Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Le 28 tesi di Massimo Bontempelli, Dispense di Filosofia Politica

Le 28 tesi di Massimo Bontempelli

Tipologia: Dispense

2018/2019

Caricato il 19/08/2019

collwb
collwb 🇮🇹

4 documenti

1 / 9

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Le 28 tesi di Massimo Bontempelli
Marx è morto, viva Hegel e Latouche?
di Ars Longa
Claudio Martini di Main-stream.it ci ha chiesto di
esaminare un testo di Massimo Bontempelli e
Marino Badiale dal titolo “28 tesi” che trovate qui.
Ci è sembrata una sda interessante e così
abbiamo chiesto ad ArsLonga2 – che aveva già
commentato il Manifesto del Fronte Popolare
Italiano – di analizzare e commentare questo
contributo. Chi ha seguito Bontempelli in questi
anni sa che non può più rispondere. Ma – seppure le
conclusioni di ArsLonga2 risultino critiche su alcuni
punti espressi – vogliamo pensare che, se fosse
ancora tra noi – Bontempelli considererebbe questo lungo post per quello che anche è: una
manifestazione di rispetto e di aetto pur da posizioni dierenti.
—————————–
So che ti ho dato un compito piuttosto dicile …..
Dicile e facile contemporaneamente. Il facile sta nel fatto che conoscevo bene i lavori di
Bontempelli e quindi questo testo – pur scritto insieme a Marino Badiale come poi tutti gli ultimi
– non mi è nuovo nelle sue tesi. Ci sono cose scritte in “Marx e la decrescita”, in “Civiltà
Occidentale”.
E poi riaorano cose che stavano alla base della sua analisi in scritti ancora più antecedenti
come in “Sinistra rivelata”.
Quindi conoscevi il pensiero dell’autore di queste tesi? E cosa ne pensi?
Sì, certamente. Però tu mi hai dato il compito di vederle una ad una e di commentarle in
successione e non voglio anticiparti le singole analisi. Però ti voglio far capire cosa penso
raccontandoti un aneddoto. Qualche anno fa stavo leggendo “Sinistra rivelata” qui e un collega
mi si avvicina incuriosito per vedere su cosa ero concentrato, ma io i libri li spiegazzo tutti, li
sottolineo e per farla breve la copertina non si vedeva. Quindi mi chiede cosa stessi leggendo
e io gli dico: “l’ultimo libro di un eretico del Novecento”.
Un eretico di quale corrente?
Bontempelli era un uomo così eclettico che inscriverlo in una corrente sarebbe fargli torto.
Ecco, sì però io, purtroppo non ho avuto tempo di leggere l’altro testo che mi hai dato sull’Euro
di Badiale. Perciò non conosco il suo stile di scrittura e argomentativo, poi però anche questo
testo è scritto con un’altra persona …. quindi eravamo di nuovo daccapo. Però, tornando alle
“28 tesi”, ci vedo molto, moltissimo dello stile argomentativo di Bontempelli anche se qui è un
po’ più asciutto. Ma stile a parte, parlando dei contenuti, ritrovo tutti i temi cari a Bontempelli
con l’aggiunta del decrescismo che fu una scoperta degli ultimi anni di attività.
Come vuoi procedere?
Direi in modo simile a quanto abbiamo fatto con il Manifesto, cerchiamo di vedere alcuni gruppi
di proposizioni. Qui la sequenza è più coordinata e quindi – almeno da questo punto di vista
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9

Anteprima parziale del testo

Scarica Le 28 tesi di Massimo Bontempelli e più Dispense in PDF di Filosofia Politica solo su Docsity!

Le 28 tesi di Massimo Bontempelli

Marx è morto, viva Hegel e Latouche?

di Ars Longa

Claudio Martini di Main-stream.it ci ha chiesto di esaminare un testo di Massimo Bontempelli e Marino Badiale dal titolo “28 tesi” che trovate qui. Ci è sembrata una sfida interessante e così abbiamo chiesto ad ArsLonga2 – che aveva già commentato il Manifesto del Fronte Popolare Italiano – di analizzare e commentare questo contributo. Chi ha seguito Bontempelli in questi anni sa che non può più rispondere. Ma – seppure le conclusioni di ArsLonga2 risultino critiche su alcuni punti espressi – vogliamo pensare che, se fosse ancora tra noi – Bontempelli considererebbe questo lungo post per quello che anche è: una manifestazione di rispetto e di affetto pur da posizioni differenti.

—————————–

So che ti ho dato un compito piuttosto difficile …..

Difficile e facile contemporaneamente. Il facile sta nel fatto che conoscevo bene i lavori di Bontempelli e quindi questo testo – pur scritto insieme a Marino Badiale come poi tutti gli ultimi

  • non mi è nuovo nelle sue tesi. Ci sono cose scritte in “Marx e la decrescita”, in “Civiltà Occidentale”. E poi riaffiorano cose che stavano alla base della sua analisi in scritti ancora più antecedenti come in “Sinistra rivelata”.

Quindi conoscevi il pensiero dell’autore di queste tesi? E cosa ne pensi?

Sì, certamente. Però tu mi hai dato il compito di vederle una ad una e di commentarle in successione e non voglio anticiparti le singole analisi. Però ti voglio far capire cosa penso raccontandoti un aneddoto. Qualche anno fa stavo leggendo “Sinistra rivelata” qui e un collega mi si avvicina incuriosito per vedere su cosa ero concentrato, ma io i libri li spiegazzo tutti, li sottolineo e per farla breve la copertina non si vedeva. Quindi mi chiede cosa stessi leggendo e io gli dico: “l’ultimo libro di un eretico del Novecento”.

Un eretico di quale corrente?

Bontempelli era un uomo così eclettico che inscriverlo in una corrente sarebbe fargli torto.

Ecco, sì però io, purtroppo non ho avuto tempo di leggere l’altro testo che mi hai dato sull’Euro di Badiale. Perciò non conosco il suo stile di scrittura e argomentativo, poi però anche questo testo è scritto con un’altra persona …. quindi eravamo di nuovo daccapo. Però, tornando alle “28 tesi”, ci vedo molto, moltissimo dello stile argomentativo di Bontempelli anche se qui è un po’ più asciutto. Ma stile a parte, parlando dei contenuti, ritrovo tutti i temi cari a Bontempelli con l’aggiunta del decrescismo che fu una scoperta degli ultimi anni di attività.

Come vuoi procedere?

Direi in modo simile a quanto abbiamo fatto con il Manifesto, cerchiamo di vedere alcuni gruppi di proposizioni. Qui la sequenza è più coordinata e quindi – almeno da questo punto di vista

dovrebbe essere più facile. Il primo gruppo sono i punti dall’1 al 4. Si ritrova una analisi molto piana, che – a prima lettura sembrerebbe di un marxismo quasi ortodosso nella sua analisi delle dinamiche. Il punto 1 funziona da “proemio” introduttivo stabilendo l’oggetto: il capitalismo (nella sua negativa pericolosità). La rottura però arriva subito al punto 2: “del comunismo nel senso marxiano del termine non si è mai vista traccia. Ciò che nel Novecento si è fregiato di questo nome è stato un impasto, in proporzioni diverse nei diversi tempi, luoghi ed individui, di lotte di liberazione e nuove oppressioni, orrori ed eroismi, aperture generose ed ottusità fideistiche”. Ma perché non si è mai realizzato il comunismo? Il suo fallimento nella prassi è per l’autore una conseguenza logica del fallimento interpretativo, ossia la teoria dello stesso Marx secondo il quale “il proletariato sarebbe cresciuto al suo interno [del capitalismo] come classe antagonistica dell’intero sistema, fino a rovesciarlo e ad instaurare la società comunistica dei liberi ed eguali”. Ora, bisogna dire che non è esattamente così. Questa affermazione non è sbagliata ma lascia pensare che Marx vedesse il proletariato come un verme all’intermo di una mela totalmente passiva. Marx diceva anche che il capitalismo aveva in sé delle insanabili contraddizioni e che il suo rovesciamento si sarebbe potuto ottenere all’esplodere di queste contraddizioni. L’errore di Marx allora non è tanto quello di aver sopravvalutato la forza del proletariato quanto nel non avere inteso correttamente la natura delle contraddizioni. Marx non aveva colto i cicli di distruzione creativa schumpeteriani. Non aveva cioè capito che il capitalismo – esattamente come un microorganismo che si difende dall’ambiente – muta ad ogni crisi immunizzandosi e divenendo più forte. Ma anche se Bontempelli non sottolinea abbastanza il fatto che l’errore di Marx fu la sottostima di questa capacità di mutare, arriva ugualmente al concetto quando dice: “Non è affatto vero, dunque, che il capitalismo sia un sistema socialmente conservativo. Esso conserva ferreamente soltanto la logica della sua autoriproduzione e della conseguente gerarchizzazione classista, ma innova di continuo costumi, tecniche, rapporti sociali e condizioni ambientali.

Stai dicendo che Bontempelli fa un errore o coglie il punto?

Sto dicendo che – a me sembra – semplifichi saltando un passaggio ma arrivando comunque al nocciolo condivisibile; il capitalismo è un sistema in grado di mutare forma ed adattarsi. Quelle che noi vediamo come crisi – aggiungo io – altro non sono che riassestamenti funzionali del capitalismo. Al punto 4 fa un passo avanti dicendo: “L’alternativa cruciale del secolo da poco iniziato sarà quella tra un disfacimento del capitalismo prodotto dalla sua potenza distruttiva operante sulle sue stesse precondizioni antropologiche ed ecologiche, ed una fuoriuscita da esso in qualche misura socialmente promossa e controllata.” Su questo io non mi sento molto d’accordo. Perché se ha ammesso la capacità adattativa del capitalismo dovrebbe essere più cauto nel vedere tra le due possibilità il “disfacimento del capitalismo”. Il capitalismo non va verso il disfacimento o l’implosione ma verso l’adattamento. E l’adattamento significa che spesso riesce a calmierare da sé alcune tendenze che finirebbero per distruggerlo. Il capitalismo che esce dalla crisi del 1929 è un capitalismo che pone in essere alcuni correttivi per sopravvivere e non distruggere il mondo che sfrutta. La versione keynesiana del capitalismo è l’esito del cambio di pelle del capitalismo. Dopo questa crisi è altamente probabile che ci troveremo di fronte ad una serie di mutamenti in senso correttivo e all’allargamento e raffinamento di nuove tecniche di sfruttamento. La “green economy” a vederla bene è uno degli esiti che si intravedono. Ciò posto Bontempelli dice: l’alternativa è un’uscita dal capitalismo “socialmente promossa e controllata” e questo è un punto fondamentale perché da qui inizierà a far gemmare i ragionamenti successivi.

Allora cerchiamo di capire bene questo passaggio.

Sì. “socialmente promossa e controllata” significa una uscita dal capitalismo senza una rivoluzione. Poi ci dirà quali sono le condizioni perché questo si verifichi. Ma ora ci sta dicendo: “non parliamo più di rivoluzione”. Il che è una rottura con tutta la tradizione marxista classica. Rovesciare il potere senza l’atto rivoluzionario significa uscire già da qualsiasi schema marxista ortodosso. Da questo momento Bontempelli è uscito dalla gabbia ideologica e comincia a muoversi sul suo terreno. Attenzione però. Dalla gabbia del marxismo sono usciti tutti e sono scappati tutti verso quello che potremmo chiamare il centro-destra socialdemocratico e liberale. Ma qui Bontempelli non sta facendo la sua Bad-Godesberg: sta andando oltre. E lo si vede nelle quattro condizioni che ritiene necessarie perché si abbia l’uscita. La prima è cessare

obiettivo motivante in se stesso, e potrà diventare operante nella realtà soltanto se verrà tradotto dal linguaggio che ne ha storicamente istituito la nozione in altri linguaggi”. Che vuole dire Bontempelli? Direi che ritorna la constatazione secondo la quale il comunismo è stato consegnato alla storia. Perché il linguaggio che ha istituito l’anticapitalismo è ovviamente il comunismo, ma questo è diventato afasico, o meglio ancora non più pronunciabile. L’anticapitalismo deve tradurre in un linguaggio moderno quella tensione.

Sembra quasi voler salvare almeno uno dei principi del comunismo, se non altro l’idea di opposizione al capitale…..

Sì ma è solo un frammento. Solo l’individuazione del “nemico” che mantiene un valore, se vogliamo ispiratore. Non escludo che questa parte sia un po’ nostalgica, come un guardarsi indietro. E lo penso vedendo subito dopo Bontempelli citare Hegel: “Il rapporto tra l’anticapitalismo e gli obiettivi particolari deve corrispondere a quello concepito da Hegel fra fondamento e fondato”. Si tratta di una citazione che – apparentemente – ha la funzione di spiegare ma che in realtà a me sembra un voler ribadire le origini, insomma: torniamo a Hegel.

Le origini di chi?

Le origini di Bontempelli stesso. Non solo fa un salto in avanti superando il comunismo ma fa un salto indietro ricollegandosi al suo genio ispiratore: Hegel. Bontempelli può superare il comunismo perché – in realtà – comunista non lo è mai stato nel senso marxista ortodosso della parola. Magari può essere stato comunista politicamente in una fase della sua vita ma non filosoficamente. Bontempelli era un neoidealista ed appunto: soltanto un neoidealista può elaborare la morte del comunismo pensando di conservare gli ideali hegeliani La comune matrice hegeliana nel neoidealismo mette insieme sistemi di pensiero in urto tra di loro. In urto apparente direbbe Bontempelli. Neoidealista era Giovanni Gentile (fascista), Benedetto Croce (liberale), Antonio Gramsci (comunista). Se togliamo la targhetta ideologica a ciascuno dei tre ci troviamo di fronte a tre hegeliani che possono discutere tra di loro e trovare delle convergenze. Lasciamo perdere tutte le polemiche storiografiche successive su Gentile e rimaniamo ad un fatto: con “Il discorso agli italiani” del 1943 Gentile voleva superare il fascismo e andare al cuore del problema: l’imminente arrivo di una cultura aliena, ossia quella anglosassone. Nel luglio 1947 Benedetto Croce scrisse il “Discorso contro il trattato di pace”, un contributo violentemente antiamericano che muoveva ai vincitori le stesse accuse che Gentile aveva pronunciato quattro anni prima. Metti quei due testi vicini, rovesciali, leggili in sequenza: comunque li analizzi dicono la stessa cosa. E mettono a nudo non il liberale e il fascista ma i due hegeliani. E per Gramsci è la stessa cosa. Sarebbe un discorso lungo ma noi di Gramsci conosciamo l’icona costruita da Togliatti, il Gramsci vero è un neoidealista tant’è che la sua filosofia della prassi non la puoi far quadrare tanto facilmente nel materialismo marxista. E allora, giusto per non perderci del tutto: Bontempelli – da bravo neoidealista – recupera Hegel perché uccide Marx. Può dire che Marx è morto perché usa Hegel. Con Hegel ricompone il quadro dell’attivismo contrapposto a tutte le ideologie che vede come inutilmente divisive. Ci dice: basta teorizzare, caliamoci nell’azione.

E la quarta precondizione?

La quarta precondizione di Bontempelli è: non sognare il mondo. Infatti dice: “la quarta condizione è che l’anticapitalismo non venga collegato ad un modello di società futura da realizzare, e neppure ad un percorso predefinito di fuoriuscita dall’attuale sistema”. Ed è coerente con l’idea di un rovesciamento del capitalismo senza fare una rivoluzione. L’analisi qui non è molto profonda ma efficace. Lui dice in sostanza: l’esperienza ci ha insegnato che tutte le rivoluzioni con una idea di mondo futuro hanno generato un mondo diverso da quello che si proponevano. La sua soluzione è ancora una volta neoidealista: agite senza un progetto di società, senza la gabbia dei vostri desideri. Tanto, quale che sia il vostro progetto, la storia se ne andrà da un’altra parte. E se userete uno schema di società che vorrete realizzare censurerete le possibilità che avete per rovesciare il capitalismo.

Che è il colpo finale ad ogni ideologia mi sembra

Già. Dunque: Bontempelli dice: dobbiamo abbandonare il sistema politico che è solo finzione di una casta, dobbiamo abbandonare metodi e denominazioni che si ricolleghino al comunismo, dobbiamo agire in senso anticapitalista senza preoccuparci di elaborare una teoria anticapitalista, dobbiamo agire senza premettere uno schema di società che vogliamo dopo la fine del capitalismo. Le ideologie del Novecento sono morte tutte così. E alle ideologie sostituisce i valori (punti 9 e 10). Siamo nell’hegelismo puro. E questi valori, ci dice, Bontempelli sono: “una rete trascendentale e non trascendente [...] di significati che non si confondono con configurazioni specifiche di società e con specifici percorsi storici. Così intesi, i valori sono principi da cui sono assiologicamente derivabili e fondabili scelte particolari in situazioni particolari”.

Ossia?

Ossia i valori di Bontempelli sono gli ideali che ogni uomo può intuitivamente condividere perché univoci, non ambigui, non contingenti sui quali tutti possono ritrovarsi a concordare. E attenzione – Bontempelli non lo dice – ma è implicito, questo significa che rovesci il capitalismo solo con un atteggiamento pre-politico ossia spogliandoti, ancora una volta, sia delle ideologie che dei progetti.

Bene. Una volta soddisfatti questi quattro prerequisiti come cade il capitalismo?

Non cade. I requisiti propedeutici rendono possibili le convergenze degli esseri umani sui valori. Una volta avvenuta questa “convergenza” si possono tradurre i valori in prassi dell’agire politico. Al punto 11 fa una analisi della trasformazione del capitalismo in capitalismo globalizzato. Qui – a mio modo di vedere – l’analisi è un po’ perentoria e banalizzante, ma funziona. Il capitalismo infatti non si è andato globalizzando ora: ha sempre puntato alla globalizzazione che cresce al crescere dell’innovazione scientifica. Quando viene inventato il telegrafo uno dei primi usi è quello di “avvicinare” temporalmente i risultati delle borse mondiali divise spazialmente. E siamo nell’Ottocento. Se al capitalismo dai degli strumenti tecnologici li usa per rendersi più efficiente e quindi più globale. Il capitalismo non è globalizzato ora è sempre stato teso alla globalizzazione in base ai mezzi tecnologici di cui dispone. Bontempelli dice: “In questa fase [gli anni Settanta] le conquiste socialdemocratiche ottenute dai ceti subalterni nella fase precedente non sono più compatibili col meccanismo dell’accumulazione capitalistica, e devono essere distrutte. E’ questo l’unico modo per rilanciare lo sviluppo capitalistico”. E qui fa un errore di analisi - mio modo di vedere – piuttosto evidente. L’attacco alle “conquiste socialdemocratiche” non è un attacco, è una rottura di un patto. Capitale e socialdemocrazia collaborano insieme sino a quando esiste la possibilità (reale o meramente ipotetica fa lo stesso) di una alternativa. Che detto in altri termini: la socialdemocrazia è utile al capitalismo sino a quando l’Unione Sovietica come modello è in vita. Quando si sgretola e non si pone più come alternativa (ideale più che reale) anche la socialdemocrazia si può buttare. Ma si può buttare via quando si spalanca il mercato del lavoro a masse di disperati che entrano nel mercato del lavoro. Il capitalismo non attacca frontalmente la socialdemocrazia (Reagan e Thatcher fanno molto meno di Blair anche se con più strepito) soprattutto laddove è ben radicata. Non ne ha bisogno. La mette in crisi attraverso l’abbassamento del costo del lavoro che, poi, è innescato dall’uso della manodopera sottopagata spinta nel sistema globale della produzione. Il capitale non ha bisogno di togliere le garanzie al lavoro, non ci si impegna nemmeno: delocalizza dove non ci sono garanzie. Saranno poi i partiti europei della cosiddetta “sinistra” che liquideranno la socialdemocrazia pur di rimanere al potere. Il limte di Bontempelli in questo scritto è di rilevare poco l’impatto dell’immissione di carne da cannone nel sistema capitalistico.

E dunque di fronte a questo capitalismo globalizzato – pur con gli appunti che hai fatto – quali sono le prassi di opposizione?

Dal punto 12 Bontempelli entra nel discorso di prassi: “attraverso un’azione di contrasto agli sviluppi contemporanei si dovrebbe iniziare, in ambiti determinati, a disarticolare l’attuale

perché a partire dal punto 19 comincia a parlare del “decrescismo”. Ed entra nel merito al punto 20: “Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante); certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo). Non è neppure un de-sviluppo. E’ un rifiuto della logica dello sviluppo, dello sviluppo come vincolo indiscutibile, con cui si vogliono ricattare quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio. Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio”. Secondo me qui Bontempelli fa una forzatura: legge Latouche e Pallante come vorrebbe che fossero piuttosto che come sono nella realtà. Si dimentica che un elemento imprescindibile del “decrescismo” è il recupero della dimensione comunitaria non è solo “consumare meno” ma è anche – o soprattutto – ricostruire la rete di relazioni umane. In questo senso sottostima il decrescismo amputandone la parte – se vogliamo usare un termine ambiguo – “umanistica”. In ogni caso Bontempelli non aderisce al “decrescismo”; se ne appropria creando un suo “decrescismo” che diventa funzionale al suo discorso. E, in alcune parti il suo entusiasmo lo trascina verso delle ingenuità come quando dice: “Ma attenzione: una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro”.

Perché ingenuità?

Perché è solo apparentemente ragionevole, purtroppo le cose sono più complesse di quanto questo discorso farebbe pensare. Lui dice: “il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione”. Io gli potrei obiettare che il più rilevante contributo del sistema sanitario all’economia è mantenere sane – e quindi produttive per il capitale – le persone orientando la ricerca verso le malattie più diffuse che hanno un impatto massiccio sulla produttività. Se seguissi la sua logica dovrei spingere perché si utilizzino risorse per malattie rare di poco impatto sulla produttività generale. Ed è in parziale contraddizione con quanto ha detto precedentemente cioé un piano di allargamento dei servizi al cittadino che metta in crisi le spese più interessanti per la crescita del capitale (armamenti, TAV, ponti sugli stretti). Certo poi recupera il vero punto qualificante del “decrescismo” quando dice “Un tale passaggio è possibile solo attraverso un profondo cambiamento culturale che consiste nel dare valore non al consumo di oggetti acquisiti sul mercato ma alla sicurezza di una vita garantita nei suoi bisogni di base e ricca di possibilità di relazioni umane”. Ma mi sembra che lo faccia più per dovere che per intima convinzione.

Mi sembra però che l’analisi di Bontempelli vada anche oltre al decrescismo?

Sì perché al punto 24 arriviamo al “sovranismo”: “La politica che qui indichiamo come necessaria per superare la barbarie capitalistica prossima ventura richiede quindi una riconquista di indipendenza e sovranità dello Stato-nazione, e un deciso contrasto a tutti quei fenomeni, normalmente riassunti sotto l’impreciso termine di “globalizzazione”, che in questi decenni hanno via via eroso e svuotato gli Stati-nazione, per sottoporli al potere delle oligarchie economiche internazionali e del loro Stato di riferimento: gli USA”. Purtroppo a parte

questo passaggio non c’è altro nel documento. Non sono riuscito a trovare nei testi di Bontempelli qualcosa di più ampio sull’argomento, credo che all’epoca di questo scritto fosse ancora in una fase di riflessione vista la vaghezza generale.

Come si concludono le tesi?

Con un ritorno circolare ai primi enunciati. Bontempelli (punto 27) ci dice che le lotte che si devono fare si fanno anzitutto in nome dei valori: “L’abolizione del lavoro precario deve essere richiesta non perché è incompatibile con l’attuale fase del capitalismo, ma perché la condizione della precarietà umilia chi la vive. Il territorio deve essere difeso dai progetti invasivi perché vivere in un ambiente decente è un diritto di ogni essere umano. E così via.” Ossia – ed ecco spuntare il neoidealismo – ci dice che le lotte si fanno per gli ideali. Poi, siccome queste lotte producono anche effetti nocivi per il capitalismo, vanno fatte in una ottica anticapitalista. “Ciò che distingue l’anticapitalista è il sapere che queste richieste, essendo incompatibili con l’attuale organizzazione sociale ed economica, ne implicano il superamento”. Perciò non ditevi anticapitalisti ma agite con una coscienza anticapitalista. Ciò vi permetterà di entrare in situazioni collaborative con tutti coloro che non accetterebbero un discorso esplicitamente anticapitalista. Ciò che pone al riparo dall’idea di usare uno stratagemma è che la lotta si fa anzitutto per degli ideali. Per questo il punto 28, quello conclusivo, chiude il contributo ribadendo l’attacco alle “conventicole comuniste”: “Non si può chiedere a qualcuno di impegnare la propria vita su parole vuote. Si può chiedere invece di lottare per la giustizia e per il rispetto della dignità degli esseri umani, se si riesce a riempire queste parole con dei contenuti. E abbiamo fin qui spiegato come questo può essere fatto”.

E tu come concludi questa analisi?

Io direi che parlare delle tesi di Bontempelli in termini di realizzabilità non sarebbe uno sforzo intelligente. Piuttosto direi che se ne può comprendere il senso pieno ricollegandolo alle sue radici filosofiche. Se osservi bene l’analisi di Bontempelli del reale non è diversa da quella di John Holloway. I due si potrebbero stringere la mano esaminando quel che ci sta capitando. Ma poi, sul “che fare” vanno in due direzioni diverse: Bontempelli verso la realizzazione degli ideali che coincidono con la lotta anticapitalista, Holloway verso il concetto di “autodeterminazione” e quindi verso lo zapatismo. Se guardo al dibattito acceso tra Holloway da una parte e il duo Hardt-Negri dall’altra trovo molto in Holloway che ha il sapore di Bontempelli. Ma la grande differenza sta nel fatto che Holloway da un nome e cognome alla lotta (zapatismo, attacco alle “fessure”) Bontempelli non riesce a salpare dal porto del neoidealismo. Cerco di spiegarmi meglio. Gli attivisti anticapitalisti di Bontempelli a me fanno pensare ai rappresentanti di quelle organizzazioni semisegrete leggendarie, quelli che attraversano i secoli con un loro obiettivo tramandato di generazione in generazione. Agenti coscienti del proprio fine ma invisibili. L’anticapitalista che – guidato da supremi ideali – agisce senza porsi come anticapitalista rinuncia alla sua identità di anticapitalista per entrare in altri movimenti che possono perseguire i suoi fini. Ma mantiene un livello di coscienza superiore: sa di essere anticapitalista. Difende la Costituzione italiana insieme a “Libertà e Giustizia” ma a differenza di “Libertà e Giustizia” sa che difendere la Costiutuzione per lui è parte di un processo più ampio. Questo “essere senza dichiararsi” per me ha il sapore di un éscamotage che Bontempelli certca di esorcizzare ricorrendo all’idealismo hegeliano. Insomma “persegui la realizzazione degli ideali sapendo che, così facendo, scardinerai il capitalismo”. E poi ci dice: non pensare ad un mondo futuro perché il progettarlo ti limiterebbe nell’azione. Che, ancora una volta è pesantemente neoidealistico. Sul piano pratico questo tipo di agire politico fa sì che una organizzazione anticapitalista non possa (e non debba) sorgere. Ma se non sorge si nega qualsasi aspetto organizzativo, di coordinamento. Gli attivisti di Bontempelli sono uomini soli con una ferrea idea in mente che agiscono insieme ad altri – dotati di minore coscienza politica dei fini ultimi

  • restando soli. E questa solitudine – oltre a diventare un po’ eroica – si priva di simboli, di identità aggreganti, di connotazioni. Tutte cose che servono per aggregare. Nel timore che sollecitare l’aggregazione su un esplicito programma anticapitalista, significhi restare in una nicchia, Bontempelli trasforma l’azione anticapitalista in un agire solitario e nascosto e, forse, indistinguibile. Il che per me non è praticabile perché, agire come agenti segreti di una idea che non si deve manifestare, è tanto neoidealistico da diventare poco desiderabile per degli attivisti ventenni. Difficile pensare alla praticabilità di un anticapitalismo “nascosto”. Come