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La cognizione del dolore sintesi e morale
Tipologia: Sintesi del corso
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La cognizione del dolore. –Classico. Prima edizione dell’opera nel 1963; romanzo con narratore esterno e onnisciente, storia ambientata dal 28 agosto ai primi di settembre (anno 1934). -Gonzalo: ingegnere, reduce di guerra, aspirante scritto. È insieme alla madre il protagonista della vicenda, presentato sia direttamente, sia attraverso narrazioni di altri personaggi. Sul suo conto corrono le voci più surreali, viene definito come misantropo, vorace, iracondo e avido. Viene descritto visivamente come un uomo alto e curvo, vestito male, dall’espressione angosciata e malinconica. Frequenti sono i suoi scatti d’ira. -La madre: già dalle prime pagine le viene conferito, con le esclamazioni di chi la conosce “povera signora, povera donna”, quel ruolo di vittima che manterrà per tutto il romanzo. Il più grande dolore della fragile 74enne è nell’essere ridotta temere il figlio, l’unico rimastole in vita: cerca di compiacerlo e assecondarlo, ma non riesce a fermare i suoi scatti d’ira. I suoi occhi definiti dall’autore “velati dal dolore”, dimostrano come sia ormai sbiadita la traccia dell’affabilità e dell’orgoglio di un tempo. -José e Battistina: sono soltanto alcuni dei numerosi domestici che lavorano alla villa dei Pirobutirro. Il peone, costantemente indaffarato è destato da Gonzalo che lo considera un ladro. La serva, sempre ansimante per via di un grande gozzo, si dimostra affezionata alla sua padrona e preoccupata per lei, incarna una figura popolare dove parlano soprattutto i luoghi comuni. -Il dottore: si tratta di una figura non approfondita direttamente, ma a cui è affidata la presentazione dei protagonisti, che egli conosce in quanto medico condotto di Lukones. È fiducioso nell’affrontare il comportamento ostile di Gonzalo, pensa di poter spiegare la vicenda riconducendola a schemi positivistici, ma rimane sorpreso nel confrontarsi con una situazione più intricata di quanto si sarebbe aspettato. Riassunto: i paragrafi iniziali collocano la scena nel Maradagàl, immaginario paese dell’America latina recentemente uscito vincitore dalla guerra contro il rivale e vicino Parapagàl, nonostante ognuno dei due paesi sia convinto di aver avuto successo in questa guerra. Nel paese operano i Nistitùos provinciales de vigilancia para la noche, agenzie di sorveglianza ai cui servizi i proprietari terrieri possono scegliere se ricorrere o meno. La narrazione si serve dei casi singolari di una piccola porzione di terra per illustrare il paese. L’attenzione si concentra sui fatti e la popolazione di Lukones, nel Serruchon: un piccolo villaggio che conta, fra le sue attrattive principali, ufficio postale, telefono, lavatrice, tabacchi, medico condotto, albergo, lavatoio pubblico e parrocchia. A Lukones, nei mesi precedenti alla vicenda principale, viene assunto come vigile ciclista un uomo con la gamba rigida: nell’assegnazione del lavoro, il falso pretesto di essersi procurato in guerra quella disabilità prevale sulla reale capacità di svolgere il compito richiesto, compromessa dall’impossibilità di pedalare. Una seconda simulazione interviene poi ad anticipare come la vita del paese compresa “piuttosto miseria che scandalo”. In questo caso una ferita di guerra, la sordità, viene addirittura contraffatta, così come l’identità del presunto disabile, di origini italiane e non autoctono come finge di essere. La truffa si scopre soltanto con l’arrivo nella piazza del paese di un ambulante conterraneo del finto sordo.
Compare l’accenno al poeta vate nazionale “caricatura tra carducciana e dannunziana”. A lui era appartenuta Villa Maria Giuseppina, rimasta abbandonata dopo la morte dell’illustre proprietario. La predisposizione della villa ad attirare pericolosamente i fulmini manifesta la necessità di trovare un nuovo affittuario e custode che se ne prendesse cura. Una parte di Villa Maria Giuseppina viene così affidata al colonello- medico di Pascuale, lo stesso che aveva scoperto la simulazione del presunto sordo. Questi, recatosi in visita da un vicino che si era rotto la gamba giocando a tennis, fa la conoscenza del medico condotto di Lukones: dalla frequentazione e dalla stima reciproca dei due dottori si genera un punto di contatto fra due porzioni della narrazione, quella del “tortuoso prologo” e quella più compatta ma sempre complessa delle grandi scene e unità temporali successive. Il medico, in un secondo tempo, chiamato a visitare Gonzalo si avvia all’incontro sicuro di non riscontrare nel paziente problemi seri. L’avvicinamento alla villa dei Pirobutirro è lento e, lungo la strada, l’incontro con Battistina anticipa la follia del padrone che, stando alle parole della serva, “gira per la casa che pare un matto”. Il dottore incontra finalmente l’uomo, trovandovi una persona estremamente cortese; liquidata una breve visita, si dilunga a parlare con lui e lo invita ad uscire con il tentativo di allentare la misantropia di cui Gonzalo era prigioniero. La conversazione però non sembra procedere e si incaglia sulla preoccupazione e sul nervosismo manifestati dall’uomo verso la madre, nonché sull’insofferenza per il peone. Nella scena successiva, la madre si trova sola in casa durante un piovoso pomeriggio dei primi di settembre. La solitudine della donna è assoluta ed essa tenta invano di placarla ricercando oggetti sparsi per la casa. L’oscuramento del cielo si accorda bene alla condizione di chi soffre per la separazione con entrambi i figli, uno morto in guerra e l’altro assorbito dal proprio “male oscuro”. La donna insegue i propri pensieri ricercandovi una percezione nitida che la sottragga allo sbandamento, ma quando la ottiene questa è assolutamente dolorosa. Avrebbe un disperato bisogno d’aiuto “quel viso come spettro, forse immaginava senza sperarlo il soccorso, la parola di un uomo, di un figlio”. Ma come l’uragano esterno sembra sottolineare, le riflessioni della signora possono approdare solamente alla costatazione della minaccia mortale insita nella propria condizione di abbandono. Quando Gonzalo e la madre compaiono per la prima volta contemporaneamente, il contatto fra loro è quasi inesistente. Degli accenni di tenerezza non possono smorzare un rapporto estremamente conflittuale. L’agitazione della signora al rientro del figlio è testimoniata dalla sua difficoltà di accendere il lume. Dal canto suo Gonzalo prova per lei un affetto contrastato dal ricordo della morte del fratello, al quale egli crede che la madre continui a rivolgere i propri pensieri segreti. Consumando la cena improvvisata dalla madre senza in realtà accorgersi della tavola, Gonzalo si lascia trascinare dai propri allucinanti pensieri, rievoca “gli altri”, i favoriti dalla sorte, e medita sulla negatività della propria esistenza. In uno scatto d’ira caccia il peone entrato per accendere il fuoco; la stessa azione verso il contadino viene ripetuta un pomeriggio di pochi giorni dopo, quando davanti alla madre intenta a conversare con il peone e la serva – quei pantaloni e quegli zoccoli lo condussero a disperare della propria clemenza- Gonzalo non riesce a trattenere la propria “collera sorda” verso quell’uomo. Un venerdì di poco successivo, il figlio, trovando la signora circondata da contadini e servi in atteggiamento postulante e la casa invasa di pesci e funghi maleodoranti portati per ingraziarsi la padrona, non può trattenersi dal rivolgere alla madre e al peone minacce di morte, prima di allontanarsi improvvisamente verso Pastrufazio. Nel frattempo uno dei proprietari terrieri residenti vicino a Lukones, il Trabatta, subisce un furto notturno e decide di assoldare due guardie private. Queste, una notte vengono richiamate a villa Pirobutirro da rumori sospetti e, in assenza di qualsiasi segnale rassicurante dall’interno della tenuta, danno l’allarme. È così che l’ampia folla richiamata dai due assiste al ritrovamento della signora esamine –essere immobile così orrendamente offeso--: la donna, colpita gravemente al viso, è agonizzante nel suo letto, coperta da un drappo che sembra a tutti annunciare la morte. L’arrivo del medico convocato con urgenza si rivelerà
Come la struttura, anche la lingua della Cognizione del dolore è costruita per accumulo dispersivo di elementi e le contraddizioni già emerse nella trama vengono sottolineate dalla mescolanza di toni lirici e drammatici, solennità epica, satira e grottesco, al fine di ritrarre la contraddittorietà della realtà. La precisione dei termini scientifici si accosta a termini lirici, il registro basso è affiancato a un lessico aulico, i riferimenti a oggetti specifici e concreti rinunciano all’evocazione e all’allusività, in uno stile barocco che tende a riprodurre la complessità dell’esistenza umana.