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Vita e pensiero di Fedro e Seneca e rispettive opere
Tipologia: Appunti
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LIBERTUS AUGUSTI , ‘ Schiavo liberato ’. I dati biografici a noi pervenuti sono pochi: Fedro nacque in Macedonia e visse tra la tarda età augustea e quella tiberiana. Nel proemio del III libro delle Favole , Fedro stesso ci informa che venne perseguitato ingiustamente dal prefetto del pretorio Elio Seiano , uomo di fiducia di Tiberio. Fu definito uno schiavo affrancato per meriti culturali: aveva conoscenze della lingua greca e spesso insegnava tramite le sue favole ad un pubblico giovanile. Le favole grazie alla personificazione degli animali avevano delle morali molto chiare: ‘ hoc favola doce ’ (la favola insegna questo). La morale era posta all’inizio o alla fine della favola. Fedro propone una morale (INSEGNAMENTO DI VITA) rinunciataria , passiva , che esprime disincanto, una visione della realtà pessimistica , in quanto l’ Età imperiale era torbida dal punto di vista politico, delle violenze , prepotenze e sopraffazioni. Seneca scrive ‘ la favola è un genere a Roma non ancora tentato’ , quando invece Fedro aveva già pubblicato i suoi testi: gli storici pensarono che o Seneca non conosceva l’autore di favole, o, molto probabilmente, non era un suo grande stimatore. LA RACCOLTA DI FAVOLE Fedro scrisse 93 favole raccolte in 5 libri ; ma forse ne conteneva altre trenta , oggi raccolte con il titolo di Appendix Perottina. Egli si colloca come primo autore di Favole nella letteratura latina scritte in versi , al contrario del suo modello greco Esopo del VI secolo a.C. Pertanto Fedro nel proemio dell’intera raccolta rivendica la sua cura formale, il primato nella scelta del verso, il senario giambico, metro delle palliatae. CARATTERISTICHE È Fedro stesso a dichiarare nel proemio o prologo del primo libro le informazioni della sua poetica: le favole venivano pubblicate a serie e ognuna aveva un prologo informativo: si difende dagli attacchi della critica, accusato di eccessiva brevità e popolarità dei suoi versi, mostrandosi consapevole delle sue qualità artistiche e chiarendo gli scopi della sua poesia: divertire, insegnare a vivere. I personaggi sono spesso gli animali personificati, ma anche esseri umani come Socrate, Pompeo o Tiberio. Nonostante siano umani o animali, l’obiettivo della favola è lo stesso, cioè quello di inquadrare le virtù o i vizi umani. Questi accoppiamenti tra virtù o vizi e animali, sono rimasti come proverbi: furbo come una volpe, ingenuo come un agnello, prepotente o nobile come un leone. La caratteristica principali delle favole di Fedro: i personaggi qualsiasi essi siano, incarnano le abitudini del mondo umano: dalle divisioni sociali al rispetto delle leggi. Secondo la visione pessimistica dell’autore anche nelle favole il più forte vince sul più debole, la violenza sulla ragione, la prepotenza sulla gentilezza.
Per questo, grazie alla voce di questi animali personaggi personificati, Fedro da voce alla classe sociale degli schiavi che non ha mai potuto esprimere le proprie opinioni e in questo si rivela anche il suo carattere autobiografico. Il suo scopo non è quello di cambiare la società ma di evidenziare i fatti per come si presentano nella realtà: la constatazione amara che le leggi su cui si basa la società degli uomini, sono profondamente ingiuste. Infatti ogni storia si conclude allo stesso modo di come nella vita reale si verificano i fatti: ad esempio la sopraffazione del più potente sul più debole farà si che la favola terminerà con l’agnello sbranato dalla volpe. LA MORALE DELLA FAVOLA Ad ogni testo raccontato, corrisponde una specifica ‘lezione di vita’. L’autore attraverso la brevità del narrare insiste su un vizio o una virtù (brevitas). Spesso la morale precede la narrazione per rendere tale insegnamento ancora più conciso agli occhi del lettore. LO STILE Nonostante la potenza allegorica di queste favole (verità scomode nel contesto politico e sociale), la fortuna di Fedro fu quella di aver avuto un pubblico scolastico attraverso uno stile piano, chiaro, grazie alla brevità delle favole. Il successo è indiscusso anche da parte di autori postumi come l’intellettuale di corte del Re Sole, Jean de La Fontaine, le cui favole furono ispirate a Fedro.
L’opera del De Otio affronta il tema dell’impegno in una prospettiva diversa, cioè quella di chi lontano dalla vita politica, si ritura a pensare alla differenza tra otium e negotium , cioè il rapporto tra impegno e disimpegno. Nella prima parte del testo Seneca affronta l’otium secondo la prospettiva degli storici, come Zenone che giustificano l’otium in presenza di validi motivi e degli epicurei come Epicuro che lo cercano intenzionalmente. È chiaro che quest’opera sia stata scritta da Seneca nel momento in cui si stava ritirando dalla vita pubblica, quindi dopo il 56 quando pubblicò il De Clementia. Si evince anche dal testo quando nomina la ‘ vita appartata ’. Seneca infatti ha un atteggiamento che nobilita la vita intellettuale, infatti se lo Stato è troppo corrotto il sapiente non deve fare sforzi vani, quindi ritirandosi alla vita intellettuale aiuta se stesso ma anche l’umanità intera e i posteri. Quindi l’autore cerca anche in qualche modo di preferirlo al negotium in quanto quest’ultimo conferisce un insegnamento al solo stato. L’opera infatti prosegue con un elenco di impedimenti che si presentano al saggio dedito al negotium. Nella seconda parte del De Otio Seneca propone due repubbliche che sono a disposizione del saggio: la minor che coincide con la realtà politica in cui viviamo, la major che coincide con lo stato universale. Infine la dialettica tra otium e negotium non è originaria dei tempi di Seneca ma nasce da delle riflessioni dell’età repubblicana. Agli inizi infatti non era possibile la rinuncia al negotium, quindi all’impegno politico e l’otium era semplicemente un’interruzione, un momento di riposo dal negotium. Verso la fine dell’età repubblicana, l’otium viene visto da un diverso punto di vista: cioè se servire lo stato diventa impossibile e inefficace, l’otium diventa una seconda strada che il sapiens può intraprendere per giovare all’umanità intera. Non coincide più con il riposo dal negotium ma divine anch’esso un tipo di impegno, come affermò anche Sallustio dopo Cicerone.