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Viaggio nell'India del Nord - C. Pieruccini, M. Congedo, Sintesi del corso di Storia dell'India

Sintesi accurata del testo di Pieruccini e Congedo.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

In vendita dal 11/06/2020

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VIAGGIO NELL’INDIA DEL NORD
C. Pieruccini, M. Congedo
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Anteprima parziale del testo

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VIAGGIO NELL’INDIA DEL NORD

C. Pieruccini, M. Congedo

Arrivo a Delhi

Nell’India del Nord è situata Delhi. New Dehli non è da confondersi con la stessa; infatti, questa parte nuova della città fu progettata e edificata all’inizio del Novecento per volere inglese (sir Lutyens ). Dopo l’indipendenza dell’India dall’impero coloniale britannico nel 1947, gli stessi edifici che avevano ospitato i viceré inglesi divennero i palazzi del nuovo governo e New Delhi fu eletta capitale dell’Unione Indiana. Il nome Delhi fu usato fin dall’antichità per designare in generale questo insediamento urbano, ma nella realtà storica numerose città si sono affiancate nei secoli l’una all’altra, oppure si sono sovrapposte. Si parla di sette o otto Delhi che si sono succedute nel tempo. Indraprashta. Il Purama Qila , Forte Vecchio , fu innalzato a partire dal 1533 da Humayun , uno dei grandi imperatori Mughal. Il sito era lo stesso in cui molto tempo prima sorgeva Indraprashta , la capitale dei fratelli Pandava. Questi cinque fratelli sono figure letterarie. La grande sala della loro residenza reale è descritta come opera di Maya. Si dice che Maya abbia lavorato a questo progetto per quattordici mesi. La sala aveva colonne d’oro [e…] aveva un colore superbo simile a quello del fuoco, o del sole, o della luna. Questa sala era il fulcro del palazzo reale. Nel II libro del Mahabharata questa sala è descritta in tinte idealistiche: l’intento è evocare come dovrebbe essere un palazzo reale da sogno, con grandi sale colonnate, vasche, giardini, quartieri residenziali, padiglioni per gli ospiti del re. I cinque fratelli Pandava, Yudhishthira, Bhima, Arjuna, Nakula e Sahadeva, figli di donne regali e padri divini, sono i protagonisti principali del Mahabharata , il quale li contrappone ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica ed etica. Mahabharata : grande storia dei discendenti di Bharata. Bharata è considerato l’antenato mitico degli indiani (non per niente l’India moderna definisce se stessa Bharat ). La grande storia della dinastia di Bharata. Il Mahabharata , veicolo di modelli di comportamento, spunti di riflessioni, oggetti di confronto, è eterno. Esso è itihasa : dal sanscrito: così invero fu ; nelle lingue moderne: storia (che fa riferimento ad una verità eterna). Il Mahabharata conta centomila strofe: è diviso in diciotto libri. Gli antichi indiani scrivevano su fogli fatti con corteccia di betulla, oppure con fogli di palma. Questi fogli erano tenuti insieme da una cordicella. Il poema, come lo conosciamo oggi, ha preso forma durante molti secoli, all’incirca dal IV a.e.c. fino al IV e.c. Diversi studiosi evidenziano il progetto unitario e la tradizione assegna la sua paternità ad un singolo autore, Krishna Dvaipayana Vyasa , anche fondamentale personaggio del poema stesso.

Per un periodo i Pandava vissero in incognito. Ricompaiono poi alla corte del re Drupada del Panchala meridionale, che ha organizzato un torneo per concedere la mano della figlia Draupadi , e Arjuna , il terzo dei Pandava, trionfa nell’impresa. Draupadi diventa, così, moglie dei cinque fratelli. I Pandava entrano quindi in alleanza con il regno del Panchala, lungo il Gange. Quando Duryodhana viene a sapere che i Pandava non solo sono vivi, ma sono diventati ancora più potenti, si tiene un concilio. Duryodhana vorrebbe la guerra ma Brishma non è d’accordo e sostiene i Pandava. Si giunge infine all’unico compromesso possibile: la partizione del regno. Ai Pandava è offerta una zona incolta, la foresta Khandava , a sud-ovest, sulle rive della Yamuna. I Pandava fondano la città di Indraprashta e Krishna (signore di un popolo dell’India occidentale che aveva stretto amicizia con i Pandava) suggerisce al re Yudhishthira di celebrare la consacrazione regale. I Pandava eliminano l’imperatore in carica del Magadha, Jarasamdha , e Yudhishthira è consacrato. Quando, però, sembra al culmine della gloria, questo è sfidato ad Hastinapura a una partita a dadi, atto conclusivo della cerimonia di Consacrazione. Perde tutto (compresa la sua libertà e quella dei suoi figli) a vantaggio del cugino Duryodhana, scommette infine la moglie e perde nuovamente. Draupadi, però, ha modo di sollevare una questione: può un individuo che ha perso la propria libertà scommettere la sua? Duryodhana accoglie il reclamo, annulla il gioco e lascia liberi i Pandava. La partita deve però essere rigiocata: ai Pandava viene proposta una sfida finale, un unico tiro in cui mettere in palio il tutto per tutto: l’intero regno o un esilio di tredici anni. I dadi sono tratti e Duryodhana vince ancora. Dopo i tredici anni di esilio, i Pandava riappaiono per vendicare i propri possedimenti, ma vengono respinti. La guerra è ora inevitabile: lo scontro dura diciotto giorni e termina con la disfatta totale del ramo di Hastinapura. Yudhishthira conferma i suoi domini con un Sacrificio del Cavallo. I Pandava partono con la loro sposa per l’ultimo viaggio verso il cielo. Tutti i loro figli erano stati uccisi. La successione va ad Abhimanyu , figlio di Arjuna, il più giovane figlio di Kunti. Da Abhimanyu passa a Parikshit, da Parikshit a Janamejaya, al quale tutta la storia dei Mahabharata viene narrata da un discepolo diretto di Krishna, il primo figlio della traghettatrice Satyavati. La foresta. Il Libro della Foresta , il III libro del Mahabharata , è il libro in cui i Pandava vivono dodici anni d’esilio. Descrizioni e allusioni del grande poema ci dicono come si presentava l’India fuori dai centri abitati. Cos’era realmente questa foresta? Nelle lingue occidentali, per descrivere il luogo in questione, si fa spesso ricorso al termine giungla , di origine indiana, che indica n tratto di terreno arido , sterile. Nelle opere dell’India antica, però, quando incontriamo la foresta, dobbiamo pensare ad un territorio non addomesticato dagli uomini, dove ci sono distese di vegetazione e tratti

desolati e che comprende un intero paesaggio fatto di distese, monti, laghi, fiumi,… E’ il luogo dell’avventura e dell’imprevisto, abitato da ninfe, musici celesti e da altre varie categorie di semidei, oppure regno del terrore, con oscuri demoni, dominio di uomini incivili e crudeli.

Dal Nord-est alla Terra dei Kuru

La valle dell’Indo, il remoto Occidente. La Civiltà della Valle dell’Indo affonda le sue radici in epoca neolitica. Fra i suoi centri principali figurano Harappa e Mohenjo-Daro, nell’attuale Pakistan. Il tratto più sorprendente delle testimonianze archeologiche è l’elevato grado di uniformità che regola la pianificazione delle città. Sia Harappa sia Mohenjo-Daro possedevano una cittadella, sopraelevata rispetto al resto della città, dalla quale si esercitava il potere e dove sorgevano i luoghi di culto. I piccoli reperti lasciati da questa civiltà comprendono figure femminili dai fianchi larghi e dai seni prominenti, ingioiellate e con acconciature elaborate; una statuetta di calcare che rappresenta un uomo barbuto, un sacerdote; un’altra di bronzo che richiama la postura di una danzatrice. I reperti più significativi sono rappresentati da una serie di sigilli di steatite dove appaiono figure animali o antropomorfe. La scrittura della Valle dell’Indo non è ancora stata decifrata. La lingua, secondo alcuni, sarebbe di origine dravidica, per altri si tratterebbe di una forma primitiva di indoeuropeo. La civiltà vedica. La tesi più diffusa riguardo agli arya ritiene che questa popolazione di lingua indoeuropea sia giunta in India dall’Asia centrale stabilendosi nell’India del Nord e sottomettendo i popoli autoctoni di origine dravidica. Arya significa nobile ed è il termine che queste genti utilizzavano per riferirsi a se stesse. Alcuni studiosi mettono, però, in dubbio tale versione: si ritiene che la cultura arya sia una trasformazione di quella della Valle dell’Indo. La cultura della Valle dell’Indo sarebbe quindi una forma embrionale di cultura arya e vedica, e nei secoli avrebbe interagito con quella dravidica. Altri sostengono un compromesso tra le due tesi: la popolazione della Valle dell’Indo sarebbe dravidica, ma gli arya non l’avrebbero sottomessa nel corso della loro migrazione; piuttosto le due civiltà avrebbero convissuto fino a che cultura e lingua degli arya non avrebbero prevalso. E’ attraverso i Veda che conosciamo gli arya. Veda : Scienza. Il Veda comprende quattro raccolte di testi ( Samhita ). A questi, nei secoli, se ne sono aggiunti altri secondo una progressione cronologica e ideologica: i Brahmana , che approfondiscono i significati del

La giustificazione mitologica del sistema dei varna si trova in un inno della Rig-veda Samhita , nel quale la nascita delle classi sociali è ricondotta allo smembramento sacrificale del macrantropo, il grande uomo primordiale Purusha, dal quale ebbe origine il mondo. Dharma : norma, dovere. Il dharma è il fondamento di ogni cosa, la legge che regola il fluire degli eventi. La manifestazione del dharma avviene in relazione ai cicli cosmici che scandiscono il tempo. L’unità basilare della scansione temporale hindu è lo yuga , un’era cosmica e un ciclo di quattro yuga costituisce un mahayuga. I quattro yuga di ogni mahayuga si susseguono a partire da un’età dell’oro, nella quale il dharma regna sovrano e si manifesta pienamente, per concludersi in un’epoca oscura dominata da ingiustizia e violenza. A questa età succede una nuova età dell’oro. La Bhagavad-gita. La Bhagavad-gita , Il canto del Glorioso Signore , è forse l’opera religiosa indiana più famosa in tutto il mondo. La Gita si estende con diciotto letture nel cuore dei Mahabharata ; la forma in cui si legge generalmente il testo, la vulgata , che comprende settecento strofe, fu fissata nel primo commento a noi pervenuto. Tale commento si deve a Shankara. Il testo della Gita si presenta come un dialogo e come una storia nella storia. Nella prima strofa del testo, il Kurukshetra è chiamato anche dharmakshetra , la terra del dharma. Sul campo di battaglia si fronteggiano gli eserciti dei Pandava, tra cui spicca Arjuna, l’arciere, il cui carro è guidato da Krishna, e dei Kaurava, condotti da Bhisma Antefatto: Vyasa ha donato all’auriga del re cieco il potere di vedere tutto ciò che avviene nel campo di battaglia contemporaneamente, così che possa raccontarlo al re. L’auriga inizia il racconto dal momento che precede l’inizio degli scontri. Qui si apre la Gita, nella quale il dialogo tra Sanjaya e Dhritarashtra si intreccia con quello tra Arjuna e Krishna, i protagonisti del testo. La battaglia sta per iniziare, ma vedendo l’esercito nemico schierato Arjuna ordina a Krishna di fermare il carro. A questo punto Arjuna, sopraffatto da una profonda compassione per i suoi cari (anche nell’esercito nemico), si rivolge a Krishna: Che gioia potremmo provare nell’uccidere i figli di Dhritarashtra? Solo il peccato ci rimarrebbe addosso, dopo che abbiamo ucciso questi aggressori. […] Nella distruzione della famiglia si perdono le norme eterne della famiglia e, quando la norma perisce, il disordine soggioga l’intera famiglia. Dopo aver pronunciato queste parole, Arjuna lascia cadere arco e frecce. Il vero campo di battaglia è la sua interiorità. L’esitazione di Arjuna è l’occasione dell’insegnamento di Krishna. Egli gli rivela come risolvere il dilemma tra azione e non-azione; gli svela qual è l’essenza, il fondamento della realtà; gli indica inoltre una via di salvezza nella devozione ( bhakti ) al Signore. Krishna incita Arjuna al combattimento. Il suo dovere proprio è quello di guerriero: egli deve combattere perché questo compito spetta al suo varna.

Il dharma ha, infatti, diverse sfaccettature: esiste una norma comune ispirata ai valori della non- violenza, della verità, della generosità, alla quale tutti devono conformarsi; mentre, per il dharma proprio, la norma specifica, alla quale deve conformarsi ogni individuo, si stabilisce di volta in volta in relazione ai contesti in cui tale individuo è collocato, dalla propria funzione in seno alla società, dallo stadio della vita che attraversa (studente, capofamiglia, eremita, asceta) e dalle proprie specifiche qualità. Si affacciano subito i due nuclei filosofici centrali della Gita: uno metafisico (la dottrina dell’eternità e immutabilità dell’essenza di ogni cosa) e uno etico (dell’azione priva di attaccamento ai propri frutti). Prima dottrina: soltanto i corpi sono soggetti alla morte, ma il vero Sé è eterno e incorruttibile, come il principio assoluto da cui l’universo si dispiega. Arjuna non potrà uccidere i suoi amici e parenti, perché il loro spirito è immortale e soltanto il loro corpo perirà in battaglia. Questo spirito imperituro è la Realtà , il brahman. Esso è l’Assoluto, principio ultimo e universale, fondamento ontologico di ogni cosa, da cui ogni cosa si origina e che di ogni cosa è l’essenza; il brahman è identico all’ atman , il Sé, principio spirituale individuale che costituisce l’essenza dell’uomo. Nella Gita, il brahman si identifica con Krishna stesso: è Krishna la suprema Realtà, il fondamento di tutto ciò che è, il principio che esiste dall’eterno e per l’eterno. Krishna descrive se stesso come una collana di perle. Per manifestare l’universo il dio si serve della sua maya , la sua energia creatrice, per mezzo della quale egli intesse l’illusione cosmica, nella quale gli uomini e tutte le creature sono immersi. Da una fonte piuttosto autorevole giunge quindi ad Arjuna l’insegnamento dell’azione priva di attaccamento e di desiderio, la dottrina che rappresenta il cuore etico e teoretico di tutto il testo. Nel periodo vedico, il termine karman indicava l’azione sacrificale, perfetta e paradigmatica, ma col tempo esso è giunto a designare ogni azione. Nei secoli si è sviluppata una vera e propria dottrina del karman, intesa come una ferrea e meccanistica legge di retribuzione delle azioni: a ogni azione corrisponde un effetto, positivo, negativo, neutro, che giunge a maturazione nella vita presente o in quelle future. E’ questa legge che genera il samsara , il ciclo delle rinascite, vincolando l’uomo al divenire: un residuo karmico positivo genera una rinascita in una condizione migliore, mentre un residuo karmico negativo genera una rinascita in una condizione peggiore. L’uomo può rinascere dio o demone, animale o vegetale, poiché la legge del karman regna sovrana su tutta la realtà. Compito dell’uomo è spezzare il legame che avvince al ciclo delle rinascite. Spezzare le catene del samsara significa raggiungere la liberazione. Poiché per l’uomo non è possibile abbandonare del tutto l’azione, la soluzione offerta da Krishna risiede in un diverso tipo di azione, ossia nell’azione priva di attaccamento, disinteressata ai propri frutti, non contaminata dal desiderio.

non posso esistere vincitori), nel Ramayana la vittoria di Rama riporta il mondo ad un’epoca di serenità. Il Ramayana è, inoltre, più breve: conta 18800 strofe sanscrite e si presenta come un’opera più compatta, autoriale, più elegante nella forma: è il primo poema d’arte. Si divide in sette libri, il primo e l’ultimo dei quali sono da ritenere di composizione più recente. Soprattutto, Rama non è più soltanto un eroe in questi libri, è una divinità, una delle discese del grande dio Vishnu (come Krishna), venuto tra gli uomini per risollevarli dalla minaccia che incombe sul mondo. Sintesi del poema: Dasharatha , re del Kosala, ha tre spose, dalle quali è reso padre di quattro figli maschi, tra cui Rama. Alla corte del re Janaka del Videha, Rama vince la mano di Sita. I due si sposano e per un periodo vivono felici ad Ayodhya. Questi eventi sono descritti nel primo libro del Ramayana, dove Rama figura come discesa di Vishnu. Anche Sita ha caratteristiche divine: sua madre è la dea Terra. Giunto alla vecchiaia, Dasharatha designa Rama come proprio erede, ma la seconda regina ricorda al marito che molto tempo prima si era impegnato a esaudire un suo desiderio: la nomina come erede al trono del proprio figlio, Baratha. Rama insiste perché il padre mantenga tale promessa e parte in esilio volontario. Il padre muore quindi di dolore e Bharata prende il comando del regno, solo come reggente per l’esilio di Rama. Nel frattempo, Rama, la moglie e uno dei fratelli vivono come eremiti nella foresta, dove Rama annienta molti demoni. Ravana, potentissimo demone di Lanka, decide di vendicare i suoi simili, attratto dalla bellezza di Sita. Mentre Rama e Lakshmana sono a caccia allontanati da un tranello, un cervo d’oro che Sita vorrebbe avere e che in realtà è un demone, Ravana, arriva all’eremo travestito da asceta e rapisce Sita. I due fratelli la cercano ovunque. Riescono ad assicurarsi l’appoggio del re delle scimmie e del suo generale: questi parte in cerca di Sita e la trova segregata nel palazzo di Ravana. Con l’aiuto di un esercito di scimmie Rama costruisce un ponte di pietre che congiunge la terraferma a Lanka. Dopo una feroce battaglia, Rama e gli alleati uccidono Ravana e i suoi, liberando Sita. Sita ha abitato nella casa di un altro uomo: Rama si trova costretto a ripudiarla. Essa allora si getta su una pira, ma il dio Fuoco rifiuta di accoglierla. Ecco che quindi Sita si riunisce a Rama, Bharata rinuncia al trono e Rama è incoronato. Nell’ultimo libro, il popolo continua a mormorare riguardo l’infrazione della regina. Rama è costretto tristemente a bandirla ed essa trova rifugio nell’eremo di Valmiki, dove dà alla luce due gemelli: Kusha e Lava. Alcuni anni dopo, Rama si trova davanti a Sita e riconosce i loro figli. Come prova finale della sua integrità, Sita invoca la propria madre, la Terra, che si apre e la inghiotte; Rama torna in cielo, dove riassume la forma del dio Vishnu. Fino ad oggi, Sita è il modello tradizionalmente proposto alle donne hindu. La versione più popolare della storia di Rama nell’India d’oggi è il Ramcharitmanas. Nel corso dei secoli, Ram , secondo la forma assunta dal nome nelle lingue moderne, diventerà parola usata per invocare Dio.

Infine, rispetto al Mahabharata, il Ramayana rispecchia una concezione della vita più ottimistica e una fiducia maggiore nel rapporto tra uomo e divinità. Il ramarajya****. Nella tradizione antica, Ayodhya è associata al regno di Rama ( ramarajya ). Esso è il regno perfetto, dove il benessere dei sudditi è garantito dalle virtù straordinarie del sovrano e dove verità, felicità e giustizia sono realizzate. Anche Gandhi ricorre a tale espressione per indicare l’ideale di un Paese amministrato secondo giustizia e privo di tensioni. Nell’ambito di alcuni movimenti nazionalistici hindu che si sono diffusi fin dal XIX secolo maturò la convinzione che nel 1528 Babur , fondatore della dinastia musulmana dei Mughal, avesse fatto distruggere un tempo di Rama esistente ad Ayodhya per far costruire al suo posto una moschea. Nel 1949 la moschea fu al centro di una grande tensione: un gruppo hindu vi si introdusse per deporvi un’immagine di Rama e Sita; non appena la notizia dilagò, davanti alla moschea si raccolse una grande folla hindu che pretendeva di entrarvi per il culto. La moschea fu chiusa e sorvegliata e il culto fu impedito a hindu e musulmani. L’immagine di Rama e Sita fu mantenuta e, in concomitanza con l’anniversario della miracolosa apparizione , si ammise l’ingresso di un gruppo di hindu nella moschea. Nel 1984, l’ Assemblea di tutti gli Hindu chiese l’apertura di un tempio di Rama nella città natale del dio. Agli hindu fu chiesto di offrire fiori rivolgendosi verso la città. Vi erano processioni che trasportavano mattoni per raggiungere il luogo della moschea vicino alla quale avrebbero innalzato il tempio, teatro di scontri e morte. Nel 1992, la moschea venne demolita da un gruppo di hindu dando il via a scontri violentissimi con i musulmani.

Varanasi, il grande guado di Shiva

Varanasi : Città fra Varana e Asi , due fiumi che si gettano qui nel Gange. Conosciuta anche come Kashi, la Luminosa , la Splendente. Tirtha. Le località sacre dell’induismo sono indicate con il nome tirtha , luogo di attraversamento. Attraversare significa spostarsi da una realtà all’altra, affrontare i rischi di un viaggio, ritrovarsi trasformati. I tirtha sono destinazioni di pellegrinaggio. Il viaggio non è mai esente da rischi e da impegno. Ricordiamo che prima di qualunque partenza gli indiani consultano l’astrologo, e che a protezione di viaggi gli hindu possono contare sulla protezione di una popolarissima figura divina, Ganesh , il dio dalla testa di elefante, figlio di Shiva e di Parvati.

Ganga rischia di distruggere la terra, ed egli si offre di smorzare la violenza accogliendone il fiotto sui suoi capelli intrecciati da asceta; è da qui che essa scende fra gli uomini. I ghat e i templi di Varanasi. Il mito dei figli di Sagara e Varanasi si accentra intorno ai concetti di morte e di salvezza. Varanasi è la meta prediletta per molti hindu malati terminali: si ritiene che chi muore entro i suoi confini ottenga immediatamente la liberazione dal samsara. Nei due luoghi in cui si provvede alle cremazioni le pire funebri bruciano di continuo. Si tratta di due ghat in piena città. Ghat è nome comune per le scalinate che scendono nell’acqua. Di solito in India i luoghi di cremazione si trovano fuori dai centri abitati, la tradizione vorrebbe a sud, la direzione in cui risiede Yama, dio dei morti. Le attività rituali sono particolarmente vive nel ghat dei Dieci Sacrifici del Cavallo. Tutti gli dei del pantheon hindu sono rappresentati nei santuari di Varanasi, grandi o più modesti, che punteggiano le diverse zone della città: si dice siano circa duecento. Il luogo più sacro di Varanasi è da cercare nei vicoli alle spalle dei ghat centrali, dove sorge il tempio di Shiva Vishvanatha , Shiva Signore dell’Universo, caratterizzato da una guglia rivestita d’oro. Questo è il cuore religioso di Varanasi, riverberato da innumerevoli altri templi e cappelle dedicate a questo dio nella città; perché nella percezione degli hindu Varanasi è la città del dio Shiva. Il tempio di Shiva Vishvanatha****. Gli dei dell’induismo sono raffigurati in aspetto antropomorfo e così avviene anche per Shiva; ma, nella cella dei templi a lui dedicati, non si trova mai una rappresentazione di questo tipo. bensì una linga. La parola significa segno e quindi segno di genere , organo sessuale maschile. Nei templi è di solito in pietra, si tratta di un fusto cilindrico emergente da una base circolare scanalata che è la yuni , la vulva della dea, nell’unione eterna considerata la condizione perfetta dell’universo. I linga più venerati hanno un nome, che di regola termina con - ishvara , signore. Secondo il mito, il tempio in questione è uno dei luoghi in cui Shiva si è automanifestato come linga di luce. Il linga di Vishveshvara comincia a occupare un posto centrale nella devozione di Varanasi intorno al XII secolo, collocato nel suo tempio su un’altura nel centro della città. Il tempio fu distrutto nella primissima ondata della conquista territoriale islamica e su di esso fu costruita una moschea qualche secolo più tardi.

Il dio Shiva. Vishnu, Shiva e la Dea sono le figure principali cui si rivolge la religiosità degli hindu. Nel nome di ciascuno, in India sono sorte sette e correnti devozionali, filosofie e monumenti meravigliosi. Secondo il mito, Shiva, dio di origine remota, è colui che si aggira nei luoghi incolti o terribili, tenuto a distanza e temuto dagli altri stessi dei. Ambivalenza del dio: Shiva è l’asceta supremo e, allo stesso tempo, il sommo amante. Il modello che Shiva rappresenta è quello di un uomo consapevole della propria potenza fisica, riassunta dalla potenza del suo fallo, che può scegliere di vivere in indipendenza assoluta. Il mito che meglio tratteggia le caratteristiche di Shiva è quello della Figlia della Montagna , chiamata anche Uma. La nascita di Kumara. Himalaya, il signore delle montagne, e la sposa Mena concepiscono una figlia, la quale è la reincarnazione di Sati, figlia di Daksha, prima sposa di Shiva. Il racconto è tratto dal Kumarasambhava di Kalidasa. Il grande e profetico asceta Narada predice che essa sarà l’unica, amata sposa del dio Shiva. Questi, però, è immerso nell’ascesi su un’alta vetta, e dunque il padre di Uma, nel tentativo di indurre il dio a chiederla in sposa, conduce presso di lui la fanciulla con un paio di compagne. Nel frattempo, gli altri dei sono in grande angoscia: il demone Taraka sta sconvolgendo il mondo intero, minacciando la loro supremazia, e si recano da Brahma, il Creatore. Questi spiega loro i motivi della supremazia di Taraka e annuncia che solo il figlio di Shiva e di Uma potrà diventare il generale dell’esercito che guiderà gli dei alla riscossa. Si tratta dunque di smuovere Shiva dall’ascesi. Indra si rivolge quindi al dio Amore, Kama. Egli raggiunge quindi Shiva e cerca di colpirlo. Kama è incenerito dall’ira ascetica di Shiva. Nel frattempo Uma torna dal padre, sgomenta. Ella decide di conquistare il grande e tremendo asceta e dà inizio alle penitenze sul proprio corpo, indifferente e combattiva nei confronti di chi cerca di persuaderla che il selvaggio Shiva non è un buon partito fra gli dei: lei lo conosce, è il Supremo. In questo modo, Shiva si accorge di lei e si dichiara suo. Shiva invia dunque i Sette Veggenti da Himalaya per chiedere la mano della figlia, la quale è prontamente concessa: le nozze avvengono tre giorni dopo. I due verranno sposati dinanzi al dio Fuoco. Lo scopo mitico di quest’unione è generare Skanda, il Giovane : il dio della guerra che sconfiggerà appunto il demone Takara ristabilendo l’ordine nel mondo umano e divino. Quest’esito, che prima di realizzarsi implicherà diverse altre mitiche deviazioni, non interessa a Kalidasa, che chiude il suo poema su Shiva e Uma che fanno l’amore.

Il buddhismo si inserisce nel contesto di una reazione anti-brahmanica che si oppone alla centralità del rito sacrificale e ai valori sociali a essa connessi, e dunque alla classe dei brahmani che dal sacrifico erano i privilegiati garanti. Questa reazione è animata da una serie di figure di asceti che rinunciano al mondo, alla vita attiva scandita dalle azioni rituali, dedicandosi alla disciplina interiore e ricercando cammini alternativi a quelli indicati e gestiti dalla classe brahmanica. Il Buddhacharita, Le gesta del Buddha secondo Ashvaghosha. Il nome di Ashvagosha, brahmano convertitosi al buddhismo, è legato a un grande numero di componimenti, in particolare a due testi fondamentali: il Saundarananda, Nanda il bello , in cui si narra la vicenda di Nanda, il fratellastro del Buddha da questi convertito al buddhismo, e il Buddhacharita, Le gesta del Buddha , l’opera di maggiore interesse, nei cui ventotto canti è narrata la vita del Risvegliato. L’opera si apre descrivendo la forza della stirpe degli Shakya, nonché la possanza, la rettitudine e l’amabilità del padre di Siddharta. E’ a Maya, però, la madre, che sono dedicati i versi in cui si descrive il sogno che le annuncia la nascita del figlio: Prima di concepire, vide in sogno un maestoso elefante bianco penetrare nel suo corpo, e tuttavia non provò alcun dolore. Ella partorì in un bosco. Della nascita di Siddharta sono testimoni gli spiriti legati alla natura, i grandi serpenti e schiere di esseri celesti. Nel momento in cui il futuro Buddha viene al mondo, la terra sussulta, il sole e il fuoco brillano in modo speciale, e nella casa appare una bolla d’acqua, nella quale gli abitanti del palazzo compiono i loro riti sacri. Gli animali feroci e le malattie umane si placano e tutto il mondo diventa pacifico. Nel secondo canto, dopo aver descritto la prosperità in cui vive il regno dopo la nascita di Siddharta (la cui madre muore dalla gioia eccessiva), il protagonista dei racconti diventa il padre, il quale è turbato dal fatto che il figlio possa diventare un santo (pena una mancata discendenza). Per far nascere in Siddharta l’attaccamento ai piaceri, egli quindi gli trova una sposa: Yashodhara , e gli prescrive di soggiornare sempre nelle stanze superiori del palazzo affinché nulla di spiacevole possa turbarlo. La nascita del figlio di Siddharta, Rahula, segna la somma felicità del sovrano. Un giorno, Siddharta sente parlare dei boschi e sente il desiderio di uscire dalla sua prigione durata, quella del palazzo reale. Il re lo asseconda e ordina che ogni persona segnata dalla disgrazia sia allontanata dalla vita che Siddharta percorrerà. Il padre, però, non ha fatto i conti con gli dei Shuddhadivasa, secondo i quali per Siddharta è giunto il momento di apprendere l’esistenza delle disgrazie nel mondo. Ecco che Siddharta incontra sul suo cammino un vecchio, un malato e un morto. Siddharta è così turbato dalla morte che non vorrebbe proseguire nella gita, ma l’auriga non lo ascolta e lo conduce a destinazione, dove schiere di fanciulle tentano di allettarlo. Ma il principe continua ad essere turbato e non si lascia sedurre.

Nel canto quinto, Siddharta medita sui mali del mondo e incontra un asceta che cerca la liberazione. In questo canto si compie la scelta di Siddharta di lasciare la vita del palazzo per farsi monaco errante; osteggiato dal padre, il principe si allontana in sella al cavallo, voltando risoluto le spalle alla famiglia, al popolo e al regno. Il principe si fa asceta e fa ingresso nella foresta degli asceti. Foresta: luogo dell’ascesi, nel quale gli uomini si ritirano dal mondo e dai suoi piaceri in cerca della liberazione. Dopo aver incontrato due grandi maestri, Siddharta si reca nell’eremo del re-veggente Gaya , dove trova cinque monaci mendicanti capaci di dominare i sensi, i quali diventano suoi seguaci. Siddharta si dedica a durissime pratiche ascetiche, astenendosi dal cibo. Ma neppure queste penitenze lo soddisfano: ecco dunque che egli accetta del nutrimento da una donna e resta solo nel proprio cammino. Il proponimento di Siddharta fa tremare Mara, colui che uccide , il signore del desiderio che è avversario alla liberazione. Mara, quindi, si accinge a sviarlo: gli offre il potere sul mondo, lo minaccia col dardo dell’amore, gli oppone le schiere dei suoi figli e figlie e le schiere dei Bhuta, il suo esercito. Gli attacchi dei Bhuta a Siddharta sono spaventosi: c’è chi tenta di atterrirlo col proprio aspetto terrificante, chi gli getta contro alberi,… Ma niente di tutto questo sortisce in lui un qualsivoglia effetto: egli resta immobile, fermo, libero dalla paura. Sconfitto Mara, il canto successivo si apre con la meditazione di Siddharta. Durante la prima vigilia gli venne il ricordo delle sue nascite precedenti; durante la seconda ottenne l’onniveggenza; durante la terza comprese che gli esseri viventi ottengono solo travagli, che la vista dell’uomo è velata dalla passione. Siddharta comprende poi che l’origine dell’esistenza si trova nell’attaccamento, e che la causa di quest’ultimo risiede nella concupiscenza, e questa, a sua volta, deriva dalla sensazione, la cui causa è il contatto. Egli riconosce che la causa del contatto sta negli organi di senso, la cui causa è l’insieme di mente e corpo. Ecco dunque che Siddharta si risveglia e diventa il Buddha. Un’altra viglia lo attende, che gli porterà l’onniscienza. L’illuminazione del Buddha è salutata da avvenimenti prodigiosi e celesti omaggi: la terra trema, soffiano i venti, dal cielo scende la pioggia e fioriscono frutti e fiori. Raggiunta l’illuminazione, il Buddha, libero da ogni sofferenza corporea, siede per sette giorni contemplando la propria mente. Poi contempla il mondo: vedendolo preda di falsità e illusione decide di rimanere immobile, di non diffondere la Legge, il dharma. Presto, però, cambia idea: i primi a cui desidererebbe comunicare il dharma sono gli antichi maestri, capaci di accogliere la Legge. Il Buddha scopre, però, che sono entrambi morti. Pensa poi ai cinque compagni di ascesi della foresta, i cinque monaci mendicanti, e decide di raggiungerli presso Varanasi. Si chiude così il testo sanscrito.

Il karman è un caposaldo del pensiero brahmanico e hindu e permea profondamente anche la visione del Buddha. Il ciclo delle rinascite, governate dalla legge della retribuzione karmica, è una verità inesorabile, una necessità che vincola la vita dell'uomo. Il Buddha stesso ha vissuto molte esistenze prima di conseguire l'illuminazione. Ciò che contraddistingue la concezione buddhista del karman è la fortissima connotazione morale che esso assume: l'intenzione con la quale si compie un'azione è determinante nella formazione del karman. Nel caso in cui si formulino cattive intenzioni, esse producono karman negativo, anche nel caso in cui non siano messe in atto. Gli esseri umani sono dunque il risultato non solo delle loro azioni, ma anche dei loro pensieri e delle loro parole. Alla catena del karman si può sfuggire, si può porre fine al ciclo delle rinascite seguendo la via indicata dal Buddha. Questo ci insegnano innanzitutto le quattro nobili verità. La prima ci spiega che ogni cosa è sofferenza, in primo luogo legata alla realtà fisica, le esperienze che comportano dolore, dalla nascita alla vecchiaia, alla malattia e alla morte. Ma questa si riferisce anche a una dimensione psicologica ed esistenziale, legata all'impossibilità di ottenere ciò che si vuole e, viceversa, alla costrizione a ciò che non si vuole. In questa prospettiva, il significato di dolore può essere reso con il termine frustrazione e si apre una riflessione più ampia sull'essenza della vita caratterizzata da l'impermanenza. Nella prospettiva buddhista, la natura umana è priva di un sostrato ontologico stabile, è priva di un sé. Essa è, inoltre, caratterizzata dall'impermanenza, poiché è destinata, come ogni cosa che esiste, a modificarsi e trasformarsi continuamente. Il mondo è infatti un eterno fluire, un divenire perpetuo nel quale si avvicendano continuamente cause ed effetti. La teoria della causalità è un cardine degli insegnamenti del Buddha: essa afferma che ogni effetto si origina da una causa. Ogni cosa esiste solo in un rapporto di originazione interdipendente da ogni altra cosa. In ottica buddhista, gli elementi minimi di questo processo di interdipendenza causale di tutte le cose sono dharma. Essi sono mattoncini minimi della realtà, che aggregandosi tra loro la costituiscono. Seconda verità: la brama è ciò che fa insorgere la sofferenza, ciò che la alimenta, generando il ciclo delle rinascite. La brama si declina in tre modi: come sete dei piaceri dei sensi, come brama dell'esistenza e come brama della non-esistenza, della cessazione totale dell'esistenza. Terza verità: la sofferenza può cessare, e questo momento coincide con l'estinzione della brama. La via che conduce a tale estinzione, alla cessazione del dolore, è indicata nella quarta nobile verità, e prende forma nell’ottuplice nobile sentiero: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vedere, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione. La completa cessazione della sofferenza di cui parla il Buddha coincide con il nirvana. Estinguere la brama significa interrompere il ciclo incessante di nascita-morte-rinascita, ossia spezzare permanentemente il samsara. Brama, ignoranza e odio sono i tre veleni radicali, le tre radici del male. Liberarsi da tali veleni significa vedere le cose per ciò che sono, raggiungendo uno stato di coscienza libero dal dubbio e dalla paura, caratterizzato dalla quiete interiore, dalla compassione verso tutti gli esseri, dalla

gioia spirituale. Il nirvana non è dunque la realtà assoluta, esso è innanzitutto un evento che si verifica quando Siddharta ottiene la bodhi , l'illuminazione. Questo tipo di nirvana non coincide con la cessazione dell'esistenza. Il nirvana è una condizione mentale, psicologica ed etica, e chi vive in tale condizione agisce per ciò stesso in modo perfettamente etico. Esiste, secondo tradizione, un secondo tipo di nirvana, definitivo, raggiunto dal Buddha alla fine della sua esistenza. Una volta cessato il ciclo delle rinascite, i cinque aggregati che costituiscono la persona non sono sostituiti da altri aggregati, e la personalità empirica non esiste più. Come si può dire, che cosa accada a questa persona nel nirvana? Il Buddha poneva l'accento sulla via che conduce al nirvana e sull'impegno nel conseguirlo, scoraggiando ogni tentativo di elaborare una teoria sull'essenza del nirvana. La via di comportamento indicata dal Buddha è un sentiero di mezzo , che rifugge dagli eccessi della ricerca smodata dei piaceri e della mortificazione estrema. Questa via mediana caratterizza la via dei seguaci del Buddha, raccolti nella comunità dei monaci e dei laici. Tale comunità è divisa in quattro assemblee: monaci, monache, discepoli laici e discepole laiche. Essa è inoltre composto di molte comunità locali, ciascuna delle quali ha sviluppato caratteristiche particolari e punti di vista specifici. Tutti i membri della comunità sono buddhisti, ma cambia la loro prospettiva rispetto alla via da percorrere: mentre i monaci si concentrano solo sul nirvana, puntando direttamente a raggiungerlo, i laici continuano a condurre una vita attiva nella società, dedicandosi spesso al servizio degli altri, in particolare dei monaci buddhisti ai quali garantiscono il sostentamento. Benché monaci e laici seguano e mettano in pratica i medesimi principi ispiratori, la vita monacale prevede una regola rigida, incompatibile con la vita laica e attiva. Il monaco è un mendicante, il cui cammino è segnato da passi definiti: egli abbandona il mondo, si rasa il capo, indossa la tunica gialla, pronuncia diversi voti, pratica la castità, dice il vero,… Si dedica alle elemosine, alla meditazione e segue gli insegnamenti fino a che non è proprio a diventare un monaco vero e proprio. Anche l’istituto dell’ordine monastico si è modificato nel tempo. Inizialmente è sorto per coordinare e radunare i primi seguaci del Buddha. I primi conducevano una vita errante; una vita simile era però ostacolata nella stagione delle piogge. Lentamente si giunse a soluzioni più stabili per ospitare la comunità monastica, anche grazie alla generosità dei laici. La comunità monastica ha un ruolo determinante anche nella conservazione, nella spiegazione e nella trasmissione dei testi. Dal momento che il Buddha non aveva designato alcun successore al momento della morte non meraviglia che presto siano emerse delle divergenze sia in merito alla regola monastica sia in relazione all’interpretazione dei suoi insegnamenti. Dai tentativi di sistematizzazione delle dottrine del Buddha sorsero delle scuole, di cui sopravvive la scuola Theravada: la Dottrina originaria o Dottrina degli anziani è attualmente diffusa nello Sri Lanka, in Thailandia e nel Myanmar. Il movimento del Mahayana, sorto tra il I secolo a.e.c. e il II secolo a.e.c., è l’altra grande corrente del buddhismo, a cui spesso ci si riferisce come alla seconda messa in moto della ruota