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Fedro e Seneca: Biografia e opere, Schemi e mappe concettuali di Latino

Fedro e Seneca: Biografia e riassunto dettagliato delle opere dei due autori.

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2020/2021

Caricato il 15/01/2022

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La favola: Fedro
Fedro è il principale rappresentante latino della favola. La sua figura e la sua opera rimangono un po’ ai margini rispetto al panorama della
cultura ufficiale del tempo. Del corpus delle sue favole furono ricavati raccolte e repertori in prosa; le favole sono poi state sempre utilizzate
nella scuola, specialmente ai livelli elementari dell'apprendimento della lingua latina, ai quali si addicono per la brevità e la semplicità.
Le notizie biografiche di Fedro si ricavano dall'interno della sua opera. Nato in Macedonia, venne a Roma da bambino molto probabilmente
come schiavo; è dunque assai probabile che sia stato affiancato dall'imperatore grazie alla sua cultura e che, come molti liberti di madrelingua
greca, si sia dedicato all'insegnamento. Si crede che la sua stessa produzione poetica sia nata dall'esercizio della professione: le favole
infatti, erano comunemente usate come libri di testo nelle scuole.
Fedro esercitò la sua attività letteraria durante il principato di Tiberio. I suoi versi furono però ritenuti offensivi da qualche personaggio
potente, che credette di riconoscere allusioni a sé e alle proprie azioni ma non si sa con esattezza se l’autore avesse davvero avuto l’intento
di bersagliare qualche uomo influente, mettendo in evidenza i suoi difetti e le sue malvagità.
Fedro si riprometteva dalla sua poesia fama e ricompense, ma non ottenne tali risultati. Fu anzi perseguitato da Seiano che lo accusava per il
carattere satirico dei suoi componimenti. Le persecuzioni contro Fedro terminarono con la morte di Seiano nel 31 d.C. e da questo momento il
poeta si pose sotto la protezione di un certo Eutico, personaggio influente, forse liberto di Caligola. Muore intorno al 50 d.C. in età neroniana.
Di Fedro ci sono pervenuti cinque libri di favole in versi per un totale di un centinaio di componimenti.
Il modello a cui Fedro si ispira è Esopo, uno scrittore greco che gli antichi considerano l'iniziatore del genere della favola. Secondo una
tradizione in cui storia e leggenda si intrecciano, Esopo per primo avrebbe raccolto il ricco materiale favolistico greco dando forma letteraria
ad una materia che prima viveva a livello popolare, rimanendo affidata alla tradizione orale. La favola divenne così un vero e proprio genere a
stante, costituito da brevi racconti di fantasia, dotati di un significato pedagogico e morale. Essi proponevano infatti modelli di
comportamento positivi o negativi, esemplificavano massime e proverbi, esprimevano una visione della vita ispirata ad una saggezza
popolare con spunti di critica sociale e di protesta degli umili verso i potenti.
La forma più caratteristica è quella dell'apologo animalesco che ha per protagonisti gli animali parlanti. La tradizione esopica comprendeva
però anche storielle di altro tipo, tra cui una serie di aneddoti e di battute relativi allo stesso Esopo, l'umile schiavo assai più intelligente del
suo padrone. L'opera di Esopo era in prosa, mentre quella di Fedro in senario giambico, ossia il verso tipico delle parti dialogate della
commedia.
La favola, pur differenziandosi dalla commedia, presenta con il genere comico alcuni punti di contatto: l'intento di divertire il pubblico;
il carattere realistico e umile delle situazioni e dei personaggi.
Lo scopo dichiarato nel prologo è duplice: il poeta intende divertire ma anche monere, cioè ammonire, consigliare, ammaestrare. Varietas e
brevitas risultano i capisaldi della poetica fedriana.
La varietas muove dall'interno di superare gli schemi ripetitivi della favola animalesca, introducendo personaggi come Socrate, Giove,
Giunone e Mercurio. Troviamo inoltre raccontini non fantastici ma realistici oppure aneddoti storici di ambientazione romana. La varietas è
dunque il criterio a cui Fedro si appella per rinnovare il genere tradizionale. Fedro non rinuncia alla cura e all'elaborazione stilistica, ma si
attiene al criterio della brevitas, cioè alla concisione, ossia la capacità di condensare in breve i contenuti narrativi e gli insegnamenti morali,
così da ottenere l'attenzione e il consenso dei lettori grazie alla tensione stilistica. La brevitas si manifesta specialmente nei dialoghi scritti in
un linguaggio colloquiale. Altro esempio di applicazione del criterio della brevitas è quella dei proverbi. La visione e l'interpretazione della vita
che emergono dalle favole corrispondono al punto di vista degli umili, dei poveri, degli esclusi al potere. Nelle favole non troviamo un
atteggiamento propriamente satirico, ossia aggressivo, aspro e pungente.
L’importanza di Fedro è legata dunque al fatto di essere stato il primo a trattare a Roma il genere favolistico e di essere stato l’iniziatore della
favola in versi. Considerato il genere narrativo più universale e più popolare, la favola è una tipica forma di racconto comune a molte culture.
L'intento moralistico e pedagogico sembra piuttosto rivolto genericamente contro i difetti e gli errori umani. La “morale” è piuttosto amara e
pessimistica, ma anche rassegnata, basata sulla constatazione che la legge del più forte domina sovrana nel mondo. Il povero e il debole, se
vogliono sopravvivere ai più potenti, devono saper stare al loro posto. La morale infatti deplora il male ma lo ritiene inevitabile e non si illude
di potervi porre rimedio. Vale semmai la legge del taglione, che prescrive di rendere male per male. La libertà è vista come il bene più
prezioso da anteporre a ogni vantaggio materiale. Nelle sentenze che concludono le favole, si avverte una tensione morale che nessuno più
possedeva ne avrebbe posseduto, fino a che un nuovo un nuovo slancio morale non avesse animato le coscienze.
Lucio Anneo Seneca
Lucio Anneo Seneca nacque in Spagna, a Cordova nel 4 a.C. il padre era un importante intellettuale appartenente a una ricca famiglia
equestre spagnola. Ancora molto giovane, Seneca fu portato a Roma da una zia materna; qui ricevette una vasta educazione letteraria e
storica, completata con gli studi di retorica e filosofia. Intorno al 26 d.C. egli si recò in Egitto per curare una grave infezione polmonare.
Tornato a Roma intorno al 33 d.C. ottenne la questura, primo grado del cursus onorum; nel contempo si dedicò all’attività oratoria. Nel 39
d.C. Caligola ne decretò la condanna a morte, da cui lo avrebbe salvato un’amica dell’imperatore, Agrippina. Dal 41 al 49 d.C. fu
condannato da Claudio all’esilio in Corsica. Nel 54 d.C. morì Claudio e Seneca divenne consigliere politico e amicus del giovane
imperatore Nerone dopo aver curato in precedenza l’educazione di quest’ultimo. Nel 54 d.C. quando Nerone divenne imperatore
succedendo a Claudio, Seneca si ritrovò a reggere di fatto l’amministrazione imperiale; mentre i rapporti del neo imperatore con la madre
Agrippina si deteriorarono perché anche lei voleva a suo modo influenzare l’imperatore. Fu il periodo del “buon governo” di Nerone, ispirato
ai principi di equilibrio e moderazione che sembravano realizzare per Seneca, l’ideale platonico del sapiente che regge lo Stato con
saggezza. Successivamente però, il matricidio compiuto da Nerone segnò la definitiva svolta negativa del suo regno e da parte di Seneca la
fine dell’illusione di un governo improntato a un’autocrazia illuminata, così si ritirò a vita privata e si dedicò ai suoi studi. Durante
l’otium letterario di questi anni Seneca decise di distaccarsi dalla vita politica e pubblica, ma probabilmente non bastò a eliminare eventuali
sospetti del princeps. Nel 63 d.C. venne scoperta la Congiura di Pisone e nel corso della sua sanguinosa repressione, per ordine
dell’imperatore, Seneca venne costretto al suicidio. Con coraggio affrontò la morte tagliandosi le vene come racconta Tacito negli Annales.
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