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storia contomporanea 2 appunti
Tipologia: Appunti
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Il secondo dopoguerra italiano indica un periodo storico compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni seguenti in un periodo il cui termine va considerato nel contesto complessivo e che può essere determinato schematicamente da date diverse tra di loro. Secondo un'interpretazione storiografica, il deterioramento del governo di Centro-sinistra "organico", nato come un tentativo di riformare le istituzioni politiche italiane, segnò la fine di quelle speranze di rinnovamento che in Italia andrebbe quindi collocato in un periodo che va approssimativamente dal 1945 agli anni sessanta, anni che segnarono la crisi definitiva dei partiti e della società civile che avevano fondato la Repubblica nata dopo la guerra. UN PAESE DIVISO Dopo la lacerazione causata dalla guerra civile in Italia (1943-1945) e la divisione tra il Centro- Nord, presidiato dai tedeschi, e il Sud, occupato dagli Alleati(sbarco in Sicilia 9 luglio 1943), alla fine della guerra in Italia si era formata una frantumazione e sovrapposizione dei centri di potere dello Stato: il governo monarchico, il governo d'occupazione degli Alleati, quello dei comandi militari d'occupazione, quello dei Comitati di liberazione nazionale si soverchiavano e contrastavano tra loro determinando una crisi dello stato unitario. La guerra di liberazione al Nord aveva alimentato le speranze rivoluzionarie di una parte della Resistenza che aveva visto nell'assunzione di Ferruccio Parri, espressione del CLN, al governo (1945) un primo passo verso un rinnovamento istituzionale e sociale: IL COSIDDETTO VENTO DEL NORD. DIFFERENZA NORD/SUD Nel Nord c’erano state l’esperienza della resistenza, la rottura netta col passato regime, la partecipazione popolare al rinnovamento politico e il ruolo attivo degli operai e delle loro organizzazioni nella gestione delle fabbriche. Nel Sud restarono prevalenti le tendenze conservatrici e le simpatie monarchiche, non ci fu l’esperienza della lotta partigiana con l’attiva partecipazione popolare. “RINNOVAMENTO POLITICO” Il rinnovamento politico, che era parso configurarsi con la cosiddetta "epurazione" - l'allontanamento dalle fabbriche e dagli uffici pubblici di coloro che avevano collaborato con il passato regime - e con l'annuncio del governo Parri di un'imposta sul capitale, si spense invece di fronte ad una forte opposizione interna ed esterna: (La destra liberale e i democristiani conservatori consideravano quei provvedimenti un attacco alla struttura economica della società italiana); a deludere ogni velleità rivoluzionaria intervenne poi la burocrazia, ossia la struttura amministrativa dello Stato di natura conservatrice. Con Alcide De Gasperi, successo appena due anni dopo al governo Parri, prevalse l'idea di una necessaria continuità: l'amministrazione centrale dello Stato rimase immutata, i codici di leggi, anche quelli vigenti durante il fascismo, furono conservati. L'opposizione di gruppi capitalistici ostili ad ogni intervento dello Stato in economia, sostenuti dalla presenza di uomini politici della scuola liberista, fece mancare una visione di programmazione economica da parte dello Stato su cui basare la ricostruzione.
Nel luglio 1944 nasce l’Alto commissariato per la punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo, che ha il compito di perseguire i crimini politici e i profitti illegali, di liquidare i beni fascisti e di epurare l’amministrazione dello Stato, allontanando dalle posizioni di comando i responsabili e i complici del regime. Tuttavia, il numero di imputati che subiscono il processo è piuttosto esiguo; personalità di grande prestigio (generali, magistrati, professori) escono indenni dall’epurazione, mentre nella rete finiscono coloro che non godono di protezioni di rango. RITORNO ALLA VITA POLITICA Il fallimento del rinnovamento auspicato dal governo Parri fu aggravato dal deterioramento dell'ordine pubblico messo in crisi dai conflitti nelle fabbriche del Nord e dalle occupazioni delle terre al Sud. Parri, per l'opposizione dei liberali e anche per il mancato appoggio dei partiti della sinistra, fu costretto nel dicembre 1945 alle dimissioni in favore di Alcide De Gasperi, appoggiato da una coalizione comprendente i partiti del CLN (comitato di liberazione nazionale). REFERENDUM DEL GIUGNO 1946 Le forze progressiste tornarono in primo piano con la vittoria al referendum istituzionale (con sistema proporzionale e suffragio universale), del 2 giugno 1946, a cui furono ammesse al voto anche le donne, per la scelta tra monarchia e repubblica. Invano Vittorio Emanuele III (che poi andò in esilio), nel tentativo di salvare l'istituto monarchico, un mese prima del referendum aveva abdicato in favore del figlio Umberto che il 16 marzo 1946 decretò, come previsto dall'accordo del 1944, che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente. Lo scrutinio assegnò 12.718. voti per la repubblica contro i 10.718.502 voti per la monarchia. (Italia divenne una repubblica). Con il referendum si votò anche per la scelta dei componenti dell'Assemblea Costituente per l'elaborazione di una nuova carta costituzionale in sostituzione dello Statuto Albertino. La maggioranza dei voti andò ai grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana (DC), che ottenne il 35,2% dei voti, il Partito Comunista Italiano (PCI) con il 18,9% e il Partito Socialista Italiano (PSI) con 20,7%. Capo provvisorio della Repubblica fu un liberale indipendente Enrico De Nicola che dal 1º gennaio 1948, a norma della prima disposizione transitoria della Costituzione, assunse titolo ed attribuzioni di Presidente della Repubblica. A favore della scelta repubblicana si erano schierati i partiti di sinistra, a favore della monarchia i liberali. La DC si era dichiarata ufficialmente a favore della Repubblica e la Chiesa. Nonostante l'avversità del Papa, De Gasperi decise per un governo di unità nazionale con socialisti e comunisti sia per via dei trattati di pace da firmare (anche con la Russia) che per l'Assemblea Costituente presieduta da Saragat. ITALIA NEL SISTEMA INTERNAZIONALE Alla fine della seconda guerra mondiale l'Italia si trovò in una particolare situazione internazionale: sino all'armistizio dell'8 settembre 1943 l'Italia aveva combattuto come alleata con la Germania nazista, dalla quale si era inizialmente dissociata fino successivamente a dichiararle guerra come nemica. Per gli Alleati l'Italia però era considerata una nazione sconfitta alla quale veniva riconosciuta solo la condizione di cobelligeranza. Questo fece sì che l'Italia nella conferenza di pace di Parigi (1946) venisse considerata alla stessa stregua delle altre nazioni europee alleate della Germania e sconfitte per cui le condizioni di pace impostele furono comunque gravose. il
Il 18 aprile 1948, dopo lo scioglimento dell’Assemblea Costituente, si tennero le elezioni politiche in cui la DC ebbe un’eccezionale affermazione; alla vittoria democristiana contribuirono la forte influenza della Chiesa (in particolare Pio XII sceso in campo nella crociata al comunismo), la scelta filoamericana in politica estera e il contributo che gli USA stavano dando alla ricostruzione economica; aderì prima al Piano Marshall e poi nel 1949 al Patto Atlantico. PIANO MARSHALL Istituito il 3 giugno 1948, ufficialmente chiamato piano per la ripresa europea (European Recovery Plan) a seguito della sua attuazione, fu uno dei piani politico-economici statunitensi per la ricostruzione dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale. Il piano riuscì almeno in parte a risollevare le sorti economiche di alcuni Paesi europei, tra cui l'Italia, consentendo di intraprendere per conto proprio politiche industriali volte alla ricostruzione e crescita economica. PATTO ATLANTICO Il Trattato del Nord Atlantico, anche conosciuto come Patto Atlantico, è un trattato difensivo firmato da Stati Uniti, Canada e vari paesi dell'Europa occidentale nel 1949. Ha dato origine alla NATO, rappresentando nel corso della guerra fredda il cosiddetto blocco occidentale. La nascita dell'accordo trova origine dal timore, molto radicato in quel periodo, di un possibile attacco dell'Unione Sovietica a una delle nazioni dell'Europa occidentale. POLITICA INTERNA E ESTERA ITALIANA DAL 48 al 53 Nonostante la maggioranza conseguita, De Gasperi non volle fondare la sua politica sul solo partito cattolico e chiamò al governo esponenti dei partiti laici minori, anche per tenere a freno le spinte integraliste all'interno della DC. Nel 48 l’Italia aderì come ben sappiamo al piano Marshall e al Patto Atlantico, ma in politica estera fu importante l'integrazione nel sistema economico di mercato dell'Europa occidentale che continuò con l'adesione alla CECA (Comunità del carbone e dell’acciaio) e nel 1957 alla Comunità economica europea CEE, vista dagli imprenditori italiani come una garanzia della prevalenza del liberismo economico sugli interventi e controlli statali. Importante fu la creazione del Mercato Comune Europeo (MEC) che contribuì all’'apertura delle frontiere ai commerci, col conseguente aumento delle esportazioni tra i Paesi europei. L'adesione allo schieramento filoccidentale del governo uscito dalle elezioni del 1948 fece aumentare le tensioni sociali, che si espressero nell'attentato a Palmiro Togliatti (14 luglio 1948) e nella scissione all'interno della CGIL, con la formazione nel 1950 della CISL, di orientamento cattolico e della UIL di ispirazione repubblicana e socialdemocratica, il che indebolì la forza contrattuale del sindacato.
Le elezioni politiche del 1953, le seconde del dopoguerra, segnarono la crisi della DC, che aveva tentato di garantire il mantenimento della sua egemonia, con l'introduzione di una nuova legge elettorale che assegnasse un premio di maggioranza alla coalizione che conseguisse il 50% + 1 dei voti validi. La "legge truffa", come la chiamarono le sinistre che furono assolutamente contrarie, fu promulgata il 31 marzo 1953 ed entrò in vigore, senza che desse gli effetti previsti, per le elezioni politiche del 3 giugno di quello stesso anno e venne poi abrogata il 31 luglio 1954. La perdita di quasi un milione di voti rispetto alle elezioni del 1948 contrassegnò la crisi della formula politica del centrismo, evidenziata dalle dimissioni dal governo di De Gasperi e dal susseguirsi di una serie di governi politicamente instabili. RIFORMA AGRARIA I governi centristi avviarono una parziale riforma agraria nelle zone più depresse del Paese, già avviata con il progetto De Gasperi-Segni nell'aprile del 1949 per l'espropriazione e il frazionamento delle grandi proprietà agricole. La legge che alla fine venne approvata assegnava ai contadini «solo un terzo o metà delle terre originariamente destinate alla redistribuzione». Nel ’49-’50 la povertà delle regioni meridionali non può più essere ignorata anche perché è divenuta un grosso problema per l’ordine pubblico. Il sottosviluppo del Sud rischia di compromettere la ripresa economica. La riforma proponeva, tramite l'esproprio coatto, la distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, rendendoli così piccoli imprenditori e non più sottomessi al grande latifondista. Se per certi versi la riforma ebbe questo benefico risultato, per altri ridusse in maniera notevole la dimensione delle aziende agricole, togliendo di fatto ogni possibilità di trasformarle in veicoli imprenditoriali avanzati. La riforma divenne strumento di clientelismo elettorale e non riuscì a formare l'auspicata classe di piccoli proprietari contadini, ma piuttosto piccole aziende a carattere familiare e perciò scarsamente produttive che ben presto, dopo il 1959, abbandonarono la coltivazione della terra con un massiccio esodo verso le città, in occasione del boom economico dell'industria e dell'attività edilizia. CASSA DEL MEZZOGIORNO Gli stessi governi centristi approvarono l'istituzione della Cassa del Mezzogiorno che con un'azione di sovvenzioni statali ai privati cercò di avviare una politica di costruzione di grandi infrastrutture, al fine di favorire l'unificazione sociale ed economica del Meridione al resto d'Italia. Con il potenziamento dell'IRI, per lo sviluppo delle imprese statali, e la creazione dell'ENI (1953) per la ricerca e l'approvvigionamento degli idrocarburi; Venne istituito con legge 10 agosto 1950 nº 646, come ente dotato di personalità giuridica di diritto pubblico allo scopo di predisporre programmi, finanziamenti ed esecuzione di opere straordinarie dirette al progresso economico e sociale dell’Italia meridionale.
Sotto l’egida dell’intervento statale i primo settori industriali ad essere trainanti per l’economia italiana furono quello delle fonti energetiche e delle materie prime: l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) divenne il centro strategico per l’approvvigionamento del paese, con lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi presenti in Italia e l’acquisto di combustibili dall’estero; a sua volta l’IRI - Istituto per la ricostruzione industriale - si impegnò nella creazione di una moderna industria siderurgica, rifornendo le industrie di acciaio a costi contenuti per favorire la produzione di infrastrutture e di nuovi beni di consumo su larga scala. I SIMBOLI DEL BOOM ECONOMICO Uno dei simboli del Miracolo economico fu certamente l’automobile, diventata in quegli anni un autentico “status symbol”: la FIAT aveva già messo in commercio nel 1955 la Fiat 600, mentre poco più tardi (1957) arriverà sul mercato la più piccola ed economica Fiat 500, due modelli destinati ad avere un ampio successo e a rivoluzionare il modo di spostarsi degli italiani. Tra il 1956 e il 1965 il numero di automobili possedute in Italia passerà infatti da 1 a 5 milioni; la nuova motorizzazione di massa si avvaleva anche della realizzazione di nuove e importanti infrastrutture, con l’avvio dei lavori per la realizzazione della autostrada Milano-Napoli nel 1956, primo tassello dello sviluppo di una moderna rete autostradale. (La crescita del reddito pro capite produsse l'aumento dei consumi individuali). ll più convincente settore di espansione economica e di cambiamento nello stile di vita negli anni del boom fu certamente quello legato agli elettrodomestici: le aziende italiane del settore (come la Candy e la Ignis) diventarono nel giro di pochi anni leader in questo campo, facendo entrare frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie nelle case degli Italiani ed esportando in tutto il mondo i loro prodotti. Un’altra azienda particolarmente attiva fu la Olivetti, attraverso un modello di fabbrica particolarmente innovativo e all’avanguardia nel settore delle macchine da scrivere. Con l’ingresso di questi nuovi strumenti veniva modificato il concetto di tempo libero, rendendo più libere dai lavori domestici soprattutto le donne. Il maggiore tempo libero era dedicato ad un nuovo hobby, destinato a modificare i rapporti sociali: già comparse alla metà degli anni ‘50, durante il boom economico le televisioni diventarono un oggetto di largo consumo. Sotto il monopolio dell’emittente pubblica statale, (RAI) la televisione divenne un potente strumento di diffusione della nuova civiltà dei consumi e di unificazione nazionale, utile a diffondere la lingua italiana in un paese ancora fortemente legato alle espressioni dialettali e a creare un universo culturale comune, diventando un momento di ritrovo collettivo dentro e fuori le abitazioni. Nel 1955 il mondo della stampa si risveglia e arriva il ricambio con la stampa di tipo ministeriale (fascismo). La radio spopola con programmi di intrattenimento e la Rai indice il primo Festival di Sanremo nel 1951. A portare in Italia l’american way of life sono gli “intellettuali funzionari”: i responsabili dei programmi radiofonici e televisivi, redattori di giornali e riviste, dirigenti e impiegati di tutti gli enti e istituzioni pubbliche dipendenti dal sottosegretario allo Spettacolo.
Come accennato, la crescita economica non riguardò solo il cambiamento dei consumi privati ma determinò anche altri profondi cambiamenti. Anzitutto la grande maggioranza dell’espansione economica non riguardò tutto il paese, e a beneficiarne furono le grandi aree industriali del centro-nord e in particolare il triangolo industriale del nord-ovest (AREA INDUSTRIALE COMPRESA TRA GENOVA MILANO E TORINO). Il Meridione, salvo alcune eccezioni, rimase escluso da questo processo: le regioni del Sud, pur vivendo un momento di crescita, restarono ben lontane dallo sviluppo delle aree del Nord; inoltre le imprese esistenti nel Meridione spesso non riuscirono a reggere la concorrenza, aumentando il divario già esistente tra le diverse zone del paese. MIGRAZIONE INTERNA Il principale effetto delle differenze geografiche nella crescita fu un enorme processo di trasferimento della popolazione dal Sud al Nord: attratti dalle possibilità di lavoro offerti dalle industrie del centro-nord in espansione, tra il 1951 e il 1961 quasi due milioni di persone abbandonarono il Mezzogiorno. Un enorme rimescolamento della popolazione, che recandosi verso le nuove realtà industriali affrontava stili di vita completamente nuovi, situazioni lavorative spesso dure e condizioni abitative precarie, sperimentando un difficile inserimento sociale e un’integrazione problematica. Tali condizioni disperate portavano questa gente ad accettare condizioni di lavoro pesanti e mal retribuite. CRESCITA URBANA SPROPORZIONATA A beneficiare dei processi innescati dal boom economico furono soprattutto le realtà urbane: le grandi città italiane come Roma, Milano e Torino vissero un periodo di forte espansione, mentre le campagne subirono un inverso fenomeno di spopolamento e di abbandono delle tradizionali attività agricole. Tuttavia nelle città investite dai flussi migratori la rapida crescita spesso divenne sinonimo di disordine e speculazione edilizia, con la nascita di nuove aree urbane non regolate. DI CONSEGUENZA l’edilizia privata prese il sopravvento su quella pubblica, e la costruzione di ospedali, scuole e servizi raramente fu al passo con il processo di espansione delle città. FINE BOOM ECONOMICO 1965 E CONFLITTI SOCIALI E POLITICI Dopo aver vissuto un periodo di crescita ininterrotta, già nel 1965 l’economia italiana accusò una prima battuta d’arresto, e i livelli produttivi del paese gradualmente si assestarono su ritmi di crescita più contenuti rispetto al passato. Le fine del boom economico lasciò un paese profondamente trasformato sotto tutti i profili, certamente più ricco e moderno, ma segnato dall’esplosione di nuovi conflitti sociali e politici legati alle distorsioni di un modello di sviluppo non adeguatamente pianificato. Nei fatti, con la fine del boom, iniziarono a manifestarsi i primi segnali di una crisi che si sarebbe rivelata in tutta la sua ampiezza nel decennio successivo. L’INDIMENTICABILE 56 E I SOCIALISTI NEL GOVERNO Nel 1956 il PCI con Togliatti procrastina il più possibile il momento di schierarsi nella lotta ai vertici del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) poiché non sa che posizioni assumere. L’ipotesi
governativa fu ripresa e nel settembre fu costituito il primo governo di centrosinistra con la diretta partecipazione dei socialisti, presieduti da Aldo Moro. MEMORIALE DI YALTA E L’AUTUNNO CALDO Nell’agosto 1964, Togliatti muore lasciando il “memoriale di Yalta”, un testamento politico con cui riaffermava il principio dell’indipendenza da Mosca e la via italiana al socialismo. La fine degli anni ’ 60 fu caratterizzata in Italia dallo scontro sociale che ebbe come protagonisti prima gli studenti, poi la classe operaia. La mobilitazione degli studenti universitari, iniziata nel ’ 67 , portò all’occupazione di numerose facoltà universitarie, manifestazioni in piazza e scontri con la polizia. La contestazione assunse come caratteristica specifica una forte ideologizzazione in senso marxista e rivoluzionario, l movimento studentesco assunse 11 una posizione sempre più ostile nei confronti del sistema capitalistico e della cultura borghese. A partire dall’autunno ’68 il movimento individuò il suo interlocutore nella classe operaia. Gli operai dimostrarono tutta la loro forza nella lotta per il rinnovo dei contratti nell’autunno del ’69, il cosiddetto “autunno caldo”, che segna la vittoria delle organizzazioni sindacali: i miglioramenti salariali furono considerevoli. rapporti di forza, le tecniche di sciopero, l'astensione dal lavoro e dallo studio, le occupazioni di fabbriche e scuole coordinate da una nuova coscienza politica e partecipativa[senza fonte] permisero negli anni successivi di formalizzare conquiste sociali di rilievo, prima fra tutte, sul piano del diritto del lavoro in Italia, lo Statuto dei lavoratori, e costrinsero inoltre lo Stato a legiferare in materia, introducendo normative specifiche in difesa dei lavoratori, che erano mancate nel secondo dopoguerra italiano. GLI ANNI DI PIOMBO 1968- Gli anni di piombo identificano in Italia un periodo storico compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni ottanta del XX secolo, in cui si verificò un'estremizzazione della dialettica politica che produsse violenze di piazza, lotta armata e terrorismo. Gli anni di piombo sono anche riconosciuti come gli anni della Strategia della tensione. L’inizio di questo periodo coincide storicamente con l’esplosione della bomba di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. L’ordigno scoppiò all’interno del salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura provocando 16 morti e 88 feriti. Le inchieste e le vicende giudiziarie che seguirono questo tragico evento, non trovarono mai il colpevole e i mandanti. Ma appare chiaro che questa bomba era il tentativo di innescare la violenza, gettare il paese nel caos per imporre al paese una svolta autoritaria. Si parlò allora di una “strategia della tensione” messa in atto per incrinare le basi dello Stato democratico e favorire le soluzioni autoritarie (un tentativo di rovesciare gli ordinamenti democratici e di bloccare l’avanzata della sinistra, ricorrendo ad atti di terrorismo). All’opposto del terrorismo nero, spesso affiancato da elementi deviati dei Servizi Segreti, si sviluppò il terrorismo rosso, di matrice comunista, che attaccava bersagli scelti come dirigenti d’azienda, poliziotti, giornalisti, magistrati. L’obiettivo finale di queste due compagini eversive era la lacerazione del tessuto democratico. Ricordiamo che allora la Repubblica era molto giovane e debole e la democrazia era tutt’altro che consolidata. Gli obiettivi non furono raggiunti, perché sia i terroristi neri, sia quelli rossi non riuscirono ad accattivarsi le simpatie dell’opinione pubblica e il passaggio al colpo di stato o alla lotta armata non fu mai un fenomeno di massa. Le formazioni più note della sinistra erano i Nuclei Armati Proletari, Prima Linea e ovviamente le Brigate Rosse.
Le Brigate Rosse (BR) sono state un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo .Di matrice marxista-leninista, è stato il più potente, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale. e Brigate Rosse, facevano proselitismo(convertire o coinvolgere altri individui verso una dottrina) nelle fabbriche e soprattutto nelle università, aumentarono anche le proteste e le contestazioni giovanili, in risposta all’aumento di autoritarismo dello Stato, reso necessario dalla violenza. IMPORTANTE RICORDARE L’apice della spirale fu raggiunto, come detto, dal rapimento di Aldo Moro, con la successiva esecuzione da parte del nucleo romano delle Brigate Rosse. L'agguato di via Fani (o strage di via Fani) fu un attacco terroristico compiuto da militanti delle Brigate Rosse il mattino del 16 marzo 1978 in via Mario Fani a Roma, per uccidere i componenti della scorta di Aldo Moro e sequestrare l'importante esponente politico della Democrazia Cristiana. Questo attentato degli anni di piombo, portato a termine con successo dai brigatisti rossi, fu il primo atto del rapimento dell'esponente politico che si concluse dopo 55 giorni con il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani. Moro presidente della Democrazia Cristina era l’esponente più illustre del “compromesso storico”, cioè quell’intesa politica tra i due grandi partiti di massa guidati appunto da esponenti come Enrico Berlinguer (segretario del PCI) e Aldo Moro(DC). NASCE ANCHE il movimento di emancipazione femminista, attraverso i grandi referendum sul divorzio e l’aborto, la legge sul diritto di famiglia. A dare il segnale più vistoso della svolta è la rivoluzione delle donne. È proprio nelle università occupate dove si gettano le prime radici del movimento femminista italiano, influenzato dall’eco del femminismo americano. La rivoluzione delle donne innanzitutto contro il dominio maschile, nel matrimonio e nella famiglia. FINE Paradossalmente il rapimento di Aldo Moro rappresenta l’apice, ma anche il momento di svolta. Lo stato impegna tutte le sue risorse per smantellare il terrorismo e grazie a una legislazione speciale sul pentitismo, vengono adottati nuovi strumenti di contrasto che in pochi anni riescono a smantellare le principali organizzazione terroristiche.