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Appunti su Fedro e Seneca, Appunti di Latino

Appunti su Fedro e Seneca per il 5 anno di liceo classico

Tipologia: Appunti

2023/2024

Caricato il 24/06/2024

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marilisa-vuono 🇮🇹

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Contesto storico
Con il termine dinastia giulio-claudia si indica la famiglia alla quale appartenevano i primi
cinque imperatori romani, che governarono l'impero dal 27 a.C. al 68 d.C., quando l'ultimo
della linea, Nerone, si suicidò aiutato da un liberto. La dinastia viene così chiamata dal nomen
(il nome di famiglia) di due imperatori: Augusto, adottato da Giulio Cesare e dunque membro
della gens Iulia, il primo imperatore della famiglia e fondatore dell'impero, e Claudio, quarto
imperatore e membro della gens Claudia, primo tra i Principi a non essere adottato nella gens
Iulia, poiché il suo predecessore, Caligola, aveva estinto la linea adottiva.
Tiberio
Tiberio era figlio di Livia Drusilla, terza moglie di Augusto. Con lui ebbe inizio la dinastia
Giulio Claudia: Tiberio, infatti, faceva parte della dinastia Giulia dopo essere stato adottato
da Augusto nel 4 d. C, e della gens Claudia per nascita.
Durante il suo governo, egli:
- ridiede centralità del Senato: aumentò le competenze di questa assemblea e la consultò in
modo costante. Al contempo, furono ridimensionati i comizi.
- migliorò la situazione finanziaria di Roma: ridusse le spese per i giochi, scelse collaboratori
onesti, mise in atto una politica di rigido risparmio. Si impegnò per migliorare le condizioni
di vita dei piccoli proprietari terrieri, per i quali creò un fondo di credito.
- pacificò le rivolte delle province. Si distinse in queste azioni Germanico, comandante
militare e nipote di Tiberio che effettuò spedizioni nell’area del Reno, in Germania e poi in
Oriente, dove morì assassinato (forse per ordine dell’imperatore stesso, geloso del prestigio
del nipote).
- nel 27, in preda all’ossessione di subire un colpo di Stato (come racconta Tacito all’interno
degli Annales), si trasferì sull’isola di Capri e continuò a reggere il potere mantenendo i
contatti con il Senato per via epistolare. A Roma, però, aveva ottenuto sempre più potere
Lucio Elio Seiano, prefetto del pretorio. Quest’ultimo, per sbarazzarsi di tutti gli avversari,
ricorse molto spesso all’accusa di lesa maestà, facendo condannare a morte chiunque si fosse
messo tra lui e il potere. Seiano fu poi scoperto da Tiberio e ucciso da lui stesso nel 31 d.C.
Nonostante ciò Tiberio divenne inviso alla popolazione per averla lasciata sotto le mani di
Seiano. Alla sua morte avvenuta nel 37 d.C. non venne ricordato per le sue buone azioni ma
per aver abbandonato il suo popolo. Nel sesto libro degli Annales, lo scrittore latino Tacito
descrive la morte dell’imperatore romano Tiberio (42 a.C. - 37 d.C.), dipingendolo come
un tiranno viscido e subdolo, che, pur sembrando inizialmente un sovrano giusto e
“illuminato”, si è rivelato un despota crudele, non privo di elementi di perversione.
Caligola
Alla morte di Tiberio, il Senato acclamò imperatore suo nipote Gaio, figlio di Germanico,
passato alla storia come Caligola dal nome della calzatura militare (caliga) che portava dal
bambino quando si trovava negli accampamenti con il padre. Il Senato scelse Caligola come
imperatore per la popolarità di cui godeva la famiglia di Germanico. Agli occhi dell’opinione
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Contesto storico

Con il termine dinastia giulio-claudia si indica la famiglia alla quale appartenevano i primi cinque imperatori romani, che governarono l'impero dal 27 a.C. al 68 d.C., quando l'ultimo della linea, Nerone, si suicidò aiutato da un liberto. La dinastia viene così chiamata dal nomen (il nome di famiglia) di due imperatori: Augusto, adottato da Giulio Cesare e dunque membro della gens Iulia, il primo imperatore della famiglia e fondatore dell'impero, e Claudio, quarto imperatore e membro della gens Claudia, primo tra i Principi a non essere adottato nella gens Iulia , poiché il suo predecessore, Caligola, aveva estinto la linea adottiva. Tiberio Tiberio era figlio di Livia Drusilla, terza moglie di Augusto. Con lui ebbe inizio la dinastia Giulio Claudia: Tiberio, infatti, faceva parte della dinastia Giulia dopo essere stato adottato da Augusto nel 4 d. C, e della gens Claudia per nascita. Durante il suo governo, egli:

  • ridiede centralità del Senato: aumentò le competenze di questa assemblea e la consultò in modo costante. Al contempo, furono ridimensionati i comizi.
  • migliorò la situazione finanziaria di Roma: ridusse le spese per i giochi, scelse collaboratori onesti, mise in atto una politica di rigido risparmio. Si impegnò per migliorare le condizioni di vita dei piccoli proprietari terrieri, per i quali creò un fondo di credito.
  • pacificò le rivolte delle province. Si distinse in queste azioni Germanico, comandante militare e nipote di Tiberio che effettuò spedizioni nell’area del Reno, in Germania e poi in Oriente, dove morì assassinato (forse per ordine dell’imperatore stesso, geloso del prestigio del nipote).
  • nel 27, in preda all’ossessione di subire un colpo di Stato (come racconta Tacito all’interno degli Annales), si trasferì sull’isola di Capri e continuò a reggere il potere mantenendo i contatti con il Senato per via epistolare. A Roma, però, aveva ottenuto sempre più potere Lucio Elio Seiano, prefetto del pretorio. Quest’ultimo, per sbarazzarsi di tutti gli avversari, ricorse molto spesso all’accusa di lesa maestà, facendo condannare a morte chiunque si fosse messo tra lui e il potere. Seiano fu poi scoperto da Tiberio e ucciso da lui stesso nel 31 d.C. Nonostante ciò Tiberio divenne inviso alla popolazione per averla lasciata sotto le mani di Seiano. Alla sua morte avvenuta nel 37 d.C. non venne ricordato per le sue buone azioni ma per aver abbandonato il suo popolo. Nel sesto libro degli Annales , lo scrittore latino Tacito descrive la morte dell’imperatore romano Tiberio (42 a.C. - 37 d.C.), dipingendolo come un tiranno viscido e subdolo , che, pur sembrando inizialmente un sovrano giusto e “illuminato”, si è rivelato un despota crudele, non privo di elementi di perversione. Caligola Alla morte di Tiberio, il Senato acclamò imperatore suo nipote Gaio, figlio di Germanico, passato alla storia come Caligola dal nome della calzatura militare (caliga) che portava dal bambino quando si trovava negli accampamenti con il padre. Il Senato scelse Caligola come imperatore per la popolarità di cui godeva la famiglia di Germanico. Agli occhi dell’opinione

pubblica infatti Germanico era stata una vittima di Tiberio, oltre che un generale di grande valore, fautore di una politica estera aggressiva che andava incontro alle ambizioni dei militari, in contrapposizione alla prudenza manifestata da Tiberio. Il breve impero di Caligola fu caratterizzato dall’eliminazione fisica degli oppositori interni e dai continui atti di umiliazione della classe senatoria, al punto che secondo alcune fonti filo-senatorie, egli si sarebbe spinto fino a nominare senatore il proprio cavallo Incitatus. Sebbene le fonti antiche vedano in ciò un esempio di pazzia sanguinaria del giovane e immaturo principe, negli atti di Caligola è percepibile un disegno preciso: il desiderio di trasformarsi in un sovrano assoluto, sul modello delle monarchie orientali e in contrasto con le tradizioni romane. Per questa ragione Caligola ebbe molti oppositori e nel 41 rimase vittima di un colpo di Stato ordito dai pretoriani. Claudio Nello stesso anno gli stessi pretoriani, imposero come imperatore Claudio, zio di Caligola e fratello di Germanico. Durante il suo governo, egli:

  • concesse la cittadinanza a cittadini nobili della Gallia e ai soldati che, provenienti dalle province, avevano combattuto nell’esercito; ammise nel senato numerosi abitanti delle province.
  • Centralizzò l’amministrazione dello Stato e attribuì importanti incarichi ai liberti.
  • Abolì il culto dell’imperatore imposto ai sudditi da Caligola.
  • Risanò il bilancio e poté investire il denaro pubblico nella creazione di importanti opere (strade, l’acquedotto Acqua Claudia, l’ampliamento del porto di Ostia).
  • In campo militare, occupò la Mauretania, rese la Britannia una provincia ed esercitò un forte controllo sui confini. Rispetto Caligola fu dunque un imperatore equilibrato che si fece benvolere sia dal Senato che dai populares. Dopo l’esecuzione della moglie Messalina, condannata a morte dall’imperatore stesso, poiché aveva scoperto la sua relazione con Gaio Silio , Claudio si risposò con Agrippina,madre di Nerone. Lo scopo di Agrippina era quello di regnare sull’impero, per questa ragione decise di avvelenare Claudio per governare attraverso il figlio Nerone, precedentemente adottato da Claudio. Nerone Nerone divenne imperatore a soli 17 anni. Egli era sostenuto e consigliato non solo dalla madre, ma dal prefetto del pretorio Sesto Afranio Burro e dal filosofo stoico Lucio Anneo Seneca. Entrambi furono dei collaboratori molto validi (il Senato vedeva in loro una garanzia contro i rischi di un governo dispotico) per questa ragione i primi cinque anni del suo regno vengono definiti “quinquennio d’oro“. Tuttavia, Nerone cercò ben presto di emanciparsi dalla madre che fece uccidere nel 59; tre anni dopo fu ucciso anche Afranio Burro. Egli instaurò un potere sempre più tirannico grazie all’appoggio del prefetto del pretorio Tigellino, fedele esecutore dei suoi ordini criminali. Durante il suo impero, esplose un grandissimo incendio a Roma (nella notte tra il 18 e il 19 luglio 64). La responsabilità fu proiettata sull’imperatore che, a sua volta, la ribaltò sui cristiani. Ebbero così inizio le persecuzioni contro quest’ultimi; tra le vittime ci furono Pietro e Paolo. Le devastazioni causate dall’incendio furono

Contesto culturale

Per lungo tempo dopo la sua morte, Augusto rimase un modello inarrivabile: il fondatore del principato era un esempio di longevità politica, capacità di creare consenso, carisma personale, equilibrio nel gestire i rapporti con gli altri poteri dello Stato. C’è però un altro aspetto del governo di Augusto che nessuno dei successori seppe o volle riprodurre, ed è la sua politica culturale: i principi Giulio-Claudi non ebbero nessun Mecenate, e neppure sembravano interessati a promuovere una qualche forma di organizzazione dell’attività intellettuale. Nonostante ciò gli imperatori come Tiberio e soprattutto Claudio avevano un qualche interesse culturale, e talora anche competenze erudite, ma tali attitudini restarono un fatto privato, che non influì sulle loro scelte politiche. Durante il suo impero Tiberio assunse un atteggiamento di stretto controllo e di condizionamento culturale degli intellettuali. Essi infatti non potevano scrivere critiche riguardo le azioni di governo. Con il tempo questo atteggiamento divenne una norma imperiale e andò via via esasperandosi. Proprio sotto Tiberio avvenne la repressione di molti autori: furono bruciate opere filo-senatorie di Cremuzio Cordo (Seneca dedicò alla figlia Marzia un’opera “Consolatio ad Marciam”) e Emilio (?) , entrambi spinti in seguito al suicidio forzato (il suicidio forzato consisteva nel costringere in questo caso, gli intellettuali a bere del veleno). Come Tiberio anche Caligola represse le espressioni più libere. Condannò, ad esempio, un retore che aveva declamato contro i tirannie (dichiarò dunque maniera implicita di esserne uno) e inoltre fece bruciare vivo un poeta che aveva scritto un’atellana piena di doppi sensi (come ci racconta Svetonio). A differenza di Caligola e Tiberio, Claudio non soppresse la cultura ma esercitò su di essa un controllo ad ogni modo molto forte (N. B. Claudio esiliò Seneca non tanto in quanto intellettuale ma per uno scandalo di palazzo sotto consiglio della moglie Messalina.) Durante il regno di Nerone molti intellettuali di spiccata originalità e importanza furono repressi in seguito alla scoperta della congiura dei Pisoni. L’imperatore infatti fece eliminare: Seneca, Lucano, Petronio (autore del Satyricon). Nonostante ciò tutti gli imperatori furono dei grandi intellettuali loro stessi. Tiberio era un abile oratore e scrisse anche un’autobiografia. La sua fama però non superò mai quella di Germanico (nipote che fece eliminare per gelosia). Anche Caligola scrisse orazioni che non vennero conservate a causa della damnatio memoriae inflittagli. Claudio scrisse opere storiografiche di cui faceva le recitationes ovvero delle “pubbliche letture” nei salotti privati. Ma tra tutti il più dedito all’arte e alla letteratura era Nerone che coltivava diversi generi di poesia. Scrisse: liriche, tragedie e epica (secondo delle fonti infatti pare che l’incendio fu applicato da Nerone per rendere realistica la declamazione di una sua opera ovvero Troiae Halosis, la presa di Troia). Fino a Claudio non emersero grandi autori e personalità a causa del clima di terrore sfavorevole per lo sviluppo delle lettere ma anche perché si avvertiva il fatto che si fosse conclusa un’epoca, di massima e complessa espressione della letteratura. Con la morte di Augusto dunque si credeva di non poter eguagliare e soprattutto superare i modelli precedenti. Solo con l’avvento di Nerone come imperatore, si assiste alla fioritura delle lettere il cui massimo esponente è Seneca. I motivi per i quali ci fu un maggiore sviluppo culturale proprio con Nerone, sono molteplici. Bisogna infatti dire che Nerone era il più appassionato alle arti (si vantava di essere poeta, musicista e cantore). Inoltre durante il suo

impero si circondò di poeti che condividevano la sua ideologia, detti “cortigiani/allineati” per fini propagandistici, così da accogliere maggior consenso che all’epoca scarseggiava. Malgrado ciò i poeti “allineati-cortigiani“ non furono particolarmente originali, ma figure di secondo piano. Nerone aveva la capacità di distinguere chi fosse valido e chi invece no per questo aveva avuto come precettore Seneca. Un altro motivo per cui proprio sotto l’impero di Nerone ci fu una rifioritura della cultura è dovuto alle reazioni avute rispetto alla politica di Nerone. Nacque infatti un moto di protesta che fece emergere le personalità più importanti dell’epoca. Ad avere un ruolo decisivo nella ribellione di numerosi autori fu la filosofia stoica. Essa infatti esalta la libertà e sapiente che deve essere libero dai condizionamenti esterni e considera il suicidio come un atto di estrema libertà individuale. Fedro Fedro fu l’iniziatore a Roma del genere letterario della favola. Egli si ispirò al modello greco Esopo, ma introdusse un importante elemento di novità scrivendo i suoi racconti non in prosa, ma in versi. Il metro adottato è il senario giambico tipico della palliata (commedia latina di argomento greco). La biografia di Fedro è molto incerta. Dalla sua opera è possibile ricavare che fu originario della Macedonia o della Tracia. Dal titolo dell’opera originale Phaedra Augusti liberti liber favularum ovvero “libro delle favole di Fedro, liberto di Augusto” è possibile intuire che molto probabilmente fosse originario della Tracia. I liberti infatti erano di origine straniera ed erano schiavi di guerra portati a Roma in seguito alle conquiste di espansione. Fedro sarebbe stato deportato tra il 13-11 a.C. in seguito alla ribellione della Tracia. Una volta giunto a Roma, Fedro dedicò la sua vita all’attività letteraria sotto il principato di Tiberio. Un evento infelice ricordato dallo stesso Fedro fu un processo in cui Seiano, prefetto del pretorio di Tiberio, era stato accusatore, testimone e giudice. Il processo andò a buon fine in quanto Fedro non corse altri pericoli grazie alla caduta di Seiano. Visse sotto la protezione di un personaggio molto potente, Eutico un notabile romano, fino alla sua morte nel 50 d.C. Opere Fedro compose cinque libri di favole esopiche (che hanno cioè per protagonisti perlopiù animali e piante), giunti a noi in maniera lacunosa. Vi è la certezza che i libri di Fedro contenessero altre favole, oltre alle 93 conservate poiché nel 400 l’umanista Niccolò Perotti ritrovò un codice contenente una trentina di altre favole, non presenti nei cinque libri rinvenuti, che compongono la cosiddetta Appendix Perottina. La favola è un genere letterario molto popolare che apparteneva originariamente alla tradizione orale. Il primo ad aver raccolto per la prima volta in forma scritta una serie di favole attinta da un’ampia tradizione orale dandogli una forma letteraria fu Esopo, figura leggendaria della letteratura greca arcaica vissuto nel VI secolo a.C. Tradizionalmente dunque fu proprio lui l’iniziatore del genere della favola. Per questa ragione Fedro decise di rifarsi al modello greco apportando però grandi innovazioni : Come detto precedentemente scrive le favole in versi e non in prosa, cambia la modalità letteraria e il messaggio contenuto nei racconti. Inoltre aggiunge all’interno delle favole come

● Il rifiuto della carne ovvero il vegetarianismo (Tema trattato da Seneca nelle Lettere a Lucilio , 108, 20-21, in cui cita lo stesso Sozione) ● Fare ogni giorno un attento esame di coscienza sulle azioni compiute e i pensieri. Seneca ebbe come maestro anche Attolo, cultore delle scienze naturalistiche. Il filosofo lo stimava grandemente e proprio per questo viene citato anche lui spesso nelle Lettere Morali a Lucilio. Anche Papirio Fabiano, retore e filosofo, fu precettore di Seneca prima che partisse per l’Egitto nel 20 d.C., (presso la sorella della madre, moglie del prefetto): forse per ragioni di salute, ma forse anche per sottrarsi a un clima politico decisamente ostile, sotto Tiberio, alle dottrine e alle pratiche del pitagorismo. Tornò a Roma nel 31 d.C. Per dedicarsi al cursus honorum. Diventò avvocato e oratore di grido. Il successo fu tale da suscitare una pericolosa gelosia in Caligola (egli definì infatti la prosa di Seneca “ arena sine calce” [sabbia senza calce] che nel 39 d.C. decise di metterlo a morte. Tuttavia grazie all’intervento di una favorita dell’imperatore (o la sorella o l’amante) Seneca fu salvato dalla condanna e dall’esecuzione. Salito al trono Claudio, Messalina, prima moglie dell’imperatore, accusò Giulia Livilla, nipote di Claudio, e Seneca di essere amanti. La rivale di Messalina fu giustiziata e Seneca mandato in esilio in Corsica nel 41 d.C. Egli tentò in ogni modo di ottenere il perdono scrisse infatti l’adulatoria Consolatio ad Polybium (indirizzata al potente liberto di Claudio, a cui era morto il fratello) con la quale attrasse le simpatie di Agrippina, sorella di Giulia Livilla, che dopo la soppressione di Messalina sposò Claudio. Dunque nel 49 d.C. Agrippina gli fece ottenere la grazia e una posizione come precettore del figlio Nerone, allora dodicenne. Dopo che Claudio venne avvelenato da Agrippina nel 54 d.C Seneca si vendicò del principe che l’aveva condannato all’esilio ridicolizzandolo nella Apokolokyntosis. Nei primi cinque anni del regno di Nerone, Seneca assieme al prefetto del pretorio Afranio Burro, imprese positivamente e con grande equilibrio sulla politica imperiale. Per questa ragione questo periodo è definito “Quinquennio Aureo”. Il matricidio segnò una svolta nella vita dell’imperatore e della sua politica. Seneca, lasciato ancor più solo dalla morte del fidato prefetto Burro, decise di ritirarsi a vita privata nel 62 d.C. La vita dedita alle meditazioni filosofiche durò poco, infatti nel 65 d.C. Seneca fu accusato di aver partecipato alla congiura senatoria guidata da Gaio Calpurnio Pisone. Ricevette quindi l'ordine di togliersi la vita, o meglio gli venne fatto capire che se non lo avesse fatto, "onorevolmente" , sarebbe stato giustiziato. Non potendo e non volendo sottrarsi, Seneca optò per il suicidio. La morte di Seneca è narrata da Tacito, il quale la descrive prendendo spunto da quella di Socrate nel Fedone e nel Critone di Platone, con toni molto simili; Seneca si rivolge agli allievi e alla moglie Pompea Paolina, che vorrebbe suicidarsi con lui ma viene trattenuta dai soldati e i domestici. Il togliersi la vita, d'altronde, fu in perfetta armonia con i principi professati dallo stoicismo, anche quello "eclettico" di età imperiale, di cui Seneca fu uno dei maggiori esponenti: il saggio deve giovare allo Stato, res publica minor , ma, piuttosto che compromettere la propria integrità morale, deve essere pronto all' extrema ratio del suicidio.

Opere in prosa Le opere in prosa di Seneca costituiscono uno dei capisaldi della produzione filosofica latina. Seneca si occupa prevalentemente dell’etica (la filosofia del comportamento umano). Il fulcro dell’etica è individuare il raggiungimento della felicità che è possibile solo da chi è saggio, attraverso una lunga meditazione con la quale si fa trionfare la ragione sulle passioni in maniera costante e quotidiana. Ciò garantisce l’autarcheia ovvero l’autosufficienza che è indispensabile al raggiungimento della felicità. Pertanto Seneca rivolge la propria attenzione all’interiorità, unico spazio in cui l’essere umano può raggiungere la libertà interiore che supera qualsiasi impedimento e contraddizioni umane. In riferimento alle sue riflessioni, il critico Alfonso Traina sottolinea come Seneca, da uomo politico, fosse stato il primo a introdurre a Roma il messaggio dell’interiorità e della filosofia stoica. Fin dagli albori la filosofia aveva trovato resistenza nella pragmaticità tradizionale dei Romani: la speculazione filosofica di origine greca suscitava sospetti diffusi, come se si trattasse di un imbroglio, un raggiro. Non mancarono infatti le espulsioni dei filosofi a partire almeno dal 190-180 a.C. Celebre la cacciata di Carneade e Diogene nel 155 a.C., perché giudicati pericolosi per la società romana. La filosofia era considerata una minaccia poiché instillava negli uomini il germe del dubbio, portandoli a dubitare finanche di alcuni pilastri del mos maiorum, tra cui la religione. Fu Cicerone a negare ogni fondamento scientifico di quest’ultima, ammettendone però l’utilità proprio come strumento di esercizio del potere, un modo per veicolare la massa. Dunque poiché filosofia e religione avevano funzioni opposte ( la prima promuoveva la meditazione, la riflessione e il dubbio mentre l’altra una fede incontestabile) e quest’ultima era un caposaldo della vita a Roma, per molti conservatori era impossibile accettare l’avvento della filosofia. Ad averla introdotta fu proprio Cicerone, che le dedico parte delle sue opere. Tuttavia il primo ad aver impiantato tutta la produzione letteraria sulla filosofia fu Seneca. All’interno delle sue opere, Seneca indica ai suoi lettori la vita da seguire per conoscere se stessi, tuttavia la ricerca morale è rivolta non solo alla sfera individuale ma anche alla sfera sociale. Viene infatti esplicitata la necessità che gli uomini si uniscano capendo che tutti hanno la stessa origine; introduce così il concetto di fratellanza universale. Inoltre afferma che il saggio non deve escludersi dalla vita pubblica, ma al contrario deve partecipare a quest’ultima, in quanto può diventa una guida per la comunità ma ha anche il dovere di ritirarsi a vita privata quando le condizioni esterne non lo permettono. Nonostante la formazione di Seneca sia principalmente stoica, egli elabora contenuti filosofici appartenenti anche ad altre filosofie, rendendo le proprie. Per questa ragione Seneca viene definito un eclettico. Con eclettismo, parola che deriva da ek-lego, ovvero "scelgo", si intende la tendenza alla fusione delle dottrine, oltre allo stoicismo infatti ritroviamo all’interno delle sue riflessioni tracce del pitagorismo e dell’epicureismo (lo stesso Seneca all’interno delle Epistulae morales ad Lucilium 12 scrive in riferimento ad Epicuro “ ciò che è vero è anche mio”.) Nonostante quindi lo stoicismo e l’epicureismo siano filosofie ellenistiche considerate opposte, che promuovono ideologie differenti, Seneca riuscì a cogliere sia da una che dall’altra gli elementi che riteneva validi e utili. Secondo il filosofo infatti le cose migliori non appartengono ad una persona ma sono patrimonio comune.

La prima consolatio ad Marciam è indirizzata alla figlia dello storico crei Muzio cordolo (condannato sotto Tiberio), marcia, resa inconsolabile dalla morte di un figlio. Dal punto di vista stilistico ritroviamo all’interno dell’opera argomentazioni farcite di luoghi comuni è un linguaggio freddo e convenzionale. Il tema principale è la riflessione sulla morte.Secondo Seneca quest’ultima è un destino ineluttabile tuttavia non bisogna temerla poiché segna l’inizio di una vita più felice. Nel finale di grande effetto segni sviluppa la sua ipotesi (di origine platonica), immaginando, sulla scorta del Somnium Scipionis che il giovane Metilio, figlio di marcia, sì accolto dal nonno cremonesi accordo nella rocca celeste ove hanno sede le anime degli uomini virtuosi ed illustri. La seconda Consolatio ad Helviam matrem è indirizzata alla madre Elvia e risale ai primi tempi dell’esilio in Corsica. Con quest’opera egli cerca di rincuorare la madre che soffre la lontananza del figlio. per cercare di placare il suo dolore, Seneca afferma che ● per il saggio storico la morte non è un male dunque neanche l’esilio può esserlo ● si può esiliare il corpo, ma non lo spirito. ● il saggio si sente a casa ovunque nell’universo poiché porta dentro di sé la virtù che lo fa essere autosufficiente. Egli stesso afferma “non c’è esilio nell’ambito dell’universo, perché nulla nell’ambito dell’universo è estraneo all’uomo“. Nella parte finale dell’opera Seneca consiglia alla madre alcune attività per distrarsi e non pensare a lui.rispetto le altre Consolatio , quest’ultima è più personale e partecipata, i toni non sono freddi ma affettuosi inoltre emerge l’animo forte, coraggioso e coerente del filosofo. La terza e ultima Consolatio ad Polybium è indirizzata, sempre dall’esilio, al potente liberto di Claudio, Polibio, per la morte reggente di suo fratello.l’opera è stata composta nel 43 un anno dopo della consolazione indirizzata alla madre.nonostante il breve periodo di tempo a separare le due opere vi troviamo in questa consolazione un atteggiamento completamente diverso, per questa ragione alcuni critici hanno considerato quest’opera non autentica.l’opera viene scritta non tanto per consolare Polibio ma per avere la grazia di Claudio così da poter ritornare in patria. Emerge dunque all’interno dell’opera un tono palesemente adulatorio. Ed è così che la consolazione si trasforma in una supplica è il conforto in sfacciato elogio: sia di Polibio e dell’imperatore che viene definito “il più mite dei cesari“ De ira Rispetto agli altri dialoghi, il De ira è diverso dal punto di vista formale poiché è costituito da tre libri. L’opera parla delle passioni istintive concentrandosi sull’ira che considerata la peggiore di esse. Essa propone uno studio approfondito delle passioni umane per poterle allontanarle e combatterle definitivamente. Assume i tratti di una vera e propria fenomenologia in quanto descrive la natura e le deleterie manifestazioni della rabbia: i lineamenti del viso si induriscono, il tono della voce si alza ecc. Seneca paragona l’ira, intesa come passione che offusca la mente e la ragione capace di indurre chi la prova a fare qualsiasi cosa in maniera incontrollata, alla follia. Porta come esempio massimo di questo stato d’animo Caligola descritto come una “belva” che incarna un duplice esempio negativo: sia come uomo che come imperatore. Seneca afferma che l’ira può essere controllata solo attraverso la ragione e spiega questa sua tesi attraverso una metafora: l’ira è come un’onda del mare che cresce a dismisura, se essa non viene frenata si infrangerà sulla battigia in maniera violenta, procurando gravi danni, tuttavia se l’onda viene bloccata da uno scoglio prima di raggiungere la riva, non vi sarà alcun danno. Lo scoglio rappresenta la ragione.

De brevitate vitae L’opera è dedicata a Paolino, amico e prefetto dell’Annona (si occupava della supervisione dei rifornimenti di grano e di distribuirli al popolo). Seneca apre l’opera criticando coloro che si lamentano per la brevità della vita umana, non risparmiando nemmeno personaggi famosi per la loro sapienza come Ippocrate, fondatore della medicina “scientifica”, e il filosofo Aristotele. Secondo Seneca, questa lamentela scaturisce da un errore di valutazione: bisogna infatti valutare il tempo non in base alla quantità ma alla qualità. A detta di Seneca l'esistenza umana non è breve, ma viene resa tale dalla nostra incapacità di adoperare il tempo che ci è stato assegnato in maniera proficua. Difatti il tempo datoci è sufficiente per compiere le cose importanti: vivere virtuosamente e trovare la felicità. Ciononostante gli uomini, sprecando il tempo in attività banali, si lamentano con la natura. Eppure come afferma Seneca “la vita se la si impiega bene è lunga” (paragrafo 10) e inoltre “il tempo che impieghiamo per fare le cose importanti è esiguo”. La maggior parte degli uomini sperpera tempo preziosissimo in occupazioni e preoccupazioni del tutto futili (divertimento, ricchezza, successo) e inutili per il miglioramento interiore. Come afferma Seneca il tempo ci attraversa come anime bucate. Questa riflessione esplicitata in apertura dell’opera viene arricchita da immagini attraverso la rappresentazione degli “occupati“ ovvero, le persone impegnate in attività non essenziali che sprecano il presente, che è l'unico tempo veramente in loro possesso, e rimandano alla vecchiaia il momento in cui potranno finalmente dedicarsi all'otium, opponendosi alla prospettiva del saggio. Quest’ultimo infatti sa fare buon uso del proprio tempo inoltre sa bene che l’unica dimensione temporale su cui ha controllo è il presente dunque deve privilegiarlo e cercare di sfruttarlo nel miglior modo possibile. De costantia sapientis L’opera è dedicata ad Anneo Sereno e venne scritta da Seneca per rincuorare l’amico che stava vivendo un momento piuttosto difficile. Egli infatti si era dovuto umiliare facendo da prestanome per coprire la relazione adultera tra Nerone e la liberta Atte. Ciò provocò vari pettegolezzi e sollecitazioni all’interno dell’impero. Per rasserenarlo Seneca, rifacendosi alla stoicismo, afferma che il saggio non è toccato da nessuna offesa perché l’unico bene è la virtù che non può essere turbata. È proprio quest’ultima che gli consente di staccarsi dalle contingenze esterne e lo fa diventare indipendente fisicamente e spiritualmente. Per avvalorare questa tesi Seneca usa una metafora dell’ arciere che cerca di scagliare una freccia verso il sole, ma inutilmente per descrivere il saggio storico che non può essere scalfito da nulla. De vita beata L’opera è dedicata al fratello Anneo Novato (che tuttavia nell’opera viene chiamato Gallione in quanto all’epoca era stato adottato [sotto l’ala protettiva] da Giulio Gallione, retore romano). L’opera scritta tra il 58-59 si compone di due parti: la prima teorica e la seconda polemica. Nella prima parte Seneca sostiene la dottrina secondo cui la felicità coincide con la virtù (opponendosi all’epicureismo secondo cui la felicità coincide con la voluptas ovvero il piacere). Seneca infatti afferma che lui dalla virtù si aspetta la virtù stessa. (ponendo come

concezione stoica del logos che permea il mondo e e che regola razionalmente tutti gli aspetti dell’umanità. Seneca spiega all’amico che le sofferenze che gli uomini onesti subiscono sono strumenti che servono a mettere alla prova la virtus e a migliorare se stessi, non è una punizione (cristianesimo ritroviamo quindi una sensibilità umana del tutto nuova). La virtù di un uomo si vede in presenza di un ostacolo: chi sa accettare il destino avverso dimostra grandezza eroica nel proprio animo. (introduce il tema dell’eroismo morale Boccaccio novelle) TRATTATI Non vennero inclusi nella raccolta dei Dialoghi, molto probabilmente a causa della loro estensione, altri tre trattati filosofici: il De clementia, il De beneficiis e le Naturales Quaestiones. De clementia L’ opera venne scritta tra il 55 e 56 e tratta di filosofia politica. Essa venne dedicata a Nerone diciottenne, appena salito al trono. Seneca, dapprima precettore dell’imperatore, conosceva molto bene il suo carattere intemperato e per questa ragione scrisse l’opera con il tentativo di plasmarlo per farlo agire al meglio. Decide infatti di proporgli il modello ideale di imperatore. Quest’ultimo deve essere moderato, né troppo magnanimo né troppo efferato, secondo i principi dello stoicismo. Deve soprattutto possedere la clemenza. Secondo Seneca quest’ultima è una virtù naturale ovvero innata che deve essere tipica di chi ha una grande responsabilità e un forte potere. Essa è rivelatrice di un animo nobile ed è anche utile alla ragion di Stato. Chi è infatti clemente viene amato pur commettendo degli errori, mentre il tiranno non è amato ma temuto. Secondo Seneca maggiore è la paura maggiore sarà l’assuefazione a quest’ultima. La paura che inizialmente è un modo per frenare gli animi, col passare del tempo, perde la sua efficacia e si ritorce contro il carnefice attraverso rivolte e rivoluzioni. All’interno dell’opera inoltre Seneca mette in evidenza le differenze che vi sono tra il re e il tiranno : mentre il re punisce malvolentieri solo quando ci sono ragioni oggettive, il tiranno punisce con sadismo anche quando non è necessario. Pertanto il filosofo raccomanda la moderazione anche nei reati più gravi come quello di lesa maestà. In età Imperiale il principe è considerato l’anima dello Stato, egli possiede un potere pressoché illimitato e su di lui si reggono il territorio e i sudditi. Per questa ragione l’imperatore deve essere il punto di riferimento, il modello da seguire e di conseguenza deve essere: giusto, moderato ed equilibrato, proprio come un saggio storico. Ritroviamo all’interno dell’opera anche una riflessione sul mutamento del sistema politico romano: se prima nella Repubblica il valore principale da seguire era la giustizia, in età imperiale ad esserlo è la clemenza. Nella Repubblica i cittadini erano tutti uguali pertanto era necessario che fosse la giustizia a guidare gli uomini. Nell’impero i cittadini non sono più sullo stesso piano in quanto vi è l’imperatore al di sopra di tutti pertanto è necessario che a guidare il comportamento dell’imperatore sia la clemenza, indispensabile in un rapporto tra disuguali.

De beneficiis L’opera è formata da sette libri e fu scritta per l’amico Ebuzio Liberale. La problematica trattata al suo interno, riguarda la gratitudine e il fare dei favori disinteressati ovvero della beneficenza. Secondo Seneca tutti possono fare del bene al prossimo tuttavia definisce le modalità e le circostanze entro quali è possibile. Egli sottolinea che la beneficenza deve essere spontanea e procura gioia oltre a chi la riceve anche a chi la fa in quanto ne esce rinnovato. Secondo Seneca anche uno schiavo può essere un benefattore del padrone. Questo perché la virtù non è preclusa a nessuno. Tutti possono pensare di raggiungerla e di conseguenza di raggiungere la felicità e la saggezza. Ad essere veramente importante è la disponibilità spirituale con la quale la si offre ma anche la si riceve. Secondo il filosofo infatti chi riceve un aiuto deve essere grato ( l’ingratitudine è uno dei vizi peggiori) nel caso contrario però invita il benefattore a non scoraggiarsi di fronte all’ingratitudine. (?) Naturales Quaestiones L’opera è dedicata a Lucilio ed è anch’essa in sette libri. Venne scritta nel 62, anno in cui Seneca si ritirò a vita privata dedicandosi completamente all’otium letterario. Essa non è un trattato scientifico ma ritroviamo al suo interno argomentazioni filosofiche-morali. Infatti il progetto che lo aveva spinto a scrivere rispondeva a un’esigenza morale: liberare l’uomo dalla paura dei fenomeni naturali spiegandone i meccanismi e le corrette possibilità di sfruttamento (di ispirazione epicurea). Seneca dunque interpreta gli aspetti naturali secondo la morale e riporta tesi scientifiche basate su studi dell’epoca: divide ad esempio i terremoti in terremoti sussultori e ondulatori. Già in apertura dell’opera Seneca esalta la ricerca scientifica, vista come strumento di conoscenza e di elevazione spirituale: manifesta infatti una fiducia nel progresso scientifico. Egli si dimostra cosciente del fatto che molte cose che al suo tempo si ignoravano, sarebbero state conosciute nei tempi avvenire. Evidenzia però l’importanza di sfruttare il progresso scientifico con cautela.

accompagnarlo nel suo viaggio. All’interno dell’opera infatti Seneca dà dei suggerimenti morali non delle leggi. Ogni epistola parte da uno spunto concreto (exemplum storico, esperienza della vita privata, avvenimento attuale) che gli consente di avviare una riflessione di temi etici. Con questo espediente Seneca sottolinea come la filosofia debba essere praticata nella quotidianità. I temi trattati sono: ● Tempo ● Morte e come prepararsi all’incontro finale con quest’ultima ● Centralità dell’anima * (novità assoluta nel mondo romano) ● Superiorità dell’otium rispetto al negotium ● Compagnia di pochi e scelti amici (tra cui le opere dei maestri di filosofia) ● Meditazione sull’uguaglianza degli uomini ● Ricerca dell’autarcheia

  • Secondo Seneca l’anima esiste in ogni uomo e deriva dall' essere supremo“. Proprio quest’ultima è l’unica cosa che ti faccia essere diversi da un animale o una pianta ed è anche l’unica che determina reali differenze di valore tra uomo e uomo. Essa rappresenta la componente razionale che dopo la morte, la conflagrazione universale, si ricongiunge con l’assoluto ovvero il logos, principio divino, che permea tutta la natura secondo il concetto di panteismo immanentista stoico.

Tragedie Sotto il nome di Seneca ci sono giunte 10 tragedie. Esse rappresentano le uniche opere tragiche della letteratura latina giunte in maniera integrale. Per questa ragione sono un modello del genere tragico per i posteri, sia a livello di contenuto che a livello di forma. La tragedia si suddivide infatti in cinque atti intervallati dai cori. Le tragedie si dividono in nove coturnate (tragedia latina di argomento greco) e una praetexta (tragedia latina di argomento romano). Quest’ultima però non è certamente di Seneca. Per due ragioni:

  1. Seneca compare come personaggio
  2. All’interno della tragedia vi è una profezia che riguarda la morte di Nerone che viene descritta in maniera molto particolareggiata e dettagliata. Pertanto l’opera non poteva essere di Seneca il quale era morto prima di Nerone. È molto interessante poiché è l’unica di argomento romano, il titolo infatti Octavia richiama il nome dell’omonima protagonista Ottavia moglie dell’imperatore Nerone che viene ripudiata da lui stesso per sposare Poppea. Nonostante la tragedia sia spuria lo stile adoperato è congruente a quello utilizzato nelle altre tragedie, pertanto si pensa che sia stata scritta da un perfetto emulatore di Seneca. Vi sospetti di autenticità anche per quanto riguarda l’Hercules Oetaeus in quanto appare molto faticosa e prolissa, (quasi il doppio di tutte le altre tragedie) e presenta un finale singolare: la morte di Ercole viene narrata differentemente dal modello delle Trachinie di Sofocle. Per quanto riguarda le tragedie di Seneca i critici si sono soffermati su tre questioni. La prima riguarda la finalità dell’opera, molti si sono chiesti infatti se le tragedie fossero state composte per opporsi a regime tirannico oppure per esortare, ovvero rappresentare il gran male che dilagava a Roma per far capire al principe la necessità della clementia e della moderatio in modo da evitare atrocità. La risposta a questa domanda dipende dalla datazione delle tragedie. Se esse sono state composte durante il periodo dell’esilio (43/44-49) hanno come scopo quello di opporsi al regime tirannico, viceversa se sono state composte durante il quinquennium aureo (54-59) hanno lo scopo di sconsigliare il regime tirannico. Questa ipotesi viene favorita da Alfonso Traina secondo cui le tragedie di Seneca sono tragedie di esortazione. Seneca ha cercato di scoraggiare Nerone usando un paradigma negativo dunque per Traina. La seconda questione affrontata riguarda il rapporto tra le tragedie e le opere filosofiche di Seneca. Alcuni critici si sono domandati se le tragedie fossero didattiche dunque avessero uno scopo educativo o seguissero semplicemente il genere canonico della tragedia. Il rapporto tra opere filosofiche e tragedie è più profondo di quanto possa sembrare a una prima lettura. All’interno delle tragedie ritroviamo infatti il conflitto tra mens bona e furor ovvero tra ragione e passione. Seneca all’interno delle tragedie svela ciò che accade all’uomo se dominato dalle passioni. Dunque mentre nelle opere filosofiche descrive cosa può fare la filosofia affinché la ragione vinca sulle passioni, nelle tragedie descrive cosa succede nel caso in cui la filosofia non venga adoperata. Solitamente nelle tragedie la ragione è rappresentata dai personaggi secondari come le nutrici che cercano in ogni modo di indirizzare i protagonisti lungo la retta via. Proprio questi rappresentano invece il furor che porta ad azioni terrificanti e macabre. L’apice del furor è incarnato da Atreo nel Thyestes, egli con pretesti di pace invita infatti il fratello a Micene, ne uccide i figli e

● BRANI CLASSICO

L’ira offusca la capacità di giudizio (De ira I 18, 1-2) La ragione dà ad entrambi i contendenti (le parti in contesa) il tempo, inseguito chiede un rinvio anche per se, per avere lo spazio al fine di esaminare la verità : l’ira si affretta. La ragione vuole giudicare ciò che è equo: l’ira vuole che sembri equo ciò che giudicò. La ragione non contempla niente oltre la stessa cosa di cui si tratta: l’ira è suscitata dalle cose futili e dalle cose che si osservano al di fuori di una ragione fondata. Il volto quella troppo sicuro, la voce troppo squillante, il discorso troppo libero, l’abbigliamento troppo elegante, una trattazione della causa troppo superba, l’approvazione del popolo la esasperano. Spesso (la rabbia) condanna l’accusato avendo in odio l’avvocato difensore, ancora la verità le viene essa di fronte gli occhi, ama e protegge l’errore; non vuole essere confutata, e nelle azioni malfatte a quella appare più onesta la testardaggine che il pentimento. Epistula ad Lucilium I Fai così, mio Lucilio: rivendicati a te stesso, e il tempo che finora o veniva portato via o veniva sottratto o andava perduto raccoglilo e mettilo in disparte. Convinciti che le cose stanno così come scrivo: alcuni spazi di tempo ci vengono portati via, con la forza, alcuni ci vengono sottratti con l’inganno, alcuni scorrono via. Tuttavia il danno più sconveniente è quello che si verifica per negligenza. Tuttavia la più vergognosa è la perdita di tempo che avviene per negligenza. E se vuoi badare: una grande parte della vita sfugge nel fare del male, una grandissima parte mentre nel non fare nulla, tutta la vita nel fare altro. Chi mi indicherai che determini un prezzo per il tempo, che dia un valore al giorno, che si renda conto di morire ogni giorno? In questo ci sbagliamo, perché guardiamo la morte lontano avanti a noi: gran parte di essa è già alle nostre spalle; tutto il tempo dietro a noi lo tiene la morte. Fai dunque, mio Lucilio, quello che scrivi di fare già, abbraccia tutte le tue ore; così accadrà che tu dipenda meno dal domani, se allungherai la mano sull'oggi. Mentre si rinvia la vita se ne va. Tutte le cose, Lucilio, sono degli altri, soltanto il tempo è nostro; la natura ci ha collocati nel possesso di quest'unica cosa fuggevole e labile, dalla quale ci caccia chiunque vuole. E così grande è la stoltezza dei mortali che le cose che sono meno importanti e di minor valore, certamente recuperabili, accettano che siano loro messe in conto quando le hanno ottenute, (e invece) nessuno che abbia ricevuto del tempo ritiene di essere debitore di alcunché, mentre in realtà esso è l'unica cosa che neppure una persona grata può restituire. Mi chiederai forse che cosa faccia io che ti impartisco questi suggerimenti. Ti confesserò francamente: quello che accade presso una persona dispendiosa ma attenta, mi torna il conto della spesa. Non posso dire di non perdere nulla, ma potrei dire che cosa perdo e perché e come; potrei fornire i motivi della mia povertà. Ma capita a me ciò che (capita) alla maggior parte di coloro che sono stati ridotti all'indigenza non per propria colpa: tutti perdonano, nessuno aiuta. Quale è dunque la conclusione? Non ritengo povero colui per il quale quel poco che resta è abbastanza; tu tuttavia preferisco che risparmi i tuoi beni, e incomincerai a tempo utile. Infatti, come sembrò ai nostri antenati, 'è tardiva la parsimonia alla fine; infatti al fondo rimane non solo il meno, ma il peggio. Stammi bene.

Uso del riflessivo Il ripiegamento su se stessi. Accanto alle funzioni normali, il riflessivo esprime in Seneca il continuo ripiegarsi del soggetto su se stesso, quasi uno sdoppiarsi dell'io in un agente e in un oggetto, sul quale si compie l'azione. Osserva Alfonso Traina (op. cit., p. 17) che Seneca ha ampliato l’uso del riflessivo in una gamma di accostamenti che non ha precedenti in latino, ed è proprio da tali accostamenti inediti che scaturisce il senso incisivo e convincente di alcune formule dell'interiorità: così il già più volte citato vindica te tibi (Ep. ad Lucilium... 1, 1), in cui non solo coincidono soggetto (tu) e oggetto (te) dell'azione, ma anche il fine (tibi). Tale formula ha un parallelo nel De brevitate vitae: nemo se sibi vindicat (* nessuno rivendica a sé il possesso di se stesso», 2, 4) e nemo... te tibi reddet («nessuno ti restituirà a te stesso», 8, 5). Stile di Seneca: confronto con Cicerone Dal punto di vista della sintassi utilizza la inconcinnitas, ovvero l'asimmetria opponendosi alla concinnitas ciceroniana. Difatti Seneca al periodo armonico, simmetrico e ricco di subordinate ramificate di Cicerone, predilige una prosa con periodi asimmetrici, con frasi brevi, essenziali, ricche di sentenze. Prevale la paratassi sull'ipotassi, un importante e fondamentale uso della coordinazione. Uso di figure retoriche, tra le quali ricordiamo la metafora,le antitesi, le ellissi, l'anafora, il chiasmo ed i neologismi. Presente è anche la variatio, si tratta di una figura retorica che consiste nel variare, appunto, a livello fonetico, grammaticale, sintattico-morfologico o semantico i meccanismi della ripetizione ,(vedi le figure retoriche quali il poliptoto, la paranomasia e la sinonimia).