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Tesina finale: Tecniche di intervento e approcci didattici per gli alunni con DSA e ADHD, Prove d'esame di Didattica generale e speciale

Tesina finale “Tecniche di intervento e approcci didattici per gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento e da deficit di Attenzione Iperattivita' (DSA e ADHD)” IPSEF

Tipologia: Prove d'esame

2025/2026

In vendita dal 20/04/2026

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ISTITUTO PER LA PROMOZIONE E LO SVILUPPO
DELL'EDUCAZIONE E FORMAZIONE (I.P.S.E.F.)
Master Universitario annuale di I livello
"Tecniche di intervento e approcci didattici per gli alunni con
Disturbi Specifici di Apprendimento e da deficit di
Attenzione Iperattività (DSA & ADHD)"
(1500 ore – 60 Crediti Formativi Universitari)
Anno Accademico 2025/2026
TESI DI FINE MASTER
Strategie inclusive per alunni con DSA e ADHD:
dalla conoscenza del profilo funzionale all'intervento didattico
e alla programmazione personalizzata
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ISTITUTO PER LA PROMOZIONE E LO SVILUPPO DELL'EDUCAZIONE E FORMAZIONE (I.P.S.E.F.) Master Universitario annuale di I livello "Tecniche di intervento e approcci didattici per gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento e da deficit di Attenzione Iperattività (DSA & ADHD)" (1500 ore – 60 Crediti Formativi Universitari) Anno Accademico 2025/

TESI DI FINE MASTER

Strategie inclusive per alunni con DSA e ADHD:

dalla conoscenza del profilo funzionale all'intervento didattico

e alla programmazione personalizzata

Candidato/a: ________________________________________ Matricola: ___________________________________________ Sessione: ____________________________________________

Bibliografia

INTRODUZIONE Il presente elaborato finale costituisce la sintesi del percorso formativo svolto nell'ambito del Master Universitario annuale di I livello in "Tecniche di intervento e approcci didattici per gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento e da deficit di Attenzione Iperattività (DSA & ADHD)", erogato dall'Istituto per la Promozione e lo Sviluppo dell'Educazione e Formazione (I.P.S.E.F.). La scelta del tema – le strategie inclusive per alunni con DSA e ADHD – risponde a una necessità sempre più urgente nella scuola contemporanea: quella di fornire ai docenti strumenti teorici e operativi capaci di trasformare la conoscenza scientifica dei disturbi in azione didattica concreta, personalizzata ed efficace. I dati epidemiologici indicano che in Italia la prevalenza dei DSA si attesta tra il 3% e il 5% della popolazione scolastica (Consensus Conference, 2011; Istituto Superiore di Sanità, 2019), mentre l'ADHD coinvolge circa il 3-5% dei bambini in età scolare (APA, 2013; Marzocchi et al., 2008). Nonostante la Legge 170/2010 e il successivo Decreto Ministeriale 5669/2011 abbiano rappresentato una svolta decisiva nel riconoscimento giuridico dei DSA e nella tutela del diritto allo studio, la traduzione pratica di questi principi nelle classi italiane risulta ancora disomogenea. La ricerca internazionale (Cornoldi, 2007; Stella, 2011; Reid Lyon et al., 2003) dimostra che interventi precoci, basati sull'evidenza e coordinati tra scuola, famiglia e servizi clinici, producono esiti significativamente migliori in termini di autonomia, autostima e successo formativo degli alunni con tali profili. La struttura del presente lavoro rispecchia il percorso modulare del Master. Il primo capitolo affronta la conoscenza dei DSA: definizioni nosografiche, basi neurobiologiche e prospettive attuali. Il secondo si concentra sull'osservazione e

CAPITOLO 1 CONOSCERE I DSA: DEFINIZIONI, CLASSIFICAZIONI E BASI NEUROBIOLOGICHE

1.1 Definizione e classificazione nosografica

I Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) rappresentano una categoria diagnostica che include condizioni neurobiologiche caratterizzate da difficoltà persistenti nell'acquisizione e nell'automatizzazione di abilità accademiche fondamentali, in presenza di adeguata intelligenza generale, istruzione e opportunità culturali. Il DSM-5 (APA, 2013) li raggruppa sotto il termine ombrello di "Disturbo specifico dell'apprendimento" (Specific Learning Disorder), differenziando tre specificatori principali: con compromissione della lettura (dislessia), con compromissione dell'espressione scritta (disortografia e disgrafia) e con compromissione del calcolo (discalculia). La dislessia è il più studiato tra i DSA ed è definita come una difficoltà specifica nella decodifica delle parole scritte, che si manifesta con lentezza e/o inesattezza nella lettura, non attribuibile a deficit sensoriali, neurologici o intellettivi (Snowling, 2000; Vellutino et al., 2004). In Italia, il riferimento classificatorio è il documento della Consensus Conference (2011), promosso dall'Istituto Superiore di Sanità, che ha definito i criteri diagnostici nazionali e ha raccomandato l'utilizzo di batterie standardizzate per la valutazione. La disortografia si manifesta come difficoltà nella trascrizione corretta delle parole in termini ortografici, distinta dalla disgrafia, che invece riguarda il versante esecutivo-motorio della scrittura (qualità grafica, velocità, automatizzazione del gesto). La discalculia è invece caratterizzata da difficoltà nel

numero senso, nella memorizzazione di fatti aritmetici e nell'esecuzione fluente di calcoli (Butterworth, 2005; Dehaene, 1997). È importante sottolineare che i DSA frequentemente co-occorrono tra loro (comorbidità interna) e con altri disturbi del neurosviluppo, in particolare l'ADHD: secondo la letteratura, tra il 25% e il 40% degli individui con dislessia presenta anche criteri diagnostici per ADHD (Willcutt & Pennington, 2000). Tale comorbidità complica il quadro clinico e richiede una valutazione differenziale accurata.

1.2 Basi neurobiologiche e fattori di rischio

La ricerca neurobiologica degli ultimi decenni ha radicalmente trasformato la comprensione dei DSA, chiarendo che si tratta di condizioni con substrati cerebrali identificabili e non di "pigrizia" o scarsa volontà. Gli studi di neuroimmagine funzionale (fMRI) condotti da Shaywitz et al. (1998, 2002) hanno evidenziato nei soggetti con dislessia una ridotta attivazione delle aree parieto- temporali e occipito-temporali dell'emisfero sinistro (in particolare il giro angolare e l'area di Wernicke), con compensazione iperattivazione dell'emisfero destro. Il deficit fonologico è attualmente il modello esplicativo più robusto e replicato per la dislessia: la difficoltà nella consapevolezza fonologica, ovvero nella capacità di identificare, segmentare e manipolare i suoni del linguaggio, interferisce con l'acquisizione del principio alfabetico e con la costruzione del lessico ortografico (Snowling, 2000; Ramus, 2003). Accanto al deficit fonologico, modelli più recenti ipotizzano deficit nel sistema magnocellulare visivo e nel cervelletto, che contribuirebbero alle difficoltà di automatizzazione (Stein & Walsh, 1997; Nicolson & Fawcett, 2011). L'ereditabilità dei DSA è elevata: studi su gemelli stimano una componente genetica tra il 50% e il 70% per la dislessia (DeFries & Fulker, 1988;

Le prospettive neuroscientifiche più recenti tendono a concettualizzare i DSA all'interno di un modello di neurodiversità, che valorizza le differenze individuali nei profili cognitivi anziché patologizzarle unilateralmente. Armstrong (2012) propone il concetto di "neurodiversità" come cornice per comprendere dislessia, ADHD, autismo e altri profili atipici come varianti neurocognitive che possono portare anche punti di forza, purché l'ambiente scolastico e sociale offra adeguate opportunità di espressione e supporto.

CAPITOLO 2 OSSERVARE I DSA: VALUTAZIONE, DIAGNOSI E PROFILO FUNZIONALE

2.1 Il processo diagnostico multidisciplinare

La diagnosi di DSA in Italia è di competenza esclusiva dei servizi sanitari pubblici e privati accreditati, ai sensi della Legge 170/2010 e della Circolare MIUR del 18 ottobre 2012. Il processo diagnostico deve essere condotto da un'équipe multidisciplinare composta da neuropsichiatra infantile, psicologo e, in alcuni casi, logopedista, e deve soddisfare i criteri stabiliti dalla Consensus Conference (2011). Il percorso valutativo si articola in più fasi: raccolta anamnestica e familiare, osservazione clinica, somministrazione di test standardizzati delle abilità specifiche (lettura, scrittura, calcolo) e delle funzioni cognitive (QI, attenzione, memoria di lavoro), e analisi dell'anamnesi scolastica. È fondamentale escludere cause alternative alle difficoltà, quali deficit sensoriali non corretti, disturbi neurologici acquisiti, ritardo cognitivo significativo e situazioni di grave svantaggio socioculturale. Tra gli strumenti più impiegati in ambito diagnostico italiano vi sono la Batteria per la valutazione della scrittura e della competenza ortografica (Tressoldi & Cornoldi, 2000), le Prove MT di lettura (Cornoldi & Colpo, 1998), la Batteria per la dislessia e la disortografia evolutiva (BDE-2; Sartori et al., 2007) e l'AC-MT per la valutazione delle abilità di calcolo (Cornoldi et al., 2002). La valutazione cognitiva si avvale tipicamente della scala WISC-IV o WISC-V (Wechsler, 2003, 2014), con particolare attenzione all'Indice di Memoria di Lavoro e all'Indice di Velocità di Elaborazione, spesso compromessi nei DSA.

2.3 Il profilo funzionale: lettura clinica e scolastica

Il profilo funzionale dell'alunno con DSA rappresenta la traduzione della diagnosi clinica in termini di punti di forza e di debolezza rilevanti per la progettazione didattica. Non è sufficiente sapere che un bambino "è dislessico": è necessario conoscere il suo specifico profilo, che può variare considerevolmente da individuo a individuo in termini di velocità e correttezza della lettura, tipologia prevalente di errori ortografici, grado di automatizzazione del calcolo, profilo attentivo e mnestico. Cornoldi (2007) propone una lettura del profilo funzionale lungo quattro dimensioni principali: il livello di automatizzazione delle abilità compromesse, il grado di compromissione delle funzioni esecutive (working memory, inibizione, pianificazione), le strategie compensative già sviluppate dall'alunno e il profilo motivazionale-emotivo. Quest'ultimo aspetto è di fondamentale importanza: la ricerca ha documentato che gli alunni con DSA non trattati precocemente sviluppano frequentemente una bassa autoefficacia percepita, ansietà da prestazione e, nei casi più gravi, disturbi emotivi secondari (Terras et al., 2009). La comunicazione del profilo funzionale alla scuola avviene attraverso la relazione clinica allegata alla diagnosi, che deve essere redatta in linguaggio comprensibile per gli insegnanti e indicare esplicitamente le misure dispensative e gli strumenti compensativi raccomandati. Il docente specializzato, in raccordo con il Consiglio di Classe e la famiglia, traduce queste indicazioni nel Piano Didattico Personalizzato (PDP), come previsto dalla normativa vigente.

CAPITOLO 3 L'ADHD: EZIOLOGIA, MODELLI NEUROPSICOLOGICI E INTERVENTI

3.1 Caratteristiche cliniche e diagnosi differenziale

Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD, Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da un pattern persistente di inattenzione e/o iperattività-impulsività, che interferisce con il funzionamento o lo sviluppo (APA, 2013). Il DSM-5 distingue tre presentazioni: a predominanza inattentiva, a predominanza iperattiva-impulsiva e combinata. La prevalenza dell'ADHD nella popolazione infantile italiana è stimata tra il 3% e il 5%, con una netta prevalenza maschile (rapporto maschi/femmine di circa 3:1 per la forma iperattiva, più equilibrato per la forma inattentiva). Marzocchi et al. (2008) hanno condotto uno studio epidemiologico nazionale su campioni scolastici italiani, confermando queste stime e segnalando una frequente sotto-diagnosi nella forma inattentiva, più discreta e meno disturbante per l'aula. La diagnosi differenziale dell'ADHD richiede attenzione: molti dei sintomi (disattenzione, irrequietezza, impulsività) possono essere secondari a condizioni diverse, come disturbi d'ansia, disturbi dell'umore, disturbi del sonno, effetti di farmaci, situazioni di stress familiare o abuso. È fondamentale distinguere l'ADHD primario dalle difficoltà attentive secondarie a DSA: un bambino con dislessia grave che fatica a seguire la lettura può mostrare un quadro comportamentale simile all'ADHD, senza soddisfarne i criteri diagnostici.

3.3 Interventi cognitivi e comportamentali

Il trattamento dell'ADHD raccomandato dalle linee guida internazionali (NICE, 2018; Istituto Superiore di Sanità, 2012) è multimodale e comprende interventi psicosociali (psicoeducazione, parent training, interventi scolastici), training cognitivo e, quando indicato, farmacoterapia. L'approccio farmacologico con metilfenidato (Ritalin, Rubifen, Concerta) o atomoxetina (Strattera) è indicato nei casi di ADHD moderato-grave, dopo valutazione specialistica presso i centri regionali di riferimento. Gli interventi cognitivo-comportamentali (CBT) adattati all'ADHD mirano a sviluppare abilità di autoregolazione, pianificazione e monitoraggio del comportamento. Il self-monitoring, che consiste nell'insegnare all'alunno a osservare e registrare il proprio comportamento (es. il tempo trascorso sul compito), ha mostrato efficacia sia per ridurre i comportamenti off-task sia per migliorare l'autoefficacia percepita (Reid et al., 2005). Il token economy, sistema di rinforzo basato sull'assegnazione di punti o gettoni per comportamenti target, è uno degli interventi comportamentali con maggiore supporto empirico in contesto scolastico. Il parent training (PT) e il teacher training sono componenti irrinunciabili di qualsiasi intervento sull'ADHD. Il programma "New Forest Parenting Programme" (Sonuga-Barke et al., 2001) e il "Incredible Years" (Webster-Stratton,

  1. sono tra i protocolli con maggiore evidenza per il training genitoriale. In ambito scolastico, la formazione degli insegnanti sulle strategie di gestione comportamentale, sulla strutturazione dell'ambiente fisico e sulla modulazione delle richieste cognitive costituisce una componente fondamentale dell'intervento.

CAPITOLO 4 PROGRAMMARE PER L'INCLUSIONE: IL PIANO DIDATTICO PERSONALIZZATO

4.1 Il quadro normativo italiano per l'inclusione

Il sistema normativo italiano per l'inclusione scolastica degli alunni con DSA e ADHD si è sviluppato progressivamente nel corso degli ultimi decenni, con un'accelerazione significativa a partire dagli anni Duemila. La Legge 104/ aveva già stabilito i principi generali dell'integrazione scolastica per gli alunni con disabilità, introducendo il concetto di Piano Educativo Individualizzato (PEI). Tuttavia, essa non si applicava agli alunni con DSA, che non presentano una condizione di disabilità in senso stretto ma difficoltà specifiche che richiedono misure differenziate. La svolta normativa per i DSA è rappresentata dalla Legge 8 ottobre 2010, n. 170, "Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico", che per la prima volta in Italia riconosce ufficialmente dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia come disturbi specifici dell'apprendimento, garantendo agli alunni che ne sono affetti il diritto a misure didattiche di supporto. Il successivo Decreto Ministeriale 12 luglio 2011, n. 5669, e le relative Linee Guida allegata, hanno definito le modalità operative per l'attuazione della legge, introducendo il Piano Didattico Personalizzato (PDP) come strumento operativo fondamentale. La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e la Circolare Ministeriale n. 8 del 6 marzo 2013 hanno esteso le tutele a tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES), categoria più ampia che include, oltre agli alunni con disabilità (L. 104/1992) e DSA (L. 170/2010), anche alunni con svantaggio socioeconomico,

disturbo, valorizzando il contenuto delle risposte indipendentemente dagli errori ortografici e attribuendo il giusto peso alla comprensione rispetto alla velocità di lettura.

4.3 Misure dispensative e strumenti compensativi

Le misure dispensative sono interventi che esonerano l'alunno da alcune prestazioni non essenziali ai fini della valutazione delle competenze (DM 5669/2011). Esempi tipici includono: dispensa dalla lettura ad alta voce in classe, dalla scrittura veloce sotto dettatura, dal copiare dalla lavagna, dallo studio mnemonico di tabelline o coniugazioni verbali quando questo non sia l'obiettivo principale dell'apprendimento. È importante sottolineare che le misure dispensative devono essere calibrate sul profilo individuale e non applicate rigidamente: non tutti gli alunni con DSA necessitano delle stesse dispense. Gli strumenti compensativi sono ausili tecnologici e didattici che, affiancando o sostituendo la prestazione richiesta, consentono all'alunno di aggirare l'automatismo deficitario e di accedere ai contenuti di apprendimento. Le Linee Guida DM 5669/2011 elencano tra i principali strumenti compensativi: la sintesi vocale (text-to-speech), che trasforma il testo scritto in parlato consentendo all'alunno con dislessia di ascoltare anziché leggere; il correttore ortografico automatico; la calcolatrice; le mappe concettuali e mentali; il registratore; i programmi di videoscrittura con dizionario. Le tecnologie assistive hanno subito un'accelerazione straordinaria nell'ultimo decennio. Software come Speechify, Balabolka, EasyReader, e le applicazioni basate su intelligenza artificiale per la sintesi vocale di ultima generazione offrono qualità vocale e flessibilità d'uso nettamente superiori rispetto ai sistemi precedenti. Tuttavia, la ricerca (Fogarolo, 2012; Rivoltella, 2019) indica che l'efficacia degli strumenti compensativi dipende non solo dalla loro qualità

tecnologica, ma soprattutto dalla formazione dell'alunno nell'usarli in modo strategico e dalla coerenza nell'utilizzo tra contesto scolastico e domestico.