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Stuart Hall: codifica e decodifica, Appunti di Storia Dei Media

Descrizione dettagliata dei concetti di codifica e decodifica. Interpretazione di S. Hall

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 05/11/2020

Claire_90.
Claire_90. 🇮🇹

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Codifica e decodifica Stuart Hall
Il processo di comunicazione di massa è stato definito dalla ricerca un circuito chiuso o loop. Il
modello emittente-messaggio-destinatario è stato criticato per la sua linearità. Tuttavia è possibile
concepire questo processo nei termini di una struttura agonistica complessa (un’articolazione di
momenti tra loro collegati, ma distinti): produzione, circolazione, distribuzione/consumo e
riproduzione. Struttura costituita da pratiche interconnesse, ognuna delle quali conserva la sua
identità distinta. L’oggetto di queste pratiche sono i significati e i messaggi organizzati attraverso
l’operazione di codifica dentro la catena di un discorso. È proprio nel discorso che avviene la
circolazione del prodotto (messaggio), ma anche la sua distribuzione a diversi tipi di pubblico;
affinché il circuito sia completo ed efficace, il discorso, una volta realizzato, deve essere tradotto
in pratiche sociali. Nessun momento può garantire interamente quello successivo poiché ognuno
ha le proprie specifiche modalità e condizioni. Un messaggio codificato non è detto che venga
decodificato e quindi il prodotto consumato. La forma del discorso ha una posizione privilegiata
nello scambio comunicativo poiché è la forma in cui l’evento appare nel suo passaggio fra la fonte
e il ricettore; momenti di codifica e decodifica, in relazione all’intero processo comunicativo, sono
momenti determinati.
PROCESSO COMUNICATIVO TELEVISIVO distinto in vari momenti:
Alle strutture istituzionali televisive (con le sue pratiche, network produttivi, relazioni organizzate
e infrastrutture tecniche) è richiesto di produrre un programma. La produzione in questo contesto
costruisce il messaggio. A questo punto si può immaginare un circuito che incomincia ma in realtà
il processo produttivo ha un suo aspetto “discorsivo” in quanto è, a sua volta, inserito in una
struttura di significati e di idee che permettono la produzione del discorso. Quindi, anche se sono
le strutture televisive a dare inizio al discorso televisivo, esse non costituiscono un circuito chiuso
perché gli argomenti, come si affrontano, la loro importanza, gli eventi, le immagini del pubblico
ecc. derivano da altre fonti discorsive all’interno di una struttura più ampia (dai fatti al mondo
esterno). Quindi si arriva alla conclusione che il pubblico sia la fonte ma anche il ricettore del
messaggio televisivo i momenti di produzione e ricezione del messaggio non sono identici ma
sono in relazione.
Le strutture televisive devono produrre messaggi codificati nella forma di un discorso dotato di
senso e, per fare questo, devono codificare (rappresentare info attraverso un certo codice) il
messaggio con le regole discorsive del linguaggio. Successivamente il messaggio, percepito come
discorso significativo, viene decodificato e trasportato nella pratica sociale acquisendo un’efficacia
politica è qui che si ha l’effetto/l’intrattenimento. I codici di codifica e decodifica possono non
essere perfettamente simmetrici, lo squilibrio tra i codici deriva dalle differenze strutturali tra
emittente e audience. La mancanza di equivalenza tra le due parti dello scambio comunicativo fa
nascere incomprensioni.
Il segno televisivo è complesso perché costituito da due discorsi, visivo e uditivo (immagini +
parole). È un segno iconico e quindi ha alcune proprietà della cosa rappresentata. Il discorso visivo
del mondo televisivo traduce un mondo a tre dimensioni in piani bidimensionali quindi non può
essere il referente o il concetto stesso che vuole esprimere. In un film il cane abbaia ma non può
mordere: la realtà esiste al di fuori del linguaggio, ma è sempre mediata da questo. Il segno
iconico, cioè quello basato sull’immagine, si presta meglio ad essere considerato naturale” (nel
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Codifica e decodifica – Stuart Hall

Il processo di comunicazione di massa è stato definito dalla ricerca un circuito chiuso o loop. Il modello emittente-messaggio-destinatario è stato criticato per la sua linearità. Tuttavia è possibile concepire questo processo nei termini di una struttura agonistica complessa (un’articolazione di momenti tra loro collegati, ma distinti): produzione, circolazione, distribuzione/consumo e riproduzione. Struttura costituita da pratiche interconnesse, ognuna delle quali conserva la sua identità distinta. L’oggetto di queste pratiche sono i significati e i messaggi organizzati attraverso l’operazione di codifica dentro la catena di un discorso. È proprio nel discorso che avviene la circolazione del prodotto (messaggio), ma anche la sua distribuzione a diversi tipi di pubblico; affinché il circuito sia completo ed efficace, il discorso , una volta realizzato, deve essere tradotto in pratiche sociali. Nessun momento può garantire interamente quello successivo poiché ognuno ha le proprie specifiche modalità e condizioni. Un messaggio codificato non è detto che venga decodificato e quindi il prodotto consumato. La forma del discorso ha una posizione privilegiata nello scambio comunicativo poiché è la forma in cui l’evento appare nel suo passaggio fra la fonte e il ricettore; momenti di codifica e decodifica , in relazione all’intero processo comunicativo , sono momenti determinati. PROCESSO COMUNICATIVO TELEVISIVO distinto in vari momenti: Alle strutture istituzionali televisive (con le sue pratiche, network produttivi, relazioni organizzate e infrastrutture tecniche) è richiesto di produrre un programma. La produzione in questo contesto costruisce il messaggio. A questo punto si può immaginare un circuito che incomincia ma in realtà il processo produttivo ha un suo aspetto “discorsivo” in quanto è, a sua volta, inserito in una struttura di significati e di idee che permettono la produzione del discorso. Quindi, anche se sono le strutture televisive a dare inizio al discorso televisivo, esse non costituiscono un circuito chiuso perché gli argomenti, come si affrontano, la loro importanza, gli eventi, le immagini del pubblico ecc. derivano da altre fonti discorsive all’interno di una struttura più ampia (dai fatti al mondo esterno). Quindi si arriva alla conclusione che il pubblico sia la fonte ma anche il ricettore del messaggio televisivo  i momenti di produzione e ricezione del messaggio non sono identici ma sono in relazione. Le strutture televisive devono produrre messaggi codificati nella forma di un discorso dotato di senso e, per fare questo, devono codificare (rappresentare info attraverso un certo codice) il messaggio con le regole discorsive del linguaggio. Successivamente il messaggio, percepito come discorso significativo, viene decodificato e trasportato nella pratica sociale acquisendo un’efficacia politica  è qui che si ha l’effetto/l’intrattenimento. I codici di codifica e decodifica possono non essere perfettamente simmetrici, lo squilibrio tra i codici deriva dalle differenze strutturali tra emittente e audience. La mancanza di equivalenza tra le due parti dello scambio comunicativo fa nascere incomprensioni. Il segno televisivo è complesso perché costituito da due discorsi, visivo e uditivo (immagini + parole). È un segno iconico e quindi ha alcune proprietà della cosa rappresentata. Il discorso visivo del mondo televisivo traduce un mondo a tre dimensioni in piani bidimensionali quindi non può essere il referente o il concetto stesso che vuole esprimere. In un film il cane abbaia ma non può mordere: la realtà esiste al di fuori del linguaggio, ma è sempre mediata da questo. Il segno iconico, cioè quello basato sull’immagine, si presta meglio ad essere considerato “ naturale ” (nel

senso di riconoscimento apparentemente naturale tra codifica e decodifica) perché il codice visivo è molto diffuso e meno “arbitrario/convenzionale” di quello linguistico  il segno linguistico ‘mucca’ non possiede nessuna delle proprietà della cosa che rappresenta, mentre il segno visivo sembra possedere almeno alcune di queste proprietà. Per il suo rapporto più diretto con la realtà, l’immagine si ha più possibilità di trasmettere il contenuto ideologico rispetto a un testo scritto. Per questo siamo così inclini a scambiare un’immagine con la realtà. La linguistica utilizza spesso la DISTINZIONE FRA DENOTAZIONE E CONNOTAZIONE dove, la denotazione , indica il significato letterale di un segno (una sorta di trascrizione della realtà in linguaggio), mentre la connotazione si riferisce a quei significati meno fissi e più trasformabili (meno universale e più legato ad una specifica società). Es. “piccino”, “bambino” e “fanciullo” hanno una denotazione uguale ma una connotazione diversa perché evocano risonanze affettive diverse in base ai codici; “cuore”, denotazione organo anatomico ma connotazioni varie legate alla disponibilità affettiva. Hall non usa questa distinzione così specifica perché per lui la distinzione denotazione/connotazione è analitica , utile solo a distinguere fra il significato “letterale” di una parola ed eventuali significati più associativi. La maggior parte dei segni hanno sia aspetti denotativi che connotativi. Questi due termini sono solo strumenti analitici che servono a distinguere i diversi linguaggi ai quali le ideologie e il discorso si intersecano. Al livello della connotazione, dove i discorsi sono più trasformabili, i segni sembrano articolarsi con discorsi più ampi e possono essere utilizzati più facilmente dalle ideologie. Un esempio che si può fare riguarda il discorso pubblicitario: il golf, un indumento caldo (denotazione); a livelli connotativi può significare “arrivo dell’inverno” o “giorno freddo” oppure nel codice della moda “stile informale di abbigliamento” / nel codice romantico “passeggiata nel bosco”. Tutti questi codici connotativi sono i mezzi attraverso cui varie ideologie e poteri esprimono significati e che collegano i segni con le “mappe di significato” con cui le culture vengono classificate (mappe in cui sono iscritti vari significati, pratiche e usi sociali, di potere e interesse). I codici connotativi sono diversi tra loro, qualunque cultura tende ad imporre le sue classificazioni dal punto di vista sociale, culturale e politico. Queste costituiscono un ordine culturale dominante  dominanti, non determinati, perché è sempre possibile decodificare un evento all’interno di più di una mappa e perché esiste una struttura di letture preferite e sono a loro volta diventate istituzionalizzate. FRAINTENDIMENTO: per Hall il “fraintendimento” va tolto dal suo senso comune e considerato in un contesto di comunicazione sistematicamente distorta. Per chiarire un fraintendimento, ci si deve riferire, attraverso i codici connotativi, agli ordini della vita sociale, politica e all’ideologia. La questione del fraintendimento (nel processo comunicativo televisivo) avviene quando i produttori televisivi scoprono che i loro messaggi “non riescono a passare” e si preoccupano di dipanare gli intoppi nella patina comunicativa facilitando efficacia della propria comunicazione. I produttori si preoccupano che il pubblico non riesca ad assumere il significato nel modo in cui loro volevano e quindi che gli spettatori non stanno agendo all’interno del codice dominante preferito. Il loro ideale è una “comunicazione perfettamente trasparente”; invece quello che devono affrontare è una “comunicazione sistematica distorta”. La vasta gamma di possibilità di interpretazione deve far sì che ci sia comunque un certo rapporto di reciprocità fra codifica e decodifica. Si distinguono due tipi di decodifica : “ aberranti ”  se lo spettatore opera un fraintendimento e legge ciò che vuole in un messaggio “Toma” anziché “Roma”; “ non aberranti ”  il pubblico non fraintende nel senso comune del termine ma interpreta vari significati. Hall si occupa di queste ultime, cioè quando chi decodifica capisce bene il messaggio, ma lo interpreta