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riassunti su Ovidio, Fedro e Seneca per prepararsi alla maturità
Tipologia: Dispense
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Le informazioni sulla sua vita le sappiamo dall’opera autobiografica che scrive in esilio,
equestre. Viene mandato a Roma per formarsi come retorico, ma poi si dedicò esclusivamente alla scrittura entrando a far parte del circolo di Messalla Corvino e restando in stratto contatto con la corte augustea. Nell’8 d.C. viene mandato in esilio a Tomi, sul Mar Nero, dallo stesso Augusto e lì muore nel 17 d.C. In realtà si trattò di una
contrasto con il rigido piano moralistico di difesa dei costumi romani che egli stava
di corte che aveva coinvolto una nipote di Augusto, di cui era stato complice o forse solo spettatore indesiderato. Per ingraziarsi di nuovo l’imperatore e ritornare dall’esilio
piano di valorizzazione delle antiche tradizioni), ma invano. C’è da sottolineare il fatto che progressivamente durante l’Età augustea la morale si era irrigidita sempre di più fino a relegare l’intellettuale a cui viene limitata enormemente la libertà di espressione artistica. OPERE PRINCIPALI
gelosia) con originalità. L’originalità di Ovidio sta sia nella forma poiché usa un tono raffinato e al contempo divertito, sia nel contenuto poiché l’amore di cui parla non è più quello verso un’unica donna ammirata quasi in contemplazione (ci sono più donne e storie di adulteri o tradimenti intrecciati) su cui si concentra ogni attenzione del poeta e non descrive più le pene d’amore o la sofferenza di non essere ricambiati, ma l’amore
rivolge infatti a un pubblico interessato a temi amorosi leggeri, privi di preoccupazioni moralistiche, interpretando il ruolo del cantore lieto e scherzoso. L’ARS AMATORIA (2) È un poema epico-didascalico in tre libri che ha come obiettivo quello di insegnare agli uomini come conquistare le donne (libro I) e come mantenere il loro amore (libro II) e alle donne come sedurre gli uomini (libro III) sorta di “manuale dell’amore” in cui, per spiegare meglio i concetti, si ricorre ad esempi storici e mitologici. È una duplice provocazione letteraria: 1. perché Ovidio contamina l’elegia latina, dalla tematica amorosa leggera, con il genere didascalico serio e moralistico proponendosi come un
di Roma che ne emerge è quella di una città fatta di spettacoli circensi o teatrali, feste, banchetti e luoghi ameni dove regnano l’edonismo e la sensualità; questa descrizione, unita alla sua spregiudicatezza nei confronti dell’etica sessuale e della tradizione del matrimonio rende l’opera alquanto provocatoria rispetto alle norme sociali imposte dall’austero moralismo augusteo. Nel proemio dell’opera Ovidio abbozza un’autodifesa preventiva specificando di cantare amori non proibiti, infatti le donne di cui parla non
veramente eversivo, anzi accettava i precetti dell’etica tradizionale, semplicemente voleva conciliare, in quanto artista, i valori della sfera civile con le esigenze private e per questo chiedeva un po’ di tolleranza (non di giustificazione), eppure l’opera gli costò l’esilio. LE METAMORFOSI (3) Poema epico-mitologico in esametri suddiviso in 15 libri che racconta 250 miti (greci e romani) legati al tema della trasformazione (la metamorfosi appunto) che si susseguono più o meno in ordine cronologico anche se talvolta si passa dall’uno all’altro per analogia o antitesi tematica, per contiguità geografica o per rapporti genealogici tra i personaggi. Utilizza molto la tecnica dell’incastro = storia nella storia. Possiamo riassumerne la suddivisione così:
raffinatezza formale. È un poema collettivo fatto di tante storie indipendenti in cui il filo conduttore è la trasformazione come legge fondamentale dell’universo a cui l’uomo deve adeguarsi: tutto è in continua trasformazione, nulla resta fermo e uguale questo filo conduttore cerca di dare unità ed estensione al poema nonostante sia una raccolta di episodi
non resta che decretare l’alloro suo albero sacro, con cui verranno cinte le teste dei vincitori trionfanti di ritorno a Roma e con cui verrà ornata la casa di Augusto. ECO E NARCISO (T10 pag. 403) Storia: la ninfa Eco venne rifiutata da Narciso e per il dolore si rifugiò in un bosco deserto, ma neppure questo stato di isolamento le dava tregua dalle pene d’amore perciò progressivamente deperì finché gli umori non abbandonarono il suo corpo lasciandole soltanto la voce (l’eco appunto) e le ossa, per questo si dice che sia stata tramutata in roccia. Dopo di lei Narciso sedusse altre ninfe e altri giovani di entrambe i sessi finché la dea della vendetta Nemesi decise di punirlo; egli venne a trovarsi dopo una battuta di
immagine riflessa e si innamorò perdutamente di essa, dell’illusione di avere di fronte un ragazzo bello come un dio. Più volte tese invano le braccia nell’acqua nel tentativo di abbracciarlo, e, ingenuamente folgorato, ora arde d’amore per qualcosa che non ha consistenza; è al tempo stesso soggetto e oggetto della passione, accende il fuoco e ne è arso tanto che nulla riesce a muoverlo da lì, nemmeno la fame e il sonno. Egli è devastato per l’impossibilità di raggiungere fisicamente ciò che vede e lo ammalia e invoca la pietà delle selve che lo circondano, convinto che esse non abbiano mai visto nessuno struggersi e consumersi per amore come lui, non riesce ad accettare il fatto che l’oggetto del suo desiderio sia così vicino eppure così irraggiungibile. Poi si rivolge al fanciullo nello specchio d’acqua e lo esorta ad uscire fuori, convinto che il suo amore sia ricambiato siccome vede che egli risponde ai suoi cenni, quando tenta di abbracciarlo ricambia e sembra rimandargli anche delle parole (in realtà è l’effetto dell’immagine specchiata). A questo punito si accorge che quell’immagine non è che la propria riflessa, ma ormai è innamorato perdutamente e l’unica cosa che desidera è allontanarsi dall’oggetto del desiderio, ma essendo il suo stesso corpo, non può. Si accorge che le forze lo stanno abbandonando e che morirà di lì a breve per consunzione ancora nel fiore della giovinezza. E la morte non lo spaventerebbe, se sapesse che colui che ama sopravviverà, ma così non può essere perché amante e amato coincidono perciò si estingueranno insieme. Alla sua morte il suo corpo viene mutato nel fiore Narciso. Temi: perdita dell’identità, narcisismo termine adottato dalla psicoanalisi (degenerazione di un aspetto normale della natura umana, l’amore di sé, che porta a un totale distacco con il mondo reale e alla morte psicologica del soggetto; dal narcisismo deriva l’individualismo), metamorfosi doppia (Eco roccia, Narciso fiore). L’ETÀ GIULIO CLAUDIA 14 d.C. = morte di Augusto 68 d.C. = morte Nerone Augusto aveva cercato prima di morire di assicurare degli eredi al trono di suo gradimento, che potessero portare avanti il suo progetto di preservare le tradizioni morali e religiose romane, ma sia il cognato che i nipoti che egli aveva scelto morirono prima perciò nel 14 d.C. salì al trono Tiberio, figlio avuto dalla moglie in un precedente matrimonio e appartenete alla dinastia claudia, ecco perché si parla di età giulio-claudia quando ci riferiamo al periodo del regno di Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Non ci fu la continuità desiderata da Augusto poiché questi imperatori adottarono metodi di repressione violenta nei confronti degli oppositori politici e intellettuali, siccome l’autorità morale e la promessa della pax dopo le guerre civili non bastavano più affinché
i sudditi tollerassero il potere assoluto del princeps di buon grado. Già nell’ultima fase dell’età augustea c’era stata un’involuzione dell’apertura culturale che aveva invece contraddistinto i primi anni; i controlli della censura si erano fatti più serrati e quest’aspetto sarà esasperato dagli imperatori della dinastia giulio-claudia, incapaci di attorniarsi di intellettuali che appoggiassero davvero i loro progetti politici e che li aiutassero nella propaganda siccome le pene erano severe, di questo periodo storico ci è giunta soltanto la letteratura del consenso (gli scrittori d’opposizione pagavano anche con la vita) e le opere di oratoria decaddero poiché sostanzialmente non servivano più in senato, nei comizi e nei tribunali siccome ogni decisione era presa dall’imperatore (divenne un esercizio puramente scolastico). Le forze in gioco che si contendevano il potere nella società di quel tempo dettando l’equilibrio e la stabilità dell’impero erano:
ricchi cavalieri)
Lo scopo di Fedro è il “miscere utile dulci” ovvero, attraverso la narrazione di una vicenda divertente, fornire un insegnamento morale, spesso riguardo ai rapporti sociali o ai vizi e alle virtù degli uomini impersonati facilmente dagli animali come in Esopo gli animali diventano maschere fisse: lupo = cattiveria, volpe = furbizia, agnello = mansuetudine, formica = laboriosità... Ne emerge quasi sempre una visione pessimistica della realtà poiché deboli e onesti sono sempre le vittime incapaci di ribellarsi ai soprusi, per questo è considerato un portavoce dei ceti subalterni ai quali però offre come unica soluzione quella di accettare la realtà adattandosi ad essa senza tentare grossi cambiamenti, che spesso sono più dannosi che utili se i deboli vogliono sopravvivere devono imparare a stare al proprio posto. Non c’è satira né ironia nelle favole di Fedro anche perché il clima culturale oppressivo non lo permetteva. PROLOGO FAVOLA I
deriva la materia delle sue favole, ma precisa anche la sua innovazione di aver messo in versi senari qualcosa che prima era in prosa. Esplicita anche lo scopo del suo libretto ovvero educare attraverso la fantasia e il riso. IL LUPO E L’AGNELLO La favola è divisibile in tre parti:
materiale contraddizione: lui ha un tenore di vita altissimo siccome vive a corte e per
legittimati ad essere ricchi così possono dimostrare ancor di più di sapersi distaccare dai beni materiali nonostante ne possiedano molti. Inoltre cerca di mettersi al riparo dalle critiche affermando di non essere un saggio bensì soltanto un uomo che sta provando a diventarlo. (Seneca viene spesso accusato di essere contradditorio e di “predicare bene e razzolare male”).
2. TRATTATI FILOSOFICO-MORALI (3) De clementia (v. dopo in “filosofia e potere”), De beneficiis, Naturales questiones (scientifico). RAPPORTO TRA FILOSOFIA E POTERE, TRA ETICA E POLITICA, TRA OTIUM E NEGOTIUM Per un intellettuale romano, rapportarsi o compromettersi con il potere era pressocché inevitabile. Il rapporto di Seneca con il potere mutò nel corso del tempo poiché per gran parte della sua vita fu molto attivo politicamente, basti pensare al ruolo che aveva con Nerone, ma a un certo punto, dopo aver capito di non poter più esercitare alcuna influenza sull’imperatore decise di ritirarsi a vita privata. Di conseguenza è naturale che egli si sia occupato del rapporto tra vita attiva e vita contemplativa chiedendosi più volte: quale delle due è meglio? La sua risposta muta nel tempo, ma un principio è sempre ricorrente: l’uomo deve agire con l’obiettivo di essere utile agli altri uomini, non può sottrarsi alle proprie responsabilità.
serie di spunti per “guarire” da questo male a partire dalla ricerca dell’equilibrio tra
oscilla tra i gli insegnamenti di Seneca e le lusinghe dei piaceri della vita mondana, è parallela all’insicurezza del filosofo il quale in quel momento probabilmente stava iniziando a pianificare suo ritiro a vita privata. Tutto ruota attorno al concetto di serenità dell’animo per raggiungere la quale è necessario un equilibrio tra i doveri del saggio di giovare agli altri e i limiti derivanti dalla realtà politica dell’epoca. Sono due i nodi fondamentali:
illuminato. Comincia con un elogio a Nerone per due motivi: 1. è stupito per la clemenza dimostrata finora dal principe, 2. ha paura che le cose possano cambiare a breve, cosa
in grado di governare come la mente divina, dunque per lui la monarchia è giusta e
poiché non parla dell’utopia repubblicana bensì ha accettato la presenza inevitabile e irreversibile del potere assoluto e si concentra sull’unico correttivo possibile per mantenerlo un governo “sano”, ovvero renderlo una cosiddetta “monarchia paternalistica” cioè formare il sovrano dal punto di vista morale. La filosofia infatti ha il compito di rendere saggio questo monarca. Siccome non ci sono leggi civili che limitano il suo potere tutto è riposto nella legge morale la virtù centrale è la clemenza, una virtù politica e militare insieme: si tratta della capacità di controllarsi quando si ha il potere di punire, della mitezza di chi stabilisce le pene; essa è la virtù con cui il principe si distingue dal tiranno, si procura la fedeltà dei cittadini e garantisce la stabilità
ne consegue.
appare risolta: Seneca afferma che vi sono circostanze in cui il filosofo è obbligato a
questo caso la realtà in cui lui vive, frutto dell’esercizio arbitrario del potere, è ormai fatta esclusivamente di crudeltà e ingiustizia perciò il saggio non può più essere utile ai contemporanei; per questo è costretto per una questione di sopravvivenza (non è una
l’esercizio della quale potrà essere ancora utile ai posteri (rimane comunque l’intento stoico). Visto il sovrapporsi continuo della sua duplice personalità, storico-politica e filosofico- intellettuale, è spontaneo chiedersi se Seneca è stato effettivamente il filosofo che ha
del suo regime oppure è stato invece un complice dei suoi delitti poi caduto miseramente in disgrazia? Infatti, se è indubbio che il suo influsso contribuì alla
clementia” avrebbe potuto giustificare il progetto di Nerone di trasformare l’impero in una monarchia orientalizzante dove il rapporto tra sovrano e popolo dipendesse non dal diritto ma dalla magnanimità “precaria” del regnante. Fu molto probabilmente il matricidio di Agrippina a cambiare irrimediabilmente le cose: fu infatti l’occasione in cui Seneca capì che l’involuzione autocratica di Nerone era ormai inarrestabile. Il conseguente allontanamento dalla vita pubblica fu dunque quasi obbligato soprattutto per la sua convinzione puramente stoica di dover giovare innanzitutto all’umanità intera prima ancora che a una precisa realtà politica, cosa divenuta impossibile in quel momento. Nell’ultima fase della sua vita infatti Seneca comprende di non poter più
nell’epistolario.
3. SATIRA MENIPPEA Apokolokyntosis (riguarda sempre il rapporto col potere prima di Nerone) Letteralmente il titolo significa “la deificazione della zucca”, dove la “zucca=lo zuccone” è Claudio infatti è una sarcastica dissacrazione del defunto imperatore, una parodia della sua (non-)deificazione. Seneca ci lavorò dopo la morte di Claudio, quando gli venne
ossequiosamente all’incarico e ne tesse lodi sperticate, ma tutto l’odio e il rancore per
storia e l’interiorità è l’unico luogo in cui gli uomini possono sottrarsi ai mali esterni (per questo è ripreso molto dai cristiani). La filosofia è proprio una guida verso la sapienza e in questo cammino Seneca è aperto all’influenza delle altre scuole filosofiche oltre allo stoicismo. È in generale contrario alla conoscenza enciclopedica = conoscenza fine a se stessa, è convinto che ciò che si impara debba poi essere utile nella vita. Ne consegue che il saggio non è un individuo al di sopra degli altri, ma semplicemente una persona che cerca di migliorarsi giorno per giorno attraverso la costante pratica dell’“esame di
Stile (delle epistole ma applicabile in generale a Seneca) =
consapevole del fatto che ogni cosa dipende da lui: l’allegria dei sudditi, la prosperità di un luogo, la pace o la guerra, ecc. Nonostante questo immenso potere non è mai stato spinto dall’ira o dalla vanagloria a infliggere supplizi iniqui poiché è sempre stato guidato dalla clemenza in quanto consapevole del fatto che, prima di decidere la sorte degli altri, deve rendere conto alla propria coscienza e soprattutto agli dei (sembra polemizzare contro gli abusi di Claudio, suo predecessore). Seneca fa una celebrazione delle capacità di autocontrollo dell’imperatore, immagine ideale di un sovrano-sapiente (illuminato). T4 pag. 61: DE CLEMENTIA: “AUGUSTO E NERONE, DUE DIVERSI ESEMPI DI CLEMETIA” Seneca fa un paragone fra queste due figure per sottolineare come il princeps debba esercitare il potere assoluto lasciandosi guidare dalla clementia e rifuggendo dall’ira (due passioni opposte). Mentre Augusto, trisavolo di Nerone, era stato un uomo mite, giusto e clemente soltanto dopo aver ottenuto il potere con sanguinose guerre civili (la sua era una “crudeltà stanca”), Nerone invece è il vero esempio di princeps ideale poiché possiede questa virtù nell’indole, seppur ancora giovanissimo, ed ha conquistato il potere senza che il popolo romano spargesse una sola goccia di sangue. T9 pag. 75: EPISTULA 7: “IL SAGGIO RIFUGGA DAL MESCOLARSI ALLA FOLLA” Seneca parla del rapporto tra il saggio e gli altri e mette in guardia Lucilio sul pericolo più grande per un saggio ovvero la folla poiché essa è dominata dalla brutalità, dall’irrazionalità, e dalla corruzione. Il popolo è dannoso all’integrità morale di un filosofo poiché contamina con i suoi vizi il suo animo già di per sé fragile (metafora del malato in convalescenza). Tra la massa infatti ci sarà sicuramente qualcuno che, afflitto dai vizi, potrebbe contagiarlo e, quanto è più numerosa è la folla, tanto più è probabile incorrere in questi soggetti. Nulla è più dannoso alla moralità come intrattenersi oziosamente in qualche spettacolo poiché attraverso il divertimento è più facile che il vizio si insinui. Seneca si accorge di tornare più crudele, inumano, avido e ambizioso quando esce e si ritrova in mezzo al popolo e a proposito fa un esempio: un giorno per dilettarsi all’ora di pranzo si recò a teatro sperando di vedere uno spettacolo divertente e invece i precedenti combattimenti tra gladiatori erano stati un atto di pietà in confronto. Basta un solo esempio di lussuria o avidità (per esempio pranzare con un commensale ricco e raffinato) per portare dalla parte del male anche l’animo più puro e innocente. Alla fine Seneca ammonisce Lucilio sul fatto che non dovrebbe né odiare né imitare la folla per non diventare simile a loro ma nemmeno nemico di essi, che sono moltissimi. Per farlo occorre che egli si ritiri in se stesso e frequenti chi lo rende migliore e chi può rendere
la sorte stabiliscono l’uno piuttosto che l’altro destino. La fortuna e la mobilità sociale possono portare a un ribaltamento della situazione come nel caso precedente di Callisto. Seneca porta un altro esempio, quello della sconfitta di Varo nella battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., quando la fortuna umiliò i personaggi di più nobile stirpe e li fece diventare pastori e guardiani di capanna. Alla luce del fatto che le condizioni possono cambiare in ogni istante, invita Lucilio a ricordarsi ogni volta che gli viene in mente quanto è grande il potere che può esercitare sui suoi servi, che un suo eventuale futuro padrone potrebbe esercitare lo stesso potere su di lui. Poi, con la tecnica della
padroni raffinati che giudicano vergognoso un tale rapporto col servo. Eppure Seneca ricorda che gli antenati sono stati bravissimi in questo: nell’accogliere la schiavitù come parte della famiglia e sfruttare questo solido rapporto a loro vantaggio. Aggiunge inoltre che non esistono schiavi migliori di altri solo perché svolgono mansioni meno grossolane, ma che essi vanno valutati esclusivamente per la loro moralità, poiché essa viene dall’indole mentre il mestiere lo affida il caso. Invita Lucilio a non cercarsi amici nel Foro (= tra i potenti), ma prima ancora nella sua stessa casa e a non giudicare una persona solo dal rango sociale o dall’abito (dall’apparenza). Pensa che sia meglio essere profondamente rispettati che ammoniti dai propri servi perciò reputa giusto e ammirevole il modo in cui Lucilio si comporta con essi: egli li ammonisce con le parole e non con le frustate poiché la violenza si usa con gli animali sprovvisti di logos. La considerazione finale è che c’è stata una progressiva degenerazione nel rapporto servo- padrone e quest’ultimi si stanno insuperbendo sempre di più fino a comportarsi come i re che, dimenticandosi della propria immensa potenza rispetto all’altrui debolezza, non hanno pietà verso i loro schiavi. È importante sottolineare il fatto che né lo statuto giuridico né l’istituto della schiavitù sono messi in discussione dal filosofo che non intende contestare l’ordinamento politico ed economico della società in cui vive. T16 pag. 96: DE BREVITATE VITAE CAP. 1: “VITA SATIS LONGA EST” Seneca enuncia subito l’argomento centrale dell’opera: tutti gli uomini si lamentano perché la vita concessa loro è troppo breve, invece secondo lui è sufficientemente lunga: infatti la vita non è breve in sé, ma è avvertita soggettivamente come tale poiché la maggior parte degli uomini fanno un cattivo uso del tempo a loro disposizione, ma se ben spesa non sarà più percepita come tale. Coloro che sono sempre occupati nei loro
che la vita è trascorsa e non si rendono conto che sta scivolando via sotto i loro occhi proprio mentre la stanno progettando. E non è solo il popolo incolto e ingenuo a lamentarsi di ciò ma anche uomini illustri come Ippocrate (“la vita è breve, l’arte della medicina è lunga”) e Aristotele (“agli animali è stata concessa una vita più lunga tanto da poter portare avanti dalle cinque alle dieci generazioni, mentre all’uomo, nato per
contemplativa), rivendicando consapevolmente che il tempo appartiene a se stessi e a ciascuno di noi spetta la responsabilità di impiegarlo nel migliore dei modi, ne fanno un buon uso perciò la durata della vita a costoro risulterà sufficiente. Così come le ricchezze se finiscono in mano a un cattivo padrone in un attimo svaniscono, mentre se affidate a un buon guardiano prosperano, allo stesso modo funziona il tempo: la vita non è breve ma noi la rendiamo tale poiché siamo prodighi nei confronti del tempo ovvero ne sprechiamo tanto, troppo.
T17 pag. 99: EPISTULA 1: “RECUPERARE IL SENSO DEL TEMPO PER RECUPERARE IL SENSO DELLA VITA” Essendo la prima lettera fa da introduzione all’intera opera delle “Epistulae morales ad Lucilium”. Qui affronta lo stesso tema del “De brevitate vitae” ossia il trascorrere del tempo, bene prezioso spesso sperperato in attività futili e di cui occorre riprendere il possesso se si vuole davvero essere padroni di sé. L’altro tema importante è quello della morte, vista non come evento terrificante collocato in un vago futuro, ma come compagna costante dell’uomo: tutto il tempo già trascorso infatti è come se fosse stato già consegnato ad essa e la vita del filosofo non è che una preparazione ad affrontare la morte (v. epistola 24). L’ultimo tema fondamentale è quello della conquista di se stessi attraverso il dominio delle passioni e la liberazione dai condizionamenti esterni.