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La crescita economica: definizione, importanza e miracolo della composizione, Appunti di Politica Economica

La nozione di crescita economica, definendo il tasso di crescita del pil reale e il suo importanza. Viene inoltre presentato il concetto di crescita a tasso composto, o miracolo della composizione, che mostra come piccole differenze percentuali di crescita portano a esiti macroscopici diversi. Il documento include una tabella con dati di crescita economica di diversi paesi e un esempio per illustrare il concetto.

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 22/02/2019

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La crescita economica di un paese: definizione e importanza
Per gli economisti, quando si parla di crescita senza ulteriori precisazioni si intende in genere
il tasso di crescita del PIL reale (di un paese, una regione, ecc), oppure il tasso di crescita del
PIL reale pro capite (ovvero del PIL reale diviso per il numero di abitanti). Come già per il tasso
di inflazione, la definizione del tasso di crescita del PIL reale corrisponde alla variazione
percentuale del PIL reale (o di un suo numero indice). In termini algebrici:
dove Q è una qualsiasi misura (o numero indice) del PIL reale preso nei periodi t e t-1.
Ma perché questa nozione di tasso di crescita è così importante? Probabilmente, la risposta
più semplice e convincente deriva dalla disamina di una tabella come la seguente:
TABELLA 1.1
Paese
Periodo
PIL pro capite
di inizio periodo
(in dollari 1985)
PIL pro capite
di fine periodo
(in dollari 1985)
Tasso di
crescita
annuo
Giappone 1890-1990 842 16 144 3,00
Brasile 1900-1987 436 3 417 2,39
Italia 1900-1990 2 339 15 318 2,11
Stati Uniti 1870-1990 2 244 18 258 1,76
Cina 1900-1987 401 1 748 1,71
Messico 1900-1987 649 2 667 1,64
Gran Bretagna 1870-1990 2 693 13 589 1,36
Argentina 1900-1987 1 284 3 302 1,09
Indonesia 1900-1987 499 1 200 1,01
India 1900-1987 378 662 0,65
Bangladesh 1900-1987 349 375 0,08
Dalla Tab. 1.1 si evidenziano alcuni dati impressionanti. Attualmente, il PIL (reale, aggettivo
che, di qui in poi, per brevità verrà omesso) pro capite degli Stati Uniti è circa dieci volte quello
della Cina e trenta volte quello dell’India. Ancora, il Bangladesh ha un PIL pro capite attuale che è
solo risibilmente superiore a quello di circa un secolo fa. Ancora, il PIL pro capite del Messico nel
1987 era più o meno uguale a quello degli Stati Uniti di un secolo prima, mentre il PIL pro capite
dell’India nel 1987 era più o meno uguale a un terzo di quello degli Stati Uniti di un secolo prima.
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Scarica La crescita economica: definizione, importanza e miracolo della composizione e più Appunti in PDF di Politica Economica solo su Docsity!

La crescita economica di un paese: definizione e importanza

Per gli economisti, quando si parla di crescita senza ulteriori precisazioni si intende in genere il tasso di crescita del PIL reale (di un paese, una regione, ecc), oppure il tasso di crescita del PIL reale pro capite (ovvero del PIL reale diviso per il numero di abitanti). Come già per il tasso di inflazione, la definizione del tasso di crescita del PIL reale corrisponde alla variazione percentuale del PIL reale (o di un suo numero indice). In termini algebrici:

dove Q è una qualsiasi misura (o numero indice) del PIL reale preso nei periodi t e t-1. Ma perché questa nozione di tasso di crescita è così importante? Probabilmente, la risposta più semplice e convincente deriva dalla disamina di una tabella come la seguente:

TABELLA 1.

Paese Periodo

PIL pro capite di inizio periodo (in dollari 1985)

PIL pro capite di fine periodo (in dollari 1985)

Tasso di crescita annuo Giappone 1890-1990 842 16 144 3, Brasile 1900-1987 436 3 417 2, Italia 1900-1990 2 339 15 318 2, Stati Uniti 1870-1990 2 244 18 258 1, Cina 1900-1987 401 1 748 1, Messico 1900-1987 649 2 667 1, Gran Bretagna 1870-1990 2 693 13 589 1, Argentina 1900-1987 1 284 3 302 1, Indonesia 1900-1987 499 1 200 1, India 1900-1987 378 662 0, Bangladesh 1900-1987 349 375 0,

Dalla Tab. 1.1 si evidenziano alcuni dati impressionanti. Attualmente, il PIL (reale, aggettivo che, di qui in poi, per brevità verrà omesso) pro capite degli Stati Uniti è circa dieci volte quello della Cina e trenta volte quello dell’India. Ancora, il Bangladesh ha un PIL pro capite attuale che è solo risibilmente superiore a quello di circa un secolo fa. Ancora, il PIL pro capite del Messico nel 1987 era più o meno uguale a quello degli Stati Uniti di un secolo prima, mentre il PIL pro capite dell’India nel 1987 era più o meno uguale a un terzo di quello degli Stati Uniti di un secolo prima.

t- 1

t t- 1

Q

x = Q -Q

Rispetto a queste abissali diversità, i tassi di crescita registrano differenze che paiono a prima vista piuttosto blande , variando dallo 0,08 al 3 %.

COME SI OTTIENE IL TASSO DI CRESCITA ANNUO?

(PIL di fine periodo / PIL di inizio periodo) (N anno finale – N anno iniziale^ )- 1

Tuttavia, il punto cruciale è proprio che differenze apparentemente infime nei tassi di crescita portano a esiti macroscopicamente diversi per quanto riguarda i livelli delle grandezze interessate. Questo tipo di fenomeno è a volte chiamato “miracolo della composizione” o “ miracolo della crescita a tasso composto”, e dipende semplicemente dal fatto che, di periodo in periodo, un tasso di crescita si applica non già al livello iniziale di una data grandezza, ma a questo livello accresciuto dei tassi di crescita sperimentati in precedenza. In effetti, si tratta proprio del meccanismo di crescita che viene definito esponenziale. Facciamo un esempio: il PIL pro capite dell’Italia nel 1990, era, secondo la Tab. 1.1. di $ 15

  1. Se prendiamo il tasso di crescita sperimentato in media dal nostro paese negli anni ’90 (circa l’1,25 %), avremmo la seguente situazione, descritta nella prima colonna dell’es. 1.1:

ESEMPIO 1. ANNO Tasso di crescita dell’1,25 %

Tasso di crescita del 2,11 %

Tasso di crescita del 6 %

1990^15318 15318

1991 15318 ×1,0125= 15510 15318 ×1,0211= 15641 15318 ×1,0600= 16237

1992 15510 ×1,0125= (15318×1,0125)×1,0125= 15318 ×(1,0125) 2 = 15703

15510 ×1,0211= (15318×1,0211)×1,0211= 15318 ×(1,0211) 2 = 15971

15510 ×1,0600= (15318×1,0600)×1,0600= 15318 ×(1,0600) 2 = 17211

2000 15318 ×(1,0125) 10 = 17344 15318 ×(1,0211) 10 = 18875 15318 ×(1,0600) 10 = 27432

Come si vede, moltiplicando 15318 per 1,0125 (ossia 1 più 1,25 %) si ottiene il PIL del 1991,

  1. Il PIL del 1992 è ottenuto moltiplicando quest’ultimo valore per 1,0125, e così via sino al 2000. Se invece di un tasso del 1,25 %, avessimo il 2,11 % sperimentato in media nell’ultimo secolo dall’Italia (seconda colonna dell’es. 1.1), a un risultato solo leggermente diverso nel 1991, si affianca un risultato ben diverso nel 2000. E se il nostro paese avesse avuto un tasso di crescita del

Disavanzi di bilancio, signoraggio e imposta da inflazione

Il vincolo di bilancio del settore pubblico

Le uscite : Spesa pubblica (G, gli acquisti di beni e servizi finali da parte delle autorità governative, considerati esogeni al nostro livello di approssimazione), Trasferimenti (TR, considerati esogeni al nostro livello di approssimazione), i Pagamenti per interessi (il cosiddetto servizio del debito, uguale al tasso di interesse, i, moltiplicato per B (^) t-1 , il valore dei titoli pubblici in circolazione, lo stock di debito pubblico che proviene dal passato). Le entrate : Imposte (TA, considerate al nostro livello di approssimazione come una funzione del PIL, t Y).

Come si misura il deficit (o disavanzo) di bilancio : Disavanzo primario = G + TR - TA Disavanzo totale = G + TR + i Bt-1 - TA

Disavanzo totale = Disavanzo primario + Pagamenti per interessi

Il disavanzo di bilancio serve a fronteggiare situazioni in cui la spesa pubblica è molto concentrata nel tempo. Tipicamente, cresce a dismisura in occasione di una guerra. Nel periodo storico più recente, in molti paesi dell’OCSE (tra cui l’Italia), le prestazioni previdenziali, assistenziali e sanitarie del welfare state hanno implicato una forte tendenza al disavanzo di bilancio. Nel prosieguo della dispensa ci interesseremo in maggior dettaglio ad alcune caratteristiche della spesa previdenziale. Si noti che, secondo la teoria economica, il disavanzo di bilancio è rilevante solo se non vale del tutto il cosiddetto principio di equivalenza ricardiana (v. anche qui sotto).

**Il settore pubblico può finanziare il proprio disavanzo di bilancio in due modi:

  1. vendendo titoli di debito al pubblico (dei risparmiatori),** operazione solitamente chiamata emissione di titoli ;
  2. vendendo titoli di debito alla banca centrale, questa operazione di mercato aperto ha, caeteris paribus , l’effetto di provocare un aumento della base monetaria.

disavanzo totale = emissione di titoli + aumento della base monetaria

I legami tra disavanzo e aumento della base monetaria portano a considerare con una certa attenzione i concetti di signoraggio e di imposta da inflazione.

Il signoraggio

Sappiamo già che le uscite del settore pubblico possono essere finanziate dalle imposte o dalla vendita di titoli di debito ai risparmiatori. Vediamo ora in dettaglio un terzo modo di finanziamento: La vendita di titoli di debito alla banca centrale basato sul concetto del potere di signoraggio.

Il signoraggio è il potere che l’autorità pubblica ha di estinguere i propri debiti emettendo una moneta dal valore intrinseco nullo. Esso (in termini reali) è definito dalla formula:

∆Mt / Pt = (∆Mt / Mt) (Mt / Pt) = μ (Mt / Pt)

Il signoraggio dipende cioè dal tasso di espansione della base monetaria, μ, e dall’ammontare di base monetaria (in termini reali) che i risparmiatori sono disposti a detenere. Dunque, per una data domanda di base monetaria, un aumento delle uscite pubbliche potrebbe richiedere un aumento dell’offerta di base monetaria. Ciò potrebbe implicare che ad alti disavanzi pubblici possono associarsi alti tassi di inflazione. Si supponga ora, per semplicità, che i livelli di equilibrio di output e tasso di interesse reale sono determinati dal mercato dei beni e del lavoro (caso del lungo periodo). Per determinare l’effetto dell’espansione della base monetaria sull’inflazione, dobbiamo quindi riferirci al solo mercato della moneta. Sempre per semplicità, prendiamo un’equazione “classica” per la funzione di domanda di moneta:

(Mt / Pt) = k Yt

Si consideri ora una situazione in cui μ si mantiene costante nel tempo. L’equilibrio del mercato monetario richiede che

(∆Mt / Mt) - (∆Pt / Pt) = (∆Yt / Yt) - (∆k / k)

Un tasso più alto di creazione monetaria (e quindi un livello di μ più alto) ha un effetto ambiguo sul reddito da signoraggio, perché da un lato aumenta il gettito del signoraggio per una domanda data di moneta, ma dall’altro riduce la domanda di moneta. Oltre un certo livello di μ, quest’ultimo effetto ha la meglio sul primo, e il reddito da signoraggio si riduce. Quindi, il finanziamento del disavanzo con emissione di base monetaria può essere un sostituto del finanziamento con tasse solo se stiamo sotto questo punto di inflessione. In ogni caso, tutto ciò può spiegare perché osserviamo nel lungo periodo un tasso positivo di inflazione. Il signoraggio è un sostituto per le imposte. Se aumentare le imposte per finanziare alti livelli di spesa governativa non è fattibile per ragioni economiche (le tasse possono diminuire il benessere collettivo), o politiche (le tasse portano a diminuzioni della popolarità politica), l’emissione di base monetaria è, entro certi limiti, una soluzione possibile al problema di sostenere la spesa pubblica.

Reddito da Signoraggio

Tasso di creazione monetaria (μ)

La previdenza sociale

Perché mai l’autorità pubblica dovrebbe incaricarsi di provvedere all’istituzione di un sistema pensionistico? In effetti, le prime forme di previdenza hanno avuto storicamente una natura volontaria (associazioni operaie di muto soccorso). La giustificazione economica dell’esistenza di pensioni pubbliche obbligatorie sta nell’esistenza di vari tipi di fallimenti del mercato. Gli individui possono avere infatti preferenze intertemporali troppo miopi (privilegiando il consumo corrente a quello futuro), oppure possono non quantificare adeguatamente vari tipi di imprevisti nei quali possono incappare. In Italia, come in genere nei paesi OCSE, esistono vari tipi di pensioni: (a) pensioni di vecchiaia; (b) pensioni di anzianità; (c) pensioni di reversibilità; (d) pensioni di invalidità; (e) pensioni sociali. Solo (a), (b) e (c) si configurano come prestazioni di natura previdenziale , le altre sono di natura assistenziale. Le prestazioni previdenziali , quelle assistenziali e quelle sanitarie sono le voci fondamentali del cosiddetto welfare state, o stato sociale. Qui però approfondiremo l’analisi delle sole prestazioni previdenziali.

La previdenza sociale come trasferimento intergenerazionale? Fondamentalmente, esistono due diversi tipi di sistemi pensionistici: i sistemi a ripartizione e i sistemi a capitalizzazione. I primi si basano su un patto (implicito) tra generazioni, mentre i secondi si fondano sul funzionamento del mercato finanziario.

Nei sistemi a ripartizione , i lavoratori versano all’ente pensionistico dei contributi, che servono a finanziare le prestazioni previdenziali di chi trova già in età da pensione. Quindi le risorse allocate ai pensionati provengono dalla generazione più giovane (le cui pensioni, a loro volta, saranno finanziate nello stesso modo). Se nel periodo t vi sono Nt lavoratori che versano in media il contributo h (^) t , la raccolta complessiva, che servirà a pagare le pensioni della generazione nata nel periodo t-1, sarà Nt ht. Invece, la generazione del periodo t, riceve, nel periodo t+1, la pensione uguale a Nt+1 ht+1. Essendo quindi, la pensione media della generazione del periodo t uguale a Nt+1 ht+1 / Nt , il rapporto (Nt+1 ht+1 / Nt ) / ht darà il rendimento del contributo pensionistico versato. Per meglio capire da che dipende questo rendimento, si supponga che

maggior parte dei paesi a economia di mercato, questi adottarono per lo più, sistemi a ripartizione. Più precisamente in Italia venne sostanzialmente adottato un sistema a ripartizione di tipo retributivo. Il forte tasso di crescita della produttività in quegli anni (ben superiore al tasso di interesse) rendeva questi sistemi più appetibili ai lavoratori e, tutto sommato, sostenibili dal punto di vista degli enti pensionistici. I sistemi a ripartizione entrarono in crisi nel momento in cui cominciò a ridursi il tasso di crescita della produttività e da un lato l’allungamento della durata di vita media, dall’altro l’abbassamento del tasso di natalità, cominciarono a far crescere l’indice di dipendenza. Oltre a ciò (e l’Italia è in questo senso un esempio rappresentativo) cominciarono a gravare sui sistemi previdenziali oneri di tipo assistenziale (pensionamenti anticipati, pensioni di invalidità, …). Inoltre, per ciò che riguarda più in particolare il nostro Paese, a partire dagli anni ottanta si è allargata la rilevanza delle pensioni di anzianità (erogate a lavoratori andati in pensione prime dell’età pensionabile). Questo stato di cose ha portato in Italia a tre importanti riforme del sistema previdenziale, le cosiddette riforme Amato (1993), Dini (1995) e poi quella iniziata da Maroni (2004) e perfezionata dal governo Prodi (2007). Tutte queste riforme intendono agire sia sull’indice di dipendenza che sul tasso di sostituzione. La riforma Amato ha abolito l’agganciamento delle pensioni ai salari (sostituendolo con un’indicizzazione al costo della vita), Inoltre, ha previsto che la pensione di vecchiaia spetti a chi abbia pagato contributi per almeno 20 anni e abbia raggiunto un’età di 65 anni (60 per le donne), che la pensione di anzianità spetti solo a chi ha almeno 35 anni di contribuzione. Infine, ha stabilito un allungamento del numero di anni di retribuzione su cui applicare il regime retributivo. La principale novità della riforma Dini è invece costituita dal graduale passaggio (dal regime retributivo) al regime contributivo. Quest’ultimo sarebbe pienamente operativo dal 2036 in poi. Per chi aveva, nel 1995, pagato contributi per più di 18 anni rimane in vigore il sistema riformato nel 1993, mentre per chi già lavorava, ma aveva meno di 18 anni di contribuzione, viene adottata un regime misto per il computo della pensione. Con le ultime riforme si accentua il passaggio al metodo contributivo, e viene introdotta la possibilità di incentivare la permanenza al lavoro per chi ha già maturato i requisiti per la pensione (i contributi non sono più versati all’ente pensionistico, ma restano nella retribuzione corrente). Nella riforma Maroni era previsto il famoso scalone (il diritto di andare in pensione al compimento, nel 2008, di 60 anni e non più di 57), poi modificato da Prodi in un sistema a "scalini". Nella riforma Prodi, attualmente il sistema ancora in vigore, come si può leggere nella sottostante tabella, i lavoratori dipendenti potranno andare in pensione dal primo gennaio 2008 con 58 anni d'età e 35 di contribuzione, mentre dal primo luglio 2009 occorrerà avere "quota 95", ovvero una somma tra

anni di età e contributi almeno pari a 95, ma con un'età anagrafica minima di 59 (con 35 anni di contributi). Poi, dal primo gennaio 2011, la quota passa a 96, con un minimo di età di 60 e sempre 35 anni di contributi, per arrivare a 97 dal primo gennaio 2013, con un'età minima di 61 (più i soliti 35 anni di versamenti contributivi). Per i lavoratori autonomi lo schema di requisiti minimi, di quota e di età, è aumentato di un anno. Inoltre, un'apposita commissione aveva allo studio la possibilità di aprire dal 2008 quattro finestre anziché due per coloro che hanno maturato 40 anni di anzianità contributiva. La stessa commissione avrebbe dovuto provvedere, entro il 2008, alla revisione dei coefficienti di calcolo del montante contributivo, la cui applicazione è stata rinviata al 2010.

Pensione di anzianità x lavoratori dipendenti

Situazione precedente (riforma Maroni) Riforma Prodi

anno (^) contribuzioneanni di anagraficaetà anni di contribuzione (^) anagraficaetà

Fino al 2007 35 57 35 57

2008 35 60

2009 35 60

2010 35 61

58 (età) e 35 (contributi), poi dal 1°luglio 2009 quota 95 (somma età e contributi) con un minimo di 59 d'età e 35 di contributi

2011 35 61

2012 35 61

Quota 96 (somma età e contributi) con un minimo di 60 d'età e 35 di contributi

2013 35 61

Dal 2014 35 62

Quota 97 (somma età e contributi) con un minimo di 61 d'età e 35 di contributi

In alternativa 40 qualsiasi

Da definire la possibilità di pensionamento per chi può vantare 40 anni di contribuzione

Solo per lavori usuranti (agli attuali lavori classificati usuranti si aggiungeranno, con la riforma, altri tipi di lavoro, con un aumento della platea degli lavoratori interessati.

Anticipi sulla data di pensionamento in proporzione degli anni lavorati

La macroeconomia dell’Unione Monetaria Europea

Il Trattato di Maastricht (1991) pone le basi della realizzazione dell’Unione Monetaria Europea in funzione di alcuni fondamentali criteri:

  1. la stabilità valutaria (e cioè i tassi di cambio fissi all’interno dell’Unione Monetaria Europea);
  2. la stabilità dei prezzi (e cioè un tasso di inflazione tendenziale non superiore al 2%.
  3. la stabilità dei tassi di interesse (che ovviamente discende dai punti precedenti).

Da tutto ciò derivava la necessità di imporre rigorosi equilibri di finanza pubblica (in termini di rapporto tra deficit di bilancio e PIL, e tra debito pubblico e PIL).

Il Patto di stabilità e crescita (1996) introduce due modifiche significative rispetto al Trattato di Maastricht ed ai lavori preparatori della Commissione Europea e del Comitato monetario:

  1. Introduzione di un obiettivo di bilancio di medio periodo, fissato quantitativamente (saldo complessivo del conto consolidato della Pubblica Amministrazione pari a zero o positivo in media in un intero ciclo economico);
  2. Ridefinizione del margine di discrezionalità nella valutazione delle politiche fiscali dei paesi dell’Unione monetaria (il parametro deficit pubblico/PIL pari al 3% assume il significato di limite massimo, superabile solo in condizioni eccezionali rigorosamente e dettagliatamente definite).
  • In sintesi, il Patto di stabilità introduce una riduzione sia dei margini di discrezionalità che erano attribuiti agli organi comunitari dal Trattato di Maastricht, sia limitazioni significative al potere degli Stati membri nel formulare la loro politica di bilancio. Il Patto di stabilità ridefinisce in modo più stringente, per la politica fiscale, il significato del parametro del 3% come limite massimo entro il quale gli stati debbono affrontare le normali oscillazioni cicliche e fissando l’obiettivo a medio termine in un saldo prossimo al pareggio o positivo. Il disavanzo pubblico è definito “eccessivo” se il superamento del valore di riferimento, stabilito nel protocollo sui “disavanzi eccessivi” pari al 3% del PIL, avviene in mancanza delle condizioni di eccezionalità, temporaneità e limitatezza.

Uno degli obiettivi più rilevanti della politica fiscale, accanto a quello allocativo e redistributivo, è il raggiungimento di una crescita equilibrata e stabile ed in particolare il conseguimento di un'espansione economica elevata con oscillazioni cicliche ridotte. A tale riguardo il Patto di stabilità e crescita, imponendo il rispetto dell’equilibrio di bilancio pubblico di medio termine ed il limite del 3% al deficit pubblico, svolge un doppio ruolo: da un lato consente che un paese possa adottare politiche di bilancio di carattere anticiclico; dall’altro pone un limite alle dimensioni di tali politiche. Il Patto di stabilità intende quindi rafforzare, quindi, l'efficacia delle politiche anticicliche, in quanto richiede una sana condizione strutturale di finanza pubblica e pone vincoli molto stretti all’azione di bilancio degli Stati dell’Unione non permettendo che si creino o si alimentino squilibri strutturali di finanza pubblica. L’azione anticiciclica non può quindi essere esercitata senza limiti. Il Patto stabilisce, infatti, che, in fase congiunturale sfavorevole e a meno che non esistano condizioni particolari, un disavanzo non possa superare il tetto del 3%, già indicato nel Protocollo d’intesa dei disavanzi pubblici eccessivi.

Gli effetti della politica fiscale sull’attività economica sono stati oggetto di studi da parte di molti economisti appartenenti a diverse scuole di pensiero. Gli schemi teorici elaborati hanno considerato, innanzitutto, il funzionamento della politica fiscale nell’ipotesi che la finanza pubblica fosse in condizioni di equilibrio o che fossero assenti gravi squilibri strutturali. La teoria economica a riguardo si divide in keynesiani (nel quale sostanzialmente ci siamo mossi sion ad ora) e non keynesiani. Nell’ambito keynesiano sono stati elaborati modelli riferiti a un orizzonte temporale di breve termine e a un’economia aperta. Le ipotesi sono realistiche e compatibili alle economie dei paesi facenti parte dell’Unione Monetaria. Queste sono:

  1. Perfetta mobilità dei capitali;
  2. Tassi di cambio rigidi;
  3. Disoccupazione delle risorse produttive. In tali condizioni, la politica fiscale ha grande efficacia nell’influenzare il livello dell’attività economica del paese considerato e quello degli altri paesi dell’Unione. L’intensità degli effetti dell’azione fiscale espansiva dipende da una serie di condizioni economiche e dal mix di interventi costituenti l’azione espansiva. Ciascuna misura fiscale costituente una manovra economica oppure variazioni di aliquote delle imposte dirette, di quelle indirette e di quelle contributive ha un effetto differente sulla domanda effettiva in relazione al canale di trasmissione dello strumento considerato.

Il ruolo della politica fiscale viene invece ridimensionato dagli approcci teorici non keynesiani. In questi approcci si sono elaborati modelli per valutare gli effetti della politica fiscale in condizioni di

La macroeconomia del Trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità: le basi teoriche

È importante capire che cosa determina il consumo aggregato : Ci troviamo dentro oltre 2/3 di Y. Sappiamo già che, secondo la funzione keynesiana del consumo, il consumo dipende dal reddito disponibile corrente: C = c (Y – T) = c 0 + c 1 (Y – T) La stima di una funzione di questo tipo per l’Italia produce forti errori di previsione nel 1992-93. Il consumo effettivo è molto minore di quello stimato. Perché? La spiegazione ha spesso fatto ricorso ad aspettative pessimistiche: sfiducia (crisi della lira), riforma pensionistica.

Dobbiamo dunque parlare di teorie del consumo basate sulle aspettative. Nelle sue scelte, il consumatore non tiene conto solo del suo reddito disponibile corrente, ma di tutte le sue risorse future:

  • teoria del “reddito permanente” (Milton Friedman);
  • teoria del “ciclo vitale” (Franco Modigliani). Entrambi questi approcci si basano sulla pianificazione del ciclo di vita. Immaginiamo che il consumatore prenda le sue decisioni di consumo in base alla sua ricchezza totale : ‘ricchezza umana’ + ‘ricchezza non umana’ = valore scontato del reddito da lavoro + patrimonio finanziario e immobiliare
  • se il consumatore desidera consumare la stessa quantità di beni in ogni periodo, in ogni periodo il consumatore vorrà spendere la stessa parte della sua ricchezza totale: C (^) t = c (V(Y et ) + W (^) t )
  • Il consumo di ciascun periodo è pari alla ricchezza totale divisa per il numero di anni di vita attesa.

Un esempio

  • Giovane universitario con W (^) t = 0 e reddito iniziale di € 20 000 che cresce al 3% per 36 anni, tassato con aliquota media del 25%: V(Yet ) = 0,75 (1 +1,03 +1,03^2 + ... +1,03^36 ) 20 000· = 993 000
  • Ipotizzando 4 anni di università e 16 anni di pensionamento, cioè 56 in tutto, il consumo annuo è C = 993 000/56 = € 17 732.

Inoltre, in ciascuna anno, il consumo dipende dalla ricchezza umana e non dal reddito corrente. Se il consumatore avesse anche ricchezza non umana, C (^) t dipenderebbe anche da quella.

Effetti delle variazioni del reddito sul consumo In linea di principio, è importante la persistenza delle variazioni:

  • Variazioni permanenti di reddito: il consumo varia nella stessa misura.
  • Variazioni temporanee di reddito: il consumo varia in misura minore.
  • Inoltre, il consumo può variare anche se non cambia il reddito corrente , ma solo il reddito futuro.

Consideriamo un modello con T periodi; se il tasso di interesse reale (r) è costante, il vincolo di bilancio intertemporale è:

C 1 + C 2 / (1+r) + ... + C (^) T / (1+ r) T-1^ = Y 1 + Y 2 /(1+r) + ... + YT/(1 + r) T-1^ ª V (Yet )

Introduciamo ora il concetto di reddito permanente , è il reddito costante che ha lo stesso valore presente scontato della ricchezza umana: Yp + yp/(1+r) + ... + Yp/(1 + r) T-1^ ª V (Yet ) Se ρ = r, allora c 1 = c 2 = ... = c (^) T = c : c + c/(1+r) + ... + c/(1 + r) T-1^ = V (yet )

Quindi se il consumo è costante, esso è pari al reddito permanente: C = Yp, e la propensione marginale al consumo rispetto ad una variazione del reddito permanente è pari a 1.

Consideriamo ora una variazione temporanea del reddito ; il reddito permanente può essere scritto come:

Yp = r/(1+r) [1-(1/(1+r) T] [ Y 1 + Y 2 /(1+r) + ... + Y (^) T/(1 + r) T-1^ ] ª V (Y et ) Una variazione temporanea del reddito è l’aumento di uno degli addendi che formano la ricchezza umana.

  • Se il reddito corrente aumenta – temporaneamente - di € 1, cioè il 1° addendo Y^1 aumenta di 1, allora Yp (e quindi C) aumenta di: r/(1+r) [1-(1/(1+r) T] < 1
  • Per T grande, l’aumento di C è pari a r/(1+r) º r.
  • Se il reddito futuro aumenta – temporaneamente - di € 1, per esempio il T° addendo YT^ aumenta di 1, allora Yp (e quindi C) aumenta di: r/(1+r)T^ [1-(1/(1+r)T]

Similmente a quanto abbiamo fatto per il consumo, dobbiamo parlare dell’ investimento aggregato , in particolare della sua relazione con i profitti attesi e correnti , e le vendite.

Cominciamo con l’esaminare i tre stadi della decisione di investimento

  • Stadio 1. Stimare la durata (vita media) della macchina o costruzione.
  • Stadio 2. Calcolare il valore presente scontato dei profitti V.
  • Stadio 3. Investire se il valore presente V della macchina o costruzione supera il suo prezzo Pk.

Ciò significa che l’investimento I è funzione crescente di Πt e decrescente di r+d, il costo d’uso del capitale. Peraltro, se i profitti correnti sono diversi da quelli attesi, I dovrebbe dipendere essenzialmente da questi ultimi, che più pesantemente entrano nella definizione di V.

  • In realtà, I è assai sensibile ai profitti correnti, che influiscono su I anche per dato V: I = I [V (Πet ), Πt ] I profitti correnti hanno un ruolo autonomo!

Perché i profitti correnti contano tanto? Come le famiglie, le imprese possono essere soggette a vincoli di liquidità. Se banche e azionisti rifiutano di finanziare un’impresa con progetti redditizi (con q >1),

  1. l’impresa deve tagliare I se si riducono i suoi profitti correnti: I è molto reattivo a Πt ;
  2. l’impresa non può accrescere I anche se aumentano i suoi profitti futuri: I è relativamente poco reattivo a Πet.

Perché l’investimento reagisce a variazioni delle vendite? I profitti per unità di capitale dipendono positivamente dalle vendite Yt e negativamente dallo stock di capitale Kt. Quindi, un aumento delle vendite accresce i profitti e accresce anche l’investimento.

Il disavanzo pubblico conta? L’equivalenza ricardiana

  • Sotto alcune condizioni, è indifferente che una data spesa pubblica sia finanziata con l’emissione di debito o con imposte. Si tratta del principio noto come “ equivalenza ricardiana ” (da David Ricardo, economista inglese del XIX secolo). Intuitivamente: il debito pubblico è un “debito verso noi stessi”, e quindi le sue variazioni non dovrebbero cambiare la nostra ricchezza, e quindi i nostri consumi. O meglio, il finanziamento del disavanzo mediante la vendita dei titoli ai risparmiatori, non crea ricchezza netta che influenza le decisioni di spesa. Esso non fa che rinviare la tassazione, e di questa tassazione futura i risparmiatori tengono conto nelle loro decisioni correnti.
  • Se il governo riduce le imposte di € 1 oggi (il disavanzo aumenta di € 1), dovrà aumentarle di € 1+r domani: la ricchezza umana del consumatore non cambia: +€1 oggi - €1 × (1 + r) = - € 1 domani (valore scontato)

In generale

  • Vincolo di bilancio del consumatore: C 1 + C 2 / (1+ r) = Y 1 + Y 2 / (1+ r) - T 1 - T 2 / (1+ r)
  • Vincolo di bilancio dello Stato: G 1 + G 2 / (1+ r) = T 1 + T 2 / (1+ r)

Sostituendo il vincolo di bilancio dello Stato in quello del consumatore: C 1 + C 2 / (1+ r) = Y 1 + Y 2 / (1+ r) - G 1 - G 2 / (1+ r) vediamo che il consumo non dipende dalla distribuzione delle imposte nel tempo, ma solo dal valore presente scontato della spesa pubblica!

Conseguenza: Il consumo non reagisce a una riduzione delle imposte (a parità di spesa pubblica). L’aumento del reddito disponibile viene interamente risparmiato. Il risparmio privato aumenta nella stessa misura in cui aumenta il deficit pubblico. Il risparmio nazionale (somma di quello privato e pubblico) non varia.

Ma non è sempre così… Questo principio vale solo se vi sono:

  • imposte non distorsive (altrimenti, la loro distribuzione nel tempo “conta”);
  • assenza di vincoli di liquidità (altrimenti, il consumo viene influenzato da un aumento delle imposte correnti);
  • “altruismo intergenerazionale” (altrimenti, le imposte che cadono sui figli non contano).