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Aristofane (Citadene, 445 a.C.) era di famiglia di condizioni agiate, che possedeva terreni nell’isola di Egina; ebbe tre figli, avviati dal padre alla carriera di drammaturghi comici. Egli si trova alla fine dell’evoluzione della struttura comica. La sua originalità consiste nel fatto che lui ha introdotto nella commedia una trama narrativa, che presenta caratteri costanti di commedia in commedia e che non trova corrispondenza in comici a lui anteriori o contemporanei. La sua attività teatrale coincise per un ventennio con la guerra del Peloponneso. La chiave politica della sua commedia è rappresentata dalla fine della grandezza ateniese e dalla corrosione degli ideali che l’avevano promossa e sorretta; quella sociale è rappresentata dalla crisi irreversibile degli ordinamenti cittadini, a causa dell’irresponsabilità collettiva e della prevaricazione dei singoli; quella culturale è rappresentata dalla confutazione delle convinzioni tradizionali, esercitata da Sofisti e critica euripidea. Questo nuovo pensiero si indirizzava verso un’accentuazione dell’autonomia individuale. Aristofane è dunque consapevole di una degradazione nella qualità della vita e di una tendenza ad attribuire valore essenziale alla volontà ed all’azione dell’individuo, fattori che si rifletteranno nelle sue commedie. In queste c’è il cosiddetto ciclo ternario: all’inizio ci si trova ad affrontare una situazione di malessere personale e collettivo, una difficoltà, un’immoralità, un pericolo o una mancanza (2° momento cronologico); questa situazione rappresenta una degenerazione rispetto ad una condizione di felicità e prosperità (1° momento cronologico), raffigurata nei termini dell’età dell’oro; lo sforzo del protagonista vuole appunto riportare la situazione originaria di prosperità, che alla fine si ottiene (3° momento cronologico). In tutto ciò l’eroe comico è un personaggio paradossale che si estranea dalla realtà deteriore in cui vive e con la sua azione cerca di distruggere le cause e i responsabili di tale degradazione, opponendosi ai falsi valori e cercando di far prevalere quelli autentici a cui è rimasto fedele. Alla fine egli ottiene la vittoria, grazie anche all’aiuto della collettività che per gradi arriva a collaborare con lui: si instaura così un nuovo ordine, che è al contempo utopia scenica e auspicio di future fortune per la città. Nonostante le differenze tra commedia e commedia, l’idea portante del suo teatro può essere riassunta sotto due principi che Aristofane prese come fondamento della trama comica: la palingenesi dopo la crisi e l’azione dell’eroe. Aristofane conferì al genere comico non solo autentica dimensione drammatica ma anche un significato di portata universale: la capacità di riconquistare una condizione che si credeva perduta e di ritrovare così la gioia. Aristofane non partecipava alla politica attiva, e le sue opinioni riguardo ad essa devono tener conto della sede in cui erano espresse, cioè nel teatro, che trae vita dalla partecipazione del pubblico e non può trascurarne le tendenze; inoltre per sua natura la satira deve opporsi al potere e denunciare le degenerazioni. La sua invocazione di pace, che deriva dal rifiuto dell’orrore della strage, dall’adesione al sentimento popolare, e da questioni morali, riflette il dolente presagio di rovina che lo scontro con Sparta avrebbe causato ad Atene. La sua carriera di drammaturgo inizia con i Banchettanti (427) seguiti dalla sua prima vittoria alle Lenee con gli Acarnesi (425). Aristofane nelle sue rappresentazioni si serviva di un regista, che funzionava anche come istruttore del coro, e che era dunque uno specialista: la maggior parte delle volte esso fu Callistrato, poche altre Filonide. Ottenne altre tre vittorie alle Lenee e forse una alle Dionisie, con vari secondi e terzi posti. L’ultima opera che c’è giunta è il Pluto (388) però ne compose altre due dopo, messe in scena dal figlio Araros: Còcalo, Eolosicone. La sua morte avvenne intorno al 380. Di lui si conoscevano 44 drammi, di cui ne abbiamo solo 11. La sostanziale compattezza della commedia di Aristofane dipende dalla figura del protagonista, poiché l’intreccio del dramma consiste nell’ideazione di un progetto da parte dell’eroe comico, e nell’azione tenace e accorta con la quale lo porta a compimento. La coesistenza di serietà e comicità nella commedia di Aristofane dipende da due aspetti: l’insoddisfazione della realtà contemporanea, che porta ad arrivare ad un’idea di base, dopo una critica seria a più fenomeni; l’espediente, di carattere paradossale e grazie al quale si originano situazioni buffe, col quale il protagonista vuole modificare la situazione di insoddisfazione. C’è inoltre coesistenza di realtà ed fantasia. La prima dipende dal fattore politico e collettivo, una delle prerogative e caratteristiche del teatro attico, che esprime un’esperienza radicata nella realtà; la seconda dipende dallo sviluppo dell’azione in chiave burlesca, caratteristica del genere comico e che si basa sul libero gioco dell’arbitrio fantastico. Il protagonista opera così su un piano fantastico, ma vi trasferisce circostanze e moventi della vita comune. Grazie a tutto ciò si ha quindi un intenso impatto con l’attualità. La risata è l’arma specifica dell’eroe comico, che funziona sia come strumento per raggiungere l’obiettivo, sia come affermazione di libertà. L’eroe quindi se ne serve per travolgere i suoi avversari, dopo averli ad esempio ridotti a grottesche caricature. Il riso è quindi un valore assoluto che manifesta l’interiorità dell’eroe: se si manifesta nella sfera del piacere, è esplosione delle facoltà vitali; se deriva dall’invenzione di una nuova realtà, rappresenta la gioia di tale inventiva. L’eroe è così messo in grado di demolire il sistema al quale si era ribellato: instaura dunque un nuovo assetto, che ha il significato di palingenesi totale. L’importanza di questa trasformazione trova conferma nelle scene episodiche, poste di solito dopo il suo trionfo, e nelle quali si riconosce quindi la proiezione del nuovo stato raggiunto dall’eroe. La sua libertà del riso e la fantasia che gli ha consentito di sovvertire le leggi dell’esperienza lo portano ad una condizione di onnipotenza, ed egli potrà godere, nell’apoteosi dell’esodo, del banchetto e di soddisfacimento sessuale. Nonostante il dramma aristofanesco presenti molte facce, resta un esempio di unità nella varietà che è rimasto senza paragone nella storia del teatro. In generale il commediografo inventa integralmente le sue trame, mettendo il pubblico di fronte ad una sorta di sorpresa; riguardo allo stesso linguaggio Aristofane dice di avvalersi di un linguaggio medio usato nella città che possa quindi essere capito da tutti. Inoltre nella sua commedia sono presenti: varietà di toni; varietà del tessuto metrico (con uso di giambo, trocheo, anapesto, impiegati in varie combinazioni, e che contribuiscono a variare il ritmo); stile che si rifà alla deformazione caricaturale, all’immaginazione, all’invettiva atroce, alla serietà della perorazione; strumenti stilistici come metafora, conio di termini inaspettati ed espressivi, linea sonora di fascinosa melodiosità; parodia; scatto del grottesco, laddove ce ne sia la possibilità grazie a determinate parole; lirismo, che evoca genuine felicità della vita; salacità senza veli. In tutto questo non c’è nulla di volgare, perché le cose del corpo e del sesso sono nominate con una schietta franchezza che rappresenta un’appropriazione ilare della vita in tutti i suoi aspetti. I contrassegni della parola aristofanesca sono esattezza, intelligenza, eleganza. I connotati della commedia antica sono la passione civile e la magia della risata. In Aristofane c’è comunque un amaro confronto tra l’immagine ideale di Atene vagheggiata dal poeta, e la degradazione attuale. Tutto ciò muove il commediografo ad una critica totale, usando il riso per sottolineare le degradazioni prodotte dalla società umana. Il recupero della natura, come dimensione della spontaneità e come contatto con le genuine forze della vita, rappresenta l’antidoto a questo ed a qualsiasi male della storia. La stessa vittoria dell’eroe è propiziata dalla naturalità, e la stessa commedia rappresenta il momento del trionfo dell’uomo. Tuttavia questo trionfo è caratterizzato da letizia ma anche da disperazione perché per vincere l’uomo deve rifugiarsi nell’utopia. Il compito del poeta comico è dunque di far sì che l’uomo riconquisti una felicità originaria, la gioia della primigenia simbiosi con la natura. Esiste comunque una realtà, nella quale all’uomo è consentito di recuperare il suo diritto alla gioia: questa è l’immaginazione, quando si traduce nella forma di poesia. Aristofane quindi rivendica la sostanziale verità e libertà dell’arte, andando contro il discorso della ragione, che non resta che un contraddittorio carcere.