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regia - regia
Tipologia: Appunti
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Il declino dell’espressionismo verso la metà degli anni venti segnò un’ulteriore evoluzione del dramma e coincise con l’affermarsi del teatro epico, il cui primo esponente fu Erwin Piscator (1893-1966). Piscator distrugge l’assolutezza della forma drammatica e dà vita ad un teatro epico, e nel suo libro Il teatro politico egli dice:
L’uomo sulla scena ha per noi il valore di una funzione sociale. Al centro del nostro interesse non stanno i rapporti dell’uomo con se stesso, né i suoi rapporti con Dio, ma i suoi rapporti con la società. Dove egli si presenta, si presenta insieme con lui anche la sua classe e il suo ceto. Quando entra in un conflitto, morale, spirituale o istintivo, entra in un conflitto con la società [...]. Un’epoca in cui sono all’ordine del giorno i rapporti interni della collettività, la revisione di tutti i valori umani, la riforma di tutti i rapporti sociali, non può veder l’uomo altro che nella sua posizione di fronte alla società e di fronte ai problemi sociali della sua epoca, cioè l’uomo come essere politico-che non si determina per colpa nostra, ma per la disarmonia delle attuali condizioni sociali che rendono politica ogni manifestazione della vita- può condurre, in un certo senso, a una distorsione dell’immagine dell’uomo ideale, questa immagine avrà almeno il vantaggio di corrispondere alla realtà.
Il modello del teatro epico fu sviluppato e messo a punto da Bertold Brecht (1898-1956). L’obiettivo principale di Brecht è la risistemazione dei rapporti tra lo spettatore, la rappresentazione teatrale e la società. Questa risistemazione esige l’abbandono della forma solita del teatro, che Brecht chiamava «drammatica» o «aristotelica». Nel teatro aristotelico lo spettatore è, infatti, ridotto ad una completa passività perché gli eventi sono rappresentati come fissi e immutabili, secondo una logica di stretta concatenazione, che li lega gli uni agli altri nello sviluppo del dramma. Per Brecht il teatro deve rappresentare i rapporti intersoggettivi che diventano problematici, e questo rende problematico il dramma stesso, proprio perché la forma drammatica concepisce come non problematici questi rapporti. Ciò che muta è la sostituzione della fusione essenzialmente drammatica di soggetto e oggetto, con la loro contrapposizione, che è essenzialmente epica. L’oggettività scientifica diventa così, in arte, oggettivamente epica, e pervade tutti gli elementi dell’opera teatrale: la sua struttura e il linguaggio come la sua messinscena. Ciò che si svolge sulla scena non riempie più per intero la rappresentazione, come avveniva nel dramma, dove il momento della rappresentazione era per ciò stesso destinato a morire. (Storicamente ciò si manifesta nella scomparsa del prologo nel Rinascimento). La vicenda è ora oggetto di narrazione dal palcoscenico, il quale si comporta, nei suoi riguardi, come un narratore nei riguardi del suo oggetto; è solo dalla contrapposizione dei due che scaturisce la totalità dell’opera. E lo spettatore non è escluso dalla vicenda, ma neppure viene trascinato in essa per suggestione («illusione») fino al punto di cessare di essere spettatore; ma viene posto di fronte alla vicenda in qualità di spettatore, ed essa gli viene rappresentata come materia di riflessione. Poiché l’azione non costituisce più di per sé tutta l’opera, non può più convertire il tempo della rappresentazione in una successione assoluta di presenti.
Il presente della rappresentazione è in certo qual modo più ampio di quello dell’azione; essa perciò può volgere lo sguardo non solo all’esito, ma anche allo svolgimento e a ciò che è già stato. All’orientamento drammatico verso il fine si sostituisce qui la libertà epica di indugiare e riflettere. Poiché l’uomo protagonista dell’azione non è più che l’oggetto del teatro, si può andare al di là della sua persona e indagare sui motivi che lo spingono ad agire. Brecht come autore e regista ha realizzato praticamente questa teoria del teatro epico, con una dovizia di idee drammaturgiche e sceniche pressoché illimitata. Le trovate -originali o prese a prestito- hanno il compito di isolare ed estraniare in oggetti epico-scenici, e cioè “mostrati”, dal movimento globale assoluto che caratterizza il dramma, gli elementi del dramma e della messa in scena trasmessi dalla tradizione e familiari al pubblico. Per tanto Brecht le chiama «effetti di straniamento». L’opera scenica può essere estraniata nel suo complesso mediante il prologo, l’antefatto o la proiezione di titoli. Essendo esplicitamente presentata, non possiede più l’assolutezza del dramma, e viene riferita al momento ora scoperto della «presentazione» come oggetto di questa. Lo straniamento del personaggio è rafforzato dall’attore, che, nel teatro epico, non deve immedesimarsi totalmente col personaggio:
Egli deve limitarsi a mostrare il suo personaggio, o -per dire meglio- non deve limitarsi a viverlo soltanto. Ciò non significa che, avendo da raffigurare personaggi passionali, egli debba restare impassibile. Ma, in via di principio, i suoi sentimenti non dovrebbero essere quelli del suo personaggio: altrimenti anche lo spettatore identificherà per principio i propri sentimenti con quelli del personaggio.
Il palcoscenico, che non è più di per sé il mondo, ma lo copia e lo riproduce parzialmente, perde –con la sua assolutezza- anche la ribalta, che sembrava conferirgli una luce propria. L’illuminazione avviene ora per mezzo di riflettori posti in sala, fra gli spettatori, come a sottolineare che si vuol mostrar loro qualcosa. Lo scenario viene straniato, in quanto non simula più un luogo reale, ma come elemento autonomo del teatro epico, esso «cita, racconta, prepara, mostra e rammenta». Ad ottenere lo straniamento della vicenda, che non ha più la lineare univocità e necessità propria della vicenda drammatica, possono servire i testi proiettati ad intervalli sullo schermo, cori, cantori e addirittura le grida di «strilloni di giornali» in sala. Essi interrompono l’azione e la commentano. Mediante questi straniamenti la contrapposizione soggetto-oggetto che è all’origine del teatro epico - l’autoestraniazione dell’uomo, a cui il proprio essere sociale è divenuto oggettivo- precipita formalmente in tutti i piani dell’opera, e diventa così il suo principio formale assoluto. La forma drammatica si fonda sul rapporto interpersonale; la tematica del dramma è costituita dai conflitti che sorgono da quel rapporto. Qui invece il rapporto intersoggettivo nel suo insieme diventa tematico, ed è trasferito- per così dire dalla non problematicità di ciò che è forma alla problematicità del contenuto.