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La forma di governo, disegni di legge, parlamento monocamerale e bicamerale. Bicameralismo, forme elettorali e partiti politici, il federalismo, differenze tra stato federale e regionale.
Tipologia: Appunti
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La caratteristica generale è che quasi tutti i paesi, che fanno parte dell’UE, hanno una forma di governo di tipo parlamentare. La forma di governo parlamentare si caratterizza per il rapporto di fiducia che intercorre tra Parlamento e governo. L’idea che sta alla base del governo parlamentare, infatti, è che il governo, per governare, debba avere la fiducia del Parlamento. A questo principio, ne consegue un altro: il Capo dello Stato, nella forma di governo parlamentare, non è un organo di governo, ma è un organo neutro, esterno al circuito politico. Questa forma di governo ha, come svantaggio, la possibilità che il governo sia esposto alle influenze e alle mutazioni parlamentari. Dal 900 in poi, infatti, in molti paesi europei sono state introdotte delle misure di razionalizzazione, volte ad assicurare maggiore stabilità al potere esecutivo (vedi le misure di razionalizzazione nella lezione precedente). In Francia , nel 2008, Sarkozy ha attuato una riforma costituzionale del sistema francese. Questa riforma perseguiva due obiettivi:
Per quanto riguarda la forma di governo, il riequilibrio dei poteri comporta un indebolimento del Primo ministro, con un conseguente ridimensionamento dei suoi poteri. All’indebolimento del Capo del governo corrisponde un potenziamento del Parlamento: da questa riforma sembra, infatti, che ci guadagni il Parlamento. Il professore Rousseau insisteva molto sul fatto che, in realtà, il potenziamento del Parlamento indica un rafforzamento della maggioranza parlamentare e, quindi, un rafforzamento del partito che appoggia il Presidente. In altri termini, stando agli obiettivi della riforma, l’effetto è depotenziare il Capo del governo e potenziare il Parlamento. In realtà, potenziare il Parlamento significa potenziare la maggioranza parlamentare, vale a dire potenziare il partito che ha vinto le elezioni, e che, normalmente, corrisponde a quello del Presidente in carica [tranne per i casi di coabitazione (vedi lezione precedente)]. Il Presidente, quindi, sceglie un suo Primo ministro che appartiene alla sua maggioranza: questo meccanismo, pertanto, indica un ulteriore rafforzamento del peso politico del Presidente. Quindi, maggiori poteri al Parlamento significa togliere quelle cose che il Primo ministro poteva fare autonomamente, a favore del Presidente della Repubblica. I tre punti, sui quali si realizza il rafforzamento del Parlamento, a danno del Primo ministro sono:
1) Con la Costituzione del 1958, l’ ordine del giorno del Parlamento era fissato dal Primo ministro; con la riforma, l’ordine del giorno del Parlamento può sempre essere stabilito dal Primo ministro, ma in una misura molto ridotta. Infatti, nella maggioranza dei casi, è lo stesso Parlamento a stabilire l’ordine del giorno. A tal fine, è necessario garantire l’imparzialità dei presidenti delle due camere (in Italia, prima della riforma del sistema elettorale, l’imparzialità era garantita dal fatto che uno dei due presidenti faceva parte dell’opposizione). 2) La presentazione dei disegni di legge costituisce un argomento molto delicato. In Italia, sono molti i soggetti che possono presentare progetti di legge alle camere (governo, consigli regionali, corpo elettorale…). Negli altri ordinamenti, la presentazione di disegni di legge è maggiormente concentrata nel governo: in molti ordinamenti, infatti, tra le misure di razionalizzazione, c’è il fenomeno per cui il governo è il soggetto privilegiato nella presentazione dei disegni di legge in Parlamento. Anche in Francia è così, però, nella Costituzione del 1958, i disegni di legge presentati dal Primo ministro venivano esaminati da entrambe le camere. Adesso, invece, il disegno di legge, prima di essere sottoposto alle camere, viene rielaborato da una Commissione parlamentare. In altre parole, è il Parlamento stesso che modifica i testi di legge, prima di metterli in votazione (esattamente come avviene in Italia). 3) La disciplina della incompatibilità : il rapporto ministro-parlamentare. Se un parlamentare viene scelto come ministro, cessa dalle sue funzioni di parlamentare. Con la disciplina precedente, il parlamentare che diventava ministro cessava di essere parlamentare. Questo meccanismo si è modificato nel senso che, se un ministro non fa più parte di un governo (ad esempio si dimette o il governo si scioglie) questi resta parlamentare. Secondo Rousseau, attraverso questo meccanismo, il Primo ministro perde il suo potere di influenza sui suoi ministri: adesso, infatti, se un ministro non è più in perfetta sintonia con il Primo ministro, si può dimettere da ministro, continuando a fare il parlamentare (prima, invece, diventava un semplice cittadino).
La via francese di razionalizzazione della forma di governo parlamentare è stata, in parte, seguita da molti paesi dell’Est europeo. La via alternativa a questa è quella adottata da Germania , Spagna e Regno Unito , che si traduce nel rafforzamento dell’esecutivo, attraversi l’accentramento dei poteri del Capo del governo. In generale, questa tendenza a rafforzare i poteri del Capo del governo è molto forte in alcuni paesi dell’UE, soprattutto in quei paesi in cui il Capo dello Stato è un Re. Nella monarchia parlamentare non è messo in discussione il fatto che il Capo dello Stato non abbia nessun potere politico perché, nelle repubbliche, il Capo dello Stato è eletto o dal popolo (come in Francia) o dal Parlamento (come in Italia); oltre a questa legittimazione democratica, il Presidente ha un termine del suo
Spagna ed essendo fuori dal potere politico, ha il potere di rappresentare un paese unito, forse più di una figura elettiva. Questo meccanismo si verifica anche in Inghilterra , anche se in misura molto minore, dove ci sono dei conflitti molto forti. La monarchia cerca di funzionare da collante, ma, in realtà, il Parlamento svolge il ruolo più importante: il potere politico, reso così forte anche dal sistema elettorale maggioritario, rappresenta un collante molto forte. Un altro paese in cui la monarchia ha una funzione di unificazione è il Belgio : qui c’è una spaccatura violentissima tra i Francofoni e i Fiamminghi, e questo crea dei problemi politici enormi, quando bisogna formare il governo. Anche qui, il collante è dato dalle misure di rafforzamento del governo e dal ruolo neutro, ma di garante, del Re. [sono sette le monarchie all’interno dell’Europa]
Il ruolo del Re, nelle monarchie parlamentari, è interessante anche per quanto riguarda le sue funzioni, quando si tratta di formare il governo. In Inghilterra , con il sistema elettorale maggioritario, la Regina nomina Capo del governo chi ha vinto le elezioni. In Svezia , il Capo del governo non è nominato dal Re o dalla Regina, ma è scelto e nominato dal Parlamento.
Oltre alla nomina del Capo del governo, un altro potere che distingue queste forme parlamentari così diverse è il potere di scioglimento anticipato delle camere. In altri termini, chi ha il potere di sciogliere anticipatamente il Parlamento? In Svezia , è il governo che ha il potere di sciogliere il Parlamento. Cipro (che, però, non è una forma di governo parlamentare), Polonia , Lituania , Austria e Ungheria , sono paesi in cui è lo stesso Parlamento a decidere il suo scioglimento anticipato. Negli altri paesi, lo scioglimento anticipato del Parlamento è deciso dal Capo dello Stato, o sentito il governo, o sentiti i presidenti delle camere. Qui, poi, si discute se sia un potere più presidenziale, di tipo governativo o parlamentare.
IL PARLAMENTO: MONOCAMERALE E BICAMERALE C’è un punto fondamentale che sta dietro alla forma di governo parlamentare, il Parlamento. Il Parlamento, scelto direttamente dal popolo e costituito dai rappresentanti del popolo stesso, ci sono paesi che hanno una struttura bicamerale (due camere) e paesi che hanno, invece, una struttura monocamerale.
Tra i 27 paesi dell’UE, sono 14 i paesi aventi struttura monocamerale :
Perché gli altri paesi hanno, invece, una struttura bicamerale? Le motivazioni del Bicameralismo sono, in parte, motivazioni storiche. Il Parlamento nasce in Inghilterra. All’origine della storia inglese, c’era solo la House of Lords (Camera dei Lords), poi, è venuta la House of Commons (Camera dei Comuni) con funzioni molto subordinate. Nel corso della storia, però, questo rapporto si è ribaltato: adesso, infatti, la Camera dei Lords è quasi sparita. La Francia, prima, e l’Europa, dopo, hanno preso a modello il sistema inglese e, nel fare ciò, si sono prese due camere. Nel periodo della Restaurazione, però, prendere due camere, in luogo di una, aveva la funzione importante di moderazione della rappresentanza elettorale: una camera era elettiva, l’altra era costituita da persone scelte dal Re. La monarchia ha riconosciuto il Parlamento, ma con moderazione.
Sesta lezione di diritto pubblico comparato I 23 Ott. 2008
IL BICAMERALISMO Il bicameralismo, storicamente, è un elemento di moderazione della rappresentanza elettorale, nel costituzionalismo della Restaurazione: si accetta la costituzione di un Parlamento accanto al
Ci può essere un bicameralismo imperfetto anche negli stati federali: in Germania, le due camere hanno competenze diverse. Questa imperfezione del bicameralismo è una conseguenza del fatto che, se il Parlamento si divide in due, deve esserci una giustificazione, ma non è detto che questa ci sia sempre. Inoltre, ci sono anche ordinamenti dell’UE, in cui una delle due camere ha una struttura di tipo corporativo: in particolare, in Irlanda, una delle due camere è l’espressione di particolari aree professionali. In Slovenia, una delle due camere ha la connotazione di rappresentare gli interessi economici e sociali. Nell’ordinamento italiano, tra gli organi ausiliari del governo, c’è il CNEL (Comitato nazionale dell’economia e del lavoro): questa è una piccola struttura, un organo di consulenza del governo, che si è dimostrata poco rilevante.
Nei paesi dell’UE, la maggior parte degli ordinamenti hanno un sistema elettorale di tipo proporzionale. Vi sono, però, alcuni sistemi che hanno un sistema elettorale di tipo maggioritario. Tali sono gli stati più importanti, quali
In Inghilterra , il sistema elettorale è di tipo maggioritario puro: nella Camera dei Comuni, per essere eletti, occorre avere ottenuto più voti in un certo seggio (questo ha favorito la formazione di due grandi partiti). In Italia , nel 1993, si ha avuto un grande referendum per cambiare il sistema elettorale: cambiare il sistema elettorale da proporzionale a maggioritario. L’idea, che stava alla base di questo referendum, era di cambiare il sistema proporzionale, al fine di garantire una maggioranza di governo. Quindi, togliere la pluralità di partiti (partitocrazia) e favorire la formazione di 2 – 3 grandi partiti. Per molti anni, in Italia, si aveva avuto un sistema elettorale di tipo proporzionale: questo era stato introdotto nel 1919 perché, nel 1912, c’era stato l’allargamento del suffragio maschile. Mentre prima del 1919, il suffragio era stato molto ristretto, con l’allargamento del suffragio maschile, si
ebbe la presenza di più gruppi differenti e contrapposti in Parlamento. Sorge, così, l’esigenza di creare, anche in Parlamento, un sistema elettorale che potesse portare ad una rappresentanza più fedele alla popolazione italiana, quindi più partiti politici all’interno del Parlamento. Il sistema elettorale proporzionale contribuì, in un sistema istituzionale già debole, ad aggravare l’instabilità del paese; in altre parole, il paese è molto debole, ma il Parlamento è omogeneo. Dopo la caduta del Fascismo, l’Assemblea costituente fu votata con sistema elettorale proporzionale: l’Assemblea costituente, infatti, non doveva governare, ma doveva scrivere il testo fondamentale dell’ordinamento. Il pluralismo è uno degli obiettivi più perseguiti dalla nostra carta costituzionale: la Costituzione, infatti, insiste molto sugli aspetti legati al pluralismo. Tutto questo ha fatto sì che il sistema elettorale proporzionale fosse ripreso dalla legislazione italiana, successiva all’Assemblea costituente. Il pluralismo ebbe, come sbocco naturale, quello di produrre una legislazione elettorale naturalmente proporzionale (riprendendo, quindi, il sistema introdotto nel 1919). Questo diede un valore politico, e non giuridico, al carattere proporzionalistico della nostra legislazione elettorale. Dopo il 1949 (quindi dopo l’entrata in vigore della Costituzione), la legislazione elettorale diventa proporzionale e questo diventa un fenomeno non modificabile. Lo stesso fenomeno, però, si scontra con quanto affermato dalla Costituzione: la nostra Costituzione, infatti, non impone alcun sistema elettorale (costituzionalmente, non è detto che il sistema elettorale debba essere proporzionale), contrariamente a quanto previsto da altre costituzioni. In Portogallo, la previsione che il sistema elettorale debba essere proporzionale, è posta tra i principi costituzionali, che non possono essere modificati neppure con legge costituzionale. Nel 1953, l’Italia attraversa un momento complicato: la Democrazia Cristiana cercò di modificare il sistema elettorale, per avere una maggioranza parlamentare più stabile. Nello stesso anno, fu approvata una legge (nel 1923 c’era già stata la Legge Acerbo), che prevedeva un premio di maggioranza ponderato. In virtù di questa legge, infatti, il partito, o la coalizione, che avesse ottenuto almeno il 50% + 1 dei voti, aveva diritto ad un premio di maggioranza (2/3 dei seggi in Parlamento). Questa legge fu battezzata, da subito, Legge Truffa, proprio perché, con questa idea che il sistema proporzionale aveva un valore implicito dentro al nostro sistema istituzionale, tutti videro come una truffa, e come un attentato al pluralismo, il fatto che si introducesse un premio di maggioranza. Paradossalmente, con le elezioni, la Democrazia Cristiana non riuscì ad ottenere il 50 % dei voti (solo il 49 %), quindi questa legge non ebbe alcun effetto diretto, tanto da essere abrogata. Si tornò, così, al sistema precedente: questo prevedeva, per il Senato, un’elezione su base regionale e i seggi erano assegnati al candidato che avesse ottenuto il 65 % dei voti (nessuno
In Francia , Sarkozy, ha modificato la Costituzione, diminuendo i poteri del Primo Ministro. Questo ha significato rafforzare il Parlamento, quindi, i partiti politici. I partiti politici, quindi, possono influenzare la forma di governo. Perché noi, modificando il sistema elettorale, non siamo giunti alla diminuzione del numero dei partiti? Il peso dei partiti dipende da molti fattori, che non sono riconducibili al solo sistema elettorale. In altri termini, non è sufficiente modificare il sistema elettorale per avere pochi partiti. [sotto questo profilo, prende rilievo anche il finanziamento dei partiti politici: in Germania, ad esempio, questo è espressamente previsto dall’ordinamento; in Italia, invece, c’è una natura pubblica – privata del partito].
Settima lezione di diritto pubblico comparato I 24 Ott. 2008
IL FEDERALISMO Il capitolo sul Federalismo s’intitola “ I Federalismi”. I federalisti hanno preferito questo titolo, proprio per sottolineare la varietà delle ipotesi che rientrano sotto il Federalismo, inteso in senso lato. Tra i paesi del mondo, ci sono molte variabili di rapporti, tanto che è difficile arrivare ad un concetto unitario di Federalismo. Per questo, il problema del Federalismo si può porre sia da un punto di vista giuridico, sia da un punto di vista socio – politico; la descrizione giuridica di questo fenomeno socio – politico si scontra con delle variabili talmente forti, che il problema della classificazione diventa molto complesso. Il problema è il rapporto tra la sovranità e il territorio. Gli elementi che compongono lo Stato sono:
Esempio: Italia e Francia, in materia di estradizione. La confederazione è un passaggio intermedio verso uno Stato federale. La parola confederazione fa venire in mente la Svizzera , Confederazione Elvetica (CH): la Svizzera è uno degli stati federali più antichi che nasce intorno al 1002/1003, con l’unione di alcuni cantoni, per svolgere insieme alcune funzioni. Poi, questa confederazione si è allargata. Oggi, la Svizzera, non è una confederazione, ma uno Stato federale: questo, a partire dal 1848, quando si concluse la guerra di religione tra i cantoni protestanti e i cantoni cattolici; i cantoni protestanti, infatti, volevano maggiori poteri e, quando la guerra si concluse con la vittoria dei cantoni protestanti, si ebbe il passaggio allo Stato federale. Nella confederazione, gli stati membri mantengono ciascuno la propria sovranità. Nello Stato federale, gli stati membri mantengono una propria autonomia, ma la Federazione è quella che rappresenta lo Stato nel suo complesso, quindi, ha poteri più vasti. La differenza tra l’unione di stati, la confederazione e lo Stato federale è, soprattutto, quantitativa: nell’unione di stati c’è la massima sovranità degli stati membri; nella confederazione, almeno per alcune materie, c’è l’idea di attribuire, al centro confederale, alcune competenze; queste competenze aumentano con il passaggio allo Stato federale. Negli USA , l’evoluzione è stata analoga. Si è assistito, infatti, al passaggio da un primo patto confederale, Atto di Philadelphia, allo Stato federale vero e proprio (che si traduce nella Costituzione americana del 1787, tuttora vigente). L’atto di Philadelphia si traduce, poi, in un rafforzamento dei poteri centrali della federazione, quindi in un passaggio allo Stato federale, che è quello consacrato nell’attuale Costituzione americana. Quindi, negli USA, come in Svizzera, si passò da una situazione di confederazione ad una situazione di Stato federale vero e proprio. In Europa, nei paesi dell’UE, ci sono alcuni stati che sono Stati federali, quali la Germania, l’Austria e il Belgio. Nel gradino subito sotto lo Stato federale, troviamo lo Stato autonomico , come la Spagna. La Spagna nasce come Stato autonomico, con la Costituzione spagnola repubblicana del 1930: questa Costituzione, infatti, delineò uno Stato regionale , non federale. Questo Stato regionale è costituito da comunità autonome, con poteri legislativi propri e differenti da quelli dello Stato centrale. Questo modello dello Stato autonomico è il modello che si è riprodotto, e perfezionato, con la Costituzione spagnola del 1978. In Italia, si decide di seguire questo modello spagnolo regionale, che è più moderato rispetto al Federalismo. Tra le innovazioni, introdotte dalla nostra carta costituzionale, c’è proprio il passaggio dallo Stato unitario allo Stato regionale.
Quelle che trovate nello schema sono le differenze tra Stato federale e Stato regionale. In realtà, tutti questi criteri non sono assoluti, ma relativi. Nei diversi stati, infatti, ci sono state delle evoluzioni tali, che hanno fatto saltare tutti questi criteri. Il criterio dell’origine (dall’alto o dal basso) è saltato con la Riforma federale del Belgio. Il Belgio è uno Stato originariamente unitario, che si è staccato dal Regno dei Paesi Bassi uniti, dominato da una dinastia olandese, con la Rivoluzione del 1830: c’erano delle differenze tra le province belghe, che erano cattoliche ed erano caratterizzate da un’economia agricola, e le province olandesi, che erano protestanti ed erano caratterizzate da un’economia industriale. Nel 1830 il Belgio si stacca e diventa uno Stato unitario dove, però, al suo interno, aveva una tensione linguistica molto forte: si creò, infatti, una barriera linguistica tra la popolazione belga, di lingua francofona, e la parte del Belgio più legata alla cultura fiamminga. Questa tensione linguistica fu la causa dell’inizio di riforme in senso regionale. Verso il 1980, iniziarono, in Belgio, delle riforme che crearono, all’interno dello Stato, delle regioni. In Belgio si distinguono 3 regioni e 3 comunità, che non si corrispondono. Le 3 comunità sono linguistiche, e sono:
poi, va specificata nei singoli statuti. Nella Costituzione spagnola c’è un doppio elenco: le materie di competenza dello Stato e le materie di competenza delle comunità autonome. Le competenze residuali, quindi, non ci sono più. In Italia, c’è stata una evoluzione che ha messo in discussione questo criterio: l’elenco delle competenze delle regioni, infatti, risultava chiaro nel testo originario dell’art. 117 della Costituzione. Questo prevedeva un elenco delle competenze regionali e un elenco di materie di competenze concorrenti e residuali. Questo schema, però, è saltato con la Riforma del 2001, secondo cui lo Stato italiano resta uno Stato regionale, ma con connotati tipici dello Stato federale; tra gli aspetti che avvicinano l’Italia allo Stato federale, c’è proprio la ripartizione delle competenze: nel 2001 si è seguito lo schema tipico dello Stato federale. L’art. 117 attuale, infatti, inizia con l’elenco delle competenze esclusive dello Stato; a questo elenco, segue un secondo elenco che raccoglie le materie nelle quali lo Stato mantiene il potere di dettare i principi fondamentali e le regioni mantengono un potere di dettaglio. Dopo questo secondo elenco, si dice che tutte le materie che restano fuori dai precedenti elenchi sono di competenza delle regioni. Il criterio sulla competenza in materia di diritto privato e penale è relativo, perché ci sono ordinamenti, come l’Austria, dove gli stati membri non hanno competenze giurisdizionali. L’unico criterio che funziona di più è il Bicameralismo: negli stati federali una camera è quella degli stati membri, l’altra camera è quella dei cittadini (vedi Austria e Germania). Oggi, vista la caduta di tutti questi criteri, si parla di Stati composti : è una formulazione generale, per indicare gli stati dove il potere legislativo non è esclusivo dello Stato. Non esiste più la classificazione tra stati federali e stati regionali. Questa trasformazione ha portato a impostare le teorie sul Federalismo, come teorie dinamiche (non statiche). Un autore tedesco parla, infatti, di un Federalizing Process. Questa impostazione dinamica, delle teorie del Federalismo, si accompagna con il dinamismo degli stati europei: l’UE, infatti, spinge a favore di un, sempre più ampio, decentramento. Rafforzare le autonomie locali significa rendere meno rigidi i confini degli stati.
-AUTONOMICO: autonomia legislativa, regionalismo differenziato – Spagna
Questo discorso è affiancato dal problema della perequazione: se all’interno dello Stato, ci sono dei forti squilibri, una finanza eccessivamente autonoma produce che le zone ricche diventano sempre più ricche, quelle più povere diventano sempre più povere. La soluzione a questo problema è trovare un equilibrio tra le due esigenze: da un lato, è necessario garantire la responsabilità politica dell’ente, dall’altro lato, è indispensabile la perequazione finanziaria, vale a dire aiutare di più le regioni bisognose. Quindi, l’autonomia tributaria deve essere temperata attraverso fondi, che sono ripartiti in proporzione alle necessità. L’ Austria è uno Stato federale e qui, con in Germania, c’è una lunga tradizione federale. L’Impero austro - ungarico era enorme, multiculturale e multietnico; questo Impero crollò con la Prima Guerra mondiale: Germania e Austria si trasformarono in repubbliche.
La Repubblica austriaca è minuscola rispetto all’Impero austro- ungarico, infatti, molti paesi sono scomparsi (vedi la Boemia). Anche l’Austria si ripartisce in Lander, come in Germania, però, il Federalismo austriaco è un Federalismo minore. Questa debolezza del Federalismo austriaco, è aumentata nel corso del tempo. L’Austria, infatti, ha attraversato un momento particolare, denominato “pietrificazione delle competenze”: nell’interpretazione della Corte Costituzionale, le competenze sono state intese così come erano in origine. In altre parole, se all’origine era riconosciuta una competenza, in un certo settore ai Lander, questa competenza restava tale. Questo non ha permesso una evoluzione del Federalismo, bensì un regresso. In Italia , anche prima della Riforma del 2001, le materie di competenza regionale sono state intese tenendo conto delle nuove esigenze; in particolare, le regioni italiane sono state previste dalla Costituzione del 1948, ma le regioni a statuto ordinario sono entrate in vigore solo negli anni ’70, quindi con molto ritardo. All’inizio, i trasferimenti, da parte dello Stato alle regioni, sono stati pietrificati, intesi in senso più restrittivo possibile. Questa tendenza si è invertita nel 1975, quando una legge di delega, attuata con il D.P.R. 616/1977, ha previsto il completamento del trasferimento di funzioni alle regioni. Il D.P.R. 616/1977, attuando la legge del 1975, ha riscritto gli ambiti di competenza regionale, adeguandoli alle nuove esigenze e cercando di vedere i settori di intervento delle regioni, in maniera organica, completando cioè alcune materie con altre materie. In Austria, invece, succede l’inverso: le competenze sono intese in senso restrittivo. Il Federalismo austriaco, infatti, è stato più ristretto, tanto è vero che, oggi, i Lander austriaci hanno una autonomia minore rispetto alle attuali regioni italiane. Il centralismo del Federalismo austriaco si vede, soprattutto, per quanto riguarda le competenze amministrative: negli Stati federali dette competenze sono esercitate dagli stati membri o dagli enti minori; in Austria, invece, il governo federale mantiene delle competenze amministrative che, poi, vengono delegate agli stati membri. Quindi, gli stati membri esercitano queste competenze per conto della federazione, quindi non autonomamente, ma sulla base delle direttive poste dalla federazione: questo fenomeno prende il nome di amministrazione indiretta. La Spagna è il primo Stato regionale, quello da cui ha preso origine lo Stato italiano. Le regioni spagnole si chiamano comunità autonome, e sono dei enti territoriali che si sono formati per l’accordo tra gli enti territoriali minori. Ciascuna di queste comunità autonome ha un proprio regime di autonomia che dipende dallo Statuto, approvato con legge organica (vedi prima). Sull’autonomia delle comunità autonome, c’è un disegno costituzionale, però la definizione specifica di queste materie è lasciata ai singoli statuti.