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SARA NASCIMBENE IV G 15/04/ LA PACE di Aristofane Aristofane è stato un commediografo greco e principale esponente della commedia attica antica, l’unico (fatta eccezione per una commedia di Menandro) di cui ci siano giunti i lavori per intero. Poco sappiamo della sua vita se non che nacque ad Atene intorno al 445 a. C. e che morì nel 385 a. C. circa. Le sue commedie avevano spesso contenuto politico e tramite di esse descriveva svariati aspetti della vita nella sua città natale: le istituzioni pubbliche, la guerra e le differenze sociali ad esempio; l’autore era inoltre solito portare sulla scena seri problemi riguardanti la città di Atene sotto forma di situazioni comiche e, sebbene ne denunciasse gli aspetti negativi, tuttavia non proponeva dei rimedi, ricorrendo all’utopia e presentando al pubblico situazioni surreali e frutto di fantasia. Nel 421 a. C., in occasione della festa delle Grandi Dionisie, Aristofane porta in scena “La Pace”, una delle prime commedie da lui composte che già dal titolo ci fa capire attorno a cosa ruoterà la vicenda narrata; era noto al pubblico e ai suoi concittadini che Aristofane fosse assolutamente contrario alla guerra tra Atene e Sparta e proprio per questo nelle commedie precedenti non mancavano delle accuse direttamente rivolte a Cleone e Brasida, appartenenti al partito dei guerrafondai; mentre l’autore sta ultimando la sua opera, giunge ad Atene notizia della morte delle due personalità prima citate con conseguente stipulazione della pace di Nicia: Aristofane scrive dunque con grande trasporto la conclusione della commedia, esaltando la pace con inni e canti pronunciati dal coro e dai contadini attici presenti sulla scena. La scena si apre con due servi i quali si trovano indaffarati a nutrire un enorme scarafaggio il quale si ciba esclusivamente di escrementi (coprolalia); ben presto entra in scena il padrone Trigeo, un vignaiolo, il quale si è stufato dell’incessante guerra che va avanti ormai da anni tra Atene e Sparta e ha elaborato un piano che consiste nel volare fino all’Olimpo con lo scarafaggio per chiedere a Zeus di dare la pace tanto desiderata ai Greci. Una volta giunto alla sommità del cielo resta fortemente deluso dallo scoprire che tutti gli dei sono fuggiti perché stanchi delle continue faide tra gli uomini; l’unico rimasto è Ermete (Ermes) il quale informa Trigeo che il destino suo e di tutti gli uomini della Grecia è ora in mano a Ammazza (divinità della guerra) e Fracassa (suo servitore), i quali si stanno adoperando per mettere tutte le città greche in un contenitore e distruggerle con un pestello. Il pover uomo, affranto, non può però fare a meno di notare che lì vicino vi è un antro coperto da macigni, dentro al quale Ammazza e Fracassa hanno rinchiuso Eirene (la pace). A questo punto Trigeo, con l’aiuto del
SARA NASCIMBENE IV G 15/04/ coro (composto da contadini) chiama a raccolta tutti gli uomini della Grecia per spostare i massi e ridare la pace alla sua patria mentre le due divinità della guerra sono indaffarate a cercare il pestello mancante per completare l’opera (personificato in Brasida, il quale, a seguito degli ultimi avvenimenti, era morto durante la guerra del Peloponneso). Dopo una serie di scene tragicomiche caratterizzate da battibecchi tra Trigeo ed Ermete, l’unione fa la forza ed Eirene, finalmente libera, esce dalla sua “prigione” accompagnata da Opora (l’abbondanza) e Eoria (la festa). Ridiscesi sulla terra, notiamo lo stupore del pubblico nell’apprendere che Trigeo e Opora hanno deciso di sposarsi (la pace porta infatti abbondanza), e la vicenda si conclude con la scena del banchetto nuziale, preceduta però dalla parabasi, la parte più importante della commedia, in cui il poeta si elogia “ il nostro vate merita un elogio coi fiocchi” e ricorda al pubblico che lui ha sempre condannato la guerra ed esaltato la pace “ … dal beffare i cenciosi, dal far guerra ai pidocchi: egli bollò per primo d’infamia e mise in bando quegli Ercoli famosi”. Vi è poi l’esodo, così come nella tradizione tragica, ma questa volta è chiassoso e festoso, accompagnato da canti nuziali in onore di Imeneo. La comicità è raggiunta attraverso l’utilizzo di termini volgari e sboccati utilizzati come imprecazioni verso gli dei stessi (“ Giove, che ne farai del nostro popolo? Tu fotti le città senza avvedertene”) , o verso personaggi non particolarmente ben visti dall’autore come potevano essere Cleone (“ Qui se non erro a Cleone s’allude: ora è nell’Orco, ad ingozzare merda!”) o i poeti tragici come Euripide (“ bada che, fatto zoppo, offrir non debba a Euripide un argomento, e n’esca una tragedia!”), ma anche Sofocle (“ canzoni di Sofocle, versetti di Euripide… -costei non ama i vati mozzorecchi!”). Ma il sorriso ci viene spontaneo anche riflettendo sulle situazioni paratossali create da Aristofane: basti pensare al cavallo alato Pegaso messo a confronto con lo scarafaggio stercorario di Trigeo.