia Il processo di decolonizzazione prese le mosse dai possedimenti asiatici. A tracciare la strada fu l’ India , la più importante tra le colonie britanniche, che raggiunge l’indipendenza nel 1947. Si era affermata la leadership di Nehru e di Ghandi, che aveva promosso una serie di campagne di disobbedienza con il regime coloniale. I rapporti anglo-indiani si deteriorarono: nel 1942, il governo inglese cercò di ottenere l’appoggio del popolo indiano allo sforzo bellico alleato, offrendo in cambio ai leader del Congresso la concessione dell’autogoverno, ma ottenne un netto rifiuto accompagnato dalla perentoria richiesta di lasciare l’India. Dopo la guerra, Attlee volle focalizzare l’attenzione sulle sfide interne e accettò di porre fine al dominio britannico concedendo un’indipendenza che appariva ormai inevitabile. Il subcontinente indiano precipitò nel caos. Scontri sanguinosi tra indù e musulmani scoppiati a Calcutta nell’agosto del 46 furono seguiti da un’esplosione di violenza generalizzata tra i due principali gruppi religiosi del subcontinente. I britannici volevano che l’India indipendente restasse unita, anche per contrastare eventuali pressioni sovietiche nell’area; ma furono costretti a concedere l’indipendenza perché ormai il movimento indipendentista è un fatto assodato (in Africa e in Asia), e inoltre, anche perché Londra teme che negando l’indipendenza il paese si potrebbe avvicinare all’Unione Sovietica > (siamo in piena guerra fredda). Il ritiro inglese fu accompagnato così dalla bipartizione dell’ex colonia britannica in due Stati indipendenti (su pressione della lega musulmana): l’ India a maggioranza indù (Nehru ne fu primo ministro) il Pakistan musulmano. Spietate campagne di pulizia etnica condotte da estremisti di entrambe le parti causarono centinaia di migliaia di morti. Lo stesso Ghandi , che si era battuto per uno Stato unitario laico, cadde vittima del fanatismo indù, venendo assassinato da un estremista indù nel gennaio 1948. Gli scontri tra i due gruppi religiosi proseguono ancora oggi. Una volta emancipatasi l’India, gli altri possedimenti britannici seguirono a ruota > raggiungono l’indipendenza: la Birmania (futuro Myanmar) e l’isola di Ceylon (futuro Stri Lanka). Più lenta e conflittuale fu la decolonizzazione della Malesia, nel 1957 a seguito di una lunga guerriglia condotta da formazioni comuniste contro il potere imperiale londinese Nelle Indie orientali i leader del Partito nazionale indonesiano proclamarono l’indipendenza il 17 agosto
Nel 1946 , il governo francese mantenne le promesse di piena indipendenza fatte ai movimenti nazionali libanesi (Libano che si era autoproclamato indipendente già nel 1943) e siriani sin dagli anni Trenta. Nello stesso anno anche il governo britannico riconobbe l’indipendenza della Transgiordania (attuale Giordania). NB: paesi medio-orientali = paesi che Francia e UK avevano ricevuto con il mandato dalla Società delle nazioni alla fine della 1GM (prima erano dell’impero ottomano). La Palestina (ex impero ottomano) costituisce un caso a sé. Fu conquistata nel 1917 dall’UK (con l’arrivo delle truppe britanniche a Gerusalemme). Il ministro degli esteri britannico Balfour sancisce, quindi, il principio che gli ebrei abbiamo diritto ad avere un focolaio ebraico in Palestina - > si pongono le basi da un punto di vista internazionale dello STATO DI ISRAELE (che avverrà alla fine della 2GM; prima di questo gli ebrei vivono una situazione diasporica). Alla fine della 1GM (anche in conseguenza dei pogrom), in Palestina cominciano ad arrivare flussi di ebrei provenienti dai paesi dell’est Europa, rinforzando la presenza di ebrei ashkenaziti (ebrei dell’est) che si facevano forza per la dichiarazione di Balfour. L’emigrazione degli ebrei si rafforza nel corso degli anni 30 perché diversi paesi europei emanano una legislazione anti-ebraica (Germania, Italia, Europa dell’est). Es. ENZO SERENI emigra per questa ragione in Palestina. Gli ebrei italiani formano in Palestina il gruppo degli ITALKIM. L’emigrazione degli ebrei porta all’acquisizione di terre da parte dei coloni ebrei che le acquistano direttamente dagli arabi; NON c’è un’occupazione di terre ma un vero e proprio acquisto. I coloni ebrei giunti da vari paesi europei in Palestina aumentano soprattutto dopo la 2GM in quanto ci sono i cosiddetti “scampati” alla soluzione finale che non vogliono più vivere in Europa e cercano rifugio in Palestina. Tra di loro c’è Ada Sereni , un’attivista che aiuta molti ebrei a fuggire. L’aumento dell’immigrazione ebraica e la crescente pressione del movimento sionista per la creazione di uno Stato ebraico alimentarono ulteriormente il conflitto con la popolazione araba della regione, che aspirava anch’essa a dar vita a un proprio Stato nazionale. Fatte oggetto di attacchi terroristici da parte delle organizzazioni sioniste, le forze britanniche operarono ritorsioni. Nel 1947 Attlee riconobbe che la situazione era divenuta insostenibile lasciando all’ONU il difficile compito di trovare una soluzione a un conflitto – quello tra palestinesi e paesi arabi da un lato, e gli ebrei e lo Stato di Israele dall’altro – destinato a rimanere aperto molto a lungo. Nonostante questo, il 14 maggio 1948 viene proclamata l’indipendenza , o meglio, la creazione, dello Stato di Israele. 9.4 - La decolonizzazione in Africa Il primo paese europeo a lasciare le colonie africane fu l’Italia in seguito al Trattato di pace di Parigi del 1947 che impose all’Italia, in quanto paese sconfitto, la rinuncia a tutte le colonie, la cui sorte fu rimessa all’ONU. Fu stabilito che:
del Sud e assumerà il nome di Zimbabwe. I governi razzisti si hanno nella Rodesia del Sud e nella Repubblica sudafricana. Segue anche l’indipendenza della Rodesia meridionale e del Botswana. Nel 1960 si ha anche l’indipendenza dell’Unione Africana che diventa la repubblica del Sud Africa , caratterizzata da un regime di Apartheid che verrà smantellato nel 1961. In questo stesso anno, il Sudafrica recise i propri legami con il UK, abbandonando il Commonwealth. Le ultime colonie africane a raggiungere l’indipendenza (non pacificamente) solo l’ Angola e il Mozambico > che la raggiungono a metà degli anni 70 (colonie portoghesi). Le vicende della decolonizzazione in Africa sono state caratterizzate da una serie di conflitti interni di tipo tribale, politico e religioso e non sempre l’indipendenza ha portato dei frutti positivi in quanto si è scontrata con l’impreparazione politica e istituzionale dei paesi e dell’arretratezza economica e sociale - > si ha l’affermazione di regimi autoritari di stampo militare. 9.5 - La decolonizzazione: un bilancio Alla fine degli anni Sessanta dei grandi imperi coloniali europei non rimanevano che piccoli e sparsi frammenti. Come visto, il processo che portò alla dissoluzione degli imperi assunse forme diverse a seconda del variare dei fattori locali, dell’atteggiamento delle potenze coloniali e del contesto internazionale. In linea generale, la decolonizzazione risultò più contrastata nelle colonie di insediamento, dove erano presenti ampie comunità di coloni di origine europea che non intendevano rinunciare ai privilegi garantiti dal legame di dipendenza con la madrepatria (Algeria, Kenya, Angola, Mozambico). Al contrario, l’emancipazione dei popoli sottomessi avvenne con modalità sostanzialmente pacifiche e consensuali (Giordania, Cambogia, Laos, Marocco, Tunisia). Molto si è discusso a livello storiografico sulla linea di condotta adottata dai vari paesi imperialisti, vi è chi ha segnalato una differenza di fondo tra l’approccio britannico, più evolutivo e incline a concedere l’indipendenza, e quello francese più riluttante. In questa prospettiva, la decolonizzazione belga risulterebbe più vicina al modello inglese, mentre la decolonizzazione olandese e quella portoghese ricalcherebbero le modalità di quella francese. Tuttavia, è anche vero che in altre occasioni l’emancipazione delle colonie francesi avvenne in forme assai meno violente e contrastate. Tra gli effetti più diretti ed evidenti della decolonizzazione vi fu il rapido aumento degli Stati indipendenti a livello planetario. Se al momento della sua fondazione l’ONU contava 50 paesi membri, nel 1967 raggiunse 122, con ben 49 ex possedimenti coloniali. La maggior parte degli stati che diventano indipendenti a seguito del processo di decolonizzazione si schierano su una posizione NEUTRALE nei confronti della GF, dando vita al movimento dei PAESI NON ALLINEATI : mantengono una certa equidistanza rispetto al blocco occidentale e a quello sovietico e condividono obiettivi propri dell’ONU (cooperazione, autodeterminazione, uguaglianza delle nazioni, sovranità territoriale…). Questi principi sono manifestati dal movimento e trovano una loro consacrazione nella conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955 in cui spiccano in particolare India, Egitto e Jugoslavia. A Belgrado, nel 1961, si tiene il primo summit dei paesi non allineati. I paesi non allineati costituiscono il cosiddetto TERZO MONDO (definizione coniata da un demografo francese) = paesi che non appartengono né all’occidente capitalista né al socialismo sovietico. Si parla di “terzo mondo” ricordando la posizione del Terzo Stato: gruppo economico-sociale rappresentato dalla borghesia allo scoppio della Rivoluzione Francese che sarà uno degli elementi di guida del processo rivoluzionario. Sono paesi caratterizzati: dal sottosviluppo, dall’incapacità di far fronte all’arretratezza economica
e dal rapido sviluppo demografico. In molti casi lasciano la loro posizione di neutralità per avvicinarsi alle posizioni del blocco sovietico (Cuba e Corea del Nord) o del blocco occidentale. Nei paesi occidentali tra gli anni 60 e 70 si sviluppa un movimento politico noto come TERZO MONDISMO : movimento che nasce e si sviluppa tra le forze della sinistra occidentale a sostegno della liberazione dei paesi coloniali o neocoloniali e a sostegno dei movimenti rivoluzionari presenti nel terzo mondo; appoggia le posizioni di stati comunisti come la Cina e Cuba. La portata rivoluzionaria della decolonizzazione non sfuggì agli osservatori né tanto meno agli studiosi del tempo. Questo cambiamento di posizione dei popoli asiatici e africani nei confronti dell’Europa fu il sintomo più sicuro del sorgere di una nuova era. La decolonizzazione ebbe implicazioni cruciali anche per la geografia. Nel 1967 dal tedesco Arno Peters, che ridisegnò il globo ampliando lo spazio assegnato ai tropici ed estendendo dunque la lunghezza del continente africano, sulla carta risultavano ridotte le dimensioni dell’Europa. La proiezione di Peters resta un’importante testimonianza della non oggettività delle rappresentazioni cartografiche e dell’esigenza di elaborare nuove visioni del mondo capaci di riflettere le straordinarie trasformazioni maturate nello scenario internazionale nel secondo dopoguerra. 9.6 - L’eredità degli imperi La dominazione europea lasciò un’eredità assai rilevante ai popoli che si andavano emancipando dalla soggezione imperiale. In molti casi le strutture amministrative continuano a sussistere nella fase post- coloniale, le infrastrutture continuano ad essere utilizzate, la lingua parlata è la stessa dei paesi colonizzatori, anche se si avvia un processo di contestazione da parte di intellettuali locali che spingono all’abbandono della lingua dei colonizzatori per l’adozione dei dialetti locali non solo nella lingua parlata ma anche in letteratura. In Africa, ad esempio, storici africani hanno dato avvio agli “studi post-coloniali”, come avviene anche in India; si cerca di recuperare gli elementi tradizionale dei paesi decolonizzati. Tuttavia, molte costituzioni continuano ad essere ispirate a quelle delle ex potenze coloniali. I governanti di alcuni paesi neo-indipendenti decidessero di cambiare nome ai loro Stati e/o città, nell’intento di scrollarsi di dosso l’eredità coloniale valorizzando elementi storici e geografici autoctoni (Rhodesia del Nord divenne Zambia e quella del Sud Zimbabwe, il Congo belga fu rinominato Zaire). Molte costituzioni dei nuovi Stati, poi, furono ispirate a quelle delle ex potenze coloniali e per lo più mantennero le strutture internazionali e amministrative imposte durante la dominazione europea. La decolonizzazione non recise affatto ogni legame tra i paesi europei e le loro ex colonie. Nel caso del UK, queste ultime aderirono in larga maggioranza al British Commonwealth of Nations , istituita all’inizio degli anni Trenta per riunire i paesi dell’impero di Sua maestà cui venivano riconosciuti l’autogoverno o l’indipendenza. Il Commonwealth stesso mutò la propria natura: la regina britannica fu relegata a un mero ruolo di rappresentanza e l’associazione perse il carattere omogeneamente “bianco” che aveva in precedenza. Anche le altre ex potenze si adoperarono per convertire l’impero in un’area di cooperazione politica ed economica. Esse non rinunciarono a mantenere basi militari nelle ex colonie. La decolonizzazione ha spesso determinato una grave debolezza economica che ha generato il fenomeno del NEO-COLONIALISMO da parte di paesi che hanno offerto aiuti non disinteressati e rapporti economici squilibrati ai paesi africani. Ciò accade nel corso degli anni 60 da parte dell’URSS che ha imposto ai paesi africani anche un modello di sviluppo economico imposto dall’alto (come il modello economico sovietico). Ancora oggi ci sono forme di neocolonialismo in Africa, da parte della Cina: in cambio di aiuti per lo sviluppo economico e sociale africano, la Cina richiede materie prime.
Quest’idea di unificazione europea passa dall’essere un’elaborazione di tipo teorico, a trasformarsi in un vero e proprio progetto politico alla conclusione della 1GM. Un nobile austriaco, Coudenhove , elabora un progetto di Europa unita , di un’Europa unificata sotto forma di federazione di vari paesi europei (federazione molto ampia comprendente tutti i paesi dell’Europa mediterranea, di quella orientale e settentrionale ESCLUDENDO però la Turchia e la Russia > le quali venivano ammesse ad un’unione doganale); e NON prevedendo nell’unione il UK il quale ha un rapporto piuttosto conflittuale con l’Europa continentale). Questo progetto presenta contenuti sia di carattere politico che economico, elaborando un esempio d’Europa unita possa essere una garanzia di pace , una garanzia a che non scoppino più altre guerre, e che sia un modo per mantenere e difendere la supremazia d’Europa sulla scena globale risente del clima del dopo guerra. Fu l’aristocratico Kalergi a fondare il movimento Paneuropa per scongiurare il rischio di nuove guerre e difendere la supremazia europea. Raccolse adesioni di sostegno in diversi leader dei paesi europei quali Churchill, Stressman (cancelliere della repubblica di Weimar), Debrian etc… Questo movimento poi, a partire dagli inizi degli anni ’30, in conseguenza della crisi economica di Wall Strett (che genera forme di nazionalismo economico) comincia a dividersi e vive una serie di contrasti e lacerazioni interne, che ne determinano lo scioglimento. Fondamentale furono Altiero Spinelli , Eugenio Colorni (antifascista ebreo che verrà ucciso dai tedeschi nel 1944 a Roma), ed Ernesto Rossi : essi danno vita all’idea di unificazione europea e scriveranno il celebre Manifesto Ventotene (1941), che diventerà il documento programmatico alla base di un’idea federalista dell’Europa che si affaccia nel corso degli anni ‘40. Coloro che hanno realizzato il manifesto ritengono che sia la sovranità assoluta detenuta dai singoli stati ad essere la causa di una perenne conflittualità (cioè la causa dello scoppio del conflitto). Nell’agosto 1943 (dopo la caduta di Mussolini e mentre l’Italia viene man mano liberata dalle truppe angloamericane) Spinelli e Rossi furono tra i fondatori del Movimento federalista europeo (MFE). Grazie a questo passo viene poi avviata un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica europea, e viene anche operata un’azione per influenzare i governi dei vari paesi sulla via dell’integrazione europea. Nel secondo dopoguerra i movimenti europeisti crebbero di numero e ampliarono i propri ranghi, svolsero una vivace azione di propaganda e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e riuscirono a esercitare una certa influenza sui governi. Quella dei movimenti era una galassia articolata, e al suo interno potevano distinguersi due grandi correnti:
10.2 Dal Piano Marshall al Consiglio d’Europa Gli americani sollecitarono i paesi europei a cooperare tra loro nella definizione degli obiettivi e nella gestione degli aiuti del Piano Marshall: a questo scopo, nell’aprile ’48 promossero la creazione dell’ Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) cui aderirono tutti i paesi beneficiari degli aiuti. I partner europei si mostrarono restii ad adottare una visione unitaria. L’OECE non riuscì a ritagliarsi un ruolo effettivo di indirizzo e coordinamento - Essa si limitò a svolgere una funzione consultiva. Tra il 7 e il 10 maggio 1948 si tenne all’ Aia il Congresso d’Europa , al quale parteciperanno i delegati dei paesi europei, e che vede nel dibattito emergere punti di vista ed idee contrastanti:
autorità rispondevano due organi di carattere internazionale; il Consiglio dei ministri e l’Assemblea comune. La struttura internazionale della CECA rivelava quanto gli Stati aderenti fossero gelosi delle proprie prerogative e quanto poco fossero disposti a dare carta bianca ad autorità sovranazionali in grado di operare indipendentemente dai loro governi. Lo sviluppo della CECA non implicava certo un superamento dello Stato-nazione stesso; al contrario, l’integrazione europea rappresentò un tassello significativo della sua riaffermazione, poiché gli consentì di garantire ai propri cittadini livelli di sicurezza e prosperità tali da assicurare la sua sopravvivenza e il suo rilancio dopo gli sconvolgimenti degli anni ‘30/’40. Tale processo prese le mosse grazie all’intreccio tra pragmatismo e idealismo. La CECA costituì la pietra miliare della nuova Europa, che iniziava a prendere forma lungo un asse di sviluppo costituito dalle attività economiche: la nascita della comunità del carbone e dell’acciaio. 10.4 Battute d’arresto sul versante militare e politico Dopo la CECA si pone poi un altro problema: cioè quello della DIFESA MILITARE. Essa nacque all’inizio degli anni ‘50 quando scoppia in un’altra parte del mondo un conflitto = la Guerra di Corea , il primo conflitto che caratterizza la guerra fredda, sebbene sia una guerra NON GUERREGGIATA. Tale conflitto viene definito come regionale, poiché circoscritta in quella determinata zona, e vede la Corea del Nord comunista attaccare la Corea del Sud filo occidentale. Ciò determina l’allerta degli USA e dell’URSS, che sostengono le due Coree. L’obiettivo della zona del nord è quello di unire tutta la penisola coreana sotto un intero stato UNITO. L’invasione della corea suscita un gran timore negli USA, i quali temono che ciò che si è verificato in Asia si possa ripetere anche in Europa (che è sempre divisa in due grandi blocchi – blocco occidentale e quello sovietico). La guerra coreana che dura fino al 1953 , spinge l’amministrazione americana guidata da Truman, a decidere di riarmare la Germania occidentale, che era stata privata di un esercito (un po' com’era successo alla fine della 1GM quando la Germania venne smilitarizzata). Gli americani attribuiscono alla Germania occidentale una funzione importantissima che è quella di baluardo anti-sovietico. Questo perchè è il paese più vicino alla “cortina di ferro” (gli USA hanno timore che l’URSS possa superare il confine). Tale decisione dunque, fa sì che la Germania sia ammessa a partecipare alla NATO. La prospettiva di un riarmo tedesco suscitava diffuse preoccupazioni soprattutto nella Francia. Monnet escogitò una soluzione analoga a quella della CECA. Il 24 ottobre 1950 il primo ministro francese René Pleven propose di costituire una Comunità europea di difesa (CED). Prevedeva la creazione di un esercito europeo nel quale sarebbero stati integrati anche reparti della RFT che non avrebbe avuto altre forze armate. Le reazioni al piano Pleven furono tutt’altro che entusiastiche, e di fatti non fu accettato. A tal proposito il trattato firmato a Parigi nel 1952 NON vedrà più la presenza di un ministro della difesa europea comune (ancora oggi l’Europa non ha un ministro unico della difesa europea, ma ne ha tanti quanti siano i paesi che aderiscono all’Europa – in totale 28). L’art. 38 del Trattato CED prevedeva l’istituzione di una sorta di comunità politica europea > cioè di un organismo sovrannazionale che però non viene accolta per il rifiuto del parlamento francese di ratificare questo trattato. De Gasperi aveva chiesto con determinazione che si procedesse verso una forma di unione politica dell’Europa. A ispirare il presidente del Consiglio aveva contribuito l’opera di sensibilizzazione di Spinelli. I governi cambiarono atteggiamento, mostrandosi riluttanti ad accettare qualsiasi soluzione che implicasse un eccessivo grado di federalismo o comunque la cessione di rilevanti quote di sovranità nazionale a favore dell’istituenda autorità politica europea. Essi adottarono una tattica dilatoria lasciando arenare il progetto
della Comunità europea in una sfibrante sequela di commissioni e conferenze che non produssero esiti significativi. A livello internazionale, l’avvio della distensione dopo la morte di Stalin rendeva meno rigida la minacciosa prospettiva di un’aggressione sovietica all’Europa occidentale, indebolendo così le spinte verso l’unità. Il progetto della CED usciva di scena e insieme a esso tramontava definitivamente anche l’ipotesi di dare vita alla Comunità politica. 10.5 I Trattati di Roma e la CEE Con la firma del trattato di Parigi (1952) della CED viene meno la possibilità di una comunità politica europea che viene però rilanciata nel 1955 in Italia in una conferenza che si tiene a Messina tra i ministri degli Esteri dei sei paesi della CECA, dove non si giunge a delle conclusioni definitive ma viene dato l’incarico al ministro Belga, di mettere in atto una commissione che studi le iniziative per giungere al processo di integrazione europea considerando gli aspetti di carattere economico. Questa commissione elabora due progetti:
meno di Francia, Olanda, Austria, Italia (1958-1963 = boom economico) e Germania Ovest (federale). Questi ultimi due paesi vissero uno sviluppo così straordinario da indurre i contemporanei a parlare di “ miracolo economico ” perché si tratta di 2 paesi usciti sconfitti dalla 2GM. Durante gli anni Sessanta anche la Spagna, ancora retta dal regime autoritario di Franco, fu investita da un “milagro econòmico” > conseguenza: modernizzazione del paese, tanto più che alla fine degli anni ‘50 Franco decide di rompere l’isolamento in cui ha messo il paese e di aprirsi anche agli investimenti che provengono dall’estero. Questo farà sì che l’economia della Spana si svilupperà anche grazia alla valorizzazione artistica, con l’investimento di capitali stranieri e, purtroppo, determinando una forte erosione delle coste spagnole con la cementificazione e la costruzione di grandi alberghi tipo alveari. Rimasero indietro Grecia e Portogallo (vivono anche delle situazioni politiche particolare perché entrambe, nel corso degli anni ’60, sono caratterizzati da regimi non democratici ). Diversi fattori: tra i principali, il consistente aumento della popolazione dovuto al “baby boom” del dopoguerra, cui concorsero i movimenti migratori. In poco meno di 20 anni, la popolazione passa da 305 mln nel 1950 > a 358 mln nel 1973. Oggi abbiamo 447mln di abitanti. Ciò ha come conseguenza l’aumento della forza lavorativa , soprattutto della manovra a basso costo che viene favorita dai movimenti migratori che interessano il continente europeo in questi decenni. Un peso non trascurabile ebbero gli aiuti americani del Piano Marshall che hanno avuto come conseguenza anche la modernizzazione delle industrie , con l’adozione di nuove tecniche produttive e l’incremento della produttività. La disponibilità di una fonte energetica come il petrolio a buon mercato, che si affianca all’uso del carbonfossile. Il processo di integrazione economica europea (favorito dalla progressiva rimozione egli ostacoli al libero scambio: accordi di Bretton Woods) e infine il ruolo dei governi e delle politiche pubbliche: esse furono inizialmente volte in primo luogo a rilanciare gli investimenti, anche al prezzo di una compressione dei consumi (come il raccordo a Roma o in Italia l’autostrada del Sole). La trasformazione di maggior rilievo fu il declino del settore primario con la correlata espansione dell’industria e del terziario. Questo succede anche nelle aree più arretrare dell’Europa, nei paesi dell’est, ma anche nei paesi mediterranei. 11.2 Migrazioni e urbanesimo I movimenti migratori furono una componente essenziale dell’età dell’oro. Un gran numero di persone si spostò verso l’Europa o soprattutto al suo interno per trovare lavoro. I nuovi arrivati provenivano dal resto d’Europa inclusi i paesi dell’Est, e in parte dagli altri continenti. Si intensificarono notevolmente le migrazioni interne che comportavano uno spostamento tra località diverse nell’ambito di uno stesso paese. I paesi centro-settentrionali che avevano guidato il processo di industrializzazione sin dal XIX secolo, come UK e Belgio, e quelli che stavano vivendo un impetuoso boom economico come la Francia e la Germania Ovest (federale), attirarono milioni di lavoratori dai paesi mediterranei. I contingenti migratori provenivano dal Mezzogiorno d’Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. In un proseguo di tempo questi flussi provengono anche da altri paesi: Iugoslavia , Irlanda e un fenomeno del tutto particolare è quello che coinvolge i tedeschi che vedono spostarsi della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) verso quella federale tedesca (RFT). I paesi di emigrazione e quelli di immigrazione stipularono una serie di accordi bilaterali per regolamentare e controllare gli spostamenti che prevede uno scambio tra forza-lavoro e materie prime. I lavoratori immigrati risultavano particolarmente concentrati nelle occupazioni più dure e pericolose che i lavoratori autoctoni non volevano più svolgere, il che spiega l’elevato numero di stranieri coinvolti negli infortuni sul lavoro > “ gassbaiter ” = ospiti, lavoratori immigrati costituiti da maschi singoli, i quali non portano con se la famiglia e dunque dà vita a forme migratorie temporanee. Gli Stati erano inclini a escludere gli immigrati dai diritti e benefici sociali riservati ai propri cittadini. Con il passar del tempo, però la tendenza dei
lavoratori stranieri a stabilizzarsi e il moltiplicarsi dei ricongiungimenti familiari resero evidente che si profilava una migrazione a catena che per molti avrebbe avuto carattere permanente. Dall’Europa centro- settentrionale si sarebbero adoperati per porre un freno all’immigrazione e contenere l’afflusso di stranieri. Proprio l’Italia era il paese da cui provenivano i flussi migratori più cospicui intra-europei perché: l’Italia è un paese sconfitto, presenta moltissime istruzioni dell’apparato industriale e delle strutture. Nonostante gli aiuti del piano Marshall, soprattutto alla fine degli anni 40, la situazione è talmente grave che l’Italia non riesce a rimettersi in piedi. Le persone però hanno bisogno di vivere, dunque a fronte di una grande massa di disoccupati i governi italiani, guidati da De Gasperi, e postbellici individuano nell’immigrazione un elemento strategico per ricostruzione del paese, favorendo gli espatri al fine di diminuire la disoccupazione e dunque allentare anche le tensioni sociali. A tal fine, l’Italia, da un lato pose la questione della libera circolazione della manodopera a livello di trattative multilaterali nell’ambito dell’ONU e del processo di integrazione europea, dall’altro, siglò accordi bilaterali di emigrazione con i principali paesi dell’Europa centro-settentrionale. Una parte rilevante dei flussi prese la forma dell’ emigrazione assistita o emigrazione internazionale / trans-nazionale = ossia un’emigrazione pianificata e controllata dalle autorità italiane in tutte le sue fasi proprio in virtù dei patti siglati. Gli accordi bilaterali venivano rispettati solo parzialmente, la formazione professionale era precaria e i salari esigui, il vitto era insufficiente e le condizioni abitative lasciavano a desiderare. L’Italia sigla una serie di accordi bilaterali con una serie di paesi europei per i suoi migranti. I primi sono quelli con Francia e Belgio tra il 1946 e il 1948. Il Belgio purtroppo rimarrà famoso nella storia dell’emigrazione italiana per la tragedia di Marcinelle dell’agosto 1956, quando all’interno di questa miniera di carbone ci furono tutta una serie di crolli che provocarono la morte di moltissimi uomini, di cui oltre 130 italiani. Si tratta di vittime che provengono soprattutto dal Molise e Abruzzo. Oltre agli accordi con la Francia e Belgio l’Italia sigla anche accordi con altri paesi: UK , Olanda , Lussemburgo e la Repubblica Federale Tedesca , con la quale sigla un accoro nel 1955. Questi fattori indussero molti lavoratori a emigrare clandestinamente. Parallelamente alle migrazioni internazionali, si intensificarono i flussi migratori interni , lungo due direttrici fondamentali: Dalle aree rurali e dai piccoli centri verso le città Dalle regioni più arretrate verso quelle più sviluppate. Ne risultò una forte spinta all’urbanesimo. In Italia, dove il fenomeno migratorio fu particolarmente accentuato, si sommarono a quelli che muovevano dal Centro-Sud verso Roma e il triangolo industriale Genova-Milano-Torino, dove contestualmente nello stesso periodo di tempo giunge un’altra migrazione di provenienza diversa e costituita dai flussi migratori del nord-est e in particolare dal Veneto. Il Veneto non è ancora ben sviluppato. Alcune tra le principali aree metropolitane del continente crebbero in maniera altrettanto significativa. All’incremento demografico si accompagnarono ovunque il boom edilizio e l’espansione urbana , soprattutto in area mediterranea e scandinava (aree che nel periodo precedente erano state meno interessante all’industrializzazione). Diversa fu la capacità di governare questi processi. Questo è un processo che in via generale investe diversi paesi europei e determinano una forte spinta verso l’urbanizzazione. Infatti in questi anni molte grandi città europee e di medio livello vedono aumentare la loro popolazione > Roma, Madrid, Parigi, ma anche città come Torino, Genova e Milano. Questo aumento della popolazione come viene fronteggiato dai governi? I vari paesi europei affrontano con diverse capacità questo fenomeno dell’urbanizzazione mettendo in campo strumenti di pianificazione urbanistica diversi tra loro. Nei paesi dell’Europa centro-settentrionale,
incarnazione dai caratteri del tutto peculiari. Fu da oltreoceano che provenivano alcune delle novità più significative:
11.4 Un’altra modernizzazione: l’Europa orientale Le società dell’Europa orientale conosceva una modernizzazione accelerata che presentava forti tratti specifici e distintivi. Come si è visto, dopo essersi impossessati del potere, i partiti comunisti introdussero nei paesi della regione un modello economico ricalcato su quello sovietico. Nel 1950 in tutti i paesi dell’Europa orientale oltre il 90% delle attività produttive non agricole (industrie, miniere, banche) erano state nazionalizzate. Dai tardi anni ‘40 si mutò decisamente indirizzo, introducendo a forza nelle campagne una collettivizzazione di stampo sovietico. Il processo di industrializzazione interessò anche i paesi che in precedenza avevano un’economia ancora ampiamente agricola, come Romania, Bulgaria, Ungheria e Polonia. Nella prima metà degli anni Cinquanta, il PNL crebbe. I consumi privati e il tenore di vita della popolazione tendevano ad essere sacrificati alle superiori esigenze dello sviluppo industriale e militare. Del tutto particolare, fu il cammino intrapreso dalla Jugoslavia , che adottò un sistema misto basato sull’autogestione delle imprese da parte dei lavoratori organizzati in consigli elettivi e poi anche su una parziale liberalizzazione degli scambi e dei prezzi. La Jugoslavia, apertasi al commercio con l’Occidente e al turismo estero, visse negli anni Sessanta un significativo sviluppo economico. Si introdussero riforme in materia di lavoro e pensioni, si destinarono maggiori risorse alla produzione dei beni di consumo e al soddisfacimento dei bisogni fondamentali della popolazione, le cui condizioni di vita andarono leggermente migliorando. Dunque la Iugoslavia si apre al commercio con l’occidente e anche al turismo straniero. Da questo punto di vista la Iugoslavia a partire dagli anni 60 diventa un pericolo competitor per l’Italia nel settore del turismo balneare. L’Italia, ha quindi 2 grandi competitor:
Anche in Iugoslavia questo sviluppo consistente dell’economia consente un aumento dei consumi che è sconosciuto agli altri paesi comunisti e determina la diminuzione della disoccupazione e anche l’emergere di forme di disuguaglianza sociale. Gli esperimenti più significativi furono in Ungheria e Cecoslovacchia. In Cecoslovacchia, nel 1967, fu varata una riforma che introduceva incentivi di mercato al posto dell’allocazione dei materiali e degli indici obbligatori del piano e consentiva la fluttuazione di gran parte dei prezzi; nel 1968, però, il processo riformatore, fu brutalmente represso dai sovietici. Gli altri paesi del blocco sovietico furono investiti tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta da una seconda ondata di collettivizzazione. Al di là delle debolezze e degli squilibri che sarebbero presto apparsi evidenti, per l’Europa Orientale quello compreso tra i tardi Cinquanta e primi Settanta fu un periodo contrassegnato da un’ indubbia vitalità economica. Il PIL crebbe notevolmente. Grazie alla crescita economica il divario tra i paesi dell’Est e l’Europa occidentale tese a ridursi , sebbene la differenza nel tenore di vita restasse cospicua. Anche qui il fenomeno forse più rilevante in assoluto fu l’esodo delle campagne: masse di contadini si trasferirono nelle città con prospettive occupazionali nell’industria spinti dalle possibilità che offriva la vita urbana. Nell’Europa orientale questo flusso produce gli stessi effetti che si sono avuti in Europa occidentale, dunque spinge le autorità pubbliche a dare vita alla creazione di quartieri di edilizia popolare, destinati a ospitare chi si sposta dalle campagne alle città.
al bando degli esperimenti nucleari nell’atmosfera, nello spazio e sott’acqua. Al trattato aderirono poi un gran numero di paesi. Non aderì la Francia e ambiva a porsi alla guida di un’Europa più autonoma dall’alleato americano. Le due superpotenze decisero anche di aprire i negoziati per un trattato di non proliferazione nucleare che avrebbe vietato il trasferimento di tecnologia nucleare ai paesi che intendessero usarla per fini bellici. L’asse dell’antagonismo bipolare si era intanto spostato sul terreno economico e tecnologico. Questa competizione era rappresentata dalla corsa allo spazio. L’URSS dopo aver messo in orbita nell’ottobre del 1957 il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik, i sovietici mandarono il primo uomo nello spazio. Gli USA si rifecero con lo sbarco sulla Luna nel luglio del 1969. In campo economico presero piede iniziative di cooperazione. Aumentò il numero di turisti occidentali che visitavano i paesi dell’Est e crebbe il flusso inverso. Willy Brandt, leader del Partito socialdemocratico e borgomastro di Berlino Ovest, auspicò una nuova Ostpolitik incentrata sull’accettazione degli assetti postbellici e sul riavvicinamento tra le due metà d’Europa tramite lo sviluppo del dialogo e degli scambi. Un contributo non trascurabile all’instaurazione di un clima più tranquillo nelle relazioni tra i due blocchi venne dal pontificato di Giovanni XXIII, fu l’enciclica Pacem in terris , promulgata nel 1963. Il papa faceva appello a quanti erano investiti di responsabilità politiche affinché perseguissero con la massima determinazione obiettivi vitali per il bene della comunità umana, la pacifica convivenza dei popoli. La massa dei dollari che gli USA stamparono per fronteggiare il proprio deficit, crebbe fino a superare di molto le riserve auree del paese. Ne derivavano un indebolimento dell’egemonia americana sul blocco occidentale. A moderare il freno era soprattutto la Francia, guidata dal generale De Gaulle. Nel 1966, la Francia uscì dalla NATO; nessuno degli altri governanti europei seguì questa strada. 03/ Il culmine della tensione internazionale si raggiunge quando, nell’ottobre del 1962 , gli americani scoprono che i sovietici stavano schierando dei missili nucleari a Cuba (Baia dei Porci), di fronte alla California, dove si era insediato un regime comunista filosovietico guidato da Fidel Castro (iniziato dopo la rivoluzione cubana nel 1959): la guerra nucleare venne scongiurata grazie all’accordo raggiunto da Kennedy e Kruscev , in cui quest’ultimo rinunciava all’installazione di missili a Cuba di fronte all’impegno preso da parte degli USA e dell’amministrazione Kennedy di non intraprendere attacchi militari nei confronti di Cuba. Lo scenario che si profilava in caso di conflitto nucleare era quello della distruzione reciproca , ma le due superpotenze si impegnarono per regolamentare la propria rivalità e stabilizzare la deterrenza reciproca attraverso il negoziato. È la cosiddetta distensione , mentre il BIPOLARISMO > è l’ elemento che caratterizza le relazioni diplomatiche di questo periodo. Al trattato aderirono poi un gran numero di paesi, ad eccezione della Francia , che ambiva a porsi alla guida di un’Europa più autonoma dall’alleato americano. Nonostante la distensione, le due superpotenze cercano di attirare nell’orbita della loro zona di influenza, per mantenere il primato, soprattutto i paesi del terzo mondo, azione favorita dal fatto che parallelamente allo sviluppo della distensione si sta verificando decolonizzazione, di cui approfitteranno USA e URSS. La fase della distensione si complica perché: agli inizi degli anni ‘60 cominciano ad affacciarsi sulla scena globale due paesi che stanno avviando il loro sviluppo economico: Cina e Giappone. Accanto a questi paesi, nel continente asiatico, abbiamo l’avviarsi dello sviluppo industriale di altri paesi come Hong Kong , Singapore , Taiwan e Corea del Sud (es. industria automobilistica). Questi paesi in gergo economico verranno denominate “ tigri asiatiche”. Parallelamente, altro fattore che turba la distensione, è la rottura delle relazioni tra la Cina di Mao e la Russia di Kruscev. Entrambi i paesi comunisti mirano ad affermare la loro leadership su tutti i
paesi comunisti e anche su quei movimenti di sinistra che si stanno sviluppando nei vari paesi e nel mondo occidentale. Questa fase della distensione si manifesta soprattutto nell’area europea , zona maggiormente stabile nell’ambito delle relazioni USA-URSS rispetto ad altre aree del mondo come Asia o Africa , in cui la distensione opera in maniera più effettiva , perché è in Europa che maggiormente si teme l’avviarsi di uno scontro nucleare, che aleggia per tutti gli anni ‘60 ma che a un certo punto porta USA e URSS a trovare un accordo sulla deterrenza nucleare e sul contenimento degli armamenti, sia dal punto di vista numerico che qualitativo. La deterrenza nucleare viene avviata dalla stipula di un accordo tra USA e URSS, siglato nell’agosto 1963, e stabiliva il divieto parziale degli esperimenti atomici. Divieto parziale vuol dire che gli esperimenti, a seguito di questo trattato, venivano mandati nello spazio, nel mare e nell’atmosfera, ma erano vietati nel sottosuolo. Aderiranno altri paesi come l’Italia e la Germania federale, ma non la Francia perché si era dotata negli anni ‘60 della bomba atomica (l’altro paese europeo che la possedeva era la UK ), ma anche perché desiderava un’Europa più libera dal controllo americano. Le due superpotenze decisero anche di aprire i negoziati per un trattato di non proliferazione nucleare siglato nel 1968 a Mosca, che avrebbe vietato il trasferimento di tecnologia nucleare ai paesi che intendessero usarla per fini bellici. Inoltre, vieta ai paesi che hanno la bomba di trasferire il sapere su questa tecnologia ai paesi che potrebbero dotarsi. Al trattato aderiscono GB e tutta una serie di paesi europei. La situazione cambia agli inizi degli anni ’80, quando gli americani lanciano un’altra arma atomica, gli euromissili, e danno vita allo scudo spaziale, messo in campo dall’amministrazione americana di Ronald Regan. Questo scatena una nuova corsa agli armamenti da parte dell’URSS. Si giunge però a un accordo tra le due superpotenze, che viene realizzato nel 1991 da parte del presidente sovietico Michail Gorbačëv e il presidente americano George Bush ( START 1 , seguito nel 1993 dallo START 2). Con questi accordi , in ambito militare si pone FINE alla guerra fredda. La distensione (che perdura dagli inizi anni ‘60 con la stipula degli accordi sugli armamenti) se da una parte porta a un miglioramento delle relazioni militari tra USA e URSS, tra blocco occidentale e sovietico, dall’altra fa sì che l’asse dell’antagonismo bipolare si spostasse sul terreno economico e tecnologico. Questa competizione era rappresentata dalla corsa allo spazio. L’URSS dopo aver messo in orbita nell’ottobre del 1957 il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik, (inviando insieme ad esso il primo essere vivente nello spazio, la cagnolina Laika) spedisce il primo uomo nello spazio, Yuri Gagarin’ , nel 1961. Gli USA si rifecero con lo sbarco sulla luna con l’ allunaggio del luglio 1969. In campo economico presero piede iniziative di cooperazione:
città così denominata come omaggio al leader comunista italiano che durante la guerra aveva trovato riparo nell’URSS. Sono anni in cui i rapporti tra i paesi dell’Europa occidentale e orientale si stringono anche per i flussi turistici che le caratterizzano: Nell’estate del 1960, quando a Roma si svolgono le olimpiadi, significativo fu il numero di turisti che vengono dall’Europa orientale e dall’URSS, in particolare Cecoslovacchia, Germania e Jugoslavia, che ricevono dal ministero degli esteri visti di soggiorno solo per 15 giorni e sono sottoposti dal ministero dell’interno a rigidi controlli. Sono persone che vengono da paesi comunisti e si riteneva che tra essi vi fossero delle spie. Nella Germania federale, intanto, Willy Brandt , leader del Partito socialdemocratico e borgomastro di Berlino Ovest, crea la politica dell’ Ostpolitik > incentrata sull’ accettazione degli assetti postbellici e sul riavvicinamento tra le due metà d’Europa tramite lo sviluppo del dialogo e degli scambi. Lo scopo della