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Sofocle: Innovazione e Profondità nella Tragedia Greca, Sintesi del corso di Greco

Sintesi della vita e delle opere di Sofocle

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 11/05/2021

Kheyra16
Kheyra16 🇮🇹

4.5

(19)

53 documenti

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Quello di Sofocle fu un teatro di grandi personaggi, con un taglio drammaturgico mosso e articolato, e
quindi più vicino alla nostra concezione. Nei suoi drammi è sempre presente la figura di un grande eroe e
personaggi di prepotente protagonismo, capaci soprattutto di esprimere una visione etica fortemente
personale, che entra in conflitto con la realtà che li circonda. Si può dire inoltre che Sofocle ci presenta una
sua particolare forma di umanesimo, In una polis sempre più lontana dalle origini, il problema del genos
portò Sofocle a concentrarsi su una figura singola, vista non tanto nella sua dimensione psicologica quanto
nella profonda presa di coscienza della propria singolarità. Inoltre Sofocle ripropone personaggi eroici posti
in un mondo che non è più a loro misura: l'eroe si confronta ormai con l'uomo, in un rapporto problematico
e ambiguo. Per quanto riguarda gli dei, Sofocle, guardò a loro con disagio e anche con dubbio, seppure con
rispetto. Troviamo poi diverse innovazioni drammaturgiche apportate da Sofocle, che mirano a far risaltare
la singolarità del protagonista, Anche i ritmi e la musica stessa dei cori sembrano spesso sottolineare le
tragiche vicende di cui gli uomini sono protagonisti.
La fonte più importante è una biografia di tarda età ellenistica, che riporta notizie di filologi autorevoli, dei
biografi alessandrini e di altri, Una voce monografica si trova nella Suda e nel Marmor Parium. Si
aggiungono poi notizie sparse di altri autori, tra cui quelle di Aristotele, di dubbia affidabilità. Nato da
famiglia benestante nel demo di Colono nel 497/496 a.C., Sofocle ricevette la tradizionale educazione
ginnico-musicale e fu scelto per guidare il peana che celebrò la vittoria di Salamina nel 480. Ricoprì
importanti cariche politiche facendo parte del collegio dei tesorieri della Lega delio-attica, fu poi stratego
con Pericle e fu forse membro del collegio dei probuli. La sua morte avvenne nel 406/405; questa data si
desume dal fatto che quando Euripide morì nel 406 Sofocle era ancora vivo e fece vestire a lutto attori e
coreuti, mentre è già morto nella redazione definitiva delle Rane di Aristofane. Dopo la morte fu venerato
come eroe con l'epiteto Dexion, «ospitale», per avere accolto in casa una statua del dio Asclepio.
Aristofane di Bisanzio conosceva 130 drammi di Sofocle e ne considerava spuri 17. Per la Suda i drammi
erano 123, per altri di più. Alcuni, congetturando poco verosimilmente che Aristofane volesse dire 7 e non
17, hanno fatto coincidere le due fonti, fissando il numero a 123. A noi sono pervenute integre solo sette
tragedie. Grazie a un fortunato ritrovamento papiraceo, conosciamo inoltre tre quarti del dramma
satiresco ‘’I cercatori di orme’’. Molte furono le vittorie negli agoni tragici: un'epigrafe ne indica 18, la Vita
20, la Suda 24. Solo alcune date della carriera teatrale di Sofocle sono sicure: Esordì nel 468 a.C. con il
perduto Trittòlemo, riportando la vittoria. Vinse nel 438 su Euripide, e fu secondo nel 431. Vinse poi nel
409 con il Filottete e dopo con l'Edipo a Colono. Più problematica è la cronologia delle altre tragedie, che
si è cercato di definire o attraverso il confronto con opere di quel periodo o tramite i riferimenti alla realtà
contemporanea o ancora analizzando lo stile. Sulla base di questi criteri l’Aiace è compreso tra il 456,
l’Edipo re potrebbe essere stato rappresentato nel 429 ma altri pongono il 411. Per Elettra le date proposte
sono il 420 o il 409. Sappiamo che Sofocle compose anche elegie e peani: di questa produzione abbiamo il
frammento d'un peana per Asclepio e l’inizio di un'elegia dedicata a Erodoto. Si attribuisce a Sofocle anche
uno scritto teorico dal titolo Sul coro.
L'Aiace la tragedia è ritenuta la più antica tra quelle pervenuteci, sia perché è la più vicina allo stile di
Eschilo, sia per la struttura della parodo, in cui troviamo i tradizionali anapesti di marcia. Alcuni, notando il
sentimento antispartano di Teucro, ritengono che la tragedia sia stata scritta prima del 446 a.C. anno in cui
fu fatta tra Atene e Sparta la pace dei trent'anni: l'ostilità di Teucro infatti sarebbe in contrasto con il
periodo di tregua. La tragedia porta in scena il folle suicidio di Aiace, furente perché non ha ottenuto le
armi Achille alla morte dell'eroe, infatti, gli Atridi avevano preferito assegnarle a Odisseo. Aiace reso folle
da Atena ha fatto strage di bestiame, credendo di uccidere gli Atridi, Quando toma in sé, temendo lo
scherno dei nemici decide di uccidersi gettandosi sulla spada. Il suo cadavere è scoperto da Tecmessa, la
sua concubina, e dai marinai del coro, che lamentano la crudeltà degli dei. Teucro vorrebbe seppellirlo ma
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Quello di Sofocle fu un teatro di grandi personaggi , con un taglio drammaturgico mosso e articolato, e quindi più vicino alla nostra concezione. Nei suoi drammi è sempre presente la figura di un grande eroe e personaggi di prepotente protagonismo, capaci soprattutto di esprimere una visione etica fortemente personale, che entra in conflitto con la realtà che li circonda. Si può dire inoltre che Sofocle ci presenta una sua particolare forma di umanesimo, In una polis sempre più lontana dalle origini, il problema del genos portò Sofocle a concentrarsi su una figura singola, vista non tanto nella sua dimensione psicologica quanto nella profonda presa di coscienza della propria singolarità. Inoltre Sofocle ripropone personaggi eroici posti in un mondo che non è più a loro misura: l'eroe si confronta ormai con l'uomo, in un rapporto problematico e ambiguo. Per quanto riguarda gli dei, Sofocle, guardò a loro con disagio e anche con dubbio, seppure con rispetto. Troviamo poi diverse innovazioni drammaturgiche apportate da Sofocle, che mirano a far risaltare la singolarità del protagonista, Anche i ritmi e la musica stessa dei cori sembrano spesso sottolineare le tragiche vicende di cui gli uomini sono protagonisti. La fonte più importante è una biografia di tarda età ellenistica, che riporta notizie di filologi autorevoli, dei biografi alessandrini e di altri, Una voce monografica si trova nella Suda e nel Marmor Parium. Si aggiungono poi notizie sparse di altri autori, tra cui quelle di Aristotele, di dubbia affidabilità. Nato da famiglia benestante nel demo di Colono nel 497/496 a.C., Sofocle ricevette la tradizionale educazione ginnico-musicale e fu scelto per guidare il peana che celebrò la vittoria di Salamina nel 480. Ricoprì importanti cariche politiche facendo parte del collegio dei tesorieri della Lega delio-attica, fu poi stratego con Pericle e fu forse membro del collegio dei probuli. La sua morte avvenne nel 406/405; questa data si desume dal fatto che quando Euripide morì nel 406 Sofocle era ancora vivo e fece vestire a lutto attori e coreuti, mentre è già morto nella redazione definitiva delle Rane di Aristofane. Dopo la morte fu venerato come eroe con l'epiteto Dexion, «ospitale», per avere accolto in casa una statua del dio Asclepio. Aristofane di Bisanzio conosceva 130 drammi di Sofocle e ne considerava spuri 17. Per la Suda i drammi erano 123, per altri di più. Alcuni, congetturando poco verosimilmente che Aristofane volesse dire 7 e non 17, hanno fatto coincidere le due fonti, fissando il numero a 123. A noi sono pervenute integre solo sette tragedie. Grazie a un fortunato ritrovamento papiraceo, conosciamo inoltre tre quarti del dramma satiresco ‘’I cercatori di orme’’. Molte furono le vittorie negli agoni tragici: un'epigrafe ne indica 18, la Vita 20, la Suda 24. Solo alcune date della carriera teatrale di Sofocle sono sicure: Esordì nel 468 a.C. con il perduto Trittòlemo, riportando la vittoria. Vinse nel 438 su Euripide, e fu secondo nel 431. Vinse poi nel 409 con il Filottete e dopo con l'Edipo a Colono. Più problematica è la cronologia delle altre tragedie, che si è cercato di definire o attraverso il confronto con opere di quel periodo o tramite i riferimenti alla realtà contemporanea o ancora analizzando lo stile. Sulla base di questi criteri l’Aiace è compreso tra il 456, l’Edipo re potrebbe essere stato rappresentato nel 429 ma altri pongono il 411. Per Elettra le date proposte sono il 420 o il 409. Sappiamo che Sofocle compose anche elegie e peani: di questa produzione abbiamo il frammento d'un peana per Asclepio e l’inizio di un'elegia dedicata a Erodoto. Si attribuisce a Sofocle anche uno scritto teorico dal titolo Sul coro. L'Aiace la tragedia è ritenuta la più antica tra quelle pervenuteci, sia perché è la più vicina allo stile di Eschilo, sia per la struttura della parodo, in cui troviamo i tradizionali anapesti di marcia. Alcuni, notando il sentimento antispartano di Teucro, ritengono che la tragedia sia stata scritta prima del 446 a.C. anno in cui fu fatta tra Atene e Sparta la pace dei trent'anni: l'ostilità di Teucro infatti sarebbe in contrasto con il periodo di tregua. La tragedia porta in scena il folle suicidio di Aiace, furente perché non ha ottenuto le armi Achille alla morte dell'eroe, infatti, gli Atridi avevano preferito assegnarle a Odisseo. Aiace reso folle da Atena ha fatto strage di bestiame, credendo di uccidere gli Atridi, Quando toma in sé, temendo lo scherno dei nemici decide di uccidersi gettandosi sulla spada. Il suo cadavere è scoperto da Tecmessa, la sua concubina, e dai marinai del coro, che lamentano la crudeltà degli dei. Teucro vorrebbe seppellirlo ma

gli Atridi si oppongono, finché giunge Odisseo che garantisce la concessione della sepoltura. Poiché l'eroe principale muore molto prima della fine della tragedia, l'Aiace è stata definita una tragedia 'a dittico" e, per questa ragione, secondo alcuni sarebbe priva di unità estetica. In realtà, anche se l'atto culminante non coincide con la conclusione della tragedia, quest'opera ha una solida compattezza drammatica. Inoltre Aiace resta protagonista anche nella seconda metà della tragedia, quando è presente in scena solo come cadavere e gli altri personaggi discutono su cosa fare di lui. Solo con la sepoltura e con gli onori, le due immagini di Aiace, quella della prima e quella della seconda parte del dramma, coincidono. Il mondo di Aiace è un mondo di valori eroici, Eppure, il tema della tragedia non è la celebrazione dei valori epici, infatti, il finale manca di solennità epica e il dramma propone una profonda revisione del codice eroico in termini di etica umana. C'è chi ha voluto interpretare Sofocle secondo l'etica eschilea, individuando il tema della tragedia nella rappresentazione della üßpis di Aiace. Certo, in questo dramma si parla di üßpiç più che in qualsiasi altra tragedia di Sofocle, ma In realtà a Sofocle non interessava ciò, ma attraverso la descrizione del comportamento di Aiace, Sofocle ha voluto orientare gli spettatori verso una interpretazione diversa rispetto a Eschilo. Qui Gli dei, non più garanti di giustizia, circoscrivono l'azione e lo relegano in una posizione d’incertezza: a nulla valgono le sue capacità razionali; e se l’uomo perde e poi riacquista il senno, sperimenta sofferenze ancora più acute, perché è consapevole. Troviamo inoltre l'innovazione relativa al personaggio di Odisseo, rappresentato da Sofocle come dotato di una pietas che costituisce un'assoluta novità rispetto all'Odisseo della tradizione. (Antigone) La tragedia mette in scena le vicende successive a quelle dei Sette contro Tebe di Eschilo. I fratelli Polinice ed Eteocle si sono reciprocamente uccisi in duello e Creonte, ora re di Tebe, vieta la sepoltura di Polinice in quanto traditore. Antigone, loro sorella, riesce di nascosto a seppellire Polinice e scoperta, si difende dicendo di aver seguito non le leggi umane ma quelle divine. Creonte la condanna a morte, malgrado il figlio ne sia innamorato; Antigone viene segregata e piange il suo destino. Ma anche su Creonte incombe ormai la rovina, turbato dagli ammonimenti di Tiresia, torna indietro ma troppo tardi poiché Antigone e il figlio Emone si sono suicidati e lo stesso fa Euridice, sua moglie. Anche dell'Antigone alcuni studiosi hanno valorizzato il riferimento alla üßpiç fatto dal coro e hanno letto perciò la tragedia secondo le prospettive dell'etica eschilea. Come nell'Aiace, però, ciò è menzionato solo in un punto e per di più dal coro che, composto dagli anziani di Tebe, che nutre timore per il re Creonte. Sembra quasi che il coro, voglia deresponsabilizzarsi moralmente rispetto ad Antigone. L'impressione è che Sofocle abbia così voluto svuotare di senso la problematica eschilea in cui l’eroina e il suo antagonista condividono un destino di sofferenza e infelicità. Considerati in rapporto alla loro rovina, i principi di Antigone e di Creonte finiscono per diventare un paradosso: sia l'inflessibilità di Antigone sia l'arroganza di Creonte cedono all'autocommiserazione, e nessuno dei due personaggi trae saggezza dall'esperienza del dolore. Dall'esito delle loro vite emerge l'immagine di un'umanità sofferente, il cui destino, una volta messa a nudo la propria fragilità, è quello di compiangere la loro stessa condizione. l'Antigone si è prestata spesso anche a letture in chiave politica, come quella del filosofo Hegel, basata sul contrasto tra Città e famiglia, due entità che obbediscono a forme di leggi diverse. Queste letture, però, hanno valorizzato solo alcuni motivi della tragedia, la cui complessità tematica non può essere ridotta ad opposizioni polari. Altrettanto riduttive sono le letture di chi dà grande rilievo al fatto che la morte di Antigone non coincide con la fine della tragedia e perciò, individuano una struttura 'a dittico'. In realtà L'analogia delle esperienze di Antigone e Creonte ne assicurano la compattezza strutturale. Le Trachinie dovrebbero essere di poco successive al 438 a.C. Il titolo significa donne di Trachis, città della Tessaglia in cui è ambientato il dramma e alla quale appartengono le donne del coro. Da quindici mesi Deianira non ha notizie di Eracle, suo sposo. Un oracolo aveva predetto che allo scadere del quindicesimo mese dalla partenza dell'eroe, si sarebbe compiuto il suo destino: o la morte o il resto della vita in pace. Un inviato annuncia il ritorno di Eracle e poco dopo l'araldo Lica conduce alcune prigioniere, tra cui lole, di cui Eracle è ora innamorato. Deianira, ingelosita, si ricorda di un vecchio dono ricevuto dal centauro Nesso,

nell'esatto opposto, Edipo intende trovare l'assassino di Laio, ma in realtà cerca sé stesso. Nell'opposizione tra l'Edipo dell'inizio e l'Edipo della fine del dramma si è erroneamente vista una polarità tra turannos e farmakos , come se Edipo, decaduto dal livello di sovrano amato dal popolo, fosse scacciato dalla polis. Ma questa chiave di lettura è errata perché Edipo non viene espulso; al contrario, la necessità di quell'esilio che egli stesso chiede è negata da Creonte. Si ritiene che l'Elettra di Sofocle sia precedente a quella di Euripide, datata al 418 al 417 avanti Cristo. Oreste con Pilade e il prefetto, prepara la vendetta contro Egisto e Clitennestra, assassini del padre Agamennone: secondo L'inganno concepito, il prefetto giunto in città, riferirà che Oreste è morto e Oreste stesso, Sotto mentite spoglie, recherà ai familiari le proprie false ceneri. Alle notizie della morte di Oreste la sorella Elettra si dispera, ma nel frattempo l'altra sorella, Crisotemide, ha riconosciuto i riccioli di Oreste sulla tomba del padre e correre a dirlo a Elettra, che però non le crede. all'arrivo delle ceneri la fanciulla e perciò travolta dal dolore e Oreste, commosso si fa a riconoscere, Ma la gioia che segue è interrotta dal prefetto che esorta all'azione. Oreste e Pilade entrano nella reggia e uccidono Clitennestra. Nel frattempo giunge Egisto che, ignaro, Varca la soglia del palazzo, dove scorge un corpo e scopre che si tratta della moglie, ormai senza scampo si lascia uccidere. Questa è una tragedia cupa, dominata dal dolore di Elettra, tema centrale non solo della parodo, ma presente anche nel momento di gioia più intensa, quando avviene il riconoscimento con il fratello. L'orientamento è della tragedia Non è esplicito ed è stato oggetto di discussione, l’Idea che il finale, in cui la vendetta di Oreste e Elettra è ormai compiuta, sia liberatorio va esclusa, vista l'atmosfera Cupa che Grava sulla tragedia. Il senso più profondo della tragedia resta oscuro, e forse per la comprensione del suo significato è più che mai utile il confronto con le coefore di Eschilo e con le lettere di Euripide. Due sono le differenze più significative tra le tragedie: Innanzitutto va segnalato il ritardo con cui avviene il riconoscimento, che si realizza soltanto al verso 1224 e ciò dà molto rilievo alla sofferenza di Elettra e alla sua emarginazione, L'unica pausa all'isolamento e l'incontro con Oreste ma anche qui le emozioni sono frenate prima da Oreste e poi dal Prefetto. In secondo luogo è evidente che la vendetta finale non assume i toni di un esito liberatorio e non c'è posto per il pentimento. il finale si svolge secondo i meccanismi di una tragedia di intrigo cioè un intreccio complesso che alla fine giunge a una soluzione favorevole ai protagonisti. Sofocle, In altri termini, sembra aver voluto progettare anche sul finale la disperata solitudine della protagonista, unico tema di fondo del dramma. A mettere in evidenza il tema della sofferta emarginazione di Elettra coopera anche la revisione del personaggio di Oreste che è l'esecutore di una vendetta che, nella mancata assunzione di un preciso significato etico, lascia aperti e irrisolti inquietanti interrogativi sulla condizione dell'uomo, sollevati nel corso della tragedia dal disagio esistenziale di Elettra. Durante il viaggio dei Greci verso Troia, l’eroe Filottète viene ferito dal morso di un serpente e lasciato sull’isola deserta di Lemno dai compagni. In seguito però verranno a conoscenza che Troia verrà a patti solo grazie a Filottète e al suo arco: così per persuaderlo e ottenere l’arma i greci ritornano da Filottète con un inganno per guadagnarne la fiducia e costringerlo a cedere l’arco. Chiedono aiuto a Neottolemo, figlio di Achille, che convince Filottète a cedere l’arma ma commosso dal dolore, gli rivela l’inganno. Intanto arrivò Odisseo, che impose la consegna dell'arma con la forza, ma Neottolemo ormai deciso, restituisce l’arco a Filottète e prova a convincerlo a tornare a Troia, ma solo Eracle ci riuscirà. La tensione drammatica dell’opera è di natura etica, infatti troviamo i caratteri opposti di Odisseo e Neottolemo: Odisseo voleva prendere l’acro ad ogni costo, Neottolemo preferiva scontrarsi con l'eroe, ma l'idea di beneficiare dell'esercito greco lo spinse temporaneamente ad accettare le pressioni di Ulisse. Secondo la divisione della parte iniziale dell'opera, Odisseo rappresenta l'etica relativa dei valori sofistici, cioè l'uso delle parole per ingannare i comportamenti, Invece Neottolemo incarna l'etica dei valori eroici perciò preferisce fallire facendo del bene piuttosto che vincere facendo cose cattive. Sebbene Odisseo sembrasse proporre un terzo metodo a Neottolemo (prima lusinga il giovane e poi prende l’arco), non vi è alcuna mediazione tra i

due opposti. Il nesso appare come una contaminazione da un lato dell'etica omerica e dall'altro dei sofisti. Alla fine, Neottolemo, si sbarazzò della congiura e non tradì la sua natura, dimostrando così di essere il figlio di Achille. Il Filottète porta in scena la crisi dei due metodi educativi allora dominanti ad Atene, quello aristocratico ( Filottète e Neottolemo) e quello sofistico ( Odisseo): Quella aristocratica si presenta con schemi eroici antichi ( Filottete) o incapace di cambiare effettivamente la realtà ( Neottolemo); quella sofistica invece appare inadeguata a porsi come sistema di valori di riferimento e troppo aperta a stravolgimenti utilitaristici ( Odisseo). L'ambiguità dell'oracolo sull'Arco di Filottete è importante per la definizione dei caratteri dei personaggi; infatti l’oracolo presenta Filottete come: non necessario alla presenza di Troia o necessario alla pari della dell'Arco. L'oracolo esaspera l'impotenza dell’eroe, a cui gli ingannatori danno un ruolo puramente strumentale. Il nesso eroe-arma, che per l’epos era inscindibile, qui viene posto in discussione, mentre a mettere in risalto il tema dell’infelicità di Filottete, contribuisce l’utilizzo dell'intrigo e del deus ex machina. La trama a intrigo serve per la rappresentazione di un eroe impotente al quale non resta che scagliarsi contro gli dèi; mentre il deus ex machina non è un Dio sconosciuto da Filottete essendo Eracle a lui legato. L'amicizia è importante alla fine ma la partenza da Lemno è frutto di un'accettazione rassegnata della volontà di Eracle che si trasforma poi nell'abolizione della volontà personale. (Edipo a Colono) Edipo giunge a Colono, è cieco e lo guida la figlia Antigone. I vecchi di Colono vogliono mandarlo via a causa delle sue azioni non pure ma Edipo si difende dicendo che tutto è stato involontario e chiede aiuto. Intanto a Tebe Creonte vuole il ritorno di Edipo, ma questo è ostile e perciò si reca ad Atene per chiedere asilo, nominando l'oracolo che lo vede una volta morto il salvatore della città. Creonte rapisce Antigone e Ismene che vengono però salvate da Teseo, mentre Polinice chiede l’appoggio del padre, ottenendo solo odio e maledizione. Alla sua morte Edipo svelerà solo a Teseo i segreti che potranno difendere per sempre Atene da Tebe. L'Edipo a colono è un dramma pessimistico in cui non sembrano esserci elementi positivi (tranne due: il rapporto di solidarietà umana che si instaura tra gli ateniesi ed Edipo e il forte legame affettivo delle figlie per il padre). Pur presentandosi ad Atene supplicante, Edipo finisce per essere elevato a protettore della città di Atene. In più punti dell'Opera viene sottolineato che le due figlie hanno garantito la sopravvivenza del padre assumendo il ruolo dei maschi in quanto questi lo hanno esiliato e perciò Il rapporto con i figli maschi viene negato ad Edipo. Il finale presenta l'immagine conclusiva di Antigone e Ismene affrante; e il loro pianto dona un significato più autentico alla morte di Edipo. Per Edipo la morte è una liberazione dai mali e l’unica via d’uscita. Questo pessimismo trova una esplicita formulazione nel terzo stasimo, dove in un triste canto sull'infelicità dell'uomo, si afferma che è meglio per l'uomo non nascere e se nato morire al più presto. (drammaturgia di Sofocle) Sofocle ha portato diverse innovazioni per la tragedia: abbandona la trilogia legata a tema unico e compone i drammi autonomi ovvero tre tragedie è un dramma satiresco; il mito è visto da Sofocle non più nella prospettiva del ghenos ma nella dimensione individuale dell'eroe che è protagonista. Dando risalto all'individualità eroica per mezzo della tragedia autonoma, Sofocle porta dunque in primo piano quella problematica etica di cui gli Eroi del mito fino ad allora erano stati solo portatori e la attualizza attraverso il confronto con i valori etico-religiosi e socio-politici della sua epoca. In secondo luogo alcune tragedie presentano una brusca virata nell'azione, dovuta alla precoce morte del protagonista; infatti in Sofocle anche se il protagonista domina, la prospettiva della valutazione etica è più ampia e coinvolge sia le vicende che precedono l'apparizione in scena dell'eroe, sia quelle che accadono dopo la sua morte. La bipartizione va quindi considerata funzionale all’esaltazione tragica e solitaria dell'eroe. Inoltre assunsero con Sofocle nuove valenze espressive la rhesis e il canto amebeo: la rhesis