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Tipologia: Appunti
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Buddhismo cinese .................................................................................................................................................. 33 Adam Chau ......................................................................................................................................... 34
Confucianesimo .................................................................................................................................. 37 Mencio (Mengzi) .................................................................................................................................................... 38 Xunzi ....................................................................................................................................................................... 38 Legismo .............................................................................................................................................. 39 Moisti ................................................................................................................................................. 39 Scuola Yin Yang e delle 5 fasi .............................................................................................................. 39 Daoismo ............................................................................................................................................. 40 Buddhismo ......................................................................................................................................... 40 OCCIDENTALISMI La parola “ occidentalismo ” è segnata da violenza, una forma di violenza molto particolare che ha costituito la posta in gioco nella costruzione del Noi occidentale e dell’Altro colonizzato. I post colonial studies sono un insieme composito di testi e autori impegnati a decostruire i paradigmi della Modernità che hanno fornito le strutture di accoglienza e di sostegno al dominio coloniale. La violenza epistemologica è stato il filtro che ha selezionato le persone, negando a certi la dignità e il riconoscimento e ad altri dando condiscendenza e complicità, creando forme di ordinaria violenza. Per rendere docili sembrava bastare la miseria e l’esclusione, il mantenimento delle distanze e soprattutto il fare capire ai colonizzati che erano diversi dai padroni. Le rappresentazioni delle altre culture sono stare costruite a partire dalla centralità del nostro sguardo creando così identità ritagliate di tutto ciò che non volevamo essere. Alla concretezza del dominio degli imperi coloniali abbiamo sovrapposto la fascinazione esotica verso posti lontani, sommando così violenza su violenza. Attribuendo agli altri tutto ciò che non volevamo essere ma di cui avevamo bisogno per essere. CULTURA è una parola contenitore essenzialmente vuota. Costruendo un concetto di Altro abbiamo potuto rappresentare il Noi come moderno, civilizzato, superiore, sviluppato ma tutto ciò sempre in rapporto con l’altro. Edward Said nella sua opera Orientalismo dice che senza la rifrazione deformante del nostro sguardo sull’Oriente la cultura europea non avrebbe la sua forza e la sua identità. La violenza non ha plasmato solo la rappresentazione degli altri ma anche la propria, fuori dalle nostre teste e dai libri non esiste né l’Oriente né l’Occidente, sono entrambi concetti inventati dall’Occidente. Questi due concetti sono l’espressione di un pensiero fondato su una distinzione ontologica ed epistemologica tra Oriente e Occidente che nel tempo hanno creato un corpus teorico e pratico, corpus che ha fatto da filtro su come l’Oriente è entrato nella coscienza e nella cultura occidentale. L’Orientalismo ha reso superfluo l’Oriente perché il suo senso dipende dall’Occidente e ha permesso all’Occidente stesso di affermarsi e costruire la propria identità, legittimando così la propria superiorità e ponendosi al centro della Storia. Con Occidentalismo ci si può riferire a diversi aspetti:
l’incapacità di comunicazione. Bisognerebbe cominciare ad esaminare la compenetrazione attuale delle culture. Le nostre culture oggi si compenetrano a vicenda e sono contraddistinte da mescolanze. Idea della transculturalità in 5 aspetti:
Le trasformazioni della società hanno reso per vari aspetti strutturalmente obsoleto lo stato nazionale nel suo formato tradizionale, rendendo sempre più complesso il problema tra cittadinanza politica e identità nazionale. Lo stato nazionale sembra non essere più in grado di governare i processi globali e le nuove regole dell’economia globalizzata. I grandi progressi realizzati sulla strada dell’integrazione europea dopo Maastricht e l’introduzione della moneta unica hanno sicuramente indebolito il modello classico dello stato-nazione. Come si spiega allora il revival dei nazionalismi? Eric J. Hobsbawn sostiene che le nazioni e i nazionalismi hanno cessato di essere un elemento trainante e di prima importanza nello sviluppo storico. O al contrario, il nazionalismo sta tornando a svolgere un ruolo decisivo nel mondo contemporaneo perché strutturalmente e profondamente radicato nel substrato etnico delle identità collettive. Da due secoli la nazione costituisce un punto di riferimento fondamentale nei meccanismi di formazione e consolidamento delle identità collettive e che opera come una forza storica di prima grandezza. La nazione è stato l’elemento decisivo delle lotte di liberazione di molti popoli oppressi e anche di molteplici disegni di oppressione e di conquista. La nazione ha rappresentato un richiamo efficace per grandi e piccoli stati impegnati ad avviare o consolidare giganteschi sforzi di modernizzazione politica, economica e sociale e nel contempo proiettati a rafforzare e garantire la propria posizione nella scena politica internazionale. La nazione, legata a qualsiasi tipo di dottrina, ha costituito una categoria essenziale della riflessione della politica contemporanea anche se c’è chi ha parlato del suo declino a favore dello spirito del commercio o lacerata da lotte di classe o di razza. La nazione è un oggetto complesso, fluido e per questo controverso, definito da Ernest Renan come un’idea chiara in partenza ma facile a essere gravemente fraintesa. Secondo De Maistre la nazione è una grande parola di estrema comodità, giacché se ne fa quel che si vuole. La fisionomia delle nazioni viene determinata da un intreccio estremamente complesso e variabile di fattori eterogenei come la razza, l’etnia, il territorio, la lingua, la religione, le tradizioni, la cultura, un’eredità di memorie condivise, un sistema di istituzioni politiche o una storia politica comune. Ogni singola nazione costituisce sempre il prodotto di circostanze uniche e irripetibili, di uno sviluppo storico specifico in cui diversi elementi operano in modi e con esiti diversi di volta in volta. John Stuart Mill “fonti del sentimento nazionale”: questo sentimento è l’effetto di identità di razza e di spirito, sovente comunità di linguaggio e di religione contribuiscono a farlo nascere. I limiti geografici sono pure una delle sue fonti ma la sorgente più viva è l’identità del progresso politico, il possesso di una storia nazionale e di conseguenza di una comunità di ricordi. Secondo Mill nessuna di queste circostanze è indispensabile o sufficiente per sé stessa in senso assoluto. Per Friedrich Meinecke le nazioni sono grandi e possenti comunità di vita sorte attraverso un lungo processo storico e sottoposte a movimenti e mutamenti ininterrotti. La natura delle nazioni è qualcosa di fluido. Ogni nazione presenta sempre dei lati completamente individuali e suoi propri. Per Otto Vossler nel concetto di nazione si includono generalmente certi dati caratteristici come il suolo, la razza, la storia e i ricordi comuni, non sempre la religione, la filosofia e l’arte comune, la comune cultura in generale. Più di tutto è peculiare la comunanza della lingua. È conforme al pensiero nazionale che questa comunità culturale si costituisca in una comunità politica. Quanto più si osserva la storia tanto più chiaramente si vede come ogni nazione abbia il proprio particolare concetto di nazione ben distinto da ogni altro. Non esiste un senso nazionale che valga per tutti i popoli. Questo senso nazionale non rimane costante in una medesima nazione ma tende a mutare nel corso del tempo. La comune natura o essenza delle nazioni secondo Ernest Renan è la coscienza nazionale con una specifica volontà di essere una nazione. Le nazioni e le forme della coscienza nazionale, pur avendo una storia singolare, sono riconducibili per ciò che riguarda la loro specifica struttura ad alcuni tipi fondamentali. Ci sono 3 variabili:
Nei processi di decolonizzazione invece, era un termine positivo, come diceva il birmano Htin Aung, il nazionalismo è come la libertà, se la si ama si apprezza anche quella degli altri. Nella lingua inglese rimase un termine neutro che indica il complesso delle dottrine e dei movimenti orientati in senso nazionale. Nelle lingue dell’Europa continentale il termine ha mantenuto le sue connotazioni negative che designano una condizione patologica della politica nazionale. A partire dagli anni Venti e Trenta del 20esimo secolo le scienze storico-sociali hanno impiegato il termine nazionalismo in un senso ampio e neutrale. Per Hayes, nazionalismo indica idee e principi di valore opposto da un punto di vista normativo. Da allora il termine è stato spoliticizzato ed è diventato un concetto molto complesso, non si riferisce più solo a un insieme di idee ma anche a fenomeni eterogenei come il processo storico di formazione di uno stato nazionale, ai movimenti organizzati, in poche parole si riferisce a un complesso di fenomeni suscettibili di essere fissati in definizioni. Secondo Hans Kohn il termine nazionalismo si riferisce ad uno stato d’animo che permea la grande maggioranza di un popolo e che pretende di permeare in tutti i suoi membri. Affinché il nazionalismo iniziasse a dispiegare la sua efficacia storica dovevano svilupparsi alcuni presupposti:
Tra gli anni 30 della Restaurazione e quelli in cui furono unificate l’Italia e la Germania il linguaggio della nazione e dei nazionalismi svolse una funzione di tipo integrativo, stimolò e registrò gli sviluppi delle lotte per la libertà, l’indipendenza e l’unità delle nazionalità. Diede un significato forte e progressivo alla costruzione di nuove identità politico-statuali fondate sul principio dell’autodeterminazione dei popoli. I processi di unificazione sono stati di fatto portati a compimento dall’alto. Il linguaggio della nazione rimase costruito sull’idea di ricostruire l’unione originaria dei popoli che si trovavano ad essere sottomessi al dominio diretto o all’egemonia di stati o dinastie straniere. L’idea di nazione fu il veicolo di un senso di appartenenza più che di esclusione. Non generò guerre di conquista ma guerre di liberazione. Dopo la costruzione degli stati nazionali italiano e tedesco, nell’ultimo trentennio del 19esimo secolo, in Europa l’idea di nazione si trasformò cessando di essere l’ideologia di un élite impegnata a costruire un’ampia unità politica, diventò l’ideologia legittimante e primaria di uno stato burocratico centralizzato che rivendicava il monopolio dei mezzi dell’amministrazione e della coercizione fisica e all’esterno, in quanto stato potenza, si confrontava con altri stati sovrani dell’area anarchica della politica internazionale. A partire dalla seconda metà dell’800 che tali stati fecero ricorso alle ideologie della nazione abbandonando il riferimento alle retoriche della dinastia. L’idea di nazione continuò a svolgere un importante ruolo di tipo integrativo, sostenuto da istituzioni politiche come la scuola e l’esercito. Tale ruolo poteva adesso caricarsi di implicazioni illiberali, legittimando le tendenze all’omologazione e all’irreggimentazione che potevano autorizzare la persecuzione di nemici interni. L’idea di nazione poteva legittimare la volontà di potenza, l’oppressione coloniale e quindi anche la guerra. Tra l’800 e la prima metà del ‘900 il linguaggio del nazionalismo e della nazione opera su due costellazioni di teorie e pratiche diverse: fino al 1860-70 c’è la tradizione del pensiero democratico e liberale, dopo invece le ideologie dell’imperialismo. Le ideologie nazionalistiche furono veicolo di rappresentazioni dell’appartenenza e dell’esclusione. Non dovevano solo generare la guerra contro il nemico esterno e l’opposizione al nemico interno ma anche il genocidio. Nella seconda metà dell’800 prevaleva l’idea che la nazione fosse un’entità preesistente allo stato nazionale ma non è così e ne è un esempio la nazione italiana. Hobbsbawm ha dimostrato che non siano le nazioni a generare lo stato nazionale ma sono gli stati a produrre quegli artefatti ideologici che sono le nazioni. È il nazionalismo a generare le nazioni e non viceversa. Orizzonti giapponesi Negli ultimi due secoli, a partire dall’inaugurazione dell’università moderna, le discipline umanistiche/scienze umane hanno definito la produzione della conoscenza nel mondo internazionale. Il concetto moderno di internazionalità implica che il mondo sia diviso in due forme di umanità:
la nazione. Le scienze umane moderne sono state coinvolte nel compito di produrre una soggettività nazionale secondo lo schema della lingua nazionale. Insieme alla formazione dello Stato-nazione emerse il mondo dell’internazionale, nozione associata al sistema del diritto internazionale ma ciò non significava il rispetto reciproco degli stati del pianeta, indicava la parte del mondo in cui dominavano gli stati sovrani territoriali e il resto del mondo ne era escluso. Le materie umanistiche riflettono questa realtà politica che si sono formate all’interno della struttura istituzionale denominata Occidente, distinto dal resto del mondo. La nazione è una formazione nuova in cui il principio di affiliazione tra affini ha creato il senso dell’identità individuale, una netta distinzione tra interno e esterno, ha creato un sentimento di nazionalità a cui corrisponde una lingua nazionale che si presume innata in ogni membro della nazione. Secondo il nazionalismo la lingua nazionale è un fatto preistorico ma questa è finzione promossa dalle discipline nazionali. La nazione rappresenta la condizione necessaria ma non sufficiente del razzismo moderno. La lingua nazionale è il prodotto dell’internazionalità, di una procedura comparativa attraverso cui una lingua è esterna rispetto ad un’altra. Una lingua è costituita in relazione ad un’altra attraverso lo schematismo della co-figurazione. Tutte le lingue nazionali moderne si sono formate attraverso il moderno regime di traduzione. Le discipline degli studi di area vennero costituite sotto il principio dell’interdisciplinarietà che presuppone il presunto oggetto della loro ricerca in modo diverso da quello delle scienze umane normative che si occupano di aspetti universali della natura umana. Ciò che lega le discipline degli studi di area è proprio la regione o la popolazione di una certa area. Étienne Balibar chiama differenza antropologica la distinzione di un genere di umanità dal resto secondo i cui termini la conoscenza delle discipline umanistiche è stata prodotta, è uno strumento di potere che ha sorretto la conoscenza di quelle discipline. L’ambiguità dell’area: performatività e posizione fissa L’area potrebbe sembrare un indicatore geografico, una regione circoscritta di territorio, comunità o istituzioni sociali coordinate in rapporto ad altri indicatori geografici. Si potrebbe pensare quindi che l’area sia un luogo spaziale identificabile che è collocato entro lo spazio di una località geografica. L’area nella formazione disciplinare degli studi di area non si riferisce solo alla località determinata in una configurazione geografica. Per rendere una località geografica comprensibile a tutti è necessario introdurre un ordine di misurazione, un asse di valori o un sistema a griglia. Identificare un’area significa iscriverla entro l’ordine delle coordinate spaziali in relazione ad altri referenti localizzabili e quindi renderla uno spazio in cui confrontare un’area all’infuori di altre. L’area significa dunque anche una trasformazione dello spazio da liscio a striato. Un’area si presenta come una moltitudine di cose che sono in un modo o nell’altro quantitativamente simili fra loro o prossime l’una all’altra a formare una prossimità. Ci si aspetta che i componenti di un’area condividano certe caratteristiche comuni, si presume che siano omogenei. Le caratteristiche comuni sono spesso rappresentate dall’immagine di un’area. Negli studi di area è noto che l’immagine di una cultura è spesso confusa con l’area stessa ed è facile pensare che un’area designi l’estensione geografica di una cultura o una lingua comune. L’area si pone quindi come un’omogeneità interna con componenti simili fra loro e un’eterogeneità esterna dei membri di un’area rispetto ai membri di un’altra. Quest’idea di omogeneità contro eterogeneità è un’invenzione recente. La scoperta del Nuovo Mondo segnò l’inizio di ciò che oggi chiamiamo “il mondo internazionale moderno”, concetto che è venuto alla luce quando sono comparse le invenzioni moderne della tecnologia cartografica e della navigazione, un nuovo modo di percepire lo spazio planetario. La questione degli studi d’area spinge dunque a prestare attenzione a come è stato costruito il mondo, la fabrica mundi , il primo tentativo sistematico di rappresentare il mondo introducendo dei confini. Il processo di trasformazione della sovranità statale e l’ordine dello spazio geografico devono essere ripetuti ogni volta che si costruisce una nazione ed è per questo che l’internazionalità del mondo internazionale moderno non può essere raggiunta una volta per tutte. Un’area è una regione geografica circoscritta che serve come cornice per la produzione di conoscenza in una disciplina degli studi di area ma, allo stesso tempo, connota un’operazione in cui una particolare estensione
geografica è mappata come tale. Finché si ignora questo secondo aspetto rimarremo inconsapevoli della storicità della stessa idea di area in sé. Traduzione e formazione di confini Bisogna emancipare la nostra immaginazione dal regime dello stato-nazione ma senza negare il regime stesso, problematizzando i nazionalismi metodologici che permeano la produzione di conoscenza nelle discipline umanistiche, in particolar modo nelle discipline accademiche degli studi d’area. I principi organizzativi di nazionalità e internazionalità non sono una prerogativa inevitabile, non bisogna vedere la nazionalità come un dato. La nazionalità è un derivato ristretto e distorto della transnazionalità. Vediamo come la modalità transnazionale di socialità sia delimitata, regolata e ristretta dalle regole del mondo internazionale. Come si formano i confini? I confini non esistono in natura, anche i confini naturali sono costruiti dall’uomo. Un confine, pur separando un gruppo dall’altro, quelle persone devono trovarsi in una forma di relazione sociale perché quel confine funga da marcatore della separazione. Solo dove le persone sono d’accordo nello stabilire un confine si può parlare di un confine come istituzione. Il territorio nazionale è indeterminato prima della delimitazione dei confini e, allo stesso modo, è impossibile determinare una lingua nazionale prima della nazione. Una lingua è un sistema non una sistematicità, è modificata e riprodotta ad ogni suo uso, la lingua è molteplice ed è impossibile parlarne come se fosse un’unità primordiale o identificabile. L’operazione di paragone con cui si giudica la differenza di specie tra lingue è impossibile senza che si stabilisca l’individualità di una particolare lingua che va paragonata a livello di rappresentazione. Nel contesto della differenza culturale la traduzione precede la determinazione delle unità linguistiche che si vogliono collegare, c’è la traduzione prima dell’affermazione di una lingua nazionale. La traduzione viene prima della determinazione della differenza di specie perché solo dopo le lingue individuali possono essere confrontate. Nella traduzione si può parlare di similitudine e differenza fra lingue. Non si può iniziare il processo di comparazione senza che i termini da comparare siano comparabili. Prima di comparare si deve tradurre. La traduzione non riguarda solamente la lingua. La traduzione è un atto di socialità. L’unità della lingua è un ideale regolativo che ci permette di comprendere dati affini sulle lingue, ammettere l’unità di una lingua serve solo a organizzare la conoscenza delle lingue in modo sistematico e scientifico. L’unità della lingua serve solo come uno schema per la nazionalità perché offre un senso di integrazione nazionale. La somiglianza oltre lo schematismo della co-figurazione La delimitazione della traduzione secondo il regime moderno di traduzione è come viene messa in pratica l’idea della lingua nazionale. Quest’idea è rappresentata attraverso lo schema di co-figurazione: solo quando la traduzione è resa rappresentabile grazie a questo schema, l’unità presunte di una lingua nazionale ne deriva come ideale regolativo. La proiezione di questi schemi ci permette di immaginare o rappresentare ciò che accade in una traduzione per darci un’immagine o una rappresentazione della traduzione. L’unità di una lingua nazionale è possibile solo nell’elemento dei molti in uno ma perché ce ne siano molti, un’unità deve essere distinguibile dalle altre. Nella rappresentazione convenzionale della traduzione, una lingua deve essere chiaramente distinta dalle altre, l’unità di uno comporta l’ipotesi di un confine o un intervallo. La misura con cui siamo in grado di classificare una lingua come unità ci è data solo nel luogo in cui è segnato il limite di una lingua, al confine in cui ci imbattiamo in un nonsenso che ci obbliga a fare qualcosa per dargli un senso. Questo dare un senso al nonsenso è chiamata traduzione. L’unità di una lingua è sempre rappresentata in relazione ad un’altra, è possibile solo e soltanto nello spazio del confronto, si può dire che l’internazionalità sia implicita nella nozione stessa di una lingua. Il luogo di un confronto non può mai essere identificato cartograficamente con un confine nazionale sulla superficie geografica. L’atto della traduzione avviene nel luogo che precede l’ubicazione in cui si traccia un confine quindi il luogo della traduzione è un luogo che precede il contesto del mondo internazionale. Il luogo della traduzione è dislocato, l’area non è solo un determinato luogo. Il luogo della traduzione apre il luogo
Verso una teoria transculturale dei mostri e della mostruosità Nel Giappone contemporaneo è in atto negli ultimi decenni un prolungato boom dei mostri. Si assiste ad una proliferazione di nuovi mostri prodotti da manga, anime, videogiochi, cinema ecc. La passione crescente per i mostri e le creature fantastiche è un fenomeno globale che accomuna tutti i paesi più industrializzati. In Giappone il filosofo e riformatore Inoue Enryō ha inaugurato a fine Ottocento lo studio accademico dei mostri autoctoni, lo yokaigaku mentre una sua affermazione più definitiva si deve a Yanagita Kunio agli inizi del 900, considerato il padre degli studi folclorici/etnologici giapponesi. In Giappone come forse in ogni angolo della Terra sono sempre esistite creature ambigue più o meno immaginarie, creature che sono buone da pensare e che hanno quindi occupato un ruolo fondamentale nelle mitologie, nelle leggende ma anche nelle riflessioni filosofiche, scritti e opere intellettuali in generale. Qualsiasi ordine culturale inteso come sistema simbolico di classificazione, compreso quello scientifico moderno, ha partorito necessariamente i suoi mostri. Sia il termine italiano che quello inglese “mostro” derivano dal latino mostrum, segno divino, fenomeno contro natura, e dal verbo monere, avvisare per indicare qualcosa di straordinario, spaventoso, orribile e meraviglioso che si poteva manifestare in tempi antichi per avvertire o istruire gli umani sulla volontà degli dei. In Giappone il termine yokai è di uso comune più recente, è un termine usato per indicare fenomeni o esseri misteriosi, inspiegabili e straordinari, in particolar modo riferito ai mostri autoctoni premoderni. Sono la scrittura, le religioni, la letteratura, l’agricoltura dell’impero cinese che danno avvio alla cultura giapponese. Lo studio moderno dei mostri autoctoni nasce con Inoue Ernyō, il primo ad inserire i mostri autoctoni nell’agenda nazionale in termini istituzionali, coniando il termine yokaigaku. La sua fervida attività è stata indirizzata allo sterminio in termini psicologico-positivisti delle credenze sull’esistenza reale o empirica dei mostri, ancora molto diffuse a fine 800. I mostri sono da lui considerati delle superstizioni causate dal terrore o dall’incomprensione di fenomeni misteriosi di origine naturale o umana. I mostri sarebbero quindi il prodotto dell’ignoranza e della facile suggestione diventando così un ostacolo da superare per la formazione di uno stato-nazione. Ema Tsutomu è stato fondamentale nell’introdurre una prospettiva storica nello studio dei mostri. Yanagita Kunio è l’autore di un’imponente raccolta, documentazione e interpretazione del repertorio mostruoso regionale derivato dalle credenze popolari orali delle zone rurali, ormai in fase di estinzione di fronte alla modernizzazione. Inoue, Ema e Yanagita condividono tutti la convinzione dell’esistenza non-empirica dei mostri e la loro natura costruita. Per Inoue i mostri sono segno dell’arretratezza della gente e quindi nemici della nazione, per Ema e Yanagita invece i mostri sono simbolo nostalgico di una tradizione autentica. Negli anni 90 del 20esimo secolo si deve a Komatsu Kazuhiko la rinascita dello yokaigaku. Anche lui continua a pensare ai mostri come all’anima del Giappone ma ha fatto spostare l’attenzione ad una prospettiva più storico-culturale. Lo yokai come fenomeno rimanda in generale a quegli accadimenti o eventi misteriosi senza apparente spiegazione e incontrollabili dall’azione umana che hanno stimolato l’immaginazione delle persone. Un fenomeno misterioso può rimanere amorfo e senza un nome ma, attraverso la diffusione e la condivisione tra più persone e in luoghi diversi relativi a fenomeni simili, si inizia a dare un nome generico al fenomeno. Lo yokai come entità nasce dopo, quando ci si focalizza sulle possibili cause di questo fenomeno misterioso e amorfo, attribuendolo all’azione di una creatura o essere specifico dalle connotazioni soprannaturali. Gli yokai sono entità spirituali non venerate, incontrollabili, spesso sgradite. Con la diffusione degli emakimono (rotoli narrativi illustrati) si assiste ad una rappresentazione visiva degli yokai. Questi rotoli non hanno funzione di culto, servono solo per documentare, raccontare e illustrale avvenimenti importanti e segna il passaggio degli yokai da essere un fenomeno incontrollabile ad essere fonte di intrattenimento. L’affermazione di un modo enciclopedico ha contribuito ad isolare singoli mostri che diventano entità a sé stanti. La standardizzazione della cultura yokai è parte integrante della formazione di un senso moderno di identità nazionale.
si costruisce dall’intersezione cumulativa di negatività di tipo estetico, morale ed epistemologico. Nonostante possa apparire come nemico di un ordine costituito, finisce per esserne il capro espiatorio, il custode della sua stabilità. Ha la funzione terroristico-terrorizzante di locazione degli spazi accettabili e frequentabili, di naturalizzazione dei loro presupposti tassonomici e normativi, e quindi di confinamento identitario di coloro che preferiscono abitare luoghi familiari e sicuri e si riconoscono nell’ordine che lo sostiene. Il mostro, in quanto mediatore ibrido fra noi e gli altri, fra identità e alterità, può essere considerato come uno specchio metaforico, uno schermo in cui confluiscono le proiezioni di chi vi guarda per disconoscersi o per riconoscersi. Ci sono dunque 2 tipi di alterità mostruosa:
La cultura giapponese moderna non è solo ibrida e diversificata ma è anche soggetta a forze globali e interne, materiali ed immateriali, socioeconomiche e geopolitiche. Mentre il modello monoculturale giapponese è stato criticato, la cultura di ciascun gruppo etnico tende ad essere costruita come un’identità uniforme. Ad esempio, i coreani che vivono in Giappone dicono di mantenere la loro cultura coreana ma nemmeno la cultura coreana è uniforme. Anche la minoranza giapponese dei burakumin è discriminata in base al fatto che discendono da una famiglia che durante il periodo feudale si occupava di macellare il bestiame, un lavoro considerato indecente. Ma anche definire i limiti di questa minoranza è impossibile perché con il tempo si è molto diversificata. La cultura giapponese in un contesto globale rimane alla periferia del sistema accademico mondiale ma questo è stato anche contestato. La cultura di sedersi, mangiare e dormire per terra è stata modificata adottando i sistemi occidentali che sembrano più “civilizzati” e questo fa capire l’importanza della cultura occidentale in Giappone. In Giappone le teorie scientifiche e culturali dell’occidente sono studiate nelle scuole ma ciò non avviene nel senso opposto. Si conosce poco fuori dal Giappone delle teorie e dei concetti lì sviluppati come ad esempio il Seikatsu che significa genericamente “mezzi di sostentamento”, vita di tutti i giorni, comprende una serie di attività. I Seikatsusha sono il cuore della società civile giapponese, provano a migliorare il loro standard di vita sviluppando abitudini che contrastano il consumismo. Il concetto di Seikatsu si sovrappone con quello di cultura. Il Giappone vive un dualismo nella comunità internazionale, da un lato è una superpotenza tecnologica ma dall’altro è culturalmente periferica e parte dell’Asia. La cultura giapponese di oggi sta affrontando problemi come il relativismo culturale, gap linguistici e anche diversi dibattiti dovuti al suo dualismo come ad esempio il dibattito dell’ordine del nome. In giapponese si mette tradizionalmente prima il cognome e poi il nome ma dai primi anni Meji a oggi, è stato seguito lo standard occidentale quando scrivono in lingue occidentali. Ci sono stati forti dibattiti ma si pensa che il sistema occidentale possa facilitare la comunicazione internazionale, evitando inutili fraintendimenti. Il concetto di cultura è un concetto generico che può essere equivoco. Include tutte le forme e i processi che producono significati per gli umani, includendo categorie, simboli, artefatti, pratiche, rituali, visioni del mondo. Nella cultura giapponese e i prodotti culturali da loro prodotti e consumati, si possono trovare due categorie, i produttori e i consumatori che possono essere sia specialisti che amatoriali. Possiamo individuare 4 tipi di cultura giapponese:
nazionalismo culturale e quello politico spesso si stimolano a vicenda ma i due andrebbero distinti per il loro diversi obiettivi. Due gruppi sono normalmente prevalenti nello sviluppo del culturalismo nazionale:
hanno enfatizzato le loro differenze culturali rispetto agli americani da loro ritenuti troppo aggressivi verbalmente al contrario di loro che hanno la loro virtù in un silenzio empatico che spesso però porta ad incomprensioni internazionali (attrito commerciale). Tutti i vari modi che esistono in giapponese per “cultura” hanno come comune denominatore la connotazione di “molto differente” o addirittura “ineguagliabile”. Tutti i discorsi sull’unicità giapponesi sono discorsi sulla differenza, differenza che si configura come il contrario di straniero. Una concezione simile può essere affermata solo quando si è formulata l’immagine dell’altro, dell’Occidente. I giapponesi si sono percepiti da sempre come ai margini di una civilizzazione, hanno sempre attinto dalla Cina e dall’Occidente dei modelli per poi affermare la propria identità proprio contro di loro. Il nihonjinron è proprio la definizione di questa differenza particolaristica tra il Giappone e tutto il resto. Ci sono due pilastri teoretici dell’unicità giapponese: