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Questo saggio esplora l'importanza di un approccio educativo che favorisca l'emozione e il desiderio di conoscere nei bambini, in particolare quelli con necessità speciali. L'autore analizza l'eterocronia, la zona di sviluppo potenziale e l'importanza di un insegnante che sappia creare un ambiente di apprendimento positivo e stimolante.
Tipologia: Sintesi del corso
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Questo libro propone una ricerca di quelle circostanze, di quei contesti, di quelle situazioni e modalità che hanno provocato il piacere ed il desiderio di conoscere. Nel confronto tra le ricerche sull’emozione di conoscere emerge che le difficoltà dell’apprendere non sono nei contenuti ma essenzialmente nelle modalità, nella situazione, nel contesto, che, se non propone desiderio di conoscere, curiosità, se non stimola l’immaginario, non produce quella situazione di benessere che si definisce quale costante facilitante gli apprendimenti. “ L’emozione di conoscere ” andrebbe riscoperta quale energia che può determinare il superamento delle difficoltà, della fatica, che i percorsi di conoscenza spesso propongono, trasformandoli in avventura piacevole. In questa avventura che la conoscenza propone non si accettano percorsi spianati, sgombrati dalle difficoltà e dagli errori. Il bambino si pone nei confronti del sapere che un esploratore, che desidera vivere le sconfitte, le fatiche, i successi.
I successi che si sono avuti nell’ambito delle ricerche della Pedagogia Speciale hanno orientato sempre più verso un intervento educativo specializzato, che, pur facendo riferimento ad una certa linearità di sviluppo, notava in questa linearità, se intesa in modo rigido, il rischio di imprigionare la persona in un flusso omogeneo, costante di sviluppo. Le varie sperimentazioni ed esperienze hanno fatto traballare anche quello concezioni che definivano un’intelligenza unica, facendo emergere che nello stesso bambino sono ipotizzabili diverse intelligenze e competenze, e ciò viene definito eterocronia. In particolare, l’ipotesi dell’eterocronia richiama l’attenzione sullo sviluppo di certe capacità e abilità rispetto ad altre, in tempi e situazioni diverse. Ad una prospettiva di sviluppo lineare e omogeneo, si sono affiancate ipotesi che andavano ad osservare, verificare e valutare i processi di sviluppo nella loro estrema variabilità, con asimmetrie, instabilità, incostanze. Nella ricerca di modelli teoretici per stabilire sempre più ampie e rigorose occasioni di dialogo tra la Pedagogia Speciale e altre discipline, in relazione alle problematiche dell’integrazione di persone in situazione handicap, emergono la teoria della Gestalt (Max Wertheimer), il Costruttivismo e le interessanti riflessioni intorno al funzionamento del nostro apparato neurologico di Gerhard Roth. Il biologo Roth ci fa notare che le potenzialità cognitive del cervello non propongono un apparato destinato a “copiare” passivamente il mondo, ma il complesso sistema attivamente crea, ipotizza interpretazioni basandosi sulle esperienze passate, quelle che hanno prodotto successo. Nel realizzare circostanze e strategie educativo-didattiche per l’integrazione di bambini in situazione di handicap si può far riferimento agli studi e alle ricerche di Vygotskij , che rivelano che l’apprendimento una data competenza può avvenire non esercitando il bambino in quella attività per cui non è ancora maturo, ma accelerando la maturazione attraverso l’esercizio in attività per cui il bambino sia già maturo e competente, e che siano preparatorie della competenza che si vorrebbe sviluppare. Il bambino andrebbe esplorato e scoperto attraverso ciò che sa fare , dandogli la possibilità di riscoprirsi come capace, come agente attivo. Un nuovo modo di vedersi, in cui anche l’errore può essere indicatore di competenze. Iniziare dal “sa fare”, dai potenziali, significa iniziare un progetto per il superamento degli handicap, significa riscoprire il bambino, partire dal provare successi, dalle proprie abilità per andare alla ricerca di situazioni in cui ampliare la propria originale visione del mondo. Riguardo alla ricerche intorno alle problematiche della trisomia 21, diviene evidente che l’efficacia degli interventi emerge quando questi si basano essenzialmente sulle competenze e non sui deficit. Per quanto riguarda la Pedagogia Speciale, si è presa la responsabilità di: Osservare quegli apprendimenti che un bambino in situazione di handicap mette in atto spontaneamente, per poterli rilevare anche in quelle circostanze e situazioni ritenute secondarie, spesso escluse dalla rilevazione dei dati; Individuare strategie, opportunità che permettano al bambino di evolvere le sue sia pur minime competenze anche in settori diversi da quelli in cui si dimostrava capace.
E’ da sottolineare che frequentemente la lunghezza dei tempi di risposta dei bambini con deficit implica nei professionisti il saper attendere, ed in questi tempi lunghi d’attesa bisogna essere in grado di non lasciarsi prendere dalla paura, dall’angoscia, dal senso di aver sbagliato l’intervento o di ripiegare nell’alibi del “è impossibile”, rifiutando l’esperienza. Le possibilità di apprendimento spontaneo del bambino in situazione di handicap a volte sono minime, bisogna intervenire precocemente insegnandogli le strategie per apprendere. Il rischio di una educazione, di una didattica che non fornisce al bambino tali strategie, sta nel fatto che ogni apprendimento si congeli e rimanga fine a se stesso. Wertheimer sottolinea che la poca flessibilità mentale causata da itinerari formativi rigidi, ripetitivi, potrebbe costituire un ostacolo insormontabile alle potenzialità della nostra mente. La pedagogia Speciale ha caratterizzato il suo intervento attraverso il riflettere sulle esperienze e interrogarle, valutarle e verificarle con ipotesi e metodologie concordate sul piano multidisciplinare.
Se l’apprendimento avviene in modo passivo e mnemonico, si determina un imparare cieco, rigido e fisso. Infatti se quanto appreso, anche perfettamente ma in modo passivo, si presenta in una situazione contestuale differente da quella in cui è avvenuto l’apprendimento, la struttura del problema rischia di non essere riconosciuta e si può pensare di trovarsi di fronte ad una situazione totalmente diversa e nuova. Es. : ci sono 9 polpette lasciate sul tavolo, un gatto ne magia 3, quante ne restano? Oppure: un bambino compra 9 uova e ne rompe 3, quante ne rimangono?. La calda atmosfera socio-emotiva risulta un presupposto per creare condizioni di benessere, piacevoli per far nascere il desiderio, l’emozione di conoscere. Si necessita di formare un insegnante con capacità e disponibilità al progettare, ideare una pluralità di percorsi pedagogico-didattici dinamici; un insegnate capace di generare sempre nuovi progetti, una molteplicità di interventi nel rispetto dell’identità e originalità di ciascun bambino. Un itinerario formativo che proponga uno stile mentale estremamente plastico, capace di modificarsi, riflessivo, disponibile e con competenze atte a ritornare sull’esperienza per potenziarla e metterla in discussione. L’atteggiamento sperimentale dell’insegnante dovrebbe portarlo a chiedersi dopo una lezione se i bambini hanno davvero usato il cervello e colto il problema, o si ciò che hanno fatto e appreso è frutto di una cieca ripetizione, e quindi se lo stile di insegnamento è stato adeguato ed efficace oppure no. Un atteggiamento sperimentale è sempre alla ricerca di modalità e strategie di apprendimento che favoriscano un’atmosfera positiva e di benessere per il bambino. Insegnante e allievo insieme condivideranno l’atteggiamento dello sperimentare, ed in questo la fatica, le delusioni, le gioie, le emozioni, il piacere di imparare in modo “sensato”. Gli insegnanti del futuro dovrebbero essere professionisti con una mentalità ed un atteggiamento caratterizzati da un dinamismo flessibile, in modo da essere portato a ritornare costantemente sui percorsi e sui processi educativo-didattici ed attuare un confronto. L’itinerario formativo dell’insegnante del futuro dovrebbe determinare una mentalità disponibile all’autovalutazione, una mentalità rivolta a verificare sino a che punto le difficoltà di apprendimento sono dovute a cause esterne all’insegnante o sino a che punto scaturiscano dalle difficoltà di insegnamento o da strategie non adeguate. Disponibilità e competenze tali da generare condizioni superanti le problematiche che disturbi o deficit del bambino proporrebbero. Dalla scuola della ripetizione, dell’alfabetizzazione, che addestrava passivamente si deve passare a quella della scoperta e dell’emozione di conoscere. La conoscenza degli strumenti quali leggere, scrivere, fare di conto erano l’obiettivo principale. Non erano necessari il comprendere, il riflettere su cosa si leggeva, il perché scrivere e contare, ma saperlo fare e basta. In passato nei percorsi formativi era dominante apprendere passivamente, oggi si necessita di individui che abbiano una estrema flessibilità per innovare e adattare le proprie competenze alle sempre nuove esigenze. Non si tratta solo di insegnare e imparare contenuti specifici, ma di insegnare un nuovo atteggiamento attivo, desideroso di conoscere.
Il laboratorio è una dimensione, un orientamento educativo-didattico, propone delle atmosfere. Esso non è un determinato luogo fisico, ma è uno stile educativo-didattico che propone un’attenzione alle occasioni, agli eventi, circostanze, atmosfere, ambienti che possono produrre l’emozione e il desiderio di conoscere. L’incontro con gli altri, con gli oggetti, gli spazi vuole essere non meramente un incontro tecnico per acquisire abilità, ma anche un’occasione per star bene, per scoprire il piacere del movimento, del fare, dello stancarsi, del toccare, dell’osservare. Odori, rumori, gesti, movimenti nella dimensione laboratoriale divengono motivi di scoperta, di riflessione, di avventura nel mondo dell’emozione di conoscere. E’ da evitare un insegnamento fortemente empiristico ed un apprendimento monocontestuale; è produttore di rischi di insuccesso scolastico quell’insegnare definito “pratico” e “concreto” che va a distinguere il pensare e il riflettere dall’agire. Al contrario, produttore di successo e del desiderio di conoscere è quell’insegnare che sollecita un pensare e un ritornare sull’esperienza, un considerare un problema da più parti per valutare le
Le esperienze che gli insegnanti della Scuola Elementare Pirazzini di Faenza presentano in questo capitolo fanno rivivere percorsi in cui gli apprendimenti sono possibili in contesti e situazioni che propongono benessere, felicità, desiderio di conoscere. Essi hanno presentato l’esperienza della “Macchina del tempo”, che riguarda l’importanza delle emozioni nel processo di apprendimento di bambini con o senza deficit e della necessità di un insegnante che proceda con atteggiamento sperimentale. E’ importante: