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Analisi della vita e delle opere del grande commediografo greco Aristofane e suddivisione delle commedie per nuclei tematici e caratteristiche
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
Caricato il 13/09/2016
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Aristofane è stato un commediografo, uno dei principali esponenti della Commedia antica (l’Archaia) insieme a Cratino ed Eupoli, nonché l'unico di cui ci siano pervenute alcune opere complete (undici).
Non si hanno informazioni né numerose né precise sulla vita di Aristofane: le poche notizie che possediamo si ricavano dalle sue commedie. Si sa che visse nel V secolo a.C. e che Esordì giovanissimo nel 427 a.C. con i Banchettanti, di cui restano alcuni frammenti, e che trattava il rapporto-scontro tra l'antica paideia e la nuova cultura, il cambiamento della mentalità dominante: un tema poi ripreso dall'autore nelle Nuvole, che avrebbe rappresentato nel 423 a.C., quattro anni dopo. Si ignora la data della sua morte, probabilmente avvenuta intorno al 380 a. C.
Nell’antichità si conoscevano 44 commedie di Aristofane; ne sono conservate integralmente 11: Acarnesi, Cavalieri, Nuvole, Vespe, Pace, Uccelli, Tesmoforiazuse, Lisistrata, Rane e Ecclesiazuse.
Lo stile di Aristofane si distingue per la varietà estrema degli argomenti e dei caratteri, la semplicità e la leggerezza dell'azione, il movimento, la nervosità, il ricorso all'allegoria, la grossolanità a volte brutale della lingua che gli è stata spesso rimproverata, ma che era conforme alle tradizioni della commedia greca, al gusto del popolo ateniese e forse di ogni commedia che voglia essere davvero corrosiva.
Con un'audacia stupefacente, Aristofane mette sotto il suo mirino tutto, le istituzioni, gli atti politici, i singoli, gli uomini di Stato e anche gli Dei: fa quindi della sua opera uno strumento “educativo” e di denuncia. Ne Gli Acarnesi (425 a.C) ad esempio, perora la causa della pace, e si erge contro i partigiani della guerra del Peloponneso che sta dilaniando la società di Atene soprattutto dal punto di vista etico-sociale. Aristofane era solito affrontare direttamente i problemi più scottanti, e stavolta, nel sesto anno di guerra, trattava della pace sospirata da molti cittadini ateniesi, facendo riferimento ai raccolti distrutti, all'esclusione della città dalle rotte commerciali e, in breve, al collasso della ormai precaria economia di Atene, costretta a contare solo sui tributi degli alleati. Le sofferenze della guerra, esaltate particolarmente dall'autore, scuotono il pubblico, che vede denunciata nella commedia “gli Acarnesi” dall'eroe comico - un contadino, quindi un membro della classe sociale più colpita dalla guerra - l'assurdità di una politica, che rende la vita impossibile ai cittadini. Il protagonista Diceopoli conclude per proprio conto una pace separata con gli Spartani, illustrando così ai concittadini i benefici del ritorno alla normalità.
Anche l’omonima commedia si occupa del desiderio di ritorno della pace ad Atene; in essa infatti il protagonista, sempre di basso rango, un vignaiolo di nome Trigeo, è costretto addirittura a rivolgersi agli dei per far cessare la guerra che tormenta da anni i Greci. Ne esce che anche loro sono disgustati dal comportamento degli umani e che la dea Pace è stata imprigionata dalla Guerra: tocca quindi a Trigeo liberarla e portare la serenità e quiete ad Atene.
Sempre sullo stesso tema è incentrata la Lisistrata nella quale le donne ateniesi esortate dalla protagonista si rifiutano di giacere con i propri uomini finchè la guerra non sia terminata riuscendo quindi dopo un periodo di straziante astinenza a convincere i greci a stipulare una pace con gli spartani. Tuttavia, Questa commedia porta avanti anche un altro tema fondamentale: la forza e l’indipendenza delle donne. Infatti, Lisistrata, considerata una delle migliori commedie di Aristofane, può apparire di grande modernità se messa in relazione con i movimenti femministi del XX secolo. Sarebbe però un paragone improprio, poiché le donne di Aristofane non si battono per la parità dei sessi, ma per la pace. Ciononostante, questa commedia è il primo testo oggi noto che tratti il tema dell’emarginazione femminile, non solo tramite il lamento patetico (a questo avevano già pensato le tragedie, una per tutte la Medea di Euripide), ma attraverso una fattiva collaborazione tra donne, anche di diverse città, che appaiono qui più che mai consce delle loro possibilità di imporre la propria volontà agli uomini. Le donne non provano sensi di inferiorità né di debolezza, al punto di pensare che se anche gli uomini riuscissero a strappar loro un atto sessuale con la forza, esse otterrebbero comunque il loro obiettivo compiendo l’atto senza partecipazione. L’astinenza si rivela dura per gli uomini,
ma altrettanto per le donne, tanto che Lisistrata deve profondere tutto il suo impegno per tenere unite le sue compagne. Tuttavia, nonostante le difficoltà, le donne resistono e la firma della pace arriva come una liberazione per entrambi i sessi.
Il tema delle donne viene ripreso anche in una delle ultime commedie di Aristofane, le Tesmofuriazuse: l’opera sviluppa una trama basata sulla parodia letteraria, in cui una serie di scene si fanno beffa (o semplicemente citano) di numerose tragedie di Euripide, in particolare l’Elena e le perdute Andromeda e Telefo. Si tratta insomma di un primo esempio di metateatro, ossia di teatro nel teatro, in cui i continui travestimenti dei protagonisti danno vita ad un esempio di commedia degli equivoci.
Euripide ed Agatone, col loro intellettualismo, sono qui i bersagli principali degli strali del commediografo, che non sopportava la loro pretesa di innovare la tragedia classica. Euripide è peraltro un bersaglio consueto per Aristofane, che lo prende di mira anche negli Acarnesi e nelle Rane. Si tratta però di un atteggiamento ambiguo, in quanto Aristofane certamente critica il grande poeta, ma al tempo stesso non può non riconoscerne la grandezza, rivelando così un rapporto di amore-odio. Per questo motivo mette in scena nell’opera le Rane un vero e proprio agone poetico tra i due tragici, Eschilo, considerato da Aristofane il tragediografo per eccellenza, ed Euripide, dissacratore del genere per il suo carattere innovativo. I due autori cominciano allora a canzonarsi l’un l’altro, mettendo in luce i propri meriti e i difetti dell’avversario: Il risultato è una sorta di critica letteraria in chiave comica, dove molte delle caratteristiche principali dei due autori sono analizzate con attenzione, filtrate naturalmente dal giudizio di Aristofane che mostra perciò l’evidente preferenza per Eschilo. La prima parte della sfida ha ancora una volta come oggetto la pericolosa situazione di Atene. Quando Euripide critica lo stile complesso e talvolta oscuro di Eschilo, quest’ultimo risponde che attraverso le sue tragedie, per esempio I sette contro Tebe o I Persiani, ha dato il suo contributo a formare dei buoni cittadini, mentre Euripide, mettendo in scena personaggi che erano non modelli di virtù, ma figure dotate tanto di pregi quanto di grandi difetti, ha contribuito alla decadenza della città. Alla fine viene portata in scena una bilancia e ognuno dei due autori viene invitato a recitare alcuni suoi versi; la citazione che “pesa” di più (ed è dunque migliore) farà pendere la bilancia in favore del proprio autore. Eschilo esce vincitore da questa gara, ma a quel punto Dioniso non sa più chi sia meglio riportare in vita. Decide infine che sceglierà l’autore che darà il miglior consiglio su come salvare Atene dal declino. Euripide dà una risposta generica e poco comprensibile (“Se adesso va tutto male, forse facendo tutto il contrario ce la caveremo”), mentre Eschilo dà un consiglio più pratico (“Le navi sono le vere risorse”), sicché Dioniso decide di riportare in vita quest’ultimo. Prima di andare, Eschilo cede il trono di miglior tragediografo a Sofocle, raccomandandogli di non lasciarlo mai ad Euripide.
Aristofane riserba inoltre pesanti critiche sulla democrazia ateniese, ormai corrotta e dilaniata dalla guerra specialmente nelle commedie, Cavalieri, Nuvole, Vespe e Uccelli.
Le critiche toccano il culmine nei Cavalieri, commedia rappresentata nel 424 a.C. Il personaggio Paflagone - da notare la scelta di un nome barbaro - personifica l'odiato demagogo Cleone, che da servo del Demos spadroneggia con inganni e calunnie, adulando il padrone (il popolo) e rubando alle sue spalle, invano combattuto dal ceto più abbiente (i Cavalieri). A lui Aristofane contrappone un Salsicciaio capace di battere il servo infedele con le sue stesse armi, aprendo finalmente gli occhi al Demos. L'opera, in effetti, rappresenta un attacco fortemente critico nei confronti di Cleone, l’uomo politico maggiormente in vista di quel periodo. L’intera trama si configura come metafora di quella che, secondo l’autore, era la situazione politica ateniese di quei tempi. Il personaggio di Popolo, infatti, rappresenta il popolo stesso (che è il padrone di casa, essendo Atene un sistema democratico), mentre i due servi simboleggiano Demostene e Nicia, generali e uomini politici del tempo, messi in ombra da un ingombrante antagonista. Paflagone, infine, rappresenta Cleone, il bersaglio principale della commedia. Nel momento in cui i due servi si lamentano del modo in cui Paflagone si è ingraziato Popolo con atteggiamenti ipocriti ed adulatori, viene in effetti descritta quella che, nella visione di Aristofane, era la situazione politica di quei tempi, specialmente il modo in cui si formava il consenso politico nella società (argomento, questo, divenuto di stretta attualità nell'età della
e con canti corali di grande afflato lirico. Tuttavia, L’opera poiché venne messa in scena nel 414 a.C., quando era da poco cominciata la spedizione ateniese in Sicilia, un’impresa che si sarebbe risolta in una disfatta totale per Atene, imprimendo così una svolta negativa alla guerra del Peloponneso, gli studiosi in passato hanno ipotizzato (in maniera probabilmente eccessiva) tutta una serie di simboli nella trama dell’opera. Nubicuculia è stata interpretata come la spedizione in Sicilia (vista come un’impresa troppo ambiziosa), gli uccelli come gli Ateniesi e gli dei come i nemici di Atene, ossia Siracusa e Selinunte (nonché la stessa Sparta). Anche in Pisetero alcuni studiosi hanno visto una allegoria di Alcibiade.
Alla luce di quanto si è detto appare che Aristofane sia un commediografo conservatore. Con ciò si spiegano i suoi attacchi ingiusti contro Socrate, che assimila ai sofisti, di cui certo questi fa parte per averne assimilato le tecniche dialogiche, ma di cui Aristofane trascura la spiritualità e la seria scepsi filosofica; o contro il poeta tragico Euripide, al quale rimprovera di abbandonare la semplicità nobile dei suoi predecessori per dedicarsi a una profonda e brillante innovazione della tragedia.