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riassunto Tissone per l'esame di antropologia culturale
Tipologia: Sintesi del corso
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“Io non sono qui” è un lavoro che me.e in discussione l’idea tradizionale di autobiografia definita da Philippe Lejeune , secondo cui un testo è autobiografico solo se c’è un’iden 9 tà chiara tra autore, narratore e protagonista. Questo legame viene chiamato “pa 3 o autobiografico” , ed è visto come indispensabile per poter parlare davvero di autobiografia. Il proge.o analizza oltre 1100 proposte di serie tv scri 3 e da studen> italiani tra il 2018 e il 2021, me.endo in evidenza come i giovani autori della Generazione Z preferiscano un nuovo 9 po di racconto personale: il “pa 3 o non-autobiografico”. In questo caso, l’autore racconta qualcosa di sé ma senza iden 9 ficarsi apertamente con il protagonista. È una forma di protezione, sia dagli altri che da se stessi, che perme.e comunque di parlare della propria interiorità senza esporsi in modo dire.o. La drammaturgia televisiva , in par 9 colare quella delle serie tv, diventa quindi uno strumento u 9 le per esprimere emozioni e vissu 9 nascos 9. Le serie rappresentano un ambiente familiare e sicuro per ques 9 giovani, che sono cresciu 9 guardandole e imparando da esse anche a livello emo 9 vo e culturale. Grazie alla “svolta narra>va” teorizzata da Jerome Bruner , che considera il Sé come un insieme di esperienze raccontate e non come qualcosa di fisso e razionale, si apre la strada a un modo nuovo di usare la narrazione: narra$ve-therapy > come strumento terapeu 9 co e di conoscenza di sé.
Questa parte si concentra non solo sugli scriL degli studen 9 , ma sopra.u.o su chi li ha scriF. Il vero obieLvo della ricerca è capire gli scriven> : giovani che, a.raverso la scri.ura di finzione (in par 9 colare serie tv), raccontano qualcosa di sé senza farlo apertamente. Il proge.o analizza più di 1000 proposte scri.e da studen 9 delle scuole superiori italiane (durante PCTO MYOS, tra il 2018 e il 2021). L’ogge.o centrale è la serie tv , considerata parte importante della cultura della Generazione Z, cresciuta durante il periodo d’oro della serialità televisiva. Il conce.o chiave è il “TRANSFERT SERIALE” : i giovani autori, pur non scrivendo dire.amente di sé, finiscono per proie 3 arsi inconsapevolmente nei personaggi e nelle storie che inventano. Anche se affermano “ io non sono qui ”, in realtà rivelano molto del proprio mondo interiore. La finzione drammaturgica diventa quindi un mezzo a.raverso cui possono esprimere pensieri, emozioni e insicurezze che non direbbero mai in modo dire.o. Le serie tv offrono un ambiente familiare e confortevole , che perme.e loro di raccontare sé stessi “di nascosto”. Inoltre, la loro inesperienza nel campo della scri.ura drammaturgica (sono neofi> ) fa sì che spesso non riescano a separarsi completamente dalle storie che scrivono. Proprio per questo, i loro tes 9 risultano ricchi di elemen 9 in 9 mi e personali (transfer), anche se maschera 9 dalla finzione. Capitolo I. Dalla ricerca al metodo, al metodo critico In questo capitolo viene spiegato l’approccio teorico e metodologico scelto per analizzare gli scriL. Il lavoro non pretende di essere completo : offre solo “verità parziali” , frammen 9 che aiutano a comprendere un contesto generazionale e culturale. Ispirandosi a studiosi come James Clifford (che vede nella finzione un’opportunità di comprensione culturale) e Adorno (con la sua idea di “disincanto del conce.o”), l’autore propone un metodo cri 9 co che valorizza la complessità e i limi> della ricerca. Anche se l’antropologia italiana ha spesso evitato di studiare i mass media, oggi si propone di superare questo pregiudizio. Vengono cita 9 diversi autori e studi che hanno aperto nuove strade:
- PROPOSTA CONCILIATORIA>^ Fabio Dei^ invita a superare il rifiuto verso la cultura di massa e propone un dialogo tra folklore e cultura popolare contemporanea. - Francesco Aliber>^ suggerisce di combinare etnografia classica con strumen^9 digitali, come l’analisi di chat e social. - Anna Iuso e Quinto Antonelli , nello studio^ "Scrivere agli idoli" , analizzano migliaia di le.ere inviate dai fan a Gigliola CinqueL, usandole come materiale antropologico per capire la società italiana degli anni ’60 e ’70. Infine, l’autore elenca gli 8 pun> del metodo cri 9 co per analizzare gli scriL degli studen 9 :
studen 9 a rifle.ere sul conce.o di diversità e inclusione. In numerosi raccon 9 del proge.o MYOS, il personaggio au 9 s 9 co diventa una figura simbolica, allegoria dell’adolescente alienato, spaesato, ma profondamente umano. Capitolo IV. Il transfert seriale È questo il principio su cui si fonda l’intera indagine di Tissone, ed è ciò che perme.e all’autore di avvicinarsi, con cautela, a una verità sugli studen 9 che hanno partecipato al proge.o MYOS, partendo dai loro tes 9 di finzione. La tesi di base è che, anche quando i giovani autori sono convin 9 di non raccontare nulla di sé, in realtà finiscono per farlo – spesso con maggiore sincerità e profondità di quanto farebbero in un testo esplicitamente autobiografico. La finzione, in questo senso, diventa un modo per dire la verità senza esporsi completamente. Tu.avia, ciò apre una ques 9 one complessa: come dis>nguere la verità dalla finzione? Chi legge è chiamato a svolgere un delicato lavoro interpreta 9 vo, ma la stessa ricerca non pretende mai di compiere una separazione ne.a tra verità storica e verità narra 9 va. Anzi, si riconosce che a volte è solo a 3 raverso la finzione che la verità riesce a emergere. Raccontare sé stessi, infaL, è spesso difficile – e in cer 9 casi, impossibile. Due ostacoli principali rendono ardua questa impresa: uno esogeno , cioè la paura del giudizio altrui, e uno endogeno , ovvero la difficoltà dell’autore stesso a riconoscere o acce.are ciò che prova. In questo senso, la drammaturgia rappresenta un rifugio prezioso: perme.e di nascondersi pur raccontandosi , creando uno spazio prote.o dove la propria interiorità può essere esplorata senza esporsi dire.amente.
affida in par 9 colare al pensiero di Jerome Bruner , il quale sos 9 ene che l’essere umano è naturalmente predisposto a pensare in termini narra 9 vi. Secondo Bruner, la narrazione non è solo una modalità espressiva, ma una stru 3 ura cogni>va innata che guida l’apprendimento e l’organizzazione dell’esperienza. In questo senso, raccontare equivale a comprendere. Bruner osserva anche che chi scrive, specialmente in forma autobiografica, tende ad ado.are strategie derivate dalla cultura (come i turning point o i ruoli da an 9 eroe) per dare forma alla propria storia, sia per renderla più comprensibile, sia per proteggerla. Questa costruzione narra 9 va, tu.avia, comporta anche un rischio: quello di confondere il verosimile con il vero. Da qui nasce la tensione tra verità narra 9 va e verità storica> nel lavoro con gli studen 9 , questa tensione si manifesta anche in un altro aspe.o: la difficoltà a mantenere una distanza dal proprio personaggio. Qui entra in gioco il celebre consiglio agli scri.ori: kill your darling (“uccidi il tuo bambino”), che richiama la necessità di distaccarsi emo 9 vamente dalle proprie creazioni. Ma per chi scrive per la prima volta, questo è molto difficile> questo perché la scuola, in generale, privilegia l’analisi testuale e trascura la formazione crea 9 va, lasciando poco spazio alla sperimentazione narra 9 va. Per questo mo 9 vo, i giovani partecipan 9 si sono confronta 9 per la prima volta con la scri.ura drammaturgica, senza sapere bene come affrontarla. Quando viene chiesto loro di inventare una serie TV, la domanda più comune è: “Come devo scrivere?”. Questa inesperienza, tu.avia, si rivela un punto di forza. Proprio perché non hanno ancora gli strumen 9 per creare una distanza tecnica tra sé e il testo, finiscono per immergersi completamente nelle storie che inventano. E spesso, senza volerlo, raccontano qualcosa di profondamente vero su sé stessi. È qui che entra in gioco il conce.o di TRANSFER SERIALE > si tra.a di un meccanismo inconscio, simile alla proiezione freudiana , a.raverso cui lo scrivente trasferisce aspeL del proprio Sé all’interno di un contesto narra 9 vo. Grazie al “pa.o del io non sono qui ”, chi scrive si libera dal peso del giudizio e riesce a esprimere contenu 9 in 9 mi. Non è l’autore che parla dire.amente, ma il personaggio – l’eroe o l’antagonista – che prende in carico le sue paure, i suoi desideri o le sue fragilità. Il termine “seriale” nel conce.o di transfer si riferisce invece alla centralità delle serie TV nella formazione culturale ed emo>va della Generazione Z. Abitua 9 a vivere in simbiosi con le storie seriali, i giovani autori si muovono con disinvoltura all’interno di stru.ure narra 9 ve che conoscono profondamente. Questo raddoppia il senso di protezione e di agio: non solo possono nascondersi dietro la finzione, ma lo fanno in un linguaggio familiare. Tu.avia, va chiarito che questo meccanismo non è universale: vale sopra 3 u 3 o per i giovani neofi> , per i quali la scri.ura drammaturgica rappresenta un’esperienza nuova, e quindi incontrollata. Proprio per questo, le loro narrazioni riescono spesso a dire più del vero che un racconto autobiografico consapevole, costre.o a misurarsi con 9 nuamente con i faL.
pensiero di Philippe Lejeune , celebre teorico del “pa.o autobiografico”. Secondo Lejeune, si può parlare di autobiografia solo quando vi è iden>tà tra autore, narratore e protagonista. In caso contrario, il testo appar 9 ene ad altri generi affini ma dis 9 n 9.
Applicando questo criterio, si nota che pochissimi degli scriF analizza> soddisfano i requisi> dell’autobiografia in senso stre.o. Tu.avia, la narrazione retrospeLva – 9 pica dell’autobiografia – è spesso presente, così come la volontà di raccontare una personalità. In questo modo, i tes 9 dei ragazzi sembrano ribaltare il pa 3 o autobiografico : al posto del “io sono qui”, si afferma un nuovo pa.o – il “ io non sono qui ” – che però perme.e, in modo paradossale, di raccontarsi più auten>camente. In questo contesto, la drammaturgia e la serialità diventano strumen> per accedere a una verità più profonda , superando sia la paura del giudizio che le barriere interne dell’autore. E anche se ques 9 tes 9 non sono autobiografie in senso stre.o, contengono comunque una sostanza autobiografica , frammentata e dissimulata, ma presente.
I lavori che seguono sono fru.o di qua.ro anni di storia del proge.o MYOS, dal 2018 al 2021. È stata fa.a una cernita e selezionato un campione ristre.o di 594 scriL, della maggior parte dei quali verranno offer 9 in le.ura solo frammen 9 , senza modifiche o correzioni. Un campione ancora più ristre.o merita di essere riportato in più lunga estensione, di quest’ul 9 mo saranno riporta 9 i nomi e cognomi degli autori. Vengono proposte le schede dei personaggi e le “cara.eris 9 che peculiari” individuate dai loro autori. Capitolo V. La paura di essere letti. Il quinto capitolo si apre su una zona d’ombra della scri 3 ura giovanile : quella in cui il transfert seriale non riesce ad aLvarsi, o lo fa solo in modo parziale. Se finora la scri.ura drammaturgica ha rappresentato uno strumento u 9 le per raccontarsi aggirando l’ostacolo del giudizio, qui entriamo in un territorio in cui la scri.ura si fa esitante, frenata, e talvolta addiri.ura difensiva> il solo fa.o di sapere che qualcun altro leggerà quanto scri.o ha innescato, in mol 9 studen 9 , un processo di chiusura. Alcuni di loro hanno messo in a.o vere e proprie strategie di occultamento , e non sempre in modo ingenuo: c’è, talvolta, una soLle consapevolezza nella scelta di non raccontare davvero, o di raccontare “altro” pur dicendo qualcosa di sé. Uno dei traL più interessan 9 di ques 9 tes 9 è che, nonostante siano meno espos 9 , ci parlano ugualmente degli autori. Non a.raverso una confessione, ma a.raverso il modo in cui si so.raggono. In altre parole: non parlano di sé, ma ci dicono molto sul loro modo di evitare di farlo.
narrazioni, emerge una denuncia profonda: la scuola viene vissuta come un luogo che pretende uniformità , che non valorizza le singolarità ma le soffoca. Infine, sebbene meno frequentemente, anche gli amici e i coetanei possono diventare caLvi mentori. In ques 9 casi, però, la guida non si fonda sull’autorità, ma su un potere più soLle: l’influenza, il condizionamento. Anche qui, il nodo centrale rimane la ricerca di sé: la costruzione di un’iden 9 tà autonoma, che non si lasci modellare da figure ingannevoli o os 9 li. Alla fine, il caFvo mentore è la maschera dell’impossibilità di trovare sé stessi in qualcun altro. È il simbolo di una generazione che si muove in un paesaggio relazionale incerto, in cui le guide sembrano assen 9 , inadeguate, o dannose. Ma proprio per questo, l’incontro – o lo scontro – con il mentore diventa tappa fondamentale. Il protagonista deve affrontare questa figura per riuscire a definire sé stesso, anche a costo di perderla. La scri.ura, ancora una volta, offre uno spazio per questa elaborazione: un territorio prote.o in cui me.ere in scena i propri confliL, i propri bisogni, le proprie mancanze. L’unica via d’uscita possibile, secondo ques 9 tes 9 , sembra essere la comunicazione. Ma una comunicazione auten 9 ca, profonda, difficile da raggiungere, sopra.u.o tra genitori e figli. È lì che si gioca la possibilità del superamento del confli.o. Non sempre ci si riesce, ma la scri.ura – pur nelle sue ombre – indica la direzione del tenta 9 vo. Capitolo VII. La catastrofe digitale. Gli scriven$ cercano sé stessi nel digitale Il digitale è parte integrante dell’iden 9 tà della generazione Z, che si è trovata a crescere in un mondo già saturato da internet e tecnologia. Marc Prensky, nel suo saggio “Digital Na 9 ve, Digital Immigrants”, ha introdo.o una dis 9 nzione tra chi è nato e cresciuto con il digitale – i cosiddeL “na 9 vi digitali” – e chi invece ha scoperto il web in età adulta, gli “immigra 9 digitali”. Questa dis 9 nzione è diventata un punto di riferimento fondamentale per capire le dinamiche generazionali legate alla tecnologia. Tu.avia, questa linea di demarcazione rischia di essere troppo rigida, perché non considera la complessità e le sfumature della generazione Z. Gli autori delle storie qui analizzate si riconoscono indubbiamente come na 9 vi digitali, eppure il loro rapporto con la tecnologia è tu.’altro che semplice o sereno. Nonostante siano immersi nel digitale fin dalla nascita, non sempre si sentono a proprio agio in questo mondo. Spesso, la responsabilità di questa ambivalenza è a.ribuita al mondo adulto, che tende a demonizzare il digitale, a vederlo come una minaccia più che come una risorsa> nel confronto con gli adul 9 , spesso sospe.osi o spaventa 9 dalla rivoluzione digitale, ques 9 giovani finiscono per rivolgere contro sé stessi una sorta di autocondanna, una cri 9 ca che li porta a demonizzare ciò che li definisce. Il digitale raccontato in queste storie si declina in diverse so.ocategorie, ognuna con un suo par 9 colare carico simbolico e narra 9 vo:
fuori dal digitale, quasi a so.olineare l’impossibilità di conciliare la dimensione reale con quella virtuale. In questo quadro, la tecnologia diventa un “mostro” da cui difendersi, capace di schiavizzare, alienare e distruggere. È una sorta di autocondanna iden 9 taria, una contraddizione dolorosa tra essere e sen 9 rsi prigionieri del proprio mondo. Nel complesso, ques 9 tes 9 raccontano di due mondi che si scontrano e si sfidano: il reale e il digitale. Al centro, gli adolescen 9 sono chiama 9 a decidere a quale parte appartenere, spesso spin 9 e condiziona 9 dagli sguardi e dai giudizi esterni, sopra.u.o quelli degli adul 9. Il digitale diventa così un demone e al tempo stesso la firma inconfondibile di una generazione. C’è a.razione e repulsione, paura e speranza, perdita e salvezza. Per mol 9 di ques 9 giovani, abbandonarsi completamente al digitale significa lasciarsi divorare, ma è anche l’unica via per esprimere e vivere una libertà che altrove sembra negata. Questa ambivalenza è la vera “catastrofe digitale”: un mondo che spaventa ma che, allo stesso tempo, cos 9 tuisce il luogo in cui la generazione Z tenta di trovare e affermare sé stessa. Capitolo VIII. Se vuoi puoi! Il capitolo rifle.e sul conce.o tedesco di Bildungsroman , spesso trado.o in italiano come “romanzo di formazione”, ma che porta con sé una ricchezza di significa 9 ben più profonda. Il suo cuore sta in una parola, Bildung , che non indica solo un percorso concluso, ma una con 9 nua metamorfosi: non soltanto l’opera compiuta, ma anche chi la compie. Nella creazione, l’uomo – in perenne divenire – si avvicina al divino. Goethe riconosce in questo un dualismo mirabile: l’autore che diviene sé stesso scrivendo. Tu.avia, con il tempo, la scri.ura si è spostata verso un orizzonte centrato più sul le.ore che sull’autore, trasformandosi in un mezzo per educare i più giovani: bas 9 pensare a Pinocchio. Oggi, l’eredità di questo filone si ritrova nel coming of age , il genere che racconta il passaggio dell’adolescente all’età adulta. Qui, il percorso di crescita diventa una dimostrazione: se ci credi davvero, puoi farcela. È questa l’essenza di molte storie amate dalla generazione Z, orientate da una fede incrollabile nell’impegno individuale. La morale è chiara: “Se vuoi, puoi”. Ma dietro questa retorica edificante si nascondono paure profonde. L’adolescente teme di non riuscire, di essere inadeguato. Lo sforzo incessante di dover trovare sé stesso, di realizzarsi, non è mai fine a se stesso, ma affiancato da un 9 more: non farcela. Nelle storie scri.e da studen 9 , spesso il percorso appare sostenuto da even 9 fortui 9 o s 9 moli esterni – un amore, un’occasione – che consentono al protagonista di compiersi. Ma in alcuni raccon 9 emerge una voce diversa, più auten 9 ca: non sempre , spiegano gli autori, se vuoi puoi > fallisce nella sua carriera spor 9 va e lo acce.a, scegliendo una futuro più solido e verosimile> si nasconde un bisogno profondo di “lasciarci anche fallire”. Capitolo IX. L’amore-terrore e lo specchio. Non c’è un solo volto dell’amore nei raccon 9 della generazione Z, ma mol 9. Ciò che emerge con ne.ezza è che l’amore è spesso vissuto come una fonte di ansia e paura, più che di passione o gioia. I giovani sembrano temere il rischio di “me.ersi in gioco”, di affidarsi all’altro. E così, anche quando l’amore appare come una fiaba, su di essa grava un velo di terrore. Tra le storie più intense c’è quella dell’“amante predatore”: relazioni tossiche, inganni calcola 9 , violenze emo 9 ve, a volte rovesciamen 9 sorprenden 9 , come quando una viLma diventa carnefice. Ma c’è anche chi racconta un amore che diventa una gabbia psicologica: come la ragazza che ama qua.ro persone, ma scopre che dentro di sé convive una mul 9 plicity più dolorosa. Qui l’altro diventa uno specchio spaventoso di se stessi. Ed emergono anche altre forme: c’è chi, inizialmente incapace di amare gli altri, sceglie di concentrarsi su sé stesso, anzi, sull’autonomia della propria iden 9 tà. Questo amore verso sé diventa una via di emancipazione, in par 9 colare per molte ragazze, mentre per altri – sopra.u.o ragazzi – diventa narcisismo, specchio di una società sempre più egocentrica e individualis 9 ca. Parla anche la metafora dello “specchio” : più volte ricorre, fisico o simbolico, come simboleggiare la difficoltà a vedersi davvero. In una storia, lo specchio (che poteva essere uno smartphone) si rompe so.o il peso di un amore vero, e solo allora il protagonista sme.e di limitarsi al riflesso degli altri, ritrovandosi finalmente. Qui emerge un messaggio potente: l’amore e la consapevolezza di sé nascono solo quando finiscono le dipendenze esteriori. Non mancano poi altre sfumature: lo specchio “magico” che rivela il passato, amori che sfidano le apparenze, reazioni contro sen 9 men 9 edulcora 9. E ancora, storie ispirate a faL reali: ragazzi soli, violen 9 , che diventano protagonis 9 di drammi terribili, accompagna 9 da una profonda empa 9 a verso la loro solitudine. CAPITOLO X. EGEMONI E SUBALTERNI. UNA DISTANZA SUPERATA? Il capitolo si apre con una riflessione sul conce.o gramsciano di egemonia culturale , inteso come quel potere diffuso che una classe privilegiata esercita sugli altri a.raverso idee, valori e abitudini, per mantenere il controllo. A opporsi a questa egemonia ci sono i subalterni , coloro che, pur presen 9 nella società, restano esclusi dal potere e dal
L’ul 9 ma storia, forse la più semplice e dire.a, racconta la malaLa di uno dei due giovani autori. Qui non c’è alcun gioco narra 9 vo: è il bisogno di raccontare che spinge la penna, come se la scri.ura stessa fosse l’unico modo per sopportare il peso del reale. In tu.e queste narrazioni, ciò che emerge è il potere della parola di far emergere verità personali nascoste, spesso inaccessibili anche allo stesso scrivente. Il transfert seriale, dunque, non si nega, ma si arricchisce: anche quando l’autore afferma “io sono qui”, è come se stesse mostrando il backstage della sua stessa finzione, costruendo una storia che, proprio perché finta, riesce a essere profondamente vera.