Scarica Teoria sociologica , radici classice e sfide contemporanee - G. Ritzer e più Dispense in PDF di Sociologia solo su Docsity!
CAPITOLO 2
…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….. Teorie classiche I EMIL DURKHEIM (1858-1917) Due tipi di solidarietà: solidarietà meccanica e solidarietà organica Sviluppa la sua teoria prendendo le mosse dal lavoro teorico di Comte: la grand theory durkheimiana riflette l’interesse dell’autore per la trasformazione storica da società meccaniche più primitive alle società organiche più moderne; ciò che distingue le due società è la fonte della loro solidarietà. L’elemento chiave della distinzione è la divisione del lavoro: segue lo schema riassuntivo delle distinzioni tra solidarietà meccanica e solidarietà organica. Durkheim ha dunque immaginato l’esistenza della società come una progressiva trasformazione storica dalla solidarietà meccanica a quella organica. Ma che cosa favorisce questo passaggio? La risposta è che si tratta di un aumento nella densità dinamica, che si definisce da due elementi:
- il numero dei componenti di una società (che per influire al passaggio necessita del secondo fattore)
- l’aumento delle interazioni tra i membri della società Ne consegue che la densità dinamica tende a crescere fino al punto di comportare un mutamento dalla società meccanica a quella organica. L’aumento continuo della densità dinamica porta a una competizione maggiore per il godimento delle risorse (in quanto ci sono più persone per lo stesso numero di risorse) e necessariamente ad un conflitto; ma un’accresciuta divisione del lavoro ridurrà il numero dei conflitti creando armonia interna. La divisione del lavoro risulta allora il prodotto finale del mutamento della società da società meccanica a società organica più moderna da cui nascono: integrazione, coesione e solidarietà, in quanto ciascuno di noi ha bisogno degli altri e dunque fa esperienza dell’interdipendenza. Coscienza collettiva Influisce sulla transizione tra solidarietà meccanica a organica anche un mutamento sostanziale nella cosiddetta coscienza collettiva: le idee condivise dai membri di un gruppo di individui; sono definite collettive poiché nessun individuo le possiede tutte contemporaneamente in se stesso ma solo la collettività nel suo insieme è in grado di conoscerle e definirle. La società primitiva a solidarietà meccanica è quindi differente dalla società moderna a solidarietà organica.
- Nella società meccaniche, la coscienza collettiva assume una notevole importanza per tutti ed influenza su tutti: sono idee rigide, spesso associate ad una religione → promuove leggi repressive ove i colpevoli vengono puniti severamente in quanto si sente minacciata la coscienza collettiva.
- Nelle società organiche, la coscienza collettiva è più debole e meno capace di influenzare la società → promuove leggi restitutive ove gli individui colpevoli devono semplicemente conformarsi alla legge o rimborsare le vittime in quanto i crimini non minacciano alcuna coscienza collettiva (perché troppo debole)
SOLIDARIETÀ MECCANICA - SOCIETÀ PRIMITIVE SOLIDARIETÀ ORGANICA - SOCIETÀ MODERNE
Divisione del lavoro minima: la società è tenuta insieme dal fatto che tutti i suoi membri svolgono essenzialmente gli stessi compiti Divisione del lavoro massima: la società è tenuta insieme dalla sostanziale divisione del lavoro e i suoi membri sono chiamati a svolgere un numero sempre crescente di attività specializzate. Gli individui sono autonomi e non hanno bisogno del contributo degli altri per riuscire a funzionare Gli individui hanno bisogno del contributo sempre crescente di altri individui per riuscire a funzionare o addirittura a sopravvivere.
Anomia I due tipi di solidarietà sembrano essere semplicemente differenti e nessuno dei due appare migliore o peggiore dell’altro, mentre invece Durkheim appare particolarmente preoccupato dalle difficoltà associate alla solidarietà organica. In particolare tra tutti i problemi comportati nel passaggio alla solidarietà quello che più lo preoccupa è quello dell’anomia: il sentimento che prova l’individuo che non sa cosa ci si aspetti da lui. Nella solidarietà organica gli individui sono alla deriva e sono privi di ormeggi stabili e sicuri; questo contrasta fortemente con la solidarietà meccanica in cui gli individui hanno ormeggi stabili e sicuri e non soffrono di anomia. KARL MARX (1818-1883) Potenziale umano Il punto di partenza della teoria marxiana è un insieme di considerazioni riguardo al potenziale che ha un individuo o un popolo nelle corrette circostanze storiche e sociali. Per Marx gli individui (a differenza degli animali) sono evoluti e perciò possiedono una coscienza e la capacità di collegare la propria coscienza all’azione. Ma le persone non si limitano a pensare se così fosse morirebbero; devono agire e spesso ciò implica agire sulla natura per impadronirsi di risorse necessarie per la sopravvivenza: gli individui che si sono appropriati in passato delle risorse necessarie alla sopravvivenza l’hanno fatto in maniera primitiva e inefficiente tali per cui non sono stati in grado di sviluppare le proprie capacità, specialmente per quanto riguarda la capacità di pensare più in grande. Sotto il capitalismo (ove le risorse necessarie alla sopravvivenza sono facilmente accessibili), le persone piuttosto che preoccuparsi di sviluppare le proprie capacità creative si sono concentrare sul guadagno di denaro necessario all’acquisto e all’accumulo di altri beni. Il capitalismo era ritenuto da Marx come la prova con cui l’innovazione tecnologica avrebbe manifestato la necessità della creazione di una società comunista dove gli individui sarebbero stati in grado di sviluppare le proprie capacità. Solo sotto il comunismo le persone sarebbero state liberate dal mero desiderio di possedere cose e grazie all’innovazione tecnologica (originata dal precedente capitalismo) sarebbero state in grado di esprimere a pieno il proprio potenziale. Concetto chiave. Il fatto sociale Secondo Durkheim i sociologi dovrebbero individuare i fatti sociali, trattandoli come fossero “cose” [“Le regole del metodo sociologico” (1895)]; sostiene inoltre che i fatti sociali siano esterni agli individui ed in quanto tali esercitano su di essi un’azione coercitiva → è la differenza con la psicologia che, invece, studia i fatti interni agli individui. SI può fare una distinzione tra due tipi di fatti sociali:
- i fatti sociali materiali, ovvero fatti sociali materializzati nel mondo sociale esterno all’individuo (esempio: strutture di luoghi come le aule scolastiche che limitano l’azione umana)
- i fatti sociali non materiali, ovvero fatti sociali esterni all’individuo e immateriali (esempio: norme e valori) Concetto chiave. Il suicidio anomico (e altri tipi di suicido) Il concetto di anomia assume un ruolo chiave nell’opera “Il suicidio”: Durkheim sostiene infatti che è molto probabile che un individuo sia portato al suicidio quando non sa cosa gli altri si aspettano da lui. L’individuo è quindi in continuo ricerca di ottenere tutto e subito, provocando il sé stesso un senso di frustrazione che lo porta a commettere un suicidio anomico. Gli altri sono:
- il suicidio egoistico, quando gli individui non sono integrati nella società (senso d futilità)
- il suicidio altruistico, quando gli individui sono troppo integrati nella società (forte condizionamento)
- il suicidio fatalistico, quando gli individui sono troppo regolamentati (eccessiva oppressione) Dunque la frequenza di suicidi è inversamente proporzionale al livello di coesione sociale
Tipi d’azione Weber ha proposto una distinzione di quattro tipi di azione:
- Azione affettiva: è il risultato non razionale delle emozioni individuali (Es. schiaffo ad un bambino nell’impeto della rabbia)
- Azione tradizionale: l’azione che rispecchia l’abitudine di compiere certi gesti, di cui si è perso il senso originario. (Es. segno della croce in chiesa)
- Azione razionale rispetto al valore: è possibile quando la scelta dei mezzi migliori per ottenere uno scopo è effettuata sulla base di un sistema di valori dell’attore che compie tale scelta. Questo non necessariamente orienterà verso la scelta ottimale (Es. pompieri)
- Azione razionale legata allo scopo: riguarda il perseguimento di fini che l’attore ha scelto per conto proprio quindi l’azione non è più influenzata da un insieme di valori. Questo significa che l’attore deve scegliere i mezzi più adatti a raggiungere lo scopo che si è prefisso. (Es. modalità di approccio ad una festa). I quattro tipi di azione sono idealtipi: nessuna azione sarà mai interamente affettiva, tradizionale orientata al valore o allo scopo, ma al contrario, ogni azione viene definita come combinazione di due o più di questi idealtipi. Tipi di razionalità Weber, dopo aver definito le diverse tipologie di azioni, propone anche quattro tipologie di razionalità per certi versi affini a quelle delle azioni:
- la razionalità pratica: è il tipo di razionalità che tutti quanti mettiamo in atto quotidianamente con la quale cerchiamo di raggiungere il nostro obiettivo superando le difficoltà (es. strada bloccata).
- la razionalità teorica: è lo sforzo di comprendere razionalmente, attraverso lo sviluppo di concetti astratti, il mondo piuttosto che agire razionalmente all’interno del mondo stesso.
- la razionalità sostanziale: riguarda direttamente l’azione, tuttavia la scelta del corso d’ azione più adeguato è dettata dal più ampio insieme di valori di riferimento piuttosto che dall’esperienza quotidiana.
- la razionalità formale: riguarda anch’essa l’azione ma la scelta del corso d’azione migliore è basata su un insieme di norme, regolamenti e leggi uguali per tutti. Questo tipo di razionalizzazione è sorta solo nel mondo occidentale con l’avvento dell’industrializzazione. Weber era principalmente interessato alla razionalità formale e alle motivazioni per cui questa si presenta solamente in occidente nell’epoca moderna e non in altri tempi o parti del mondo; ha individuato nella religione i fattori principali che hanno accelerato lo sviluppo della razionalizzazione in occidente L’etica protestante e lo spirito del capitalismo Nell’opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, Weber era particolarmente attratto da come il protestantesimo, e in particolare modo il calvinismo, potesse servire da volano per la nascita e la crescita del capitalismo: l’elemento principale d’interesse era l’etica protestante tipica del calvinismo. I calvinisti credono alla predestinazione ovvero che la loro salvezza o dannazione dopo la morte sia predeterminata dal volere divina. Tuttavia è possibile intuire la sua direzione da una serie di segnali visibili durante la vita terrena: il principale è il successo negli affari; conseguenzialmente i calvinisti tendevano ad assicurarsi il successo economico. Weber collega all’etica protestante lo sviluppo di un altro insieme di idee: lo spirito del capitalismo: è grazie a questo sistema di idee che è stata favorita la nascita (e lo sviluppo) del capitalismo. La ricerca del profitto in occidente viene così svincolata dalla moralmente dubbia smania di successo tipica dell’avidità, ma diventa uno stile di vita, spirituale e moralmente lecito, che caratterizza i predestinati alla salvezza eterna. Confucianesimo, induismo e capitalismo Le ragioni che possono spiegare perché non si sia sviluppato il capitalismo in Cina risiedono nel confucianesimo e nei suoi precetti. Il confuciani erano disinteressati all’attività economia: l’impegno in un’impresa veniva considerato moralmente dubbio e sconveniente per un gentiluomo confuciano; in più, non erano inclini ad alcun tipo di cambiamento, soprattutto di tipo economico, per questo il loro obiettivo era piuttosto il mantenimento dello status quo. Anche l’induismo pose le barriere contro la razionalizzazione e al capitalismo. Gli induisti ritenevano che ogni individuo nascesse in una precisa casta a seconda del comportamento che aveva tenuto nella vita precedente: nella vita attuale possono accumulare meriti per poi avere una prossima via migliore e tali meriti erano assicurati dal comportamento conforme alle norme.
Strutture di autorità e razionalizzazione Il tema della razionalità attraversa molti aspetti dell’opera weberiana, tra cui anche quello delle strutture di potere. Weber individua tre strutture di autorità:
- l’autorità tradizionale: è basata sulla credenza degli individui che certi individui in virtù della loro appartenenza familiare, della loro tribù o del loro lignaggio, abbiano esercitato il potere da tempo immemorabile. I capi sostengono che le regole siano investite da un’aura di santità che deriva dal crisma del tempo e i seguaci concordano. Tra le autorità tradizionali si annoverano le gerontocrazie ossia tutte quelle forme di potere dove il ruolo di leader viene assegnato in modo ereditario (monarchie)
- l’autorità carismatica: è basata sulla credenza dei seguaci nell’eccezionale santità, nelle virtù eroiche o nel carattere esemplare del leader carismatico. Weber sottolinea che in molti casi l’oggetto dei nostri comportamenti è definito come dotato di carisma: non è indispensabile che un leader abbia delle qualità evidentemente straordinarie per essere considerato carismatico. Per Weber il carisma è un’importantissima forza rivoluzionaria. Ѐ importante ricordare che l’autorità carismatica non è razionale, di conseguenza si adatta malamente al compito dell’amministrazione delle richieste che una società avanza giorno dopo giorno. Weber definisce allora il processo di “routinizzazione del carisma” dove i seguaci del leader cercano di sfruttare le capacità rivoluzionarie del regime per renderlo in grado di gestire anche i compiti più mondani; attraverso questa routinizzazione essi sperano di trasferire il carisma ad un discepolo o all’organizzazione amministrativa formata dal gruppo di discepoli del capo carismatico. Se il processo di routinizzazione fosse coronato dal successo finirebbe per distruggere il carisma stesso del leader trasformandosi così in un altro tipo di autorità: razionale-legale oppure quella tradizionale.
- l’autorità razionale-legale: la legittimazione dei leader nell’autorità razionale-legale deriva dal fatto che esistono norme codificate e regolamenti e i leader mantengono le loro posizioni proprio in virtù di queste regole. La struttura chiave associata con l’autorità razionale-legale è la moderna burocrazia. Essa è importante per Weber perché oltre a rappresentare il cuore dell’autorità razionale-legale è anche il modello del processo di razionalizzazione occidentale. [N.B. nella realtà le tre tipologie non si trovano mai isolate, ma spesso sono mescolate in un unico potere] Più in generale, Weber riteneva che la razionalizzazione occidentale avesse caratteristiche simili a quelle di una gabbia: non c’è dubbio che la razionalizzazione e l’autorità razional-legale portino dei benefici alla società, ma è anche consapevole dei problemi ad essi associati. Per descrivere questa situazione Weber ricorre alla metafora della gabbia d’acciaio: da un lato vi sono i vantaggi della razionalizzazione ma dall’altro, il crescente controllo che questa esercita sulle persone, rende gli individui incapaci di trovare rifugio in settori non razionali della vita che vanno diminuendo, finendo col trovarsi imprigionati in una gabbia d’acciaio della razionalizzazione. Non solo imprigiona gli individui ma è sempre più resistente agli attacchi esterni: l’autorità legale-razionale, la razionalizzazione e la gabbia d’acciaio della razionalità alla fine trionfano. Concetto chiave. L’idealtipo Va subito osservato che Weber con idealtipo non faceva riferimento a qualcosa di ideale o a qualcosa di migliore. L’idealtipo è ideale in quanto si presenta come l’esagerazione di un punto di vista particolare: queste esagerazioni diventano concetti che Weber utilizza come un metro di misura da utilizzare per mettere a confronto diversi esempi specifici di fenomeni sociali nel tempo o attraverso le culture. L’idealtipo non esiste mai interamente nella realtà, l’idealtipo viene utilizzato in una ricerca comparata per osservare le varie differenze di declinazione di una determinata fenomeno sociale (es. burocrazia)
- Nella diade: Non emerge alcuna struttura indipendente in quanto esiste solo grazie all’interazione dei due individui, senza tale interazione non esiterebbe e ciascuno dei due manterrebbe una propria individualità. Al suo interno non esiste alcuna minaccia collettiva per il gruppo, la libertà degli individui è limitata e controllata.
- Nella triade: Emerge una struttura indipendente dagli individui, può esistere quindi una minaccia collettiva nei confronti dell’individualità. L’aggiunta di un terzo individui fa sì che si creino nuovi ruoli all’interno del gruppo: il giudice e mediatore, lo sfruttatore delle incomprensioni per ottenere maggior potere, il contendente (gli altri membri cercano di aggiudicarsi il favore del terzo)… emerge così un sistema di autorità e di stratificazione. La libertà individuale aumenta con l’ampiezza del gruppo. La distanza e lo straniero Sempre sullo stesso filone della geometria sociale Simmel è interessato allo studio della distanza. Per esempio il tipo sociale, lo straniero, definito proprio attraverso il concetto di distanza: lo straniero è colui che non è troppo vicino ma non è neppure troppo lontano; questa peculiare forma di distanza/vicinanza lo porta a vivere relazioni particolari. Lo straniero infatti essendo fuori dall’influenza del gruppo potrà aver un approccio più oggettivo con esso, allo stesso tempo i membri si sentono a proprio agio nel fargli confidenze sullo stesso poiché credono che esse non verranno mai rivelate dallo straniero, al contrario dei membri del gruppo. Lo straniero non è solo un tipo sociale, ma possiamo discutere il suo essere straniero come una forma sociale di interazione. Distanza e valore Una delle intuizioni interessanti sulla distanza ha a che vedere con il valore. Simmel sostiene che le cose assumano valore in funzione della distanza da noi: quello che troviamo a portata di mano, non ha un grande valore; analogamente anche le cose estremamente lontane da noi o troppo difficili da ottenere non assumono grande valore. Ne consegue che ciò che riteniamo veramente prezioso è quello che sappiamo di potere ottenere, ma a prezzo di uno sforzo considerevole. Cultura oggettiva e soggettiva La tragedia della cultura si basa sulla distinzione tra cultura oggettiva (collettiva, tutto ciò che è prodotto dalla società) e cultura soggettiva (individuale, la capacità individuale di produrre, assorbire e controllare gli elementi della cultura oggettiva). La tragedia della cultura deriva dal fatto che col tempo la cultura oggettiva cresce esponenzialmente mentre la cultura soggettiva e l’abilità del singolo di produrre cultura soggettiva crescono solo marginalmente: la cultura oggettiva 1 cresce in termini di grandezza assoluta (es. scienza oggi/scienza del passato), 2 cresce il numero di componenti della cultura soggettiva (es. internet che prima non esisteva) ed infine 3 crescono le connessioni tra gli elementi della cultura oggettiva diventando quasi incomprensibili per chi li crea. La tragedia della cultura è data dal fatto che le nostre scarne risorse individuali non riescono a tenere il passo con i nostri prodotti culturali La divisione del lavoro Un fattore determinante nella tragedia della cultura è la divisone del lavoro: un’accresciuta specializzazione porta infatti ad una maggiore abilità di produrre componenti nel mondo oggettivo sempre più complessi e sofisticati ma al tempo stesso l’individuo altamente specializzato perde il senso della cultura nel suo totale e l’abilità di controllarla. Tuttavia ci sono anche aspetti positivi in questo processo: la specializzazione ha portato a innumerevoli sviluppi che hanno di gran lunga migliorato la qualità della nostra vita quotidiana. Il costo di tutto questo è che l’individuo si senta insignificante rispetto alla cultura oggettiva con cui deve confrontarsi tutti i giorni. In questo confronto l’individuo è destinato a perdere: i futuri abitanti della nostra società sono segnati da un futuro ancora più tragico del nostro.
THORSTEIN VEBLEN (1857-1929)
Veblen ha analizzato il rapporto conflittuale interno tra impresa e industria: se l’industria con il lavoro produce sempre di più, l’impresa al contrario limita la sua produzione per mantenere alti i prezzi ed i profitti. L’impresa Inizialmente guidata da manager/imprenditori che, grazie al loro capitale, hanno investito nell’industria contribuiscono direttamente alla produzione; ora invece si occupano di gestire problemi finanziari con un guadagno che non contribuisce all'impresa (inibendola piuttosto che rallentarla). L’interesse prevalente è il denaro: l’interesse è infatti orientato non al bene della comunità ma al profitto dell’organizzazione. Quindi, secondo Veblen, l’atteggiamento dei leader di impresa è non è produttivo ma parassitico perché si basa sullo sfruttamento. L’industria Ѐ rappresentata dalla classe operaia: coloro che hanno a che fare con l’utilizzo di procedure meccaniche, ma è comunque controllata dai leader di impresa interessati a limitare la produzione al fine di tenere i prezzi (ed i profitti) il più alti possibile; senza questa interferenza la produttività dell’industria abbasserebbe gradualmente di prezzi. L’industria moderna grazie alla sua intensa produttività offre ai proprietari di impresa un guadagno che supera le spesa dell’industria: questo guadagno è chiamato da Veblen come “reddito libero” che non va mai ai lavoratori (teoria marxista dello sfruttamento). GEORGE MEAD (1863-1931) Mead è fondamentale per la teoria dell’interazionismo simbolico, ovvero una teoria della vita quotidiana. Punto di partenza per l’inizio della riflessione sociologica è il “sociale”, ovvero il gruppo organizzato, per poi poter scendere verso il singolo: l’intero viene prima dei suoi elementi individuali. Alla base del pensiero di Mead c’è sì l’idea che esista all’interno del sociale un meccanismo di stimoli e risposte, ma c’è anche la convinzione che tra lo stimolo e l’atto intervenga la mente. Teoria dell’interazionismo simbolico L’atto Con l’intervento della mente, l’atto è collegato a quattro fasi distinte non necessariamente in sequenza:
- impulso, l’attore avverte la necessità di fare qualcosa di propositivo di fronte ad uno stimolo esterno;
- percezione, l’attore si mette in cerca di stimoli legati all’impulso e modi in cui affrontarlo;
- manipolazione, è la fase di manipolazione dell’oggetto percepito tramite la mente ed i pollici opponibili;
- consumazione, è l’agire che soddisfa l’impulso originale. I gesti L’atto coinvolge un solo individuo, ma da sempre gli individui sono in relazione quotidianamente; la forma più primitiva di interazione sono i gesti, ovvero movimenti di un individuo che servono come stimolo all’alto, che creano conversazioni gestuali. Solo l’uomo ha la possibilità/capacità di utilizzare gesti significativi, cioè quelli che coinvolgono l’uso del pensiero, i più importanti dei quali sono i gesti vocali che colpiscono il parlante come colpiscono l’ascoltatore, diversamente dai gesti fisici. Concetto chiave. Il consumo vistoso e il tempo libero Veblen ha creato una nuova teoria del consumo: riteneva che la vera ragione che spinge le persone al consumo, all’acquisto di sempre più beni, non è la sopravvivenza ma il desiderio di creare solide basi per una distinzione che attivi l’invidia in chi sta attorno; la classe agiata si dedica ad un consumo vistoso. Le altre classi finiscono poi con l’emulare le scelte delle classi agiate, in base alle loro possibilità. Veblen distingue anche tra consumo vistoso e tempo libero: le persone sprecano il loro tempo in attività futili per accrescere il proprio prestigio sociale.
CAPITOLO 4
…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….. Grand theories contemporanee I STRUTTURAL-FUNZIONALISMO Lo struttural-funzionalismo si concentra sulle strutture della società e sul loro significato funzionale (funzioni = conseguenze empiricamente osservabili e che permettono ad un dato sistema di adattarsi/coordinarsi) per altre strutture. Nonostante assuma diverse forme, il funzionalismo sociale è l’approccio prevalentemente utilizzato dagli struttural- funzionalisti. KINGSELY DAVIS e WILBERT MOORE Teoria funzionale della stratificazione La stratificazione sociale è universale e necessaria (necessità funzionale): non esiste alcuna società che non sia stratificata o quanto meno suddivisa in classi. La stratificazione però non fa riferimento agli individui che compongono la stratificazione, ma alle loro posizioni e alle dotazioni differenti che esse portano in termini di prestigio. Punto chiave della teoria è come la società colloca e motiva gli individui in posizioni a loro adeguate; innanzitutto la giusta collocazione incontra tre problemi:
- alcune occupazioni sono più piacevoli di altre
- alcune posizioni sono più importanti di altre
- posizioni diverse richiedono abilità diverse, il problema è far sì che gli individui trovino la propria strada per la posizione giusta Tabella riassuntiva della visione di Davis e Moore sulle posizioni della stratificazione sociale. ALTE POSIZIONI BASSE POSIZIONI Sono occupazioni più importanti per la sopravvivenza della società Sono occupazioni meno importanti per la sopravvivenza della società Ritenute meno piacevoli Ritenute più piacevoli Richiedono precisi talenti Richiedono meno talenti Alte retribuzioni (necessario perché altrimenti nessuno occuperebbe queste posizioni, e la società ne soffrirebbe) Basse retribuzioni Alto controllo societario per lo svolgimento delle mansioni Basso controllo societario per lo svolgimento delle mansioni Quindi la stratificazione sociale è una struttura che implica una gerarchia di posizioni. Davis e Moore, però, ritenevano che la società non sviluppasse consapevolmente un sistema di stratificazione, ma piuttosto che fosse un meccanismo in evoluzione non pianificata e continua (e fondamentale) Critiche dello srtruttural-funzionalismo della stratificazione
- Giustifica i privilegi di chi si trova in una posizione di prestigio
- La stratificazione sociale non è una strutturazione “eterna” che necessita di esistere
- La funzionalità delle posizioni non può essere in base all’importanza che rivestono nella società
- Le persone che desiderano ottenere posizioni di alto prestigio non sono così poche come sostengono Davis e Moore
- Non è necessario offrire potere, prestigio e ricchezza per convincere gli individui ad occupare posizioni di alto livello TALCOTT PARSONS (1902-1979) Schema AGIL Lo struttural-funzionalismo di Parsons consiste di quattro imperativi funzionali, ovvero caratteristiche indispensabili di ogni sistema, che sono comuni a tutti i sistemi di azione: è lo schema AGIL. I sistemi per sopravvivere devono impegnarsi nelle quattro attività:
- L’adattamento (A = adaptation) Il sistema deve conformarsi con l’ambiente che lo circonda e contemporaneamente adattare l’ambiente ai suoi bisogni.
- Il perseguimento dei fini (G = goal attainment) Riguarda il bisogno di un sistema di definire i propri obiettivi; obiettivi primario è sopravvivere e crescere, ma successivamente ogni particolare sistema ha una serie di specifici obiettivi.
- L’integrazione (I = integration) Il sistema cerca di regolare le interrelazioni delle parti che lo compongono
- La latenza, o mantenimento del modello (L = latency) La latenza è la necessità che il sistema ha di dare e rinnovare le motivazioni degli individui che lo compongono, radicate nella teoria della stratificazione; il mantenimento del modello è la necessità di dare e rinnovare i modelli culturali che sostengono la motivazione individuale: norme e valori che supportino questo sistema. Lo schema AGIL è stato pensato da Parsons affinché potesse essere utilizzato nella concezione più generale dei quattro sistemi d’azione: 1 l’organismo comportamentale, 2 il sistema di personalità, 3 il sistema sociale, e 4 il sistema culturale. Sistema d’azione Al suo interno Parsons individua una struttura gerarchica a dove i livelli sono integrati in due modi: ciascuno dei livelli inferiori (ambiente fisico e organico) procura l’energia necessaria ai livelli superiori, mentre gli ultimi (le difficoltà dell’esistenza umana) controllano quelli a essi inferiori. Il problema principale lo individua nell’ordine hobbesiano (cioè cosa impedisca la guerra di tutti contro tutti), poco affrontato dai sui predecessori, e lo ha risolto con un insieme di assunti: i sistemi sono caratterizzati dalla proprietà dell’ordine e tendono ad auto-conservarsi tendendo all’equilibrio, i sistemi mantengono dei confini e tramite la loro manutenzione i sistemi si auto-conservano, la distribuzione delle risorse e l’integrazione tra le parti sono dei processi fondamentali per la garanzia dell’equilibrio. Con l’analisi della struttura ordinata della società, Parsons viene criticato perché trascura il cambiamento sociale; quindi è ritenuto troppo propenso alla staticità. Struttura del sistema d’azione Sistema sociale^3 Concezione che si sviluppa dall’interazione tra ego e alter ego, come un insieme di attori che interagiscono tra di loro all’interno di un determinato ambiente: ogni individuo tende a ricercare la propria massima gratificazione mentre le relazioni sono mediate da simboli culturali. L’interazione non è però l’unità fondamentale per definire il sistema sociale, bensì i concetti di ruolo e status caratteristici di due componenti del sistema sociale: lo status è infatti la posizione strutturale assunta dall’attore, mentre il ruolo è ciò che l’attore fa in quella posizione → individuo visto come intreccio di ruolo e status. Tuttavia, Parsons non ha del tutto trascurato la parte delle interazioni fra attori e sistema sociale, individuando negli elementi di interiorizzazione e socializzazione gli elementi chiave per l’integrazione dei due soggetti. Nel processo di socializzazione l’individuo interiorizza gran parte dei valori vigenti nel sistema sociale in cui vive; in generale, Parsons riteneva che tutti gli attori fossero riceventi passivi nel processo di socializzazione: il processo ha inizio già dall’infanzia quando le disposizioni al bisogno (impulsi modellati dalla società) vengono soddisfatte dalla società che mette disposizione fin dal principio i mezzi per poter rispondere ai nostri stimoli. Questo processo, secondo Parsons, non si consuma con l’infanzia ma dura per tutta la vita. Nonostante il conformismo della socializzazione, all’interno del sistema sociale esiste anche la possibilità di variazioni individuali; infatti, un sistema funziona meglio quando il controllo sociale è usato con parsimonia e successivamente quando dà l’opportunità di svolgere diversi ruoli per potersi esprimere senza essere una minaccia al sistema. Un sistema sociale specifico e importante per Parsons è la società, una collettività relativamente autosufficiente. Parsons ha distinto, sulla base dello schema AGIL, quattro sottoinsiemi:
- Il sottosistema economico (A), svolge per la società la funzione di adattamento all’ambiente e del suo adattamento ai bisogni della società attraverso il lavoro e l’economia.
- Il sottosistema politico (policy) (G), svolge la funzione di raggiungimento dei fini preposti.
- La comunità societaria (I), coordina le diverse componenti della società
- Il sottosistema fiduciario (L), si occupa del mantenimento del modello e della latenza trasmettendo la cultura.
Il concetto di non funzione è invece in riferimento alle conseguenze, positive o negative, che non appaiono rilevanti per il sistema preso in considerazione. Merton ha elaborato il concetto di equilibrio netto, non certo per sommare funzioni positive e negative, ma per orientare il sociologo nelle questioni in cui può essere attribuito un significato relativo e discrezionale: se una tal situazione sia stata più funzionale o più disfunzionale; questa domanda così generale finisce con l’oscurare questioni rilevanti. Per risolvere problemi come questo, Merton ha suggerito che esistono diversi livelli di analisi funzionale: affrontare la funzionalità a livelli più specifici aiuta ad analizzare la funzionalità più generica di un dato evento (es. schiavitù analizzata dai vari punti di vista della famiglie nere e bianche, ecc.) Merton ha anche introdotto i concetti di funzioni manifeste e funzioni latenti: le prime sono quelle intenzionali, mentre le seconde sono non intenzionali. Quest’ultima idea è collegata al concetto delle conseguenze non previste; tutte le strutture infatti causano un insieme di conseguenze attese e inattese. Funzione latente e conseguenza non prevista non sono la stessa cosa: una funzione latente è una conseguenza non prevista, ma esistono anche quelle disfunzionali e irrilevanti. RALF DAHRENDORF (1929-2009) Teoria del conflitto La teoria del conflitto è una serie di affermazioni che si collocano spesso in direzioni opposte alle posizioni funzionaliste. SI focalizza:
- sul cambiamento della società (anziché sull’equilibrio)
- sul dissenso e sul conflitto (anziché sull’ordine)
- sulle forze che contribuiscono sulla disintegrazione (piuttosto che sull’integrazione)
- sulla coercizione come controllo dell’ordine e collante per la società (piuttosto che sulle norme e sui valori) Dahrendorf è stato il maggior esponente della visione della società come una medaglia a due facce: il conflitto e il consenso → la sociologia deve essere quindi divisa in teoria del conflitto (per i conflitti di interessi e forze coercitive che tengono insieme la società) e teoria del consenso (per l’integrazione dei valori all’interno della società). In quanto riteneva che fosse impossibile un’unica teoria sociologica capace di integrare entrambi i processi, Dahrendorf sviluppò la teoria del conflitto a sé stante: la società è tenuta assieme da vincoli imposti; conseguenzialmente, all’interno della società, alcune posizioni hanno l’autorità di esercitare il potere sulle altre posizioni. Autorità Centrale per la sua tesi è che all’interno della società alcune posizioni godono di una diversa dotazione di autorità, la quale non risiede negli individui ma nelle posizioni. L’autorità, legata alle posizioni sociali, implica dunque sovraordinazione e subordinazione: coloro che occupano posizioni di autorità controllano i subordinati. Per Dahrendorf l’autorità non è una costante, perché risiede nelle posizioni e non nelle persone: una persona che all’interno di uno specifico contesto gode di autorità, e possibile che cambiando il contesto la possa perdere → questo ragionamento segue la tesi secondo cui la società è composta da più unità, definite come associazioni (di individui) imperativamente coordinate controllate di una gerarchia di autorità. L’autorità all’interno di ciascuna associazione ha natura dicotomica creando due gruppi di conflitto: coloro che sono in posizione autorevole e i subordinati. Ciascun gruppo è accomunato dagli stessi interessi, comuni preoccupazioni legati alla posizione e non agli individui. Dahrendorf distingue gli interessi latenti e interessi manifesti, ovvero interessi latenti di cui l’individuo ne è consapevole. Gruppi, conflitto e cambiamento Successivamente, Dahrendorf ha distinto tre grandi gruppi:
- il quasi gruppo, ovvero un insieme di individui che occupano posizioni che hanno simili interessi
- il gruppo di interesse, ovvero un insieme di individui che non solo ha i medesimi interessi, ma ha anche una struttura
- il gruppo di conflitto, ovvero i gruppi che prendono parte al conflitto
L’ultimo aspetto della teoria del conflitto è la relazione che sussiste tra conflitto e cambiamento: il conflitto porta al mutamento e allo sviluppo. Una volta che emergono i gruppi di conflitto, essi prendono parte ad azioni che portano al cambiamento della struttura sociale; tanto più il conflitto è intenso, tanto più radicale sarà il cambiamento che ne deriva → le teorie della società non devono essere necessariamente statiche. NIKLAS LUHMANN (1927-1998) Luhmann riconosceva nella teoria parsonsiana due problemi: per primo non prevedeva l’autoreferenzialità, per secondo non riconosceva la possibilità di una società diversa da come essa si presentava (lo schema AGIL dovrebbe essere considerato non come un fatto, ma come una possibilità) Luhmann affronta questi due problemi sviluppando una teoria che prende in considerazione l’autoreferenzialità e allo stesso tempo la contingenza. La chiave di comprensione è da rintracciare nella distinzione tra sistema e ambiente. Sistema e ambiente La differenza tra i due è una questione di complessità: il sistema è sempre meno complesso dell’ambiente. Un sistema che tentasse di essere tanto complesso quanto il suo ambiente ricorderebbe la storia di Borges. [Un re ordinò ad un cartografo di creare una mappa completamente accurata del proprio paese: quando il cartografo ebbe finito la mappa era tanto grande quanto lo era il paese stesso ed era dunque inutile; le mappe, quanto i sistemi, sono utili nella misura in cui sono in grado di ridurre la complessità dell’ambiente. Il cartografo deve quindi scegliere quali sono gli elementi importanti: possono esserci varie mappe della stessa area perché ciascuna selezione è contingente. Questa operazione è necessaria ma altrettanto rischiosa perché il cartografo non potrà mai essere sicuro che ciò che decide di rimuovere ora un giorno non sarà effettivamente rilevante per l’utilizzatore] Sebbene non possano essere complessi quanto l’ambiente, i sistemi sviluppano nuovi sottosistemi stabilendo con essi nuove relazioni in grado di interfacciarsi con il proprio ambiente; se così non fosse il sistema sarebbe sopraffatto dalla complessità dell’ambiente → paradossalmente, è solo aumentando la complessità che è possibile ridurla. Sistemi autopoietici Luhmann è famoso per la sua discussione sul tema dell’autopoiesi (dal greco auto = sé stessi, poiesis = creazione). I sistemi autopoietici hanno le seguenti caratteristiche:
- producono gli elementi che li costituiscono
- si auto-organizzano in termini di confine (cosa appartiene o no al sistema) e strutture interne
- sono autoreferenziali
- sono chiusi, non esiste connessione tra il sistema ed il suo ambiente Differenziazione La caratteristica principale della società moderna è data dal processo di differenziazione; la differenziazione rappresenta il tentativo di riprodurre all’interno di un sistema la differenza che intercorre tra il sistema stesso e il suo ambiente, e porta ad una crescente complessità creando al suo interno due tipi di ambienti interni: uno condiviso da tutti i sottosistemi, e un ambiente interno diverso per ciascun sottosistema. Essa interviene come mezzo per far fronte alla complessità dell’ambiente aumentando la stessa complessità del sistema , poiché ogni sottosistema può stringere diversi legami con altri sottosistemi consentendo una maggiore variabilità interna al fine di rispondere efficacemente alla variabilità esterna dell’ambiente. Luhmann sostiene che si siano sviluppate quattro diverse forme di differenziazione:
- la differenziazione segmentaria, consente la suddivisione di un sistema in parti sulla base di adempire ripetutamente a funzioni identiche (esempio: ogni sede è organizzata più o meno allo stesso modo. La disuguaglianza ha origine da variazioni accidentali negli ambienti (es: una maggior vendita di auto in particolari aree) ma non ha funzione sistematica.
- la differenziazione attraverso stratificazione, è una suddivisione verticale secondo l’ordine e lo status ove ogni livello adempi a una funzione distinta. La disuguaglianza qui è essenziale per la stratificazione: un sistema stratificato si occupa di più del benessere degli strati superiori piuttosto che degli stati inferiori. Il sistema tende a collassare quando la distanza tra gli stati è troppa.
- la differenziazione centro-periferica, rappresenta una via di mezzo tra la differenziazione segmentaria e quella attraverso stratificazione.
CAPITOLO 5
…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….. Grand theories contemporanee II TOERICI CRITICI e HERBERT MARCUSE (1898-1979) Fu membro della Scuola critica che, sulla scia di Marx (inteso come critico del capitalismo), critica l’aspetto più importante della società di “oggi”: la cultura, causa un graduale passaggio dalla sfera economica a quella culturale. Sostenendo che la cultura (l’industria della cultura) avesse oramai ottenuto una significativa autonomia dal capitalismo, i teorici critici hanno preso le distanze dai teorici marxisti precedenti. Cultura I teorici critici erano interessati all’industria della cultura (oggi, cultura di massa) e al ruolo che essa gradualmente assume all’interno della società. L’interesse deriva da tre ragioni:
- perché l’impatto della cultura è ben più dilagante di quello che può avere il lavoro: il lavoro colpisce gli individui nel mentre dell’azione, la cultura ha un impatto continuo per tutta la giornata e per tutte le giornate;
- perché l’impatto della cultura è molto più insidioso in quanto scava gradualmente nella coscienza dell’individuo;
- perché il controllo di dominio che esercita è molto più sottile e invisibile, diversamente dal lavoro. La cultura è, secondo i critici, arrivata a dominare gli individui nel modo che Marx definiva come l’oppio dei popoli. Cullato nella semi-incoscienza dell’industria della cultura (narcotizzazione delle masse), il proletario non sarebbe più in grado di ricevere i messaggi rivoluzionari perdendo quasi totalmente ogni ostilità contro il sistema capitalistico. Ma l’industria culturale non solo ha minimizzato l’ostilità contro il sistema capitalistico, ma ha anche trasformato sempre più individui in consumatori di massa: i loro consumi sono il motore della produzione capitalistica. Conseguenzialmente l’industria pubblicitaria costituisce, all’interno di questo scenario, un altro attore cruciale. Ecco allora chiaro il perché la maggior fonte di dominazione sugli individui è la cultura, più che il sistema economico. La tecnologia moderna La scuola critica attacca implicitamente anche la tecnologia moderna in quanto ritiene che tiene sotto controllo gli individui, anziché essere il contrario. Il problema, però, non è tanto rappresentato dalla tecnologia in sé, ma da come viene impiegata nel capitalismo. I teorici critici sostenevano che in un altro sistema economico, il socialismo, essa sarebbe potuta essere impiegata per rendere gli individui più consapevoli. Marcuse, focalizzandosi sull’utilizzo della tecnologia, sostiene che questa veniva utilizzata per creare una società a una dimensione. Egli riteneva che in un mondo ideale dovesse esistere una relazione dialettica tra individui e le strutture più ampie da loro stessi create, come la tecnologia; è creando, utilizzando e modificando le tecnologie che l’uomo otterrebbe giovamento. Ma nel capitalismo non è così: poiché le tecnologie sono possedute e controllate dai capitalisti. L’unica soluzione possibile per Marcuse è creare una società ove è il proletariato a controllare le tecnologie. Un’altra preoccupazione è che le tecnologie capitaliste, che tendono ad essere molto razionalizzate, rendano la società anch’essa sempre più razionalizzata. (Alcuni critici sostengono che sia proprio questo, e non il capitalismo, il nocciolo del problema). Secondo questa prospettiva, la crescente razionalizzazione porta al pensiero tecnocratico: gli individui sono sempre più tesi all’efficienza, perdendo così la ragione che permette di valutare i mezzi in reazione agli scopi seguendo precisi valori. Pessimismo nei confronti del futuro I teorici critici immaginano una progressiva e sempre più dilagante espansione della razionalizzazione: quindi, il futuro immaginato è come una gabbia d’acciaio fatta da sistemi culturali, tecnologici ed educativi sempre più razionali (visione pessimistica di Max Weber) → il proletariato è lasciato ad attendere che il suo inevitabile destino si compia.
HENRI LEFEBVRE (1901-1991)
Lefebvre ha aperto la strada per l’incorporamento della dimensione spaziale all’interno della teoria neo-marxiana: la teoria marxiana ha bisogno di ampliare i propri orizzonti dalla produzione industriale capitalistica al modo in cui un sistema si riproduce nello spazio, in quanto quest’ultimo può contribuire in più modi alla riproduzione del sistema capitalistico → qualsiasi forma di rivolta contro il sistema capitalisƟco non solo deve riferirsi ai nuovi modi di produzione ma anche alla ristrutturazione dello spazio. Lefebvre inizia la sua analisi osservando la pratica spaziale, cioè le azioni che producono e riproducono lo spazio (es: rimanendo nella propria baraccopoli il povero riproduce quotidianamente questa sessa organizzazione spaziale). La pratica spaziale è controllata dalle rappresentazioni dello spazio: cioè ciò che è stato previsto e imposto dalle élite sociali composte da urbanisti che, prefigurandole come “vero spazio”, le utilizzano per mantenere il controllo. Le pratiche spaziali dei poveri sono quindi trasformate dalle rappresentazioni dello spazio di coloro che creano il rinnovamento urbano. Non solo, le rappresentazioni dello spazio dominano anche gli spazi rappresentativi (idee, rappresentazioni sullo spazio che derivano dell’esperienza quotidiana). Le rappresentazioni dello spazio sono considerate il “vero spazio” da chi esercita il potere, gli spazi rappresentativi sono “la verità dello spazio”, cioè ciò che realmente accade nell’esperienza vissuta. Tuttavia, anche quest’ultimi. sono subordinate alle rappresentazioni dello spazio. → Ecco un problema importante per Lefebvre: la predominanza delle rappresentazioni dello spazio di “chi ha” sulle pratiche spaziali e sugli spazi rappresentativi di “chi non ha”. Come sarà possibile contestare l’élite? Lefebvre offre però anche una rilettura dello spazio in chiave ottimistica in termini più materiali a partire dagli spazi assoluti, o spazi naturali: aree né colonizzate né falsate dalle élite. Questo concetto è la base per definire il cosiddetto spazio astratto che, come le rappresentazioni dello spazio, riguarda lo spazio concepito da un teorico; essi non riguardano solo le idee, come era invece per le rappresentazioni dello spazio, ma comprende anche spazi reali e materiali. Lo spazio astratto è quindi possibile usarlo come forma di potere. (es. non è solo la fabbrica a creare profitto, ma anche i percorsi di autobus, ferrovie, autostrade che offrono alla fabbrica percorsi di accesso per approvvigionarsi di materie prime e per distribuire i prodotti finiti) Lefebvre individua anche un terzo spazio: lo spazio differenziale, ove le differenze e la libertà dal controllo sono moderate/in equilibrio. Ѐ questo lo spazio in cui l’autore intravede spiragli di individui all’azione. Lefebvre sostiene che lo spazio possa assumere vari ruoli nel mondo socioeconomico:
- può essere una delle forze di produzione (es. più terreno per produrre più grano)
- può essere impiegato per produrre piacere (es. visita a Disneyland)
- può essere uno strumento politico, perché facilita il controllo del sistema
- può rafforzare le relazioni di forza e potere (es. quartieri di lusso – bassifondi per i poveri)
- può assumere la forma di una sovrastruttura neutrale, ma che nasconde una base economica (es. autostrade)
- può avere anche potenziale positivo (es. creazione di opere umane e creative) Lefebvre sostiene poi che abbiamo la necessità di un mondo caratterizzato dalla produzione dello spazio dove, anziché il dominio (delle élite), prevalga l’approvazione: in altre parole, modificare il mondo naturale per soddisfare i bisogni collettivi. Questo tipo di sistema si avvicina al modello politico di Stato comunista. DAVID HARVEY (1935) Autore importante per l’analisi e la critica proposta negli aspetti geografici contenuti nel Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx. Ѐ infatti possibile rintracciare all’interno dell’opera una “ottica spaziale”: la necessità di creare sempre maggiori profitti fa sì che le imprese capitalistiche debbano cercare sempre nuove aree da sfruttare e trovare sempre nuovi modi per sfruttare ancor di più le aree in cui già operano. Harvey auspica una maggiore attenzione alle modalità di organizzazione geografica del mondo capitalistico: esso tende a concentrarsi sempre più nelle città e conseguenzialmente porta allo spostamento del proletariato nei grandi centri urbani. Ciò colpisce molto la natura e la probabilità della lotta di classe che oppone i capitalisti organizzati tra loro contro una non più moltitudine di singoli individui, ma di una collettività di operai. Harvey osserva anche che il Manifesto tende a focalizzarsi sul proletariato urbano, tralasciando le aree rurali e ciò porta a sviluppare una critica nei confronti del principio di non appartenenza ad alcuna nazione per tutti i lavoratori, predicato da Marx e Engels: non solo le differenze nazionali (spaziali) persistono sempre, ma è il capitalismo stesso a
Razionalizzazione del sistema e mondo vitale La soluzione all’influenza del sistema razionalizzato sul mondo vitale risiede nella razionalizzazione che investa sia il mondo vitale sia il sistema. La piena razionalizzazione di entrambi permetterebbe ad entrambi di essere uniti in modo tale che ciascuno di essi torni ad essere sostegno dell’altro. ANTHONY GIDDENS (1938) Sostiene che la nostra società continua a esistere in un mondo moderno, pur avendo raggiunto il suo stato più evoluto. L’autotreno Giddens paragona la modernità ad un autotreno, una forza potente che spazza via tutto ciò che ha davanti: i piloti lo manovrano ma data la sua taglia non possono controllare del tutto la strada che prende e la velocità a cui viaggia. C’è appunto la possibilità che essi perdano il controllo lasciando distruggere l’autotreno. Spazio e tempo La nostra abilità di controllo delle singole strutture dell’autotreno è complicata dal fatto che queste tendono ad allontanarsi nello spazio e nel tempo (processo di distanziazione). [es. spazio = arma bellica che può colpire da una parte all’altra del globo; es. tempo = ciò che è prodotto nel passato può avere effetti sul presente/futuro] Con tutto ciò, coloro che vivono nel mondo moderno sono costretti a sviluppare un sentimento di fiducia nelle persone (oggi, gli esperti) che controllano e fanno funzionare il sistema. Riflessività Nella modernità, le persone non affidano semplicemente agli esperti la cura delle cose, ma sono riflessivi e quindi interessati alle grandi questioni. Tuttavia, gli individui nel riesaminare le grandi questioni rimangono con un senso di disagio che aumenta proporzionalmente al loro tentativo di riformare le attività quotidiane. Non solo, gli individui riflettono anche sul loro pensiero rispetto a determinate azioni e questo finisce con il lasciarli con un senso di disagio ancor più profondo. Insicurezza e rischio Nell’alta modernità, l’uomo deve far fronte a una grande insicurezza che diventa gestibile con la socializzazione infantile che ci trasmette la capacità di fidarci degli altri individui; inoltre anche la routine quotidiana fa sì che la vita appaia serena e tranquilla, tuttavia, l’uomo rimane consapevole del rischio, di natura globale, che lo circonda. Perché questo rischio? O meglio, perché l’autotreno minaccia la sicurezza degli individui? Giddens offre quattro risposte:
- L’autotreno ha errori di progettazione
- Errori di gestione (errori dei suoi piloti)
- Conseguenze impreviste di modifiche all’autotreno
- L’utilizzo di nuove conoscenze che mandano l’autotreno in direzioni inaspettate Concetto chiave. Condizioni discorsiva ideale Alla base del pensiero di Habermans troviamo la sua nozione di comunicazione libera e aperta (nel mondo vitale), da lui definita come condizione discorsiva ideale. Per Habermans, tale condizione è libera se incondizionata da qualsiasi influenza che possa distorcere la discussione; è una condizione in cui a vincere è l’argomentazione migliore. Concetto chiave. La società del rischio L’idea del rischio è centrale anche nell’opera di un altro teorico: Ulrich Beck. Secondo Beck la società di oggi è definita dal rischio e dai mondi in cui può essere prevenuto; così la solidarietà, che ha caratterizzato le generazioni precedenti unendo individui diversi, è sostituita dalla volontà comune di essere risparmiati dai pericoli. Un’altra osservazione importante, è che il anche il rischio è stratificato: le nazioni/individui ricche/i hanno meno probabilità di provare il rischio rispetto a nazioni/individui povere/i. Ma nonostante questo, grazie all’effetto boomerang, i rischi colpiscono di ritorno quelli al vertice, i quali sono maggiormente responsabili della loro produzione.
CAPITOLO 6
…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….. Teorie contemporanee della vita quotidiana INTERAZIONISMO SIMBOLICO L’obiettivo dell’interazionismo simbolico è rivolto alla vita quotidiana: precisamente la sua attenzione è rivolta sull’interazione (azione e individui) e sui simboli (i loro significati). Ѐ definito da un insieme di assunti:
- Gli individui agiscono nei confronti delle cose sulla base dei significati che queste cose assumono per loro, i quali nascono dalle interazioni con altre persone
- Gli individui non si limitano ad interiorizzare passivamente i significati, ma sono anche in grado di modificarli con un processo interpretativo.
- L’uomo, diversamente dagli animali, sono unici nella capacità di utilizzare i simboli.
- Gli individui diventano umani con l’interazione sociale, in particolare con quella che si compie nei primi anni di vita in famiglia.
- Gli individui sono capaci di riflettere su se stessi e sulle loro azioni, riuscendo così a dare forma alla proprie azioni → concetto di Sé (individui diventano oggetto delle proprie azioni, Blumer)
- Gli individui hanno scopi predici quando agiscono
- La società è l’insieme di individui che partecipano all’interazione sociale. L’interazionismo simbolico ha la propensione di essere applicato ad una ricerca empirica più che teorica. ERVIG GOFFMAN (1922-1982) Ѐ noto per il suo contributo sull’analisi del Sé con l’opera “La vita quotidiana come rappresentazione”. Il concetto di Sé proposto da Goffman riprende la discussione di Mead sulla tensione esistente tra l’Io (il Sé spontaneo/attore) e il me (il Sé socializzato/personaggio): la tensione, secondo Goffman, è il risultato di ciò che noi vorremmo spontaneamente essere e ciò che gli altri vorrebbero che noi fossimo. Per riuscire a mantenere un equilibrio, gli individui recitano per il proprio pubblico sociale → drammaturgia (metafora del teatro applicata alla vita sociale). Il Sé è quindi il prodotto dell’interazione drammatica tra l’attore e il suo pubblico: è vulnerabile e può essere distrutto nel corso della rappresentazione stessa. Palcoscenico Goffman descrive il palcoscenico, ovvero la parte della performance che funziona con modalità fisse per consentire a chi osserva di definire nel modo giusto la situazione che sta vedendo rappresentata. Al suo interno, Goffman individua una distinzione tra scenario e fronte personale:
- Scenario, il contesto fisico necessariamente presente all’interno della recita dell’attore, senza il quale l’interprete non sarebbe in grado di mettere in scena la propria rappresentazione (es. tassista-taxi, pattinatore-pista di ghiaccio).
- Fronte personale, tutti gli strumenti dell’equipaggiamento espressivo che il pubblico identifica con i personaggi. (es. chirurgo-camice). Il fronte personale si divide in:
- Apparenza, oggetti che ci danno informazioni sullo status sociale del personaggio (tassista-licenza)
- Modo di fare, componente che informa che ruolo assume un determinato attore nella rappresentazione. In generale ci si aspetta la coerenza tra apparenza e modo di fare. Goffman individua nel palcoscenico la caratteristica strutturale all’istituzionalizzazione al fine di dar luogo a rappresentazioni collettive. DI conseguenza, il palcoscenico ha la tendenza a essere scelto, non creato. Nonostante la prospettiva strutturale del palcoscenico, è importante soprattutto la sua parte dell’interazione: le