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Ovidio Fedro e Seneca, Dispense di Latino

riassunti su Ovidio, Fedro e Seneca per prepararsi alla maturità

Tipologia: Dispense

2023/2024

Caricato il 23/10/2025

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VERIFICA LETTERATURA LATINA OVIDIO-FEDRO-SENECA
OVIDIO
VITA
Le informazioni sulla sua vita le sappiamo dall’opera autobiografica che scrive in esilio,
Tristia
. Nasce nel 43 a.C. a Sulmona (in Abruzzo) da un’agiata famiglia dell’ordine
equestre. Viene mandato a Roma per formarsi come retorico, ma poi si dedicò
esclusivamente alla scrittura entrando a far parte del circolo di Messalla Corvino e
restando in stratto contatto con la corte augustea. Nell’8 d.C. viene mandato in esilio a
Tomi, sul Mar Nero, dallo stesso Augusto e lì muore nel 17 d.C. In realtà si trattò di una
relegatio,
non un esilio, nel senso che non comportò la perdita dei diritti di cittadinanza e
la confisca dei beni. Le cause dell’esilio lui stesso ci dice che furono un
carmen
(una
poesia) e un
error
(uno sbaglio): il
carmen
a cui si riferisce è probabilmente
l’Ars
amatoria
che non piacque ad Augusto poiché era una poesia disimpegnata e sensuale in
contrasto con il rigido piano moralistico di difesa dei costumi romani che egli stava
cercando di attuare; con il termine
error
probabilmente si riferisce invece a uno scandalo
di corte che aveva coinvolto una nipote di Augusto, di cui era stato complice o forse solo
spettatore indesiderato. Per ingraziarsi di nuovo l’imperatore e ritornare dall’esilio
scrisse i
Fasti
, un’opera sul calendario delle principali festività romane (in linea con il
piano di valorizzazione delle antiche tradizioni), ma invano. C’è da sottolineare il fatto
che progressivamente durante l’Età augustea la morale si era irrigidita sempre di più
fino a relegare l’intellettuale a cui viene limitata enormemente la libertà di espressione
artistica.
OPERE PRINCIPALI
- Amores (1)
- Ars Amatoria (2)
- Metamorfosi (3)
- Fasti
- Tristia
CARATTERISTICHE POETICHE
• L’esperienza letteraria non è tanto importante il contenuto (l’esperienza d’amore)
quanto il modo in cui è espresso in poesia.
• Lo sperimentalismo
contaminatio
(mescolamento) tra generi diversi.
• La poesia come evasone dalla realtà e fuga dal ricordo angoscioso delle guerre civili
del periodo precedente.
• Stile fluido, espressivo, elegante, raffinato, formalmente ricercato, ritmico e musicale.
GLI AMORES (1)
Gli “amori” erano un topos della poesia elegiaca (metro elegiaco = distico formato da un
esametro e un pentametro). La poesia elegiaca nacque in Grecia ed era utilizzata per
trattare temi molto vari come amore, guerra, mito, mentre per i Romani il distico
elegiaco si riferisce solo al tema d’amore Tibullio e Properzio ne furono i massimi
esponenti a cui Ovidio si ispira. L’opera è infatti una raccolta di poesie che descrivono
una vasta casistica di situazioni amorose (incontri fugaci, serenate, tradimenti, scene di
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VERIFICA LETTERATURA LATINA OVIDIO-FEDRO-SENECA

OVIDIO

VITA

Le informazioni sulla sua vita le sappiamo dall’opera autobiografica che scrive in esilio,

Tristia. Nasce nel 43 a.C. a Sulmona (in Abruzzo) da un’agiata famiglia dell’ordine

equestre. Viene mandato a Roma per formarsi come retorico, ma poi si dedicò esclusivamente alla scrittura entrando a far parte del circolo di Messalla Corvino e restando in stratto contatto con la corte augustea. Nell’8 d.C. viene mandato in esilio a Tomi, sul Mar Nero, dallo stesso Augusto e lì muore nel 17 d.C. In realtà si trattò di una

relegatio, non un esilio, nel senso che non comportò la perdita dei diritti di cittadinanza e

la confisca dei beni. Le cause dell’esilio lui stesso ci dice che furono un carmen (una

poesia) e un error (uno sbaglio): il carmen a cui si riferisce è probabilmente l’Ars

amatoria che non piacque ad Augusto poiché era una poesia disimpegnata e sensuale in

contrasto con il rigido piano moralistico di difesa dei costumi romani che egli stava

cercando di attuare; con il termine error probabilmente si riferisce invece a uno scandalo

di corte che aveva coinvolto una nipote di Augusto, di cui era stato complice o forse solo spettatore indesiderato. Per ingraziarsi di nuovo l’imperatore e ritornare dall’esilio

scrisse i Fasti, un’opera sul calendario delle principali festività romane (in linea con il

piano di valorizzazione delle antiche tradizioni), ma invano. C’è da sottolineare il fatto che progressivamente durante l’Età augustea la morale si era irrigidita sempre di più fino a relegare l’intellettuale a cui viene limitata enormemente la libertà di espressione artistica. OPERE PRINCIPALI

  • Amores (1)
  • Ars Amatoria (2)
  • Metamorfosi (3)
  • Fasti
  • Tristia CARATTERISTICHE POETICHE
  • L’esperienza letteraria  non è tanto importante il contenuto (l’esperienza d’amore) quanto il modo in cui è espresso in poesia.

• Lo sperimentalismo  contaminatio (mescolamento) tra generi diversi.

  • La poesia come evasone dalla realtà e fuga dal ricordo angoscioso delle guerre civili del periodo precedente.
  • Stile fluido, espressivo, elegante, raffinato, formalmente ricercato, ritmico e musicale. GLI AMORES (1) Gli “amori” erano un topos della poesia elegiaca (metro elegiaco = distico formato da un esametro e un pentametro). La poesia elegiaca nacque in Grecia ed era utilizzata per trattare temi molto vari come amore, guerra, mito, mentre per i Romani il distico elegiaco si riferisce solo al tema d’amore  Tibullio e Properzio ne furono i massimi esponenti a cui Ovidio si ispira. L’opera è infatti una raccolta di poesie che descrivono una vasta casistica di situazioni amorose (incontri fugaci, serenate, tradimenti, scene di

gelosia) con originalità. L’originalità di Ovidio sta sia nella forma poiché usa un tono raffinato e al contempo divertito, sia nel contenuto poiché l’amore di cui parla non è più quello verso un’unica donna ammirata quasi in contemplazione (ci sono più donne e storie di adulteri o tradimenti intrecciati) su cui si concentra ogni attenzione del poeta e non descrive più le pene d’amore o la sofferenza di non essere ricambiati, ma l’amore

diventa un puro gioco divertente ( amor-lusus), analizzato con ironico distacco. Ovidio si

rivolge infatti a un pubblico interessato a temi amorosi leggeri, privi di preoccupazioni moralistiche, interpretando il ruolo del cantore lieto e scherzoso. L’ARS AMATORIA (2) È un poema epico-didascalico in tre libri che ha come obiettivo quello di insegnare agli uomini come conquistare le donne (libro I) e come mantenere il loro amore (libro II) e alle donne come sedurre gli uomini (libro III)  sorta di “manuale dell’amore” in cui, per spiegare meglio i concetti, si ricorre ad esempi storici e mitologici. È una duplice provocazione letteraria: 1. perché Ovidio contamina l’elegia latina, dalla tematica amorosa leggera, con il genere didascalico serio e moralistico proponendosi come un

“maestro d’amore”, nonostante l’amore cantato sia un puro lusus; 2. perché la fotografia

di Roma che ne emerge è quella di una città fatta di spettacoli circensi o teatrali, feste, banchetti e luoghi ameni dove regnano l’edonismo e la sensualità; questa descrizione, unita alla sua spregiudicatezza nei confronti dell’etica sessuale e della tradizione del matrimonio rende l’opera alquanto provocatoria rispetto alle norme sociali imposte dall’austero moralismo augusteo. Nel proemio dell’opera Ovidio abbozza un’autodifesa preventiva specificando di cantare amori non proibiti, infatti le donne di cui parla non

sono le matronae, ma donne umili dai costumi più liberi; Ovidio infatti non voleva essere

veramente eversivo, anzi accettava i precetti dell’etica tradizionale, semplicemente voleva conciliare, in quanto artista, i valori della sfera civile con le esigenze private e per questo chiedeva un po’ di tolleranza (non di giustificazione), eppure l’opera gli costò l’esilio. LE METAMORFOSI (3) Poema epico-mitologico in esametri suddiviso in 15 libri che racconta 250 miti (greci e romani) legati al tema della trasformazione (la metamorfosi appunto) che si susseguono più o meno in ordine cronologico anche se talvolta si passa dall’uno all’altro per analogia o antitesi tematica, per contiguità geografica o per rapporti genealogici tra i personaggi. Utilizza molto la tecnica dell’incastro = storia nella storia. Possiamo riassumerne la suddivisione così:

  • Libri I-X: miti di dei ed eroi partendo dalla creazione del mondo
  • Libro XI: cerniera tra il mito e la storia  miti riguardanti la preparazione alla guerra di Troia
  • Libri XII-XIII: miti sulla guerra di Troia
  • Libri XIV-XV: miti su Roma e il Lazio fino a Cesare e Augusto

Si ispira alla Teogonia di Esiodo per il modello strutturale e all’ Aitia di Callimaco per la

raffinatezza formale. È un poema collettivo fatto di tante storie indipendenti in cui il filo conduttore è la trasformazione come legge fondamentale dell’universo a cui l’uomo deve adeguarsi: tutto è in continua trasformazione, nulla resta fermo e uguale  questo filo conduttore cerca di dare unità ed estensione al poema nonostante sia una raccolta di episodi

non resta che decretare l’alloro suo albero sacro, con cui verranno cinte le teste dei vincitori trionfanti di ritorno a Roma e con cui verrà ornata la casa di Augusto. ECO E NARCISO (T10 pag. 403) Storia: la ninfa Eco venne rifiutata da Narciso e per il dolore si rifugiò in un bosco deserto, ma neppure questo stato di isolamento le dava tregua dalle pene d’amore perciò progressivamente deperì finché gli umori non abbandonarono il suo corpo lasciandole soltanto la voce (l’eco appunto) e le ossa, per questo si dice che sia stata tramutata in roccia. Dopo di lei Narciso sedusse altre ninfe e altri giovani di entrambe i sessi finché la dea della vendetta Nemesi decise di punirlo; egli venne a trovarsi dopo una battuta di

caccia vicino a uno specchio d’acqua limpido e incontaminato, immerso in un locus

amoenus, e lì sostò per riposarsi: quando si accostò alla fonte per bere vide la sua

immagine riflessa e si innamorò perdutamente di essa, dell’illusione di avere di fronte un ragazzo bello come un dio. Più volte tese invano le braccia nell’acqua nel tentativo di abbracciarlo, e, ingenuamente folgorato, ora arde d’amore per qualcosa che non ha consistenza; è al tempo stesso soggetto e oggetto della passione, accende il fuoco e ne è arso tanto che nulla riesce a muoverlo da lì, nemmeno la fame e il sonno. Egli è devastato per l’impossibilità di raggiungere fisicamente ciò che vede e lo ammalia e invoca la pietà delle selve che lo circondano, convinto che esse non abbiano mai visto nessuno struggersi e consumersi per amore come lui, non riesce ad accettare il fatto che l’oggetto del suo desiderio sia così vicino eppure così irraggiungibile. Poi si rivolge al fanciullo nello specchio d’acqua e lo esorta ad uscire fuori, convinto che il suo amore sia ricambiato siccome vede che egli risponde ai suoi cenni, quando tenta di abbracciarlo ricambia e sembra rimandargli anche delle parole (in realtà è l’effetto dell’immagine specchiata). A questo punito si accorge che quell’immagine non è che la propria riflessa, ma ormai è innamorato perdutamente e l’unica cosa che desidera è allontanarsi dall’oggetto del desiderio, ma essendo il suo stesso corpo, non può. Si accorge che le forze lo stanno abbandonando e che morirà di lì a breve per consunzione ancora nel fiore della giovinezza. E la morte non lo spaventerebbe, se sapesse che colui che ama sopravviverà, ma così non può essere perché amante e amato coincidono perciò si estingueranno insieme. Alla sua morte il suo corpo viene mutato nel fiore Narciso. Temi: perdita dell’identità, narcisismo  termine adottato dalla psicoanalisi (degenerazione di un aspetto normale della natura umana, l’amore di sé, che porta a un totale distacco con il mondo reale e alla morte psicologica del soggetto; dal narcisismo deriva l’individualismo), metamorfosi doppia (Eco  roccia, Narciso  fiore). L’ETÀ GIULIO CLAUDIA 14 d.C. = morte di Augusto  68 d.C. = morte Nerone Augusto aveva cercato prima di morire di assicurare degli eredi al trono di suo gradimento, che potessero portare avanti il suo progetto di preservare le tradizioni morali e religiose romane, ma sia il cognato che i nipoti che egli aveva scelto morirono prima perciò nel 14 d.C. salì al trono Tiberio, figlio avuto dalla moglie in un precedente matrimonio e appartenete alla dinastia claudia, ecco perché si parla di età giulio-claudia quando ci riferiamo al periodo del regno di Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Non ci fu la continuità desiderata da Augusto poiché questi imperatori adottarono metodi di repressione violenta nei confronti degli oppositori politici e intellettuali, siccome l’autorità morale e la promessa della pax dopo le guerre civili non bastavano più affinché

i sudditi tollerassero il potere assoluto del princeps di buon grado. Già nell’ultima fase dell’età augustea c’era stata un’involuzione dell’apertura culturale che aveva invece contraddistinto i primi anni; i controlli della censura si erano fatti più serrati e quest’aspetto sarà esasperato dagli imperatori della dinastia giulio-claudia, incapaci di attorniarsi di intellettuali che appoggiassero davvero i loro progetti politici e che li aiutassero nella propaganda  siccome le pene erano severe, di questo periodo storico ci è giunta soltanto la letteratura del consenso (gli scrittori d’opposizione pagavano anche con la vita) e le opere di oratoria decaddero poiché sostanzialmente non servivano più in senato, nei comizi e nei tribunali siccome ogni decisione era presa dall’imperatore (divenne un esercizio puramente scolastico). Le forze in gioco che si contendevano il potere nella società di quel tempo dettando l’equilibrio e la stabilità dell’impero erano:

  • l’imperatore (scelto per ereditarietà)

- il senato (composto da membri di famiglie aristocratiche di ottimati ed equites =

ricchi cavalieri)

  • l’esercito (il potere militare si sta sovrapponendo sempre di più a quello politico tanto che dopo la dinastia giulio-claudia saranno i generali ad essere acclamati imperatori dagli stessi soldati)
  • i pretoriani (scorta personale dell’imperatore, spesso coinvolti nelle congiure o intrighi di palazzo) Tiberio  all’inizio del suo incarico cercò di condurre una politica filo-senatoria dimostrandosi anche un ottimo amministratore delle finanze pubbliche e burocrate; poi, per via del suo carattere scontroso e sospettoso, guastò i rapporti col senato anche a causa della cattiva influenza del prefetto del pretorio Seiano, uomo meschino e spregiudicato a cui affida l’amministrazione di Roma dopo essersi ritirato a Capri. Proprio a causa del disinteressamento alla politica attiva Tacito ne dà un severo giudizio. Seiano accrebbe il suo potere enormemente eliminando tutti i nemici politici tanto che Tiberio fu poi costretto ad ucciderlo e a tornare ad occuparsi in prima persona del governo di Roma ereditando però i metodi di Seiano della repressione poliziesca di veri o presunti oppositori. Caligola  era il nipote di Tiberio, salì al trono con un vasto consenso popolare, ma poi perse la simpatia del senato per il modo dispotico ed eccessivamente autoritario di esercitare il potere, ispirato alle monarchie orientali ellenistiche e ad Alessandro Magno. Oltre al culto smodato di sé Caligola introdusse anche, sulla scia dell’amore per l’oriente, il culto di alcune divinità egizie come Iside. Sia per questo che per la politica estera assai dispendiosa fu assassinato da un ufficiale pretoriano a seguito di una congiura. Claudio  Seneca ce lo descrive come un uomo schivo, amante degli studi e poco adatto a ricoprire incarichi di potere (si diceva fosse succube dei liberti di corte e delle sue quattro mogli), ma in realtà resse l’impero con dignità (unico della dinastia): risollevò le finanze pubbliche, promosse opere pubbliche come la costruzione del porto di Ostia, rafforzò e ampliò i confini conquistando la Britannia, riorganizzò l’impero in molte province. Morì avvelenato probabilmente della moglie Agrippina, dopo che ella gli fece adottare un figlio avuto da un precedente matrimonio, Nerone, per assicurargli l’eredità al trono. Nerone (54 – 68 d.C.)  salì al trono a soli diciassette anni e inizialmente, anche grazia all’appoggio del precettore Seneca e della madre Agrippina si dimostrò un sovrano

Lo scopo di Fedro è il “miscere utile dulci” ovvero, attraverso la narrazione di una vicenda divertente, fornire un insegnamento morale, spesso riguardo ai rapporti sociali o ai vizi e alle virtù degli uomini impersonati facilmente dagli animali  come in Esopo gli animali diventano maschere fisse: lupo = cattiveria, volpe = furbizia, agnello = mansuetudine, formica = laboriosità... Ne emerge quasi sempre una visione pessimistica della realtà poiché deboli e onesti sono sempre le vittime incapaci di ribellarsi ai soprusi, per questo è considerato un portavoce dei ceti subalterni ai quali però offre come unica soluzione quella di accettare la realtà adattandosi ad essa senza tentare grossi cambiamenti, che spesso sono più dannosi che utili  se i deboli vogliono sopravvivere devono imparare a stare al proprio posto. Non c’è satira né ironia nelle favole di Fedro anche perché il clima culturale oppressivo non lo permetteva. PROLOGO FAVOLA I

In pochissimi versi Fedro ci indica il modello a cui si ispira, Esopo, (definito auctor), da cui

deriva la materia delle sue favole, ma precisa anche la sua innovazione di aver messo in versi senari qualcosa che prima era in prosa. Esplicita anche lo scopo del suo libretto ovvero educare attraverso la fantasia e il riso. IL LUPO E L’AGNELLO La favola è divisibile in tre parti:

  1. Vengono presentati i due protagonisti e viene fornita una collocazione spaziale: il lupo e l’agnello si trovano allo stesso fiume per abbeverarsi, il lupo più in alto e l’agnello più in basso.
  2. Il dialogo che costituisce il nucleo vero e proprio della vicenda: emerge la paradossale iniquità delle tre accuse del lupo all’agnello ovvero intorbidare la sua acqua (pur essendo più in basso), aver sparlato di lui sei mesi prima (pur non essendo ancora nato) e aver avuto un padre che ha sparlato di lui. Per questo il lupo si sente giustificato a sbranare l’agnello.
  3. La morale esplicita: Fedro si rivolge agli uomini che con falsi pretesti “schiacciano” gli innocenti. È una denuncia di oppressione in cui condanna il tentativo del più forte di dare legittimazione giuridica al sopruso che sta compiendo. Fedro sembra dar voce al malcontento dei soggetti sociali sottomessi o subalterni.
  • È ripresa da un’omonima favola di Esopo ma ha una maggiore drammaticità data dall’uso del discorso diretto.
  • Non può non notarsi l’allusione implicita alla realtà contemporanea in particolare all’uso “politico” della giustizia in età tiberiana (giustizia che si tramuta in ingiustizia e soprusi)
  • Il lupo incarna la cattiveria, la prepotenza, la superbia, l’agnello incarna la mansuetudine, la debolezza, la sudditanza, l’essere inerme. SENECA VITA
  • Nacque a Cordoba nel 4 a.C. da una ricca famiglia equestre della provincia di Spagna (il padre scriveva le declamazioni per illustri oratori e retori). Venne mandato a Roma per intraprendere un’educazione letteraria, storica, retorica, filosofica e lì entrò a contatto con lo stoicismo che lui abbraccerà, l’epicureismo e i neopitagorici; poi trascorse un breve periodo in Egitto per curare una malattia polmonare; al rientro a Roma cominciò il cursus honorum, diventando prima di tutto questore e contemporaneamente si dedicò all’attività oratoria.
  • Durante il regno di Caligola fu condannato a morte dall’imperatore per il semplice fatto di aver difeso in senato una causa brillantemente, ma per fortuna venne salvato da un’amica dell’imperatore  scrive la “Consolatio ad Marciam” e comincia il “De ira”.
  • Durante il regno di Claudio venne mandato in esilio in Corsica dal 41 al 49 d.C. con l’accusa di un presunto adulterio (il vero motivo è ignoto). Il suo comportamento in questo periodo è ambivalente: dice di stare bene anche lontano da casa perché un vero saggio è sereno ovunque, ma in fondo vorrebbe tornare a Roma e infatti tenta più volte di ingraziarsi nuovamente Claudio per poter rimpatriare  elogio nella “Consolatio ad Polybium”. Tenta di consolare anche la madre per la lontananza con la “Consolatio ad Helviam matrem”.
  • Poi Agrippina riuscì a ottenere il perdono per lui e lo nomina, alla morte di Claudio, precettore del giovanissimo imperatore Nerone  finisce il “De ira”, scrive il “De brevitate vitae” e l’Apokolokyntosis in cui si prende beffa di Claudio (definito “l’apoteosi della zucca”).
  • Per i primi cinque anni del governo di Nerone (quinquennio aureo) Seneca fu il suo consigliere politico nonché amicus = precettore morale personale e la sua influenza era visibile nella buona amministrazione dell’impero. Vivendo a corte e godendo di privilegi economici importanti, Seneca divenne uno degli uomini più ricchi di Roma  scrive il “De clementia”, il “De tranquillitate animi” ed alcune tragedie.
  • Nel 59 a.C. Nerone, che da qualche tempo non ascoltava più i consigli di Seneca, fece uccidere la madre Agrippina e il prefetto del pretorio cui subentra l’odiato e crudele Tigellino, atto che decretò la fine dell’illusione per un governo autocratico ma illuminato, progetto originario di Seneca; per questo nel 62 a.C. decide di compiere un vero e proprio distacco dalla vita pubblica e politica e ritirarsi a vita privata per dedicarsi esclusivamente ai suoi studi nel 62 a.C. (SECESSUS)  scrive il “De otio” e le “Epistulae morales ad Lucilium”.
  • Nel 65 d.C., anno dopo l’incendio, venne scoperta la congiura di Pisone e Seneca, insieme ad altri letterati, fu costretto al suicidio perché accusato di complicità, anche se il suo coinvolgimento nella vicenda non è mai stato chiaro. OPERE
    • Dialoghi
    • Trattati filosofico-morali
    • Satira menippea
    • Epistolario
    • [Tragedie]

materiale  contraddizione: lui ha un tenore di vita altissimo siccome vive a corte e per

questo scrive una sorta di excusatio non petita (scusa non richiesta): i filosofi/saggi sono

legittimati ad essere ricchi così possono dimostrare ancor di più di sapersi distaccare dai beni materiali nonostante ne possiedano molti. Inoltre cerca di mettersi al riparo dalle critiche affermando di non essere un saggio bensì soltanto un uomo che sta provando a diventarlo. (Seneca viene spesso accusato di essere contradditorio e di “predicare bene e razzolare male”).

2. TRATTATI FILOSOFICO-MORALI (3)  De clementia (v. dopo in “filosofia e potere”), De beneficiis, Naturales questiones (scientifico). RAPPORTO TRA FILOSOFIA E POTERE, TRA ETICA E POLITICA, TRA OTIUM E NEGOTIUM Per un intellettuale romano, rapportarsi o compromettersi con il potere era pressocché inevitabile. Il rapporto di Seneca con il potere mutò nel corso del tempo poiché per gran parte della sua vita fu molto attivo politicamente, basti pensare al ruolo che aveva con Nerone, ma a un certo punto, dopo aver capito di non poter più esercitare alcuna influenza sull’imperatore decise di ritirarsi a vita privata. Di conseguenza è naturale che egli si sia occupato del rapporto tra vita attiva e vita contemplativa chiedendosi più volte: quale delle due è meglio? La sua risposta muta nel tempo, ma un principio è sempre ricorrente: l’uomo deve agire con l’obiettivo di essere utile agli altri uomini, non può sottrarsi alle proprie responsabilità.

DE TRANQUILLITATE ANIMI (poco prima prima del secessus): è composto da una prima

parte di richiesta d’aiuto dell’amico Anneo Sereno, affetto da un malessere, il taedium

vitae (l’essere annoiato dalla vita) a cui Seneca risponde nella seconda parte dando una

serie di spunti per “guarire” da questo male a partire dalla ricerca dell’equilibrio tra

l’ otium e il negotium, ossia tra vita pubblica e vita privata. L’insicurezza di Sereno che

oscilla tra i gli insegnamenti di Seneca e le lusinghe dei piaceri della vita mondana, è parallela all’insicurezza del filosofo il quale in quel momento probabilmente stava iniziando a pianificare suo ritiro a vita privata. Tutto ruota attorno al concetto di serenità dell’animo per raggiungere la quale è necessario un equilibrio tra i doveri del saggio di giovare agli altri e i limiti derivanti dalla realtà politica dell’epoca. Sono due i nodi fondamentali:

  • è legittimo ad un ceto punto, se le circostanze lo impongono, ritirarsi a vita privata, ma dev’essere un processo graduale, fatto un passo alla volta, sempre mantenendo l’onore intatto perché chi si ritira con le armi in pugno è sempre più degno di rispetto.
  • la sua morale complessiva di Seneca è una morale attiva, fondata sul bene comune: il vero uomo trova sempre una via d’uscita in qualunque situazione o circostanza per rendersi utile agli altri.

DE CLEMENTIA (poco prima del secessus): scrive questo trattato per Nerone e affronta il

rapporto tra princeps e sudditi nonché il programma per un governo assoluto ma

illuminato. Comincia con un elogio a Nerone per due motivi: 1. è stupito per la clemenza dimostrata finora dal principe, 2. ha paura che le cose possano cambiare a breve, cosa

che infatti accadrà presto. Secondo Seneca esiste un re giusto dominato dal logos che è

in grado di governare come la mente divina, dunque per lui la monarchia è giusta e

necessaria perché è lo specchio della mens divina. È un esempio di realismo politico

poiché non parla dell’utopia repubblicana bensì ha accettato la presenza inevitabile e irreversibile del potere assoluto e si concentra sull’unico correttivo possibile per mantenerlo un governo “sano”, ovvero renderlo una cosiddetta “monarchia paternalistica” cioè formare il sovrano dal punto di vista morale. La filosofia infatti ha il compito di rendere saggio questo monarca. Siccome non ci sono leggi civili che limitano il suo potere tutto è riposto nella legge morale  la virtù centrale è la clemenza, una virtù politica e militare insieme: si tratta della capacità di controllarsi quando si ha il potere di punire, della mitezza di chi stabilisce le pene; essa è la virtù con cui il principe si distingue dal tiranno, si procura la fedeltà dei cittadini e garantisce la stabilità

dell’impero. Sarà proprio la mancanza di clemenza a causare il secessus e tutto ciò che

ne consegue.

DE OTIO (dopo il secessus): è la resa dei conti  la questione del ritiro a vita privata

appare risolta: Seneca afferma che vi sono circostanze in cui il filosofo è obbligato a

lasciare il negotium (tempo dedicato agli incarichi pubblici e politici) per dedicarsi

all’ otium (intervallo tra gli officia, dedicato allo studio, alla riflessione, al riposo). In

questo caso la realtà in cui lui vive, frutto dell’esercizio arbitrario del potere, è ormai fatta esclusivamente di crudeltà e ingiustizia perciò il saggio non può più essere utile ai contemporanei; per questo è costretto per una questione di sopravvivenza (non è una

scelta volontaria) a ritirarsi per dedicarsi ad una vita contemplativa (all’ otium), tramite

l’esercizio della quale potrà essere ancora utile ai posteri (rimane comunque l’intento stoico). Visto il sovrapporsi continuo della sua duplice personalità, storico-politica e filosofico- intellettuale, è spontaneo chiedersi se Seneca è stato effettivamente il filosofo che ha

provato a fare di Nerone un princeps saggio e clemente, per poi diventare una vittima

del suo regime oppure è stato invece un complice dei suoi delitti poi caduto miseramente in disgrazia? Infatti, se è indubbio che il suo influsso contribuì alla

prosperità del quinquennium aureo, è altrettanto vero che un testo come il “De

clementia” avrebbe potuto giustificare il progetto di Nerone di trasformare l’impero in una monarchia orientalizzante dove il rapporto tra sovrano e popolo dipendesse non dal diritto ma dalla magnanimità “precaria” del regnante. Fu molto probabilmente il matricidio di Agrippina a cambiare irrimediabilmente le cose: fu infatti l’occasione in cui Seneca capì che l’involuzione autocratica di Nerone era ormai inarrestabile. Il conseguente allontanamento dalla vita pubblica fu dunque quasi obbligato soprattutto per la sua convinzione puramente stoica di dover giovare innanzitutto all’umanità intera prima ancora che a una precisa realtà politica, cosa divenuta impossibile in quel momento. Nell’ultima fase della sua vita infatti Seneca comprende di non poter più

praticare la libertas politica, ma solo quella interiore  aspetto che emerge

nell’epistolario.

3. SATIRA MENIPPEA  Apokolokyntosis (riguarda sempre il rapporto col potere prima di Nerone) Letteralmente il titolo significa “la deificazione della zucca”, dove la “zucca=lo zuccone” è Claudio infatti è una sarcastica dissacrazione del defunto imperatore, una parodia della sua (non-)deificazione. Seneca ci lavorò dopo la morte di Claudio, quando gli venne

affidato il compito di scrivere la laudatio funebris in suo onore: egli si attenne

ossequiosamente all’incarico e ne tesse lodi sperticate, ma tutto l’odio e il rancore per

  • miseria dell’uomo di fronte alle avversità della vita
  • assalto delle passioni e del male
  • la morte e lo scorrere del tempo (riprese nel “De brevitate vitae”)  EPUSTULA 24: celebre frase “Cotidie morimur” = “moriamo ogni giorno”  certi uomini hanno un amore sottile verso la morte, sentono un richiamo verso di essa e sono per lo più coloro che avvertono una mancanza, un vuoto nella propria vita (oggi diremmo i depressi) e per questo hanno atteggiamenti rischiosi, talvolta folli, sono sprezzanti del pericolo ed eccessivamente coraggiosi. Noi vediamo la morte come qualcosa che ci sta davanti, che arriverà “un giorno” in futuro, ma in realtà in parte l’abbiamo già superata e in parte la stiamo vivendo proprio in questo momento: l’evento finale infatti è semplicemente quello decisivo, ma senza tutti i giorni trascorsi precedentemente alla morte non si può arrivare; perciò noi moriamo ogni giorno poiché ogni giorno siamo sempre più vicini alla morte (non è solo l’ultima goccia che fa traboccare il vaso ma tutte le precedenti che l’hanno riempito). La filosofia è uno strumento di libertà anche nei confronti della morte da cui riesce a distaccare l’uomo saggio il quale sarà in grado di guardarla in faccia con serenità. Innovazione = scoperta dell’interiorità  prima (Cicerone) la libertà vera era quella

politica, la civitas, invece Seneca capisce che la filosofia è lo strumento per resistere alla

storia e l’interiorità è l’unico luogo in cui gli uomini possono sottrarsi ai mali esterni (per questo è ripreso molto dai cristiani). La filosofia è proprio una guida verso la sapienza e in questo cammino Seneca è aperto all’influenza delle altre scuole filosofiche oltre allo stoicismo. È in generale contrario alla conoscenza enciclopedica = conoscenza fine a se stessa, è convinto che ciò che si impara debba poi essere utile nella vita. Ne consegue che il saggio non è un individuo al di sopra degli altri, ma semplicemente una persona che cerca di migliorarsi giorno per giorno attraverso la costante pratica dell’“esame di

coscienza”  si considera contemporaneamente maestro e discepolo ( discet at docet).

Stile (delle epistole ma applicabile in generale a Seneca) =

  • Struttura frase: sintassi asimmetrica, paratassi (prevalenza subordinate), frasi brevi, pochi nessi sintattici, parallelismi, frammentazione;
  • Lessico: ricco e vario, linguaggio tecnico filosofico;
  • Figure retoriche: poliptoto, allitterazione, assonanza, metafore ambito quotidiano, militare, giuridico, analogie;

- Brevitas, uso di sententiae, tono colloquiale.

ELENCO TEMI DI SENECA:

  • Stoicismo infarcito di altre correnti
  • Filosofo utile agli altri (impegno sociale)
  • Fine pratico della filosofia = raggiungere la sapienza
  • Rapporto col potere
  • Contrapposizione otium/negotium
  • Il tempo e la morte
  • Analisi critica delle passioni
  • Cura di sé nel progresso morale verso la virtù TESTI T3 pag. 59: DE CLEMENTIA: “MONARCHIA ASSOLUTA E SOVRANO ILLUMINATO” Nella prima parte Seneca parla con l’intento di fare da “specchio” a Nerone, per mostrargli l’immagine di se stesso, visto che si sta avviando a ricoprire la carica più importante di Roma. Egli afferma che non c’è ricompensa per aver compiuto azioni virtuose se non la virtù stessa e che, prima di rivolgersi al popolo, bisogna innanzitutto esaminare la propria coscienza per poi gestire con clemenza quella massa turbolenta, priva di ragione e incapace di vedere il bene comune (giustifica la monarchia assoluta perché è l’unico modo per tenere a bada il popolo). Dopodichè, tramite l’espediente

della sermocinatio, Nerone si rivolge a se stesso e fa un lungo monologo in cui si mostra

consapevole del fatto che ogni cosa dipende da lui: l’allegria dei sudditi, la prosperità di un luogo, la pace o la guerra, ecc. Nonostante questo immenso potere non è mai stato spinto dall’ira o dalla vanagloria a infliggere supplizi iniqui poiché è sempre stato guidato dalla clemenza in quanto consapevole del fatto che, prima di decidere la sorte degli altri, deve rendere conto alla propria coscienza e soprattutto agli dei (sembra polemizzare contro gli abusi di Claudio, suo predecessore). Seneca fa una celebrazione delle capacità di autocontrollo dell’imperatore, immagine ideale di un sovrano-sapiente (illuminato). T4 pag. 61: DE CLEMENTIA: “AUGUSTO E NERONE, DUE DIVERSI ESEMPI DI CLEMETIA” Seneca fa un paragone fra queste due figure per sottolineare come il princeps debba esercitare il potere assoluto lasciandosi guidare dalla clementia e rifuggendo dall’ira (due passioni opposte). Mentre Augusto, trisavolo di Nerone, era stato un uomo mite, giusto e clemente soltanto dopo aver ottenuto il potere con sanguinose guerre civili (la sua era una “crudeltà stanca”), Nerone invece è il vero esempio di princeps ideale poiché possiede questa virtù nell’indole, seppur ancora giovanissimo, ed ha conquistato il potere senza che il popolo romano spargesse una sola goccia di sangue. T9 pag. 75: EPISTULA 7: “IL SAGGIO RIFUGGA DAL MESCOLARSI ALLA FOLLA” Seneca parla del rapporto tra il saggio e gli altri e mette in guardia Lucilio sul pericolo più grande per un saggio ovvero la folla poiché essa è dominata dalla brutalità, dall’irrazionalità, e dalla corruzione. Il popolo è dannoso all’integrità morale di un filosofo poiché contamina con i suoi vizi il suo animo già di per sé fragile (metafora del malato in convalescenza). Tra la massa infatti ci sarà sicuramente qualcuno che, afflitto dai vizi, potrebbe contagiarlo e, quanto è più numerosa è la folla, tanto più è probabile incorrere in questi soggetti. Nulla è più dannoso alla moralità come intrattenersi oziosamente in qualche spettacolo poiché attraverso il divertimento è più facile che il vizio si insinui. Seneca si accorge di tornare più crudele, inumano, avido e ambizioso quando esce e si ritrova in mezzo al popolo e a proposito fa un esempio: un giorno per dilettarsi all’ora di pranzo si recò a teatro sperando di vedere uno spettacolo divertente e invece i precedenti combattimenti tra gladiatori erano stati un atto di pietà in confronto. Basta un solo esempio di lussuria o avidità (per esempio pranzare con un commensale ricco e raffinato) per portare dalla parte del male anche l’animo più puro e innocente. Alla fine Seneca ammonisce Lucilio sul fatto che non dovrebbe né odiare né imitare la folla per non diventare simile a loro ma nemmeno nemico di essi, che sono moltissimi. Per farlo occorre che egli si ritiri in se stesso e frequenti chi lo rende migliore e chi può rendere

la sorte stabiliscono l’uno piuttosto che l’altro destino. La fortuna e la mobilità sociale possono portare a un ribaltamento della situazione come nel caso precedente di Callisto. Seneca porta un altro esempio, quello della sconfitta di Varo nella battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., quando la fortuna umiliò i personaggi di più nobile stirpe e li fece diventare pastori e guardiani di capanna. Alla luce del fatto che le condizioni possono cambiare in ogni istante, invita Lucilio a ricordarsi ogni volta che gli viene in mente quanto è grande il potere che può esercitare sui suoi servi, che un suo eventuale futuro padrone potrebbe esercitare lo stesso potere su di lui. Poi, con la tecnica della

sermocinatio, si immagina una probabile risposta da parte della maggioranza dei

padroni raffinati che giudicano vergognoso un tale rapporto col servo. Eppure Seneca ricorda che gli antenati sono stati bravissimi in questo: nell’accogliere la schiavitù come parte della famiglia e sfruttare questo solido rapporto a loro vantaggio. Aggiunge inoltre che non esistono schiavi migliori di altri solo perché svolgono mansioni meno grossolane, ma che essi vanno valutati esclusivamente per la loro moralità, poiché essa viene dall’indole mentre il mestiere lo affida il caso. Invita Lucilio a non cercarsi amici nel Foro (= tra i potenti), ma prima ancora nella sua stessa casa e a non giudicare una persona solo dal rango sociale o dall’abito (dall’apparenza). Pensa che sia meglio essere profondamente rispettati che ammoniti dai propri servi perciò reputa giusto e ammirevole il modo in cui Lucilio si comporta con essi: egli li ammonisce con le parole e non con le frustate poiché la violenza si usa con gli animali sprovvisti di logos. La considerazione finale è che c’è stata una progressiva degenerazione nel rapporto servo- padrone e quest’ultimi si stanno insuperbendo sempre di più fino a comportarsi come i re che, dimenticandosi della propria immensa potenza rispetto all’altrui debolezza, non hanno pietà verso i loro schiavi. È importante sottolineare il fatto che né lo statuto giuridico né l’istituto della schiavitù sono messi in discussione dal filosofo che non intende contestare l’ordinamento politico ed economico della società in cui vive. T16 pag. 96: DE BREVITATE VITAE CAP. 1: “VITA SATIS LONGA EST” Seneca enuncia subito l’argomento centrale dell’opera: tutti gli uomini si lamentano perché la vita concessa loro è troppo breve, invece secondo lui è sufficientemente lunga: infatti la vita non è breve in sé, ma è avvertita soggettivamente come tale poiché la maggior parte degli uomini fanno un cattivo uso del tempo a loro disposizione, ma se ben spesa non sarà più percepita come tale. Coloro che sono sempre occupati nei loro

officia ( negotium) o si lasciano trasportare dalla dissolutezza si accorgono troppo tardi

che la vita è trascorsa e non si rendono conto che sta scivolando via sotto i loro occhi proprio mentre la stanno progettando. E non è solo il popolo incolto e ingenuo a lamentarsi di ciò ma anche uomini illustri come Ippocrate (“la vita è breve, l’arte della medicina è lunga”) e Aristotele (“agli animali è stata concessa una vita più lunga tanto da poter portare avanti dalle cinque alle dieci generazioni, mentre all’uomo, nato per

grandi imprese, è stato concesso poco tempo”). Al contrario chi si dedica all’ otium (vita

contemplativa), rivendicando consapevolmente che il tempo appartiene a se stessi e a ciascuno di noi spetta la responsabilità di impiegarlo nel migliore dei modi, ne fanno un buon uso perciò la durata della vita a costoro risulterà sufficiente. Così come le ricchezze se finiscono in mano a un cattivo padrone in un attimo svaniscono, mentre se affidate a un buon guardiano prosperano, allo stesso modo funziona il tempo: la vita non è breve ma noi la rendiamo tale poiché siamo prodighi nei confronti del tempo ovvero ne sprechiamo tanto, troppo.

T17 pag. 99: EPISTULA 1: “RECUPERARE IL SENSO DEL TEMPO PER RECUPERARE IL SENSO DELLA VITA” Essendo la prima lettera fa da introduzione all’intera opera delle “Epistulae morales ad Lucilium”. Qui affronta lo stesso tema del “De brevitate vitae” ossia il trascorrere del tempo, bene prezioso spesso sperperato in attività futili e di cui occorre riprendere il possesso se si vuole davvero essere padroni di sé. L’altro tema importante è quello della morte, vista non come evento terrificante collocato in un vago futuro, ma come compagna costante dell’uomo: tutto il tempo già trascorso infatti è come se fosse stato già consegnato ad essa e la vita del filosofo non è che una preparazione ad affrontare la morte (v. epistola 24). L’ultimo tema fondamentale è quello della conquista di se stessi attraverso il dominio delle passioni e la liberazione dai condizionamenti esterni.