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Riassunto del Martignoni per il corso di Letteratura Contemporanea E (6 crediti), anno accademico 21/22
Tipologia: Appunti
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Per il romanzo di formazione nel Novecento italiano: linee, orientamenti, sviluppi Il Novecento è un importante banco di prova per il romanzo di formazione e la nostra modernità narrativa. Il genere attraversa asimmetrie e dissonanze, incrociandosi con altri genere, incorporando altre storie ed esperienze, raccontando nuovi tasselli culturali, di società, di costume, di stile e linguaggio. Il Novecento è stato anche il secolo della velocità e della vertiginosa e sempre rinnovata simultaneità, il secolo che ha conosciuto il sovvertimento dei concetti tradizionali di spazio e tempo; è stato il secolo dei media e delle masse, dei costumi, del mercato, della globalizzazione ecc.. Tra fine Ottocento e inizio Novecento avviene il rilievo dei giovani come soggetti socio culturali attivi, e i salti generazionali, un tempo lenti, si fanno bruschi e veloci, anche per la generale accelerazione impressa da modernità e modernizzazione. Le nuove guerre di massa, producono generazioni storiche che non possono non riconoscersi permanentemente in quelle esperienze traumatiche, ai movimenti giovanili, alle organizzazioni fasciste, alle intense polemiche sui giovani dentro il fascismo ecc.. Alla formazione nel primo Novecento, sino a metà secolo, ha avuto peso la dottrina di Freud, aprono ignoti orizzonti psichici e, inoltre, infanzia e crescita vengono riformulate secondo dinamiche inedite e in gran parte sconvolgenti. La scrittura alto-modernista viene riconosciuta dallo stampo soggettivo; l’impatto che suscita Freud si incrocia con la crisi dei fondamenti epistemologici, culturali, scientifici tra i due secoli, e con la stessa messa in discussione delle certezze del linguaggio che personne tutto il Novecento introducendo nel letterario ulteriori potenzialità, complessità e diffrazioni. Individuiamo una serie di istituzioni legate agli schemi freudiani nella costruzione dell’identità adolescenziale giovanile:
Tra i punti più fragili del testo troviamo il finale molto travagliato, Tozzi esita a portare alle estreme conseguenze il fallimento di Pietro, lasciando inconclusa e mozzata la storia personale di Pietro. Anche se gestite in negativo, le modalità di chiusura dei testi sono parecchio diverse: si va dalla marcata tragicità, alla dissolvenza, alla voluta insignificanza, alla esplicita inconclusione. Agostino di Moravia (1944) ha un clima diverso da Tozzi (seppur abbiamo legami come la crudeltà). I nuclei-chiave sono trattati in un vocabolario disadorno ed elementare, efficace nei suoi ruvidi e grezzi ritorni. Sono declinati e ripetuti con insistenza una serie di motivi afferenti al malessere editipico: la rivelazione della insidiosa femminilità materna, il masochismo del ragazzo, disorientatissimo, l’equiparazione madre-prostituta. Si accompagna un climax di grande effetto sul corpo della madre, la cui bellezza imponente ed esuberante, da una prima notazione neutra e oggettiva, prende sempre più spazio, fino a invadere con prepotenza simbolica la casa, poiché invade colui che osserva e registra. Non meno micidiale il replicarsi della sequenza del bacio materno: da pacifico a consolante, si fa via via perturbante, esplicitamente tentatore, aggressivo e sensuale, alla fine beffardo e ambiguo. Molto insistita è la perpetua e ansiosa fuga del ragazzo tra dentro/fuori: la casa, già pacifica e amica, si trasforma in luogo di tensioni e pulsioni intollerabili; la spiaggia, altrettanto insidiosa per la presenza degli amici/antagonisti e del bagnino pedofilo. Alcuni rimandi ad Agostino si hanno nell’ Infanzia di un capo di Sartre (1939) e in Torless (1906). In Torless, l’explicit, terminata l’infernale esperienza del collegio militare, consegna un breve scambio di battute, nella carrozza che va verso la stazione, tra il figlio e la madre. Il dialogo è chiuso senza commenti dalla sensazione avvolgente del profumo materno. Rivolse un’occhiata furtiva alla madre. “Che vuoi, figlio mio?” “Nulla, mamma, pensavo” E ispirò la fragranza delicata emanante dal corsetto della signora. Anche in Agostino abbiamo un dialogo filio/madre, insignificante in apparenza ma carico di profonda ambiguità: Agostino rimprovera la madre di non trattarlo come un bambino, lei lo rassicura e lo bacia. Agostino, al contrario di Torless, sa di non essere ancora un uomo. I richiami al testo sartriano sono espliciti: la bellezza della madre, esuberante e sensuale, profumata e curata; l’omosessualità, iin Agostino, proiettata sul bagnino che insidia il ragazzo. Solaria sollecita nuovi orientamenti culturali, con desia apertura europea. Si prelevano i miti di adolescenti ribelli, gli sconvolgimenti dell’eros anche omosessiale, conflittualità. Ne discendono proficui racconti adolescenziali. Come il Garofano rosso di Vittorini. L’impiego della tecnica dell’Io narrante qui produce enfasi, non ambiguità. Il clima dominante è liricheggiante, profetico-simbolico, eroico. La vita giovanile si snoda tra scuola, bande di ragazzini rivali o amici, furiosi antagonisti e vibranti amici.