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appunto dettagliato sulla letteratura di Fedro e Seneca
Tipologia: Appunti
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Fedro è il principale rappresentante latino della favola. La sua figura e la sua opera rimangono un po’ ai margini rispetto al panorama della cultura ufficiale del tempo. Del corpus delle sue favole furono ricavati raccolte e repertori in prosa; le favole sono poi state sempre utilizzate nella scuola, specialmente ai livelli elementari dell'apprendimento della lingua latina, ai quali si addicono per la brevità e la semplicità. Le notizie biografiche di Fedro si ricavano dall'interno della sua opera. Nato in Macedonia, venne a Roma da bambino molto probabilmente come schiavo; è dunque assai probabile che sia stato affiancato dall'imperatore grazie alla sua cultura e che, come molti liberti di madrelingua greca, si sia dedicato all'insegnamento. Si crede che la sua stessa produzione poetica sia nata dall'esercizio della professione: le favole infatti, erano comunemente usate come libri di testo nelle scuole. Fedro esercitò la sua attività letteraria durante il principato di Tiberio. I suoi versi furono però ritenuti offensivi da qualche personaggio potente, che credette di riconoscere allusioni a sé e alle proprie azioni ma non si sa con esattezza se l’autore avesse davvero avuto l’intento di bersagliare qualche uomo influente, mettendo in evidenza i suoi difetti e le sue malvagità. Fedro si riprometteva dalla sua poesia fama e ricompense, ma non ottenne tali risultati. Fu anzi perseguitato da Seiano che lo accusava per il carattere satirico dei suoi componimenti. Le persecuzioni contro Fedro terminarono con la morte di Seiano nel 31 d.C. e da questo momento il poeta si pose sotto la protezione di un certo Eutico, personaggio influente, forse liberto di Caligola. Muore intorno al 50 d.C. in età neroniana. Di Fedro ci sono pervenuti cinque libri di favole in versi per un totale di un centinaio di componimenti. Il modello a cui Fedro si ispira è Esopo, uno scrittore greco che gli antichi considerano l'iniziatore del genere della favola. Secondo una tradizione in cui storia e leggenda si intrecciano, Esopo per primo avrebbe raccolto il ricco materiale favolistico greco dando forma letteraria ad una materia che prima viveva a livello popolare, rimanendo affidata alla tradizione orale. La favola divenne così un vero e proprio genere a sé stante, costituito da brevi racconti di fantasia, dotati di un significato pedagogico e morale. Essi proponevano infatti modelli di comportamento positivi o negativi, esemplificavano massime e proverbi, esprimevano una visione della vita ispirata ad una saggezza popolare con spunti di critica sociale e di protesta degli umili verso i potenti. La forma più caratteristica è quella dell' apologo animalesco che ha per protagonisti gli animali parlanti. La tradizione esopica comprendeva però anche storielle di altro tipo, tra cui una serie di aneddoti e di battute relativi allo stesso Esopo, l'umile schiavo assai più intelligente del suo padrone. L'opera di Esopo era in prosa, mentre quella di Fedro in senario giambico , ossia il verso tipico delle parti dialogate della commedia. La favola, pur differenziandosi dalla commedia, presenta con il genere comico alcuni punti di contatto: l'intento di divertire il pubblico; il carattere realistico e umile delle situazioni e dei personaggi. Lo scopo dichiarato nel prologo è duplice: il poeta intende divertire ma anche monere, cioè ammonire, consigliare, ammaestrare. Varietas e brevitas risultano i capisaldi della poetica fedriana. La varietas muove dall'interno di superare gli schemi ripetitivi della favola animalesca, introducendo personaggi come Socrate, Giove, Giunone e Mercurio. Troviamo inoltre raccontini non fantastici ma realistici oppure aneddoti storici di ambientazione romana. La varietas è dunque il criterio a cui Fedro si appella per rinnovare il genere tradizionale. Fedro non rinuncia alla cura e all'elaborazione stilistica, ma si attiene al criterio della brevitas , cioè alla concisione, ossia la capacità di condensare in breve i contenuti narrativi e gli insegnamenti morali, così da ottenere l'attenzione e il consenso dei lettori grazie alla tensione stilistica. La brevitas si manifesta specialmente nei dialoghi scritti in un linguaggio colloquiale. Altro esempio di applicazione del criterio della brevitas è quella dei proverbi. La visione e l'interpretazione della vita che emergono dalle favole corrispondono al punto di vista degli umili, dei poveri, degli esclusi al potere. Nelle favole non troviamo un atteggiamento propriamente satirico, ossia aggressivo, aspro e pungente. L’importanza di Fedro è legata dunque al fatto di essere stato il primo a trattare a Roma il
genere favolistico e di essere stato l’iniziatore della favola in versi. Considerato il genere narrativo più universale e più popolare, la favola è una tipica forma di racconto comune a molte culture. L' intento moralistico e pedagogico sembra piuttosto rivolto genericamente contro i difetti e gli errori umani. La “morale” è piuttosto amara e pessimistica, ma anche rassegnata, basata sulla constatazione che la legge del più forte domina sovrana nel mondo. Il povero e il debole, se vogliono sopravvivere ai più potenti, devono saper stare al loro posto. La morale infatti deplora il male ma lo ritiene inevitabile e non si illude di potervi porre rimedio. Vale semmai la legge del taglione, che prescrive di rendere male per male. La libertà è vista come il bene più prezioso da anteporre a ogni vantaggio materiale. Nelle sentenze che concludono le favole, si avverte una tensione morale che nessuno più possedeva ne avrebbe posseduto, fino a che un nuovo un nuovo slancio morale non avesse animato le coscienze.
Lucio Anneo Seneca nacque in Spagna, a Cordova nel 4 a.C. il padre era un importante intellettuale appartenente a una ricca famiglia equestre spagnola. Ancora molto giovane, Seneca fu portato a Roma da una zia materna; qui ricevette una vasta educazione letteraria e storica , completata con gli studi di retorica e filosofia. Intorno al 26 d.C. egli si recò in Egitto per curare una grave infezione polmonare. Tornato a Roma intorno al 33 d.C. ottenne la questura, primo grado del cursus onorum ; nel contempo si dedicò all’ attività oratoria. Nel 39 d.C. Caligola ne decretò la condanna a morte, da cui lo avrebbe salvato un’amica dell’imperatore, Agrippina. Dal 41 al 49 d.C. fu condannato da Claudio all’esilio in Corsica. Nel 54 d.C. morì Claudio e Seneca divenne consigliere politico e amicus del giovane imperatore Nerone dopo aver curato in precedenza l’educazione di quest’ultimo. Nel 54 d.C. quando Nerone divenne imperatore succedendo a Claudio, Seneca si ritrovò a reggere di fatto l’amministrazione imperiale ; mentre i rapporti del neo imperatore con la madre Agrippina si deteriorarono perché anche lei voleva a suo modo influenzare l’imperatore. Fu il periodo del “buon governo” di Nerone , ispirato ai principi di equilibrio e moderazione che sembravano realizzare per Seneca, l’ideale platonico del sapiente che regge lo Stato con saggezza. Successivamente però, il matricidio compiuto da Nerone segnò la definitiva svolta negativa del suo regno e da parte di Seneca la fine dell’illusione di un governo improntato a un’autocrazia illuminata , così si ritirò a vita privata e si dedicò ai suoi studi. Durante l’otium letterario di questi anni Seneca decise di distaccarsi dalla vita politica e pubblica, ma probabilmente non bastò a eliminare eventuali sospetti del princeps. Nel 63 d.C. venne scoperta la Congiura di Pisone e nel corso della sua sanguinosa repressione, per ordine dell’imperatore, Seneca venne costretto al suicidio. Con coraggio affrontò la morte tagliandosi le vene come racconta Tacito negli Annales. Il suo suicidio rappresenta la “morte stoica” per eccellenza, l’estrema affermazione della libertà e dell’indipendenza del saggio. EPICUREISMO VS STOICISMO.
Le opere in prosa di Seneca rappresentano indubbiamente uno dei vertici della produzione filosofica latina. L’interesse dell’autore è prevalentemente indirizzato al campo morale : finalità della sua ricerca è il raggiungimento della vera felicità , che il saggio conquista passo dopo passo attraverso la vittoria razionale sulle passioni e il conseguimento dell’ autosufficienza spirituale (autàrkeia). L’attenzione di Seneca è sempre portata all’ interiorità dell’uomo , vero “spazio” dove si può conquistare la libertà, superando gli ostacoli, i problemi, le contraddizioni dell’esistenza. Il suo compito di filosofo è quello di indicare ai lettori delle sue opere quella via che la filosofia greca da secoli aveva tracciato, a partire dal dialogo socratico, per arrivare alla conoscenza di se stessi. Questa riflessione non è solo rivolta in relazione all’ambito individuale, ma si apre anche alla sfera sociale. Secondo lo stoicismo infatti la condizione degli uomini è quella di vivere in comunità e di collaborare reciprocamente; per questo il saggio parteciperà alla vita politica purchè questa non lo costringa a rinunciare alla libertà interiore e all’atarassia. Seneca condivide con lo stoicismo la necessità si una fratellanza universale che deriva dal presupposto che tutto gli uomini sono uguali tra loro indipendentemente dal ruolo che rivestono. Ritiene inoltre che l’impegno sociale e politico per la realizzazione del bene comune sia un dovere per il sapiens , che deve cercare un equilibrio tra attività pubblica e ricerca interiore; quando però questo equilibrio non sia possibile e la sua libertà sia minacciata
coscienza" da fare ogni sera ripercorrendo quei momenti della giornata in cui ci si è fatti prendere appunto da questa passione folle. Il compito della filosofia è proprio quello di fornire strumenti affinchè si possano distinguere le passioni, individuare i loro movimenti e frenarle prima che travolgano l’animo umano. -Il De brevitate vitae è dedicato all'amico Paolino e lo scopo è quello di confutare l'idea comune secondo la quale la vita sarebbe troppo breve. Per dimostrare ciò Seneca usa due argomentazioni: una è che in realtà, se la si usa bene, la vita è sufficientemente lunga , l'altra è che questa idea sbagliata nasce da quelle persone che Seneca chiama gli " occupati " cioè coloro che ricercano la felicità fuori da sé stessi e di conseguenza sprecano la loro vita, la cui durata quindi diventa troppo breve, in quanto in realtà non è pienamente vissuta. il saggio invece, sa scegliere e vivere l’unica dimensione temporale che è sotto il suo controllo, cioè il presente, perché passato e futuro, per i quali siamo spesso in ansia, non sono in nostro potere. -Il De vita beata risale al periodo in cui Seneca era correggente dell'impero insieme a Nerone. Lo scopo principale è quello di definire che cosa sia la felicità. Seguendo lo stoicismo Seneca afferma che la felicità è vivere secondo natura, in particolare seguendo la ragione , e quindi coincide con la virtù, che consiste nell'essere padroni di se stessi. Un altro scopo di Seneca è quello di difendersi dalle accuse di incoerenza tra ciò che egli predicava, cioè appunto la ricerca della virtù , e ciò che praticava, cioè la ricerca di ricchezze da accumulare. Per difendersi da queste accuse sviluppa l'argomentazione secondo la quale il saggio non ha bisogno della ricchezza, ma preferisce comunque essere ricco per essere libero da impegni e potersi dedicare a se stesso e al proprio perfezionamento morale. -Il De tranquillitate animi è dedicata all’amico Sereno che il filosofo immagina che chieda a Seneca aiuto e consiglio. Seneca dopo aver fatto un attenta analisi ai vari comportamenti dell’amico arriva a dire che in realtà Sereno ha un animo insoddisfatto e inquieto ed infine indica alcuni rimedi per raggiungere la tranquillità dell’anima : l’impegno nella vita attiva, l’amicizia per i buoni, la serena accettazione della morte e delle avversità. Questo stato, conquistato non una volta per tutte ma ogni volta ottenuto vincendo se stessi, deve essere mantenuta tanto nel ritiro dell’otium privato quanto nella vita pubblica, impegnandosi per il bene comune, anche in situazioni sfavorevoli, senza scoraggiarsi di fronte alle difficoltà: l’ideale supremo del sapiens è l’ assenza del turbamento e la serenità dell’animo. -Nel De otio Seneca si rivolge ancora a Sereno affrontando il problema dell’impegno e del disimpegno e chiedendosi se il saggio debba o no partecipare alla vita politica. Seneca risponde che il saggio non dovrebbe mai impregnarsi nella vita politica a meno di circostanze che glielo impongano. -Il De providentia è dedicato a Lucilio che aveva chiesto a Seneca perché anche i buoni sono colpiti dal male. Seneca risponde dicendo che, in realtà, non sono veri mali che accadono agli uomini ma sono soltanto delle prove a cui gli dei sottopongono i buoni per innalzarli moralmente. TEDIO VIVERE PAG 72 CONFRONTO CON LEOPARDI Traduzione Tutti si trovano nella stessa condizione, coloro che sono tormentati dall’instabilità, dalla noia e dal frequente cambiamento di proposito, ai quali piace sempre di più ciò che hanno lasciato, e quelli che marciscono e sbadigliano. Aggiungi coloro che, non diversamente rispetto a coloro i quali il sonno viene difficile, si agitano e si mettono in questo o in quell’altro modo, finchè non trovano pace per la stanchezza: cambiando ripetutamente la condizione della loro vita, alla fine rimangono in quello in cui li ha sorpresi non l’odio del cambiamento, ma la vecchiaia, restia al rinnovamento. Aggiungi anche coloro che sono scontenti non per il vizio della costanza, ma per inerzia, e vivono non come vogliono, ma come hanno iniziato. Innumerevoli sono poi le proprietà del vizio, ma uno solo l’effetto, l’essere scontenti di sè. Ciò nasce da uno squilibrio dell’animo, da desideri soffocati o non realizzati, quando o non osano quanto desiderano, o non lo raggiungono, e vivono tutti aggrappati alla speranza. Sono sempre instabili e oscillanti, cosa che accade necessariamente a coloro che sono insicuri. Spiegazione: Seneca è uno dei più precisi, puntuali e, diremmo quasi, clinici analizzatori del male di vivere,
quella condizione esistenziale che colpisce l’uomo nel momento in cui egli, perdendo i contatti con se stesso ed essendo fondamentalmente insoddisfatto di sé, pur avendo consapevolezza della propria condizione, cerca di fuggire da sé e non ha il coraggio di affrontare la realtà. L’uomo del 1 sec. d.C., quindi, per via dall’alto tenore di vita raggiunto e della mancanza di alternative che la vita militare, politica, affaristica gli ponevano, viene a trovarsi in una condizione di incostanza e di instabilità psicologica che lo conduce ben presto alla nevrosi, che è la forma più evidente ed eclatante di insoddisfazione. Vengono a meno i valori in cui prima credeva, l’uomo ora si trova per così dire, alla deriva, in balia di un mondo in cui non si ritrova, ma nel quale si tuffa sperando di colmare il vuoto che è dentro di sé. Seneca conosce molto bene il fenomeno, anticipando quello che sarà analizzato e messo in luce da Schopenhauer , Leopardi nell’800. Per Leopardi il fine dell'uomo è raggiungere il piacere, inteso non come "un" piacere, bensì come "il" piacere. Un piacere infinito sia per estensione che per durata; un piacere infinito che non riesce a raggiungere, da quì deriverebbe questo suo senso d'infelicità, così nasce anche il problema del rapporto tra natura e uomo, una natura che inizialmente si presenta come benigna in quanto colei che c'ha creati, colei che c'ha dato la Vita, ma successivamente la natura non ci appare poi così benigna, ma maligna, proprio come nel Dialogo tra la Natura e l'Islandese, dove quest'islandese cerca di fuggire dalla natura, una natura che si mostra indifferente di fronte al destino dell'uomo, una natura che crea e distrugge a suo piacimento, di qui la visione meccanicista leopardiana. "Soluzione" al taedium vitae (il tedio della vita) sembra essere per Leopardi l'immaginazione, opposta diametralmente alla ragione, altrimenti, come vedremo, negli ultimi suoi anni di vita, egli vivrà una vita priva di emozioni e passioni, una vita apatica….Leopardi vive 3 tipi di pessimismo: 1)il pessimismo individuale, dove egli si sente già vecchio anche per le sue condizioni di salute, infatti soffriva di scoliosi ed ebbe problemi alla vista(sgobbava sui libri tanto da arrecarsi questi malanni). 2)il pessimismo storico, inteso come decadenza e allontanamento progressivo dalla condizione originaria di felicità e pienezza vitale, poiché gli antichi capaci di illudersi e d'immaginare, erano apparentemente felice, mentre nel suo presente il progresso e la ragione dell'uomo l'ha reso consapevole di questa sua eterna infelicità. 3)il pessimismo cosmico, deriva dalla consapevolezza del Leopardi che l'uomo era ed è infelice, cioè gli antichi vivevano un'infelicità, appannata dall'immaginazione di cui erano dotati, la stessa cosa vale per quelli contemporanei allo scrittore. Fa una ricca disamina del problema, passando in rassegna un’ampia casistica di manifestazioni del male: si tratta di veri e propri casi clinici, come quelli che tratterà Freud alla fine del 19 sec. Seneca dice che occorre avere fiducia in sé, senza lasciarsi fuorviare dagli errori altrui e mirando a quella condizione divina che Seneca chiama tranquillitas e che consiste nel non lasciarsi turbare dagli accadimenti esterni. Risponde con un’esortazione alla fiducia in se stesso e alla ricerca di quella tranquillitas che nella pacatezza e linearità con cui Seneca la rappresenta appare come un obiettivo raggiungibile. Occorre avere fiducia in se stessi e ricercare la tranquillitas, obiettivo raggiungibile, utile per porre rimedio al taedium vitae (insoddisfazione), e non lasciarsi turbare da ciò che ci accade intorno. L’insoddisfazione derivata dall’aver raggiunto obiettivi può manifestarsi in vari modi:
piuttosto quello morale di rasserenare l’uomo di fronte alla natura e alle sue manifestazioni più sconvolgenti, liberandolo dall’ignoranza dei fenomeni naturali e insegnandoli il corretto utilizzo di quanto natura gli mette a disposizione, lontano da ogni timore, egli potrà percepire la meravigliosa razionalità dell’universo. OPERE IN PROSA EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM Le lettere morali a Lucilio sono una raccolta di 124 lettere, ripartite in 20 libri, indirizzate a Lucilio Iuniore, un cavaliere campano che coltiva interessi letterari, divenuto procuratore in Sicilia. Gli argomenti sono vari, ma si riconducono tutti alla ricerca della perfezione morale e della saggezza. E’ questa, l’ultima opera di Seneca e vi si nota una certa maturità spirituale dell’autore tanto da essere considerata la sua opera più significativa. La forma epistolare scelta come genere letterario induce a ritenere che non tutte le lettere siano effettivamente state inviate all’amico, visto che il filosofo dichiara apertamente di voler scrivere a vantaggio dei posteri. L’epistolario è dunque pensato per la pubblicazione. Modello di Seneca sono le lettere del filosofo greco Epicuro , che esponeva il suo pensiero in forma chiara e dialogante attraverso epistole indirizzate agli amici. Non a caso molte lettere a Lucilio, contengono massime di Epicuro. Le Epistole non si presentano come opera sistematica, nè nelle argomentazioni delle singole lettere, che spesso procedono per associazioni e sono improntate a un tono informale, nè nell’impianto generale, che manca di una struttura ben definita. Tali caratteristiche conferiscon un carattere di spontaneità e immediatezza nell’intero testo. Questa originale opera di Seneca rappresenta una vera e propria introduzione alla filosofia , intesa come strumento per raggiungere la saggezza, ovvero realizzare la virtù ed essere felici. Tuttavia il percorso che le lettere a Lucilio propongono non è sistematico, ciò comporta anche un notevole guadagno dal punto di vista letterario, per quanto concerne la piacevolezza del dialogo e la vivacità del dettato. Seneca si pone nei confronti di Lucilio con l’atteggiamento di un interlocutore attento e un poco più esperto che accompagna l’amico nel suo percorso di conoscenza. Frequenti sono gli exempla storici, che permettono all’autore di affrontare in modo non sistematico e piacevolmente discorsivo i nodi della vita morale. I temi affrontati sono: il rapporto con il tempo e la riflessione sulla morte, la centralità dell’anima e la superiorità della vita ritirata nell’otium, la compagnia di pochi e scelti amici e delle opere degli antichi maestri di filosofia, la meditazione sulla comune vita umana che porta Seneca a esprimere parole di comprensione nei confronti di tutti, la ricerca dell’autosufficienza e serenità inferiore (autàrkeia), sono tempi già affrontati nelle precedenti opere e qui ripresi in un dialogo con l’amico che è anche soprattutto esperienza di vita. Particolarmente compatti appaiono i primi tre libri , una sorta di percorso di iniziazione alla filosofia ; in seguito il discorso di Seneca si allarga e si articola, fino a toccare temi complessi come quelli della logica e della dialettica. Anche l’estensione delle singole lettere non è uniforme, alcune sono piuttosto brevi, altre invece raggiungono una forma assimilabile a quella di un piccolo trattato morale. Leggendo le Lettere a Lucilio, sembra che lo scrittore, nella solitudine della parte finale della sua esistenza, abbia voluto esprimere nelle sue pagine suggerimenti morali di alto profilo ricalcando liberamente la filosofia stoica, di cui egli è un fine divulgatore, pur non trascurando idee presenti nel platonismo antico e perfino nell’epicureismo. Di impianto stoico è infatti l’etica di Seneca, che fa leva sulle necessità della saggezza e sul valore fondamentale della virtus , ancora di derivazione stoica è la concezione dell’esistenza dell’anima che proviene all’uomo dall’Essere supremo e presenta una componente razionale accanto a una irrazionale, finchè, dopo la morte si ricongiungerà con l’Assoluto; sempre di impianto stoico è la concezione di un principio divino esistente
nella natura. Se temi e argomentazioni delle Epistole non sono particolarmente originali, è possibile cogliere nell’opera una sensibilità nuova. In alcune lettere, Seneca sembra superare l’intellettualismo etico proprio del pensiero antico, introducendo l’idea di voluntas, come di una facoltà distinta dalla conoscenza. Inoltre Seneca sottolinea l’importanza della conscientia che è il vero giudice della nostra vita morale. Per questo raccomanda a Lucilio la pratica dell’esame di coscienza , come strumento peril raggiungimento della virtù. PAG 92 “SOLO IL TEMPO è NOSTRO” LE OPERE POETICHE
Attraverso la tradizione manoscritta è pervenuto sotto il nome di Seneca un corpus di 10 tragedie, le uniche opere tragiche della letteratura latina giunte integralmente divennero un modello fondamentale per le epoche successive, che insegna ad usare in modo sistematico la suddivisione della tragedia in cinque atti intervallati dai cori. Nove di queste sono di argomento mitologico e si rifanno a modelli greci, mentre la decima, dal titolo Octavia , è una pretexta (tragedia di argomento romano). Essa narra la tragica fine della prima moglie di Nerone, fatta uccidere a soli vent’anni dall’imperatore quando decise di sposare Poppea. Oggi, tutti i filologi sono concordi nel ritenere non autentica l’Octavia, sia perchè l’autore vi compare come personaggio, sia perchè vi viene profetizzata con precisi particolari la morte di Nerone avvenuta solo 3 anni dopo la morte di Seneca. La tragedia resta comunque un dramma interessante, perchè è l’unica di argomento romano rimasta per intero. Dal punto di vista stilistico è vicina ad altre opere sicuramente autentiche, pertanto si pensa che sia stata composta da qualche ammiratore del filosofo in anni abbastanza vicini alla sua morte. Sulle tragedie senecane resta aperta la questione che forse ha fatto più discutere i critici, ovvero il loro rapporto con le opere filosofiche. Oggi gli studiosi sono abbastanza concordi nel sottolineare l’esistenza di un legame profondo tra i due generi di opere , proprio perchè le tragedie presentano un conflitto di forze: nelle tragedie viene rivelato che cosa accade nell’animo umano quando il logos è sconfitto e la passione irrazionale travolge tutto. Nello stesso tempo appare insito nelle tragedie un fine “politico” , una sorta di esortazione rivolta al principe, per mostrare quanto può essere devastante un potere assoluto non controllato dalla ragione. Una chiave di lettura affascinante applicata a queste opere è quella psicologica e antropologica che mette in rilievo come la vittoria del male sul lògos si esprima nelle tragedie senecane attraverso una simbolica caduta della luce della razionalità verso le tenebre dell’ambizione o della passione. In questa prospettiva Seneca è un maestro nello sfruttare le possibilità che offre il mito per scandagliare gli abissi in cui può cadere l’animo umano. A rappresentare la profondità della psiche sono quelle figure del mito che si abbandonano alla degenerazioni più aberranti, senza trovare pace. Paradigma di questa natura deviata è Medea , che preda di forze oscure e trascinata da passioni ugualmente violente dell’amore e dell’odio, uccide i suoi stessi figli.
Seneca scrisse l’ Apokolonkyntosis (o Ludus de morte Claudii), un’operetta affine alle satire menipee , componimenti prosimetri: la vicenda narra le disavventure di Claudio, che vorrebbe ascendere al cielo dopo la morte, ma è maltrattato dagli dèi che lo relegano negli Inferi. Da quest’opera emerge l’enorme disprezzo di Seneca nei confronti dell’imperatore Claudio e l’opera riveste un certo interesse dal punto di vista linguistico , perchè composto da un interessante utilizzo di termini dotti ed espressioni gergali, o addirittura triviali. A questo si aggiungono giochi di parole, citazioni greche, parodie, che rendono fortemente espressionistico il tessuto verbale. La prosa di Seneca è nuova rispetto ai modelli precedenti, tesa alla ricerca di un’espressività concisa, densa, a effetto: ricorre a molte figure retoriche quali metafore, iperboli, paradossi, anafore e antitesi. La “rivoluzione stilistica” dell’autore consiste nella