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Linguistica – risposte Aperte SUPERATO
- Elenca ed illustra gli assi di variazione della lingua
Le dimensioni di variazione, dette assi di variazione, sono state così individuate e definite: variazione diacronica (o cronologico) per indicare la variazione lungo l’asse del tempo; variazione diatopica (o geografica) per esprimere il variare della lingua in relazione allo spazio; variazione diastratica (o sociale fino agli anni ’60/’70 - competenza) per indicare le variazioni della lingua condizionate dall’appartenenza dei parlanti a diversi strati o gruppi sociali; alfabetizzazione: quanto più uno ha studiato quanto più ha un repertorio linguistico più ampio e può scegliere se utilizzare un registro alto o basso; variazione diafasica (o situazionale - dei contesti) per indicare la variazione della lingua condizionata dalla situazione comunicativa, dalla funzione del messaggio e dal contesto globale o particolare; variazione diamesica (che si colloca trasversalmente ai precedenti e riguarda il mezzo o canale attraverso cui avviene la comunicazione) per indicare la variazione condizionata dal mezzo fisico (scritto-parlato) con cui viene realizzato il messaggio linguistico. Le quattro dimensioni di variazione (diatopica, diastratica, diafasica e diamesica) possono essere definite sincroniche poiché sono percepibili in un dato stadio temporale di una lingua, e coesistono all’interno del repertorio di una comunità nello stesso momento.
- Illustrate la posizione di Dante nei confronti del latino e del volgare
Dante afferma nettamente l’equiparazione fra latino e volgare, la loro equiparazione come strumenti linguistici della poesia. In un celebre passo l’autore pronuncia un’appassionata esaltazione del volgare e lo proclama sostanzialmente pari al latino nella capacità di esprimere concetti elevati. In questo modo, per la prima volta nella tradizione italiana, è affermata con grande consapevolezza la dignità del volgare bell’uso colto. Per dimostrare le potenzialità del nuovo idioma, Dante crea una lingua adatta al discorso filosofico.
- Illustrate il discorso di Dante nel De vulgari eloquentia a confronto con la frammentazione linguistica italiana
L’obiettivo che Dante persegue nel De vulgari eloquentia è quello di creare una retorica o, più precisamente, un’arte poetica del volgare, cioè un trattato che fissi le norme dell’espressione letteraria in volgare sulla base delle esperienze poetiche duecentesche. Il DVE è scritto in latino e quindi è destinato esclusivamente ai dotti. Il primo libro è dedicato al problema dell’individuazione del volgare illustre, cioè della lingua letteraria adatta a trattare, in uno stile sublime, argomenti elevati. Per Dante la lingua volgare è quella spontanea e naturale che ogni uomo parla, a cui si oppone la lingua convenzionale e artificiale: il latino. Nel DVE il volgare è considerato la lingua più nobile, perché destinata alla comunicazione e alla relazione tra gli uomini. Dopo aver tracciato una storia del linguaggio dalla Creazione e dalla confusione babelica, Dante passa alla situazione contemporanea ed esamina le tre lingue letterarie del Medioevo romanzo: le lingue d’oc (il provenzale), d’oïl (il francese antico) e di sì (il volgare italiano), per soffermarsi infine sull’ultima, che ritiene superiore alle altre. L’obiettivo dell’autore è quello di dimostrare che nessuno di questi può essere considerato illustre, cioè adatto all’espressione letteraria. Dopo avere scartato anche le varietà più importanti (siciliano, toscano e bolognese), Dante identifica il volgare ideale in una espressione non locale, che definisce illustre, cardinale, aulica e curiale.
- Illustrate le principali caratteristiche che oppongono la lingua orale alla lingua scritta
Il messaggio orale chiede al destinatario del messaggio una forte compartecipazione all’atto
linguistico tale da colmare le lacune testuali dell’atto prodotto dall’emittente, mediante integrazione di elementi già noti e comuni all’emittente e al destinatario o di elementi presenti all’atto comunicativo. La scrittura invece prende atto che l’emittente e il destinatario sono separati nel tempo e/o nello spazio e per assicurare l’efficacia del messaggio non può fare appello a dati spazio- temporali condivisi dai due attori dell’atto linguistico. Il testo scritto può essere utilizzato anche da altri destinatari oltre quello diretto. La mancata condivisione della situazione spazio-temporale in cui avviene l’atto linguistico è una differenza fondamentale tra lingua parlata e lingua scritta. Tale differenza mette in evidenza che la scrittura può attraversare tanto lo spazio quanto il tempo mentre l’oralità risulta ancorata ad un qui e ad un ora ben determinati e non riproducibili.
- Perché si dice che l'italiano è la continuazione diretta del fiorentino del Trecento Il linguista Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907) ha dimostrato che l’italiano è la continuazione diretta del fiorentino antico. Ci sono alcune caratteristiche fonetiche, alcune toscane (I-II), altre esclusivamente fiorentine (III-IV), che sono state accolte dall’italiano: I) l’esito -aio del lat. -ARIUM è del solo toscano, mentre tutti gli altri dialetti italiani hanno - aro; II) di tutte le varietà toscane è l’innalzamento di /e/ atona protonica a /i/: NEPOTEM > nipote, FENESTRAM > finestra, DESCENDO > discendo; III) la desinenza innovativa -iamo per tutte le coniugazioni (cantiamo, vediamo, partiamo), invece delle legittime continuazioni dal latino (per es. -amo, -emo, -imo, ora dei dialetti); IV) il fenomeno della anafonesi, che dopo che Ĭ e Ŭ lat. si erano evolute regolarmente in e e o, le ha ricondotte a i e u in particolari condizioni fonetiche.
- Quali sono le maggiori principali aree dialettali italiane? E quali sono i loro tratti distintivi peculiari? Dialetti italiani settentrionali (o alto-italiani)comprendenti al loro interno il gruppo dei dialetti gallo-italici (piemontese, ligure, lombardo, trentino occidentale, emiliano, romagnolo, marchigiano settentrionale a nord di Senigallia) e il gruppo veneto (veneto, trentino orientale, parlate di Pordenone, Grado e Trieste); dialetti toscani, comprendenti le variet à parlate in Toscana, con l’eccezione di Massa, appartenente al tipo settentrionale; dialetti centro-meridionali, comprendenti al loro interno l’area mediana (comprendente il marchigiano centrale, l’umbro e il laziale con l’eccezione del Lazio meridionale, e il dialetto del capoluogo dell’Abruzzo, l’Aquila); l’area meridionale (comprendente il dialetto laziale meridionale, il marchigiano meridionale, l’abruzzese-molisano, il campano, il lucano, il calabrese settentrionale); l’area meridionale estrema (comprendente le varietà della Penisola salentina, della Calabria centro-meridionale, della Sicilia).
- Illustra il fenomeno della metafonesi e rammenta quali sono le aree dialettali italiane che conoscono questo
fenomeno
La metafonesi è il fenomeno per cui il timbro delle vocali toniche medie o basse subisce un’alterazione per influsso delle vocali finali -i e -u latine originarie. É molto diffusa nei dialetti italiani, tanto nel Nord quanto nel Centro-Sud anche se con caratteri differenti. La differenza tra dialetti settentrionali e centro-meridionali consiste nel fatto che la vocale finale che condiziona l’innalzamento è esclusivamente la -i nel Nord, mentre nel Centro-Sud agiscono sia la -i sia la -u.
delle parole. La componente principale del linguaggio giovanile è stata individuata nell’italiano colloquiale e informale, che ne costituisce la base. Su questa si innestano: uno strato dialettale (si nutre di elementi tratti sia dal dialetto parlato in famiglia, la cui presenza è più ampia di quanto si pensi, sia da altri, come il milanese, il napoletano e soprattutto il romanesco); uno strato gergale (attinge termini ai gerghi tradizionali,da quello studentesco a quello militare, a quello della malavita, o ne conia di nuovi per usarli, come forma di riconoscimento, all’interno del gruppo); uno strato proveniente dalla lingua della pubblicità e dei mass media, ricco anche di parole straniere, soprattutto anglicismi; termini propri di linguaggi settoriali, a volte “accorciati”, spesso usati con valori traslati, metaforici.
- Cosa si intende per italiano dell'uso medio? E che cosa lo caratterizza dal punto di vista prettamente
linguistico?
La varietà di italiano in parte diversa dallo standard, definita italiano dell’uso medio, era usata prevalentemente nella comunicazione orale ma poteva essere impiegata anche nello scritto. Quanto alle caratteristiche propriamente linguistiche, secondo Sabatini l’italiano dell’uso medio è individuato da una serie di tratti fonologici, morfologici, sintattici e lessicali diffusi su tutto il territorio italiano, che sono usati da persone di ogni ceto e di ogni livello di istruzione e non sono limitati al discorso orale-non pianificato ma risultano funzionali anche per un discorso scritto-pianificato, purché non decisamente formale.
- Secondo quali parametri si definiscono i suoni vocalici? I foni prodotti in modo tale che l’aria fluisca liberamente all’esterno sono detti vocali che sono prodotte attraverso il meccanismo della vibrazione faringea e sono sempre dei foni sonori. Sono foni che risultano dall’attivazione della vibrazione laringea senza che nel tratto fonatorio superiore si produca nessun’altra fonte di rumore.
- Secondo quali parametri di definiscono i suoni consonantici? I foni prodotti con un’istruzione parziale o totale sono detti consonanti e possono essere prodotte con o senza vibrazione faringea ma prevedono sempre l’attivazione di una fonte di rumore nel tratto fonatorio al di sopra della laringe. Se contemporaneamente è attivata una vibrazione laringea le consonanti saranno sonore, se non è attivata saranno sorde.
- Illustrate la differenza fra fonetica e fonologia (fonematica), fra fono e fonema, allegando qualche
esemplificazione
La fonologia è la branca della linguistica che studia i sistemi di suoni delle lingue del mondo. Un esempio di rappresentazione fonologica è /kane/. La fonetica è quella disciplina della linguistica che studia gli aspetti fisici dei foni delle lingue. Un esempio di rappresentazione fonetica è [kane]. Il fonema non è un fono ma una rappresentazione astratta mentale del fono. Viene rappresentato con un simbolo dell’alfabeto fonetico racchiuso tra sbarrette oblique (/k/) Il fono è la manifestazione fisica mediante la quale il fonema si realizza concretamente. Viene rappresentato graficamente con un simbolo dell’alfabeto fonetico racchiuso tra parentesi quadre ([k]).
- Definite i fenomeni opposti della assimilazione e della dissimilazione portandone esempi dall'italiano L’assimilazione è un processo fonetico per cui un segmento assume, per uno o più tratti, le stesse caratteristiche di un segmento adiacente. A seconda della direzione del processo si
distingue tra assimilazione anticipatoria (o regressiva) quando il primo segmento si assimila al secondo; e assimilazione perseverativa (o progressiva) quando il secondo si assimila al primo. Esempi: per un naturale fenomeno di assimilazione anticipatoria, il fonema /n/ nell’articolo indefinito “un” viene realizzato come [ŋ] nei sintagmi un cane, un gatto, il fonema /n/ cioè viene articolato come velare davanti a consonante velare. La dissimilazione è un fenomeno meno diffuso e comporta che i tratti di un suono vengano differenziati da quelli del segmento adiacente. Nell’italiano popolare, per esempio, capita con una certa frequenza che in forme che presentano due /r/ in sillabe contigue o nella medesima sillaba, la prima passi ad /l/: arbitro-albitro, purtroppo-pultroppo.
- Cosa è il raddoppiamento fonosintattico? E quali le condizioni in cui si realizza nell'italiano? Il raddoppiamento fonosintattico (o sintattico) è un fenomeno di fonologia frasale che si verifica nell’italiano standard a base toscana e in molte varietà centro-meridionali di italiano e fa si che la consonante iniziale di una parola raddoppi dopo alcune parole uscenti in vocale. A seconda del tipo di parola che lo innesca distinguiamo un raddoppiamento irregolare (innescato da una classe chiusa di parole formata da 11 monosillabi atoni e da 4 bisillabi piani) e un raddoppiamento regolare (innescato da tutte le parole tronche, monosillabi e polisillabi, uscenti in vocale).
- Scegli un argomento relativo alla fonetica e alla fonologia e illustralo^ brevemente. Le vocali: l’italiano possiede sette vocali: i, ɛ, e, a, ɔ, o, u. Le vocali vengono classificate a seconda della posizione delle labbra (possono essere arrotondate o non arrotondate, cioè distese), della posizione della lingua sull’asse verticale sull’asse orizzontale (può trovarsi avanzata verso i denti, in posizione di riposo, arretrata verso il velo palatino. Abbiamo così vocali anteriori, centrali e posteriori). La sillaba: è un'unità fonologica che consiste di almeno un elemento detto nucleo che in italiano, e in molte altre lingue del mondo, è formato da una vocale. Quasi sempre una sillaba contiene anche degli elementi consonantici.
- Individua la differenza fra derivazione e composizione delle parole e illustra brevemente le due categorie La derivazione è un processo morfologico che consiste nella formazione di una parola nuova tramite l’aggiunta di un affisso a un morfema lessicale o a una parola autonoma (base). Se l’affisso si aggiunge a sinistra si parla di prefissazione; se l’affisso si aggiunge a destra si parla di suffissazione; se l’affisso si aggiunge nel mezzo della radice o tra radice e suffisso si parla di infissazione. La composizione è il processo che crea parole nuove a partire da due parole autonome preesistenti: capo, squadra- caposquadra; alto, piano-altopiano.
- Definite e illustrate le tre categorie della derivazione, composizione e flessione La derivazione è un processo morfologico che consiste nella formazione di una parola nuova tramite l’aggiunta di un affisso a un morfema lessicale o a una parola autonoma (base). Se l’affisso si aggiunge a sinistra si parla di prefissazione; se l’affisso si aggiunge a destra si parla di suffissazione; se l’affisso si aggiunge nel mezzo della radice o tra radice e suffisso si parla di infissazione. La composizione è il processo che crea parole nuove a partire da due parole autonome
(purosangue, piedipiatti, perché i referenti cui alludono non sono rispettivamente un sangue e dei piedi).
- Quante e quali sono le tipologie dei sintagmi? I sintagmi possono essere classificati in vari tipi a seconda del loro elemento principale che ne determina le proprietà sintattiche fondamentali. Avremo sintagmi nominali (la testa è un nome); sintagmi aggettivali (la testa è un aggettivo); sintagmi verbali (la testa è un verbo); sintagmi preposizionali (la testa è una preposizione); sintagmi avverbiali (la testa è un avverbio).
- Illustrate cosa si intende, in un sintagma, con testa, specificatori e complementi? In un sintagma si riconoscono alcuni elementi base, dalla testa che rappresenta l'elemento principale, che può essere accompagnata da dei modificatori, i quali si vengono a trovare in un rapporto di dipendenza rispetto alla categoria modificata. I modificatori che espandono le categorie lessicali possono trovarsi prima o dopo la testa: nel primo caso saranno chiamati specificatori, nel secondo caso complementi. I modificatori che si trovano in posizione di complemento possono essere sintagmi preposizionali come accade in “il venditore di giornali” e proposizioni, cioè frasi che svolgono la funzione di sintagmi, come accade in “il desiderio di conoscere la verità. In posizione postnominale possiamo trovare anche degli elementi con funzione di attributi.
- Cosa sono i sintagmi e come è possibile riconoscerli? I sintagmi sono le unità intermedie tra la frase e le singole parole. É una sequenza di parole che si comporta come un’unità. La definizione di sintagma nominale o verbale in luogo di nome o verbo consente di mettere immediatamente in chiaro che la funzione del nome o del verbo non è svolta necessariamente da una sola parola e può facilitare il riconoscimento dei costituenti della frase. Vari test aiutano a decidere se una sequenza di parole costituisce un sintagma (test di spostamento, di sostituibilità, di enunciabilità in isolamento, di coordinabilità)
- Nella frase: Maria ha visto sua madre proprio ieri illustrate le differenti funzioni sintattiche e
tematiche dei componenti della frase
Nella frase: Maria ha visto sua madre proprio ieri, si riconoscono 3 sintagmi, nominale “Maria”, poi il sintagma verbale “ha visto sua madre”, e il sintagma avverbiale “proprio ieri”. Dal punto di vista tematico invece si ritrovano alcuni ruoli come l'Esperiente Maria, ha visto sua madre proprio ieri - Tema. Quindi si vede il nome proprio che vive una esperienza ed uno stato emotivo del momento. Tali suddivisioni in sintagmi sono rese possibili grazie a quattro criteri o domande: spostamento (Maria ha visto proprio ieri sua madre), enunciabilità (Cosa ha visto Maria? Sua madre), sostituibilità (lei l'ha vista proprio ieri) e coordinabilità (Maria ha visto sua madre proprio ieri per la cena).
- Illustra l'aspetto della lingua relativa ai ruoli tematici. Il processo verbale è viso come un evento a cui partecipa un numero definito di attori, dotati ciascuno di un ruolo preciso, detto ruolo semantico o ruolo tematico. I V esprimono un’azione, cioè un evento iniziato da un essere animato con decisione volontaria. Il V dare appartiene a questa classe e assegna ai suoi tre argomenti i seguenti ruoli tematici: agente, tema e termine. Per agente si intende l’attore responsabile dell’inizio dell’azione espressa dal V. Per tema o oggetto si intende l’attore coinvolto dall’evento verbale che però
non controlla l’azione. Per termine o fine si intende l’attore verso cui è diretta l’azione verbale.
- Cosa intende definendo un verbo zerovalente, monovalente, bivalente etc.? Gli zerovalenti sono quei verbi che in italiano e in altre lingue non hanno argomenti, nemmeno l’argomento soggetto, e per questo sono tradizionalmente chiamati “impersonali”: sono i cosiddetti verbi atmosferici piovere, nevicare, grandinare e altri, che rappresentano compiutamente i rispettivi fenomeni, senza bisogno di affiancare un soggetto alle forme verbali. I verbi monovalenti hanno solo l’argomento soggetto, es. sbadigliare, tossire, russare, nascere, morire, vivere. I bivalenti, che hanno un secondo argomento oltre al soggetto, si possono distinguere anche in base alla reggenza diretta come pulire, sporcare, tagliare o indiretta come piacere, spettare andare. I trivalenti, oltre al soggetto possono avere, un secondo argomento diretto e un terzo indiretto: come regalare, già visto, e dare, attribuire, dire, dichiarare, inserire; due argomenti entrambi indiretti: andare, passare, es. passare dalla tranquillità alla disperazione. I verbi
- Cosa si intende per elementi nucleari e extranucleari della frase? Una frase è formata da elementi nucleari, che sono in genere obbligatori, e da eventuali elementi extranucleari, che sono invece facoltativi. Gli elementi nucleari di una frase sono il verbo e i suoi argomenti. Gli elementi extranucleari della frase possono essere divisi in diversi tipi a seconda della funzione svolta nella frase. I più importanti sono i modificatori del SV (per lo più SP), i circostanziali (che danno indicazioni di tempo, luogo, causa) e gli attributi che hanno la funzione di fornire una maggiore caratterizzazione della testa di un sintagma, di un intero sintagma o di una frase.
- Qual è la definizione di OGGETTO dal punto di vista del ruolo tematico? Per le proprietà semantiche l’Oggetto diretto non ha mai il ruolo semantico di agente ma ha il ruolo di Oggetto in genere. Può avere il ruolo di esperiente o può esprimere la misura stessa. In alcune espressioni fisse, l’oggetto diretto non ha un ruolo tematico vero e proprio, ma forma con il verbo un’espressione unitaria.
- Qual è la definizione di SOGGETTO dal punto di vista del ruolo tematico? Il Soggetto è generalmente l’argomento verbale più saliente. I ruoli tematici possono essere classificati secondo una scala di salienza semantica sulla base di due variabili: l’animatezza dell’ente che svolge il ruolo tematico e il controllo che esso esercita sull’evento verbale.
- Cosa è l'aspetto verbale? Con aspetto verbale si intende la modalità con cui lo svolgimento di un evento viene presentato. Infatti uno stesso evento può essere presentato in modi diversi. Si divide in aspetto imperfetto e in aspetto percettivo che può essere di 3 tipi: progressivo, continuo e abituale
- Deissi e tempo verbale L’uso dittico di un tempo verbale è finalizzato a collocare sull’asse del tempo un evento rispetto al momento dell’enunciazione.
- Distinguete e illustrate con esempi, l'ordine marcato dei costituenti della frase: dislocazione a sinistra,
dislocazione a destra, frase scissa, tema libero Si parla di dislocazione a sinistra per gli elementi che si trovano prima
di questo segmento;
Il primo enunciato in volgare italiano, registrato in un documento latino, è quello contenuto nel Placito di Capua del 960. Si tratta di una formula testimoniale che il giudice Arechisi elabora per la deposizione di testimoni ignari di latino. Il contesto in cui emerge il volgare del Placito capuano dimostra che chi usava il latino come lingua giuridica, aveva piena consapevolezza che gli illetterati parlavano una lingua ‘diversa’ dal latino, il volgare.
- Nonostante la sua antichità (VIII sec. d.C) l'Indovinello veronese non è considerato il più antico
testo volgare italiano. Perché?
L’Indovinello veronese è considerato forse il più antico testo pervenuto in volgare italiano, ma non tutti gli studiosi sono concordi e alcuni ritengono che si tratti ancora di latino. Dal punto di vista fonetico, il testo presenta due fenomeni fortemente caratteristici del passaggio dal latino al volgare. Uno pertinente al consonantismo e l’altro al vocalismo. Nonostante siano presenti anche indizi di volgarismi lessicali, dal punto di vista morfosintattico l’indovinello appare ancora fortemente legato al latino come si evince ad esempio dalla collocazione del verbo dopo l’oggetto diretto. In sostanza, l’indovinello si divide in due parti linguisticamente ben distinte. Ai primi due versi corrisponde un testo caratterizzato da diversi elementi volgari, che si alternano però ad elementi latini genuini; l’ultimo verso è una formula liturgica di ringraziamento espressa in corretto latino.
- La Scuola poetica siciliana: modelli, lingua e fortuna in Italia Con l’espressione Scuola poetica siciliana si è soliti indicare un ridotto gruppo di poeti attivi fra il 1230 e il 1266 presso la corte di Federico II. Sulla scia del modello tedesco Federico promuove la diffusione di forme liriche in volgare ispirate alla tradizione dei trovatori provenzali. Egli stesso è un poeta in volgare, mentre in latino compone un trattato di falconeria. La lirica siciliana è segnata da un’impronta aristocratica, in quanto prodotto dell’attività di principi e di funzionari di corte che vivono la poesia sia come forma di evasione dalla quotidianità sia come segno di appartenenza a una élite di aristocratici cui sono legati. Pur riprendendo i modelli e i temi della poesia provenzale, i rimatori federiciani giungono a elaborare una poesia nuova e differente, per contenuti e per forme dell’espressione. La dimensione sociale entro cui fiorisce tale esperienza poetica non è feudale, ma cortigiana. Molteplici appaiono i tratti distintivi della poetica siciliana rispetto al modello provenzale di riferimento, a partire dalla figura stessa del poeta. Il rimatore siciliano è un funzionario borghese, giudice o notaio, che coltiva la poesia per diletto, quasi a completamento della vita mondana. La lirica siciliana non è destinata alla recitazione e al canto ma alla lettura. Il progressivo allontanamento della poesia dalla musica ha contribuito a donare alla lirica moderna un aspetto certamente originale.
- La lingua del Dolce Stil Novo La definizione di dolce stil novo risale a Dante. Nel canto XXIV del Purgatorio il poeta immagina di incontrare il rimatore Bonagiunta Orbicciani da Lucca. Dante esprime esattamente ciò che amore gli ispira; la lingua degli stilnovisti mostra molti agganci con la lingua precedente: nomi suffissi e prefissati, forme non dittongate, rime siciliane, sicilianismi e provenzalismi. Ai temi topici della lirica cortese di ascendenza trobadorica si aggiungono motivi nuovi: l’inscindibile nesso tra amore e l’intima nobiltà d’animo.
- Con le categorie di plurilinguismo e monolinguismo si caratterizzano a confronto le esperienze linguistico-
letterarie di Dante e Petrarca. Cosa si intende con tali definizioni?
Rispetto a quello che è stato definito plurilinguismo dantesco, Petrarca sceglie a livello stilistico, come pure a livello diastratico, un livello medio, privo di forti escursioni, tanto che si è solito contrapporre a plurilinguismo di Dante il monolinguismo.
- Indicate le caratteristiche principali della cosiddetta Grammatichetta vaticana di Leon Battista Alberti Alberti fu l’autore della prima grammatica del volgare intorno al 1435. Si tratta di una grammatica del fiorentino dell’uso contemporaneo: l’autore mira a descrivere le strutture grammaticali del toscano e non tiene conto degli usi linguistici degli scrittori più autorevoli della tradizione come Dante, Petrarca e Boccaccio. Questa grammatica non circolò e non ebbe alcun influsso sulle grammatiche elaborate in seguito.
- Illustrate le dinamiche intercorrenti fra latino e volgare nel Quattrocento All’interno di questo periodo storico si distingue la fase dell’Umanesimo, il latino classico diventa il principale strumento espressivo in ogni campo della cultura, soprattutto in quello letterario. Gli umanisti scrivono le loro opere esclusivamente in latino perché o considerano perfetto e immutabile. Il volgare attraversa una fase di crisi e viene sempre più relegato a usi pratici e a generi letterari popolari. Dopo la metà della fase della cultura umanistica si avvale non solo del latino ma anche del volgare e si usa appunto la formula di Umanesimo volgare.
- Volgare e latino: descrivete la polemica che oppose Flavio Biondo a Leonardo Bruni e le differenti
posizioni da essi rappresentate
Biondo Flavio lancia l’idea rivoluzionaria che nella Roma antica si parlasse, accanto alla lingua usata da Cicerone e dai grandi scrittori, una varietà «popolare». Il latino si presentava per il Flavio in tre varietà linguistiche distinte (poetica, oratoria, vulgaris), Bruni non accettava questa idea. Secondo lui c’erano state due lingue nettamente distinte: un latino vero e proprio, corrispondente a quello di uso letterario, e uno del volgo.
- Cosa si intende per 'crisi linguistica' del Quattrocento? Durante il trionfo dell’Umanesimo latino il volgare attraversa una fase di crisi e viene sempre più relegato a usi pratici e a generi letterari popolari, Un’inversione di tendenza si ebbe con Leon Battista Alberti, fu l’autore della prima grammatica del volgare, intorno al 1435.
- Che cosa è il processo di koneizzazione a cui si assiste nel Quattrocento? Nell’Italia settentrionale si viene formando una lingua comune delle cancellerie, si riscontrano precocemente a Milano, Genova, Mantova, Venezia, Ferrara, Urbino – sono dette lingue di koiné. Si sviluppano principalmente per l’esigenza di comunicare informazioni di tipo pratico all’interno di territori abbastanza vasti e possono essere impiegate in diverse situazioni d’uso: lettere pubbliche o private, atti legislativi o giudiziari, decreti; cronache. In campo letterario porterà alla formulazione di una teoria linguistica tendente a privilegiare la lingua parlata nelle corti, la lingua cortigiana.
- Illustrate la posizione teorica di Pietro Bembo all'interno della questione della lingua nel Cinquecento
lingua). In un certo senso, è proprio la codificazione linguistica nella letteratura alta ad avere favorito e richiesto l’evasione dialettale: il dialetto si presenta come il codice espressivo di quella realtà non rappresentabile attraverso la lingua letteraria. Questo significa anche che il dialetto viene usato sulla scena in funzione di contrasto (sociologico e comico oltre che linguistico) con la lingua, della quale funge da antagonista.
- Galileo Galilei e la lingua della scienza Galileo Galilei scelse di usare il volgare in gran parte dei suoi trattati scientifici. Scrisse i suoi primi trattati in un elegante latino ma si avvalse per l’ultima volta nel Sidereus nuncius in cui annunciò la scoperta dei satelliti di Giove effettuata tramite un nuovo strumento: il telescopio o cannocchiale. La scelta del volgare era limitante per la circolazione internazionale delle sue scoperte e dei suoi studi, ma dipendeva da almeno tre fattori: voleva staccarsi polemicamente dalla casta degli accademici; c’era uno scopo divulgativo, voleva cioè rivolgersi al grande pubblico; toscano di origine e fiero del proprio idioma materno auspicava potesse diventare la lingua internazionale della scienza.
- Tracciate una breve storia della lingua come utilizzata dalla Chiesa Anche se il volgare, in campo letterario e in quello più propriamente grammaticale, avesse il riconoscimento unanime, era comunque d’obbligo l’uso del latino. Le esigenze edificanti e pastorali avevano indotto i religiosi a utilizzare il volgare nella predicazione per raggiungere un pubblico più vasto possibile. Al di fuori dell’omelia però la liturgia cristiana rimase legata al latino. Nel corso del Trecento e ancor più nel Quattrocento circolarono volgarizzamenti della Bibbia, del Messale e del Breviario, ma si trattava sempre di traduzioni destinate all’uso privato. Gli umanisti poi disprezzarono apertamente i predicatori e innescarono vere e proprie polemiche. All’inizio del Cinquecento l’unità dell’Europa cristiana venne rotta dalla Riforma protestante. Uno dei principi basilari della nuova dottrina era il libero esame delle Sacre Scritture: Martin Lutero il padre del cristianesimo riformato , auspicava un rapporto diretto tra il credente e Dio e a questo scopo nel 1522 pubblicò la traduzione della Bibbia. Il Concilio di Trento che la Chiesa cattolica convocò per arginare l’espansione del protestantesimo, discusse la legittimità di tradurre le Sacre Scritture nelle lingue moderne non arrivando però ad una decisione. Nel 1558, sotto il pontificato di Paolo IV, la Congregazione del Sant’Uffizio emanò il primo Indice dei libri proibiti valido per tutta la cristianità che, tra le altre opere, vietava anche il possesso, senza apposita licenza, di Bibbie volgari. Questo ebbe delle conseguenze linguistiche importanti: a differenza di quanto avvenne nella Germania luterana, il testo biblico non influì sull’unificazione linguistica dell’Italia. Nonostante ciò la Chiesa postridentina prestò grande cura alle strategie comunicative e alle varietà linguistiche da adoperare. La Chiesa cattolica decise di affidare al volgare soltanto la predicazione e la catechesi, che permettevano di raggiungere anche le fasce più basse della popolazione.
- La nascita della 'grammatica del volgare' nel Cinquecento: le tappe fondamentali
- Il Vocabolario della Crusca: l'elaborazione, le edizioni, la reazioni Lionardo Salviati aveva indirizzato la Crusca verso la creazione di un vocabolario ma i lavori di compilazione cominciarono solo dopo la sua morte e si protrassero per oltre vent’anni. L’elenco degli autori inclusi nello spoglio si basò sul canone stabilito da Salviati. Nel 1612 venne pubblicata a Venezia la prima edizione del Vocabolario degli Accademici della crusca. Gli Accademici fornirono il tesoro del fiorentino trecentesco integrandolo con l’apporto di alcuni scrittori moderni. Nello spoglio degli autori del ‘440 e del ‘500 erano inclusi anche non toscani
come Bembo e Ariosto anche che vennero privilegiati gli scrittori fiorentini come Lorenzo de’ Medici, Machiavelli, Francesco Berni e Salviati, muovendo dall’idea che ci fosse una continuità tra la lingua antica e il fiorentino vivo contemporaneo. Nel 1623 uscì una seconda edizione del Vocabolario, analoga alla prima con alcune correzioni e aggiunte. La terza edizione, nel 1691, fu radicalmente diversa: fu edita a Firenze e conteneva molte voci scientifiche che furono incluse grazie alla collaborazione degli scienziati e letterari Lorenzo Magalotti e Francesco Redi. Tra i nuovi autori scelti ci furono anche Galilei e Tasso. Le reazioni negative al Vocabolario degli Accademici della Crusca si manifestarono fin dal 1612: il primo detrattore dell’opera fu Paolo Beni autore di Anticrusca che oppose al canone di Salviati gli scrittori del ‘500 e soprattutto Tasso. Beni si ricongiungeva alla teoria della lingua cortigiana e ne esaltava i pregi delle parlate locali ma polemizzava anche contro Boccaccio, scovandone molti elementi plebei e irregolari e afferma che nel Trecento il toscano era incolto e rozzo mentre la lingua contemporanea poteva dirsi regolata e gentile. La critica di Beni conteneva molte contraddizioni anche se era schierata decisamente contro la prospettiva puristica sottesa al Vocabolario. Altri oppositori furono: Alessandro Tassoni che criticava l’utilizzo di arcaismi e la confusione creata dagli autori minori e Daniello Bartoli, che critica le numerose oscillazioni negli usi linguistici e quindi l’impossibilità di estrapolare una forma univoca.
- Melchiorre Cesarotti e le sue proposte linguistiche L’opera di Cesarotti “Saggio sulla filosofia delle lingue” sindone come buon compromesso tra la libertà da ogni regola, invocata dagli intellettuali del Caffè, e il purismo normativo della Crusca. Cesarotti apre il trattato proponendo otto affermazioni che confutano altrettanti pregiudizi sulla natura delle lingue: tutte le lingue si evolvono e all’inizio della loro storia sono barbare; tutte nascono da una combinazione casuale e non da un progetto razionale; nessuna lingua è pura; nessuna è perfetta ma tutte possono migliorare; nessuna è inalterabile e nessuna è tanto ricca da non aver bisogno di nuovo ricchezze; nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione. Una novità significativa del saggio è costituita dall’attenzione per la lingua parlata. Cesarotti osserva che in Italia si parla ovunque dialetto e che all’interno di ogni città si registrano differenze di ceto e pronuncia. La lingua parlata serve agli usi comuni mentre la lingua scritta è impiegata dai dotti per l’attività intellettuale. Per queste ragioni la lingua scritta non può rifarsi alla varietà parlata dal popolo ma non deve neanche conformarsi ai modelli letterari di un determinato secolo o dipendere dai tribunali dei grammatici ma deve aspirare ad un livello medio, raggiungibile attraverso la ragione e il giudizio capaci di conciliare l’uso vivo, che accomuna scrittori e popolo, e la lingua della tradizione. Poiché ogni lingue progredisce parallelamente alla crescita delle conoscenze, il lessico deve accogliere termini nuovi per rispondere a tutte le esigenze del tempo, Le parole nuove possono essere introdotte per analogia con forme già esistenti attraverso processi di derivazione e composizione oppure mediante il prestito da altre lingue. La possibilità di ricorrere a forme straniere è presentata da Cesarotti con cautela. L’autore difende la legittimità dei prestiti e in particolare dei francesismi purché la loro introduzione sia regolata da norme previste che arginino le innovazioni eccessive. I termini stranieri devono infatti essere accolti nel rispetto del genio della lingua. Cesarotti distingue tra il genio grammaticale della lingua, cioè la sua struttura morfo-sintattica, che deve restare inalterabile, e il genio retorico, cioè il lessico e lo stile, che può trasformarsi e ampliarsi in relazione all’evoluzione dei tempi e al progresso. Inoltre Cesarotti suggerisce agli accademici della Crusca di lavorare alla compilazione di un vocabolario etimologico italiano e di un nuovo vocabolario italiano, eliminando gli arcaismi, aggiungendo autori esclusi dalla Crusca, ricco di termini delle arti e delle scienze , raccolti nelle varie regioni italiane.
revisione che si conclude nel 1827. Si trasferisce in toscana perché ha bisogno di imparare il toscano parlato dalle classi colte, per frequenti e determinanti correzioni al linguaggio della narrazione. In questo modo si avvicinò il più possibile al toscano contemporaneo, riducendo del tutto l’apporto delle altre lingue. Egli cambiò anche il nome del romanzo che passò da Fermo e Lucia a i Promessi Sposi, cambiando anche il nome ai personaggi, infatti, ad esempio, Fermo Spolino diventa Renzo Tramaglino.
- L'italiano dopo l'Unità politica: la reazione di Graziadio Isaia Ascoli alle^ proposte manzoniane
esposte nella relazione ministeriale
Nonostante le idee manzoniane avessero ricevuto nel tempo il favore della classe politica dello Stato unitario e la diffusione anche nel mondo della cultura, ci furono però anche diversi intellettuali che vi si opposero strenuamente. Di questo fermento si fece portavoce Graziadio Isaia Ascoli, che intervenne autorevolmente nella polemica nel 1873, quando il Manzoni ormai era morto. Partendo dal rapporto tra lingua e società e dalla realtà secolare dei dialetti, Ascoli dichiarava senza mezzi termini che la soluzione manzoniana era inadeguata oltre che impraticabile. L’Italia aveva bisogno non di una lingua colloquiale, provinciale, che rischiava di essere ridicola, com’era il fiorentino, che aveva dato già prove poco convincenti nei numerosi seguaci del Manzoni, ma di una lingua duttile e agile, adatta anche a trattare argomenti culturali. La diffusione di questa lingua, però, non si poteva ottenere con disposizioni ministeriali e neppure dall’oggi al domani, ma solo grazie all’istruzione, all’ammodernamento delle istituzioni culturali e al progresso scientifico. Bisognava tener conto della realtà, evitando fughe in avanti; pertanto Ascoli consigliava di partire dal dialetto nell’insegnamento elementare e di usare l’italiano sovraregionale che pur esisteva.
- L'italiano dopo l'Unità politica: il verismo Il Verismo, che è una delle più notevoli correnti letterarie della seconda metà dell’Ottocento, nacque e si sviluppò in Italia tra il 1870 e il 1890 circa, quando da poco si era conclusa la fase risorgimentale e il nuovo Regno italiano si trovò subito alle prese con gravi difficoltà e con notevoli problemi. Il Verismo che prende il nome dall'obiettivo di alcuni autori del tempo di rappresentare la realtà così come la si vede restando nella oggettività e nell'impersonale. Si ispira in tal senso al Naturalismo francese e al Positivismo. I principali esponenti sono Verga, Capuana, Serao, De Roberto, Di Giacomo, Deledda, Lorenzini, Giocosa e De Amicis. Attraverso tale movimento si cerca di teorizzare una rigorosa fedeltà alla realtà effettiva (al «vero») delle situazioni, dei fatti, degli ambienti, dei personaggi e una corrispondenza con il sentire e il parlare dei soggetti che vengono rappresentati.
- Le 10 tesi per l'istruzione linguistica democratica Le Dieci Tesi per l'educazione linguistiche democratica furono redatte da Tullio De Mauro. Esse proponevano l’educazione linguistica come grande questione nazionale, rivolgendosi non solo alla scuola, ma al mondo della cultura, all’Università, alle classi dirigenti, alle forze politiche e sociali. Le prime due Tesi pongono il tema della centralità del linguaggio verbale per l’essere umano e del suo radicamento nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale. La terza richiama l’attenzione sul fatto che non tutte le capacità linguistiche sono visibili come quella di produrre testi scritti o di conversare; molte, e importanti, sono inferibili solo indirettamente, come quella di comprendere i messaggi parlati e scritti, o quella di arricchire il proprio patrimonio lessicale. La quarta Tesi pone il tema centrale del documento. Essa chiarisce il senso di “educazione linguistica democratica” richiamandosi
all’art. 3 della Carta, che “riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini ‘senza distinzioni di lingua’ e propone tale eguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono, come traguardo dell'azione della Repubblica”. Le Tesi V, VI, VII sono dedicate alla critica della “pedagogia linguistica tradizionale” e con questo entrano nel vivo della didattica prevalente nelle scuole. Le ultime tre Tesi sono in chiave propositiva. Fondamentale la VIII, che sintetizza in dieci punti i “Principi dell’educazione linguistica democratica.
- Pasolini e le evoluzioni dell'italiano nel Novecento Pier Paolo Pasolini pubblicò nel 1964 un intervento sulla lingua contemporanea, in cui affermava che per la prima volta in Italia stava nascendo una lingua nazionale, un italiano però di impronta tecnologica, espressione dell’asse economico Milano-Torino, dominato dalla pratica e non dalla lingua scritta, più legato alle aziende che alle università. Secondo Pasolini le caratteristiche specifiche del nuovo italiano erano: la semplificazione sintattica, con la caduta di forme idiomatiche e metaforiche; la drastica diminuzione dei latinismi; la prevalenza dell’influenza della tecnica rispetto a quella della letteratura e quindi una minor letterarietà della lingua stessa. Nel dibattito che ne seguì, diversi intellettuali e studiosi contestarono la tesi pasoliniana: fu rilevato, anzitutto, che in Italia non era in atto un’unificazione sociale, ma una frantumazione, che si traduceva in un’articolata stratificazione linguistica; che l’effettiva simbiosi dell’italiano non era col linguaggio tecnologico o aziendale, ma con le lingue internazionali, anzitutto con l’inglese; che la standardizzazione linguistica in atto non era dovuta alla civiltà tecnologica, ma a una cultura massificata e conformista e che, dunque, l’unificazione non era tanto da attribuire all’industria quanto ai mass-media. L’articolazione interna del repertorio linguistico italiano è andata crescendo parallelamente allo sviluppo del Paese. I processi di rinnovamento che hanno investito la società italiana negli ultimi settant’anni hanno portato inoltre alla differenziazione della lingua in senso diastratico e diafasico, dando origine a varietà di italiano alle quali sono stati dati i nomi di italiano popolare e di italiano dell’uso medio.
- Illustrate uno dei due capitoli scelti fra V, VII, IX, XI, XIII, XV, XVII, XIX del volume obbligatorio (Claudio
Marazzini, La lingua italiana. Storia, testi, strumenti) oppure
- Illustrate uno dei due capitoli scelti fra un capitolo della parte seconda e un capitolo della parte terza del
volume obbligatorio (Massimo Palermo, Linguistica italiana