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Riassunto Il mondo incantato, Bettelheim, Traduzioni di Letteratura Italiana

SINTESI DEL TESTO Bruno Bettelheim IL MONDO INCANTATO Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe Traduzione di Andrea D'Anna

Tipologia: Traduzioni

2014/2015

In vendita dal 10/07/2015

raroangel
raroangel 🇮🇹

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Bruno Bettelheim
IL MONDO INCANTATO
Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe
Traduzione di Andrea D'Anna
Feltrinelli
Introduzione
La faticosa ricerca del significato
Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente
coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e l'impresa più difficile per noi
consistono nel trovare un significato alla nostra vita.
La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente
acquisita a una particolare età, neppure quando la persona ha raggiunto la maturità
cronologica. Al contrario, è l'acquisizione di una sicura comprensione di quello che può o
dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità
psicologica. E questo conseguimento è il risultato finale di un lungo processo di sviluppo: ad
ogni età noi cerchiamo, e dobbiamo essere in grado di trovare una pur modica quantità di
significato conforme al modo in cui le nostre menti e il nostro intelletto si sono già sviluppati.
Contrariamente al mito antico, la saggezza non salta fuori perfettamente sviluppata
come Atena dalla testa di Zeus; essa viene edificata, a poco a poco, dagli inizi più irrazionali.
Soltanto nelletà adulta è possibile ricavare dalle nostre esperienze in questo mondo,
un'intelligente comprensione del significato della nostra esistenza nel mondo stesso.
Oggi, come in passato, il compito più importante e anche il più difficile che si pone a
chi alleva un bambino è quello di aiutarlo a trovare un significato alla vita. Per arrivare a
questo sono necessarie molte esperienze di crescita. Il bambino, man mano che cresce, deve
imparare gradualmente a capirsi sempre meglio; in questo modo diventa maggiormente
capace di comprendere altre persone, e alla fine può entrare in rapporto con loro in modi che
sono per entrambe le parti soddisfacenti e significativi.
Per trovare il significato più profondo, bisogna diventar capaci di trascendere gli
angusti confini di un'esistenza egocentrica e credere di poter dare un importante contributo
alla vita, se non subito almeno in un futuro più o meno lontano.
I nostri sentimenti positivi ci danno la forza di sviluppare la nostra razionalità; soltanto
la speranza nel futuro può sostenerci nelle avversità che inevitabilmente incontriamo.
Come educatore e terapeuta di bambini affetti da gravi turbe mentali, il mio compito
principale è stato quello di ridare significato alle loro esistenze. Questo lavoro mi ha reso
evidente che se i bambini erano allevati in modo da renderne la vita ricca di significato per
loro, non avevano bisogno di un particolare aiuto. Mi sono trovato di fronte al problema di
dedurre quali esperienze nella vita di un bambino siano più atte a promuovere la sua capacità
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Bruno Bettelheim

IL MONDO INCANTATO

Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe

Traduzione di Andrea D'Anna

Feltrinelli

Introduzione

La faticosa ricerca del significato

Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e l'impresa più difficile per noi consistono nel trovare un significato alla nostra vita. La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente acquisita a una particolare età, neppure quando la persona ha raggiunto la maturità cronologica. Al contrario, è l'acquisizione di una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità psicologica. E questo conseguimento è il risultato finale di un lungo processo di sviluppo: ad ogni età noi cerchiamo, e dobbiamo essere in grado di trovare una pur modica quantità di significato conforme al modo in cui le nostre menti e il nostro intelletto si sono già sviluppati. Contrariamente al mito antico, la saggezza non salta fuori perfettamente sviluppata come Atena dalla testa di Zeus; essa viene edificata, a poco a poco, dagli inizi più irrazionali. Soltanto nell’età adulta è possibile ricavare dalle nostre esperienze in questo mondo, un'intelligente comprensione del significato della nostra esistenza nel mondo stesso. Oggi, come in passato, il compito più importante e anche il più difficile che si pone a chi alleva un bambino è quello di aiutarlo a trovare un significato alla vita. Per arrivare a questo sono necessarie molte esperienze di crescita. Il bambino, man mano che cresce, deve imparare gradualmente a capirsi sempre meglio; in questo modo diventa maggiormente capace di comprendere altre persone, e alla fine può entrare in rapporto con loro in modi che sono per entrambe le parti soddisfacenti e significativi. Per trovare il significato più profondo, bisogna diventar capaci di trascendere gli angusti confini di un'esistenza egocentrica e credere di poter dare un importante contributo alla vita, se non subito almeno in un futuro più o meno lontano. I nostri sentimenti positivi ci danno la forza di sviluppare la nostra razionalità; soltanto la speranza nel futuro può sostenerci nelle avversità che inevitabilmente incontriamo. Come educatore e terapeuta di bambini affetti da gravi turbe mentali, il mio compito principale è stato quello di ridare significato alle loro esistenze. Questo lavoro mi ha reso evidente che se i bambini erano allevati in modo da renderne la vita ricca di significato per loro, non avevano bisogno di un particolare aiuto. Mi sono trovato di fronte al problema di dedurre quali esperienze nella vita di un bambino siano più atte a promuovere la sua capacità

di trovare un significato nella propria vita, di dare più significato alla vita in generale. Per quanto riguarda questo compito, nulla è più importante dell'impatto dei genitori e di altre persone che si prendono cura del bambino; secondo per importanza viene il nostro retaggio culturale, quando viene trasmesso al bambino nel giusto modo. Quando i bambini sono piccoli, è la letteratura che trasmette nel miglior modo questa mole d'informazioni. In considerazione di ciò, sono diventato profondamente insoddisfatto di gran parte della letteratura intesa a sviluppare la mente e la personalità del bambino, perché essa manca di stimolare e di alimentare quelle risorse di cui ha maggiormente bisogno per affrontare i suoi difficili problemi interiori. La stragrande maggioranza della cosiddetta "letteratura per l'infanzia" cerca di divertire o d'informare, o entrambe le cose, ma la maggior parte di questi libri sono così superficiali e inconsistenti che non si può cavarne molto di significativo. Tutti noi tendiamo a stabilire i futuri vantaggi di un'attività sulla base di quanto offre al presente. Ma questo è particolarmente vero per il bambino, che, molto più dell'adulto, vive nel presente e, benché abbia delle ansie circa il suo futuro, ha soltanto le più vaghe nozioni di quelle che potranno essere le sue esigenze o di come potrà essere il suo domani. La caratteristica peggiore dei libri per l'infanzia è che essi privano il bambino di quanto egli dovrebbe ricavare dall'esperienza della letteratura: l'accesso a un significato più profondo, e particolarmente valido in relazione al suo stadio di sviluppo. Perché una storia riesca realmente a catturare l'attenzione del bambino, deve divertirlo e suscitare la sua curiosità. Ma per poter arricchirne la vita, deve stimolare la sua immaginazione, aiutarlo a sviluppare il suo intelletto e chiarire le sue emozioni, armonizzarsi con le sue ansie e aspirazioni, riconoscere appieno le sue difficoltà, e nel contempo suggerire soluzioni ai problemi che lo turbano. In breve, essa deve toccare contemporaneamente tutti gli aspetti della sua personalità, e questo senza mai sminuire la gravità delle difficoltà che affliggono il bambino, anzi prendendone pienamente atto, e nel contempo deve promuovere la sua fiducia in se stesso e nel suo futuro. Sotto questi punti di vista e molti altri ancora, dell'intera "letteratura per l'infanzia" — con rare eccezioni — nulla può essere in grado di arricchire e di divertire sia bambini sia adulti quanto la fiaba popolare. Esse sono le più istruttive e rivelatrici circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società, di qualsiasi altro tipo di storia alla portata della comprensione del bambino. Dato che il bambino in ogni momento della sua vita è esposto alla società in cui vive, imparerà senza dubbio a destreggiarsi con le condizioni che le sono proprie, posto che le sue risorse interiori glielo permettano. Dato che la vita è spesso sconcertante per il bambino, egli ha un bisogno ancora maggiore di poter acquisire la possibilità di comprendere se stesso in questo complesso mondo con cui deve imparare a venire a patti. Per poterne essere capace, deve essere aiutato a trarre un senso coerente dal tumulto dei suoi sentimenti. Il bambino trova questo tipo di significato attraverso le fiabe. Come molte altre moderne intuizioni psicologiche, questo fu anticipato molto tempo fa da alcuni poeti. Schiller scrisse: "C'è un significato più profondo nelle fiabe che mi furono narrate nella mia infanzia

La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si tratta di bambini, che il lato oscuro dell'uomo non esista, e professa di credere in un'ottimistica filosofia del miglioramento. La psicanalisi fu creata per consentire all'uomo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercar di evadere dalla realtà. Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l'uomo può riuscire a trovare un significato alla sua esistenza. Proprio questo è il messaggio che le fiabe comunicano al bambino in forme molteplici: che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell'esistenza umana, che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso. Molte storie, per esempio, cominciano con la morte di una madre o di un padre; in queste fiabe la morte del genitore crea i problemi più angosciosi, così come essa (o la paura di essa) li crea nella vita reale. Altre storie parlano di un genitore anziano il quale decide che è venuto il momento di lasciare che la nuova generazione prenda il sopravvento. Ma prima che questo possa avvenire il successore deve dimostrarsene degno e capace. La fiaba dei fratelli Grimm «Le tre piume» comincia così: " C'era una volta un re che aveva tre figli... Quando il re divenne vecchio e stanco e cominciò a pensare alla propria fine, non sapeva quale dei suoi figli dovesse ereditare il regno dopo di lui." Per poter decidere, il re affida a tutti i suoi figli un difficile compito, e afferma che il figlio che saprà svolgerlo meglio "sarà re dopo la mia morte. " È caratteristico delle fiabe esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conciso. Questo permette al bambino di afferrare il problema nella sua forma più essenziale, mentre una trama più complessa gli renderebbe le cose confuse. La fiaba semplifica tutte le situazioni. I suoi personaggi sono nettamente tratteggiati, e i particolari, a meno che non siano molto importanti, sono eliminati. Tutti i personaggi sono tipici anziché unici. Contrariamente a quanto avviene in molte moderne storie per l'infanzia, nelle fiabe il male è onnipresente come la virtù. Praticamente in ogni fiaba il bene e il male s'incarnano in certi personaggi e nelle loro azioni, così come il bene e il male sono onnipresenti nella vita e le inclinazioni verso l'uno o l'altro sono presenti in ogni uomo. È questo dualismo che pone il problema morale, e richiede la lotta perché esso possa essere risolto. Il male non è privo delle sue attrattive — simboleggiate dal potente gigante o drago, dal potere della strega, dalla scaltra regina in Biancaneve — e spesso ha temporaneamente la meglio. In molte fiabe un usurpatore riesce per un certo tempo a prendere il posto che appartiene di diritto all'eroe, come fanno le cattive sorellastre in Cenerentola. Non è il fatto che il malfattore venga punito alla fine della storia che fa dell'immergersi nelle fiabe un'esperienza di educazione morale, anche se ne fa parte. Nelle fiabe, come nella vita, la punizione o la paura della punizione è soltanto un deterrente limitato per il crimine. La convinzione che il delitto non paga è un deterrente molto più efficace, ed è per questo che nelle fiabe la persona cattiva è sempre perdente. Non è il fatto che alla fin fine sia la virtù a trionfare a promuovere la moralità, ma il fatto che è l'eroe a risultare più attraente per il bambino, che s'identifica con lui in tutte le sue lotte. Grazie a

quest'identificazione il bambino immagina di sopportare con l'eroe prove e tribolazioni, e trionfa con lui quando la virtù coglie la vittoria. Il bambino compie queste identificazioni da solo, e le lotte interiori e col mondo esterno dell'eroe istillano in lui il senso morale. I personaggi delle fiabe non sono ambivalenti: non buoni e cattivi nello stesso tempo, come tutti noi siamo nella realtà. Ma dato che la polarizzazione domina la mente del bambino, domina anche le fiabe. Una persona è buona o cattiva, mai entrambe le cose. Un fratello è stupido, l'altro è intelligente. Una sorella è virtuosa e industriosa, le altre sono spregevoli e pigre. Una è bellissima, le altre sono brutte. Un genitore è buono come il pane, l'altro malvagio. Gli opposti caratteri vengono affiancati non allo scopo di mettere in risalto il giusto comportamento, come avviene invece nelle fiabe che si propongono d'impartire delle lezioni. (Esistono alcune fiabe amorali dove la bontà o la cattiveria, la bellezza o la bruttezza non svolgono il minimo ruolo.) La presentazione delle polarità del carattere permette al bambino di comprendere facilmente la differenza fra le due cose, il che non potrebbe fare con uguale facilità dove i personaggi s'ispirassero maggiormente alla vita, con tutte le complessità che caratterizzano le persone reali. Le ambiguità devono attendere finché una personalità relativamente solida non si sia stabilita sulla base di positive identificazioni. Allora il bambino ha una base per comprendere che esistono grandi differenze fra le persone, e che quindi bisogna operare delle scelte circa il tipo di persona che si vuole essere. Questa fondamentale decisione, su cui in seguito si fonderà ogni sviluppo futuro della personalità, è facilitata dalla polarizzazione della fiaba. Inoltre, le scelte di un bambino non dipendono tanto da una presa di posizione in favore del bene e contro il male, ma da chi suscita la sua simpatia e la sua antipatia. Più un personaggio buono è semplice e schietto, più è facile per un bambino identificarsi con lui e respingere quello cattivo. Il bambino s'identifica con l'eroe buono non a motivo della sua bontà ma perché la condizione dell'eroe esercita un forte richiamo positivo su di lui. L'interrogativo che si pone per il bambino non è: "Voglio essere buono?" ma: "Come chi voglio essere?" Il bambino decide questo proiettando tutto se stesso in un singolo personaggio. Se questo personaggio di fiaba è una persona molto buona, allora il bambino decide che anche lui vuole essere buono. Le fiabe amorali non presentano nessuna polarizzazione e nessun raffronto fra buoni e cattivi; questo perché simili fiabe hanno uno scopo totalmente diverso. Queste storie o questi personaggi, come Il gatto con gli stivali, dove l'eroe si assicura il successo mediante la frode, come la fiaba di Jack, che ruba il tesoro del gigante, costruiscono il carattere non promuovendo scelte fra il bene e il male, ma dando al bambino la speranza che anche i più umili possono riuscire nella vita. Dopo tutto, a cosa gli serve scegliere di diventare una brava persona quando si sente così insignificante da temere che non riuscirà mai a valere qualcosa? Il succo di queste fiabe non è la morale, ma piuttosto la fiducia di poter riuscire. La vita può essere affrontata con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà o con la prospettiva della sconfitta: anche questo costituisce un importantissimo problema esistenziale. I profondi conflitti interiori che traggono origine dai nostri impulsi primitivi o dalle nostre violente emozioni sono tutti negati in gran parte della moderna letteratura per l'infanzia, e quindi il bambino non viene aiutato ad affrontarli. Ma egli è soggetto a disperate sensazioni

primitive — un albero, un animale, la natura — cosi come il bambino si sente più in contatto con esse della maggior parte degli adulti. La sorte di questi eroi convince il bambino che, come loro, può sentirsi emarginato e abbandonato nel mondo, brancolante nel buio, ma, come loro, nel corso della vita verrà guidato ad ogni suo passo, e otterrà aiuto quando ne avrà bisogno. Oggi, ancor più che in passato, il bambino ha bisogno della rassicurazione offerta dall'immagine dell'uomo isolato che malgrado ciò è in grado di stringere relazioni significative e compensatrici col mondo che lo circonda.

La fiaba: una forma d'arte unica La fiaba, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua personalità. Essa offre significato a livelli così diversi, e arricchisce l'esistenza del bambino in tanti modi diversi, che non basta un solo libro a rendere giustizia della quantità e della varietà dei contributi apportati da queste storie alla vita del bambino. Questo processo inizia con la resistenza ai genitori e con la paura di crescere, e termina quando il giovane ha realmente trovato se stesso, ha raggiunto l'indipendenza psicologica e la maturità morale e non vede più l'altro sesso come minaccioso o demoniaco, ma è capace di entrare positivamente in relazione con esso. Il piacere che proviamo quando ci lasciamo coinvolgere da una fiaba, l'incanto che avvertiamo, proviene non dal significato psicologico di una storia (benché anch'esso abbia il suo peso) ma dalle sue qualità letterarie: dalla fiaba come opera d'arte. La fiaba non potrebbe esercitare il suo impatto psicologico sul bambino se non fosse in primo luogo e soprattutto un'opera d'arte. Le fiabe sono uniche, non solo come forma di letteratura ma anche come opere d'arte che sono totalmente comprensibili per il bambino, come non lo è nessun'altra forma d'arte. Come avviene con tutta la grande arte, il significato più profondo della fiaba è diverso per ciascuna persona, e diverso per la stessa persona in momenti differenti della sua vita. Il bambino trae un significato diverso dalla stessa fiaba a seconda dei suoi interessi e bisogni del momento. Quando gliene viene data l'occasione, egli ritorna alla stessa storia quando è pronto a elaborare vecchi significati, o a sostituirli con significati nuovi. Come opere d'arte, le fiabe hanno molti aspetti degni di approfondimento oltre al significato e all'impatto psicologico, per esempio, il nostro retaggio culturale trova espressione nelle fiabe, e per loro tramite viene comunicato alla mente del bambino. Un solo esempio basta ad illuminare questo fatto: la storia dei fratelli Grimm [«I sette corvi», sette fratelli scompaiono e si trasformano in corvi mentre la loro sorella si affaccia alla vita. È necessario estrarre con una brocca dell'acqua dal pozzo per il battesimo della piccola, e la perdita della brocca è l'evento fatale che prepara lo scenario per la storia. Inoltre la cerimonia del battesimo annuncia l'inizio di un'esistenza cristiana. È possibile vedere i sette fratelli come simboli di quello che dovette scomparire per consentire l'affermarsi del cristianesimo. Se quest'interpretazione è corretta, essi simboleggiano il mondo precristiano, pagano, dove i sette pianeti rappresentavano gli dei del cielo dell'antichità. La neonata è quindi la nuova religione, che può affermarsi soltanto se l'antico credo non interferisce col suo sviluppo. Coll'avvento del cristianesimo, i fratelli che

rappresentano il paganesimo vengono relegati nelle tenebre. Ma, come corvi, dimorano su una montagna ai limiti del mondo, e questo fa pensare alla loro ininterrotta esistenza in un mondo sotterraneo, subconscio. Il loro ritorno all'umanità avviene soltanto perché la sorella sacrifica un dito, e questo si conforma all'idea cristiana che soltanto chi è disposto a sacrificare, se le circostanze lo richiedono, quella parte del proprio corpo che gl'impedisce di raggiungere la perfezione, potrà entrare nel regno dei cieli. La nuova religione, il cristianesimo, può liberare anche coloro che rimasero in un primo tempo fermi al paganesimo .] Gli studiosi di folclore si accostano alle fiabe con metodologie pertinenti alla loro disciplina; linguisti e critici letterari esaminano il loro significato per altre ragioni. È interessante osservare che, per esempio, certi vedono nel motivo di Cappuccetto Rosso che viene inghiottita dal lupo il tema della notte che divora il giorno, della luna che oscura il sole, dell'inverno che subentra alla stagione calda, del dio che ingoia la vittima sacrificale, e così via. Le fiabe abbondano anche di motivi religiosi; molte storie bibliche hanno la stessa natura delle fiabe. Le associazioni consce e inconsce che le fiabe evocano nella mente dell'ascoltatore dipendono dalle sue basi ideologiche generali e dalle sue preoccupazioni personali. La maggior parte delle fiabe nacquero in periodi in cui la religione era, una componente importantissima della vita, e quindi trattano, direttamente o deduttivamente, di temi religiosi. Le novelle delle Mille e una notte sono piene di riferimenti alla religione islamica. Moltissime fiabe occidentali hanno un contenuto religioso, ma la maggior parte di esse sono oggi trascurate e ignorate dal più vasto pubblico semplicemente perché, per molti, questi temi religiosi non suscitano più associazioni significative in senso universale e personale. L'oblio in cui è caduto «La figlia della Madonna», uno dei più bei racconti dei fratelli Grimm, illustra questo fatto e inizia esattamente come Hansel e Gretel: "Al limitare di una grande foresta viveva un taglialegna con sua moglie», [ i coniugi sono così poveri che non riescono a sfamare se stessi e la loro figlioletta di tre anni. Commossa dalle loro ristrettezze, la Vergine Maria appare loro e si offre di prendersi cura della bambina, che porta con sé in cielo. Lassù la bambina vive una vita meravigliosa finché raggiunge l'età di quattordici anni. A questo punto, a somiglianza di quanto avviene nella pur diversissima storia di Barbablù, la Vergine affida alla ragazza le chiavi di tredici porte: essa potrà aprirle tutte fuorché la tredicesima. La fanciulla non sa resistere alla tentazione; mente a questo proposito, e di conseguenza deve tornare sulla terra, muta. Deve superare terribili prove e sta per essere messa al rogo. In quel momento, desiderosa soltanto di confessare il suo misfatto, ricupera la favella. Confessa il suo fallo, e la Vergine le dona "la felicità per tutta la vita». ] La lezione della storia è questa: una voce usata per raccontar bugie conduce soltanto alla perdizione; sarebbe preferibile per noi esserne privati, come succede all'eroina della storia. Ma una voce usata per pentirsi, per ammettere i nostri errori e per affermare la verità, ci redime. Un numero considerevole di altre storie dei fratelli Grimm contengono allusioni religiose o si aprono con esse. Il vecchio che tornò giovane comincia così: " Al tempo che Nostro Signore camminava ancora sulla terra, lui e san Pietro si fermarono una sera alla

capo all'inizio della storia, alla fine fu Gretel a conquistare la libertà e l'indipendenza per entrambi, dato che fu lei a sconfiggere la strega. Da adulta, la donna comprese che la fiaba l'aveva aiutata molto a liberarsi dalla dipendenza da suo fratello, convincendola che non c'era bisogno che la sua passata dipendenza da lui interferisse con la sua vita da adulta. Così, una storia che per un motivo era stata preziosa per lei da bambina le fu di guida durante l'ado- lescenza per un motivo del tutto diverso. In Rapunzel apprendiamo che la maga chiuse Rapunzel nella torre quando la bambina arrivò all'età di dodici anni. Quindi, anche la sua è la storia di un'adolescente, e di una madre gelosa che tenta d'impedirle di conquistare l'indipendenza: un tipico problema della pubertà, che trova una felice soluzione quando Rapunzel si unisce al suo principe. Ma un bambino di cinque anni ricavò una rassicurazione completamente diversa da questa storia. Quando seppe che sua nonna, che accudiva a lui per la maggior parte della giornata, avrebbe dovuto andare all'ospedale perché gravemente ammalata — sua madre lavorava tutto il giorno, e nella famiglia non c'era un padre — chiese che gli fosse letta la storia di Rapunzel. In quel momento

  • critico della sua vita, due elementi della storia erano importanti per lui. In primo luogo, c'era la sicurezza da tutti i pericoli garantita alla bambina dal sostituto materno: un'idea che a quel tempo esercitava un forte attrazione sul piccolo. Perciò quello che normalmente avrebbe potuto essere visto come la rappresentazione di un comportamento negativo ed egoistico era in grado di avere un significato assai rassicurante in particolari circostanze. E ancora più importante per il ragazzo era un altro motivo essenziale della storia: il fatto che Rapunzel trovò i mezzi per sfuggire alla propria difficile situazione nel proprio corpo, ovvero con le trecce che il principe usò per arrampicarsi fino alla sua stanza nella torre. Che il proprio corpo possa fornire a una persona il sistema per salvarsi lo rassicurò con l'idea che anche lui, in caso di necessità, avrebbe analogamente trovato nel suo corpo la fonte della sua sicurezza. Ciò mostra che una fiaba — dato che si rivolge nel modo più immaginoso a problemi umani essenziali, e lo fa per via indiretta — può aver molto da offrire a un bambino di sesso maschile anche se l'eroina della storia è una ragazza adolescente. Dalle fiabe viene ricavato un ricco significato personale perché facilitano dei mutamenti in fatto d'identificazione man mano che il bambino si occupa di problemi diversi, uno alla volta. Non possiamo sapere a quale età una particolare fiaba può essere più importante a un dato momento o perché. Questo soltanto il bambino può determinarlo e rivelarlo con la forza emotiva con cui reagisce a quello che una fiaba evoca nella sua mente conscia e inconscia. Naturalmente un genitore comincerà raccontando o leggendo al suo bambino una fiaba che stava a cuore a lui stesso quand'era piccolo, o che gli sta a cuore adesso. Se il bambino non s'interessa alla storia, significa che i suoi motivi o temi non sono riusciti a risvegliare in lui una reazione significativa in quel particolare momento della sua vita. Allora è meglio narrargli un'altra fiaba la sera successiva. Ben presto egli indicherà che una certa storia è diventata importante per lui mediante la sua reazione immediata ad essa, o con la richiesta che la fiaba gli venga raccontata più e più volte. Se tutto va bene, l'entusiasmo del bambino per questa storia sarà contagioso, e la storia diventerà importante anche per il genitore, se non altro perché ha un così grande significato per il bambino. Alla fine verrà il momento in cui il

bambino avrà ricavato tutto quello che può dalla sua storia preferita, o i problemi che l'hanno reso ricettivo ad essa saranno soppiantati da altri meglio espressi da qualche altra fiaba. Allora egli potrà temporaneamente perdere interesse per questa storia, ed entusiasmarsi per qualche altra. Nel raccontare delle fiabe è sempre meglio seguire le indicazioni del bambino. Anche se un genitore indovinasse alla perfezione perché un bambino si è lasciato prendere emotivamente da una data storia, farebbe meglio a tenere per sé quest'intuizione. Le più importanti esperienze e reazioni del bambino sono in larga misura inconsce, e dovrebbero rimanere tali finché egli non arrivi a un'età e a una capacità di comprensione molto più mature. È sempre un atto d'invadenza interpretare i pensieri inconsci di una persona, per rendere conscio ciò che essa desidera mantenere preconscio, e questo è particolarmente vero nel caso di un bambino. Importante per il benessere del bambino come la sensazione che i suoi genitori condividono le sue emozioni, appassionandosi alla stessa fiaba che l'appassiona, è la sensazione del bambino che i suoi intimi pensieri sono ignoti al suo genitore finché egli non si decide a rivelarli. Se il genitore fa capire di conoscerli già, impedisce al bambino di fargli il dono più prezioso: quello di condividere con lui quanto fino ad allora aveva di segreto e di privato. Spiegare a un bambino perché una fiaba sia così appassionante per lui distrugge, inoltre, l'incanto della fiaba, che dipende in misura considerevole dal fatto che il bambino non sa affatto perché la fiaba gli piaccia tanto. E alla perdita di questo potere d'incantare si accompagna anche una perdita del potere della storia di aiutare il bambino a lottare da solo, e a dominare unicamente con le proprie forze il problema che ha reso la storia importante innanzi tutto per lui. Le interpretazioni degli adulti, per quanto corrette possano essere, privano il bambino della possibilità di avvertire una sensazione: quella di aver affrontato, da solo e con successo, dopo aver più volte ascoltato la storia e meditato su di essa, una difficile situazione. Noi cresciamo e troviamo significato nella vita e sicurezza in noi stessi perché abbiamo compreso e risolto dei problemi personali da soli, non perché altri ce li abbiano spiegati. I temi delle fiabe non sono sintomi neurotici, cioè qualcosa che è meglio comprendere razionalmente per potersene sbarazzare. Tali motivi sono percepiti come meravigliosi perché il bambino si sente compreso e apprezzato fin nel profondo dei suoi sentimenti, speranze e ansie, senza che essi debbano essere trascinati alla superficie ed esaminati alla cruda luce della razionalità, che è ancora al di là della sua portata. Le fiabe arricchiscono la vita del bambino e le danno un carattere magico perché egli non sa con esattezza come abbiano fatto queste storie a operare in lui la loro magia. Le fiabe, come tutte le vere opere d'arte, possiedono una multiforme ricchezza e una profondità che superano di molto quello che anche il più accurato esame può trarne. Se il lettore è stimolato ad andare oltre la superficie nel modo che gli è congeniale, trarrà un significato personale sempre più vario da queste storie, che allora diventeranno anche più ricche di significato per i bambini a cui può raccontarle. Qui, tuttavia, bisogna prendere nota di una limitazione particolarmente importante: l'autentico significato e impatto di una fiaba possono essere apprezzati, e il suo incanto può essere recepito soltanto se la storia è nella sua forma originale.

Martino, che tagliò in due il suo mantello per vestire un povero mendicante. Nella civiltà indù, la storia di Rama e Sita, che parla del loro tranquillo coraggio e della loro appassionata devozione reciproca, è il prototipo delle relazioni amorose e coniugali. La cultura, inoltre, ingiunge a ciascuno di cercare di far rivivere questo mito nella propria vita; ogni sposa indù è chiamata Sita, e durante la sua cerimonia nuziale recita taluni episodi del mito. In una fiaba, i processi interiori sono esteriorizzati e diventano comprensibili così come sono rappresentati dai personaggi della storia e dai suoi eventi. È per questo che nella medicina indù tradizionale veniva assegnata a un individuo psichicamente disorientato una fiaba che interpretava il suo particolare problema. Egli doveva farne l'oggetto della sua meditazione, e ci si aspettava che in questo modo fosse indotto a visualizzare sia la natura delle sue difficoltà sia la possibilità di superarle. L'importanza principale delle fiabe per l'individuo in fase di crescita risiede in qualcosa di diverso da insegnamenti sui modi corretti di comportarsi in questo mondo: tale tipo di saggezza è fornito copiosamente da religioni, miti e favole. Le fiabe non pretendono di descri- vere il mondo così com'è, né consigliano sul da farsi. Se lo facessero, il paziente indù sarebbe indotto a seguire un tipo di comportamento imposto: il che non è semplicemente cattiva terapia, ma anzi l'opposto della terapia. La fiaba è terapeutica perché il paziente trova le sue proprie soluzioni, meditando su quanto la storia sembra implicare nei suoi riguardi e circa i suoi conflitti interiori in quel momento della sua vita. Il contenuto della fiaba prescelta non ha in genere niente a che fare con la vita esterna del paziente, ma molto coi suoi problemi interiori, che sembrano incomprensibili e di conseguenza insolubili. Chiaramente, la fiaba non si riferisce al mondo esterno, anche se può iniziare in modo abbastanza realistico e avere, intessuti in essa, elementi della vita di tutti i giorni. La natura non realistica di queste fiabe è un importante espediente, perché evidenzia che il proposito della fiaba non è quello di co- municare utili informazioni circa il mondo esterno, ma di chiarire i processi interiori che hanno luogo in un individuo. Tanto i miti quanto le fiabe acquistano una forma definita soltanto quando sono affidate alla scrittura e non vengono più soggette a continue modificazioni. Prima di ricevere una versione scritta, queste storie venivano compendiate oppure abbondantemente rielaborate passando di bocca in bocca per secoli; certe storie si fusero con altre. Certe fiabe e storie popolari si evolsero dai miti; altre s'incorporarono in essi. Entrambe le forme racchiusero l'esperienza globale di una società, perché gli uomini vollero ricordare la saggezza degli antichi a proprio beneficio e trasmetterla alle future generazioni. Queste storie offrono profonde intuizioni che hanno sostenuto l'umanità attraverso le lunghe vicissitudini della sua esistenza: un retaggio che non è rivelato in nessun'altra forma in un modo così semplice e diretto, o così accessibile ai bambini. Miti e fiabe hanno molto in comune, ma nei miti, molto più che nelle fiabe, l'eroe culturale è presentato all'ascoltatore come una figura che egli dovrebbe, il più possibile, emulare nella propria vita. Il mito presenta il suo tema in una forma grandiosa, è latore di forza spirituale, e il divino è presente e viene percepito sotto forma degli eroi sovrumani che pongono continue

richieste ai semplici mortali. Per quanto noi, i mortali, possiamo sforzarci di essere come questi eroi, rimarremo per sempre ovviamente inferiori ad essi. I personaggi e gli eventi delle fiabe personificano e illustrano anche conflitti interiori, ma suggeriscono in modo estremamente sottile come questi conflitti possono essere risolti. La fiaba è presentata in modo semplice, familiare; nessuna richiesta viene posta all'ascoltatore. Ciò fa sì che anche il bambino più piccolo non si senta costretto ad agire in modi particolari e non sia mai indotto a sentirsi inferiore. Lungi dal porre richieste, la fiaba rassicura, infonde speranza nel futuro e offre la promessa di un lieto fine. Per questo Lewis Carroll la chiamò un "dono d'amore": un termine difficilmente applicabile a un mito. Ovviamente, non è che ogni storia compresa in una raccolta intitolata Fiabe rispetti questi criteri. Le favole impongono e minacciano, moralisticamente, oppure hanno una semplice funzione di svago. Per decidere se una storia è una fiaba o qualcosa di completamente diverso, bisognerebbe chiedersi se si potrebbe definirla a buon diritto un dono d'amore fatto a un bambino. Questo può essere un buon sistema per giungere a una classificazione. Per capire come un bambino considera le fiabe, prendiamo come esempi le molte storie dove un bambino mette nel sacco un gigante che lo spaventa o addirittura minaccia la sua vita. Che i bambini comprendano a livello intuitivo che cosa questi "giganti" rappresentino è illustrato dalla reazione spontanea di un bambino di cinque anni. Incoraggiata da una discussione sull'importanza che le fiabe hanno per i bambini, una madre superò la propria esitazione a raccontare al suo figlioletto storie così "cruente e truculente." Dalle sue conversazioni con lui seppe che suo figlio aveva già fantasie circa persone che mangiavano propri simili o ne venivano divorate. Allora gli raccontò la storia di Jack l'Ammazzagiganti. La reazione del piccolo alla fine della storia fu questa: "Ma esseri come i giganti non esistono, vero?" Prima che la madre potesse dare a suo figlio la risposta rassicurante che aveva sulle labbra — e che avrebbe distrutto per lui il valore della storia — continuò con questa considerazione: "Però esistono esseri come gli adulti, e loro sono come giganti." Alla matura e veneranda età di cinque anni, egli comprese l'incoraggiante messaggio della storia: benché gli adulti possano essere percepiti come paurosi giganti, un ragazzino furbetto può fregarli. Le fiabe assicurano ai bambini che alla fine potranno avere la meglio sul gigante: vale a dire che possono diventare grandi come il gigante e acquisire gli stessi poteri. Sono queste le "possenti speranze che ci rendono uomini." Fatto ancora più significativo, se noi genitori raccontiamo queste fiabe ai nostri bambini possiamo dargli la rassicurazione più importante di tutte: noi approviamo che essi accarezzino l'idea di avere la meglio su quei giganti. Qui leggere la storia non equivale a farsela raccontare, perché leggendola da solo il bambino può pensare che soltanto un estraneo — la persona che la scrisse o che curò il libro — approva il fatto d'ingannare e di ridimensionare il gigante. Ma quando sono i suoi genitori a raccontargli la storia, un bambino può essere più sicuro che essi lo approvano quando nella sua fantasia si vendica della minaccia costituita dalla dominazione degli adulti.

"Il pescatore e il Genio"

Un esempio di questa progressione di sentimenti fu offerto da un bambino di tre anni i cui genitori erano andati a passare parecchie settimane all'estero. Il piccino parlava benissimo prima della partenza dei suoi genitori, e continuò cosi con la donna che accudiva a lui e con altre persone. Ma al ritorno dei suoi genitori non disse una sola parola né a loro né ad altri per due settimane. Stando a quanto aveva confidato alla sua governante, era chiaro che durante i primissimi giorni dell'assenza dei suoi genitori aveva atteso con grande impazienza il loro ritorno. Alla fine della prima settimana, però, cominciò a dire che era in collera coi genitori che l'avevano abbandonato, e che al loro ritorno gliel'avrebbe fatta pagare. Una settimana dopo si rifiutò perfino di parlare dei suoi genitori e s'infuriava violentemente quando qualcuno accennava ad essi, Quando finalmente sua madre e suo padre arrivarono, voltò loro le spalle senza degnarli di una parola. Malgrado tutti i tentativi di smuoverlo, il bambino rimase fermo nel suo atteggiamento di ripulsa. Ci vollero parecchie settimane di comprensiva sollecitudine da parte dei suoi genitori perché il bambino potesse tornare ad essere quello di prima. Appare chiaro che la collera del bambino si acuì col passare del tempo fino a diventare così violenta e impetuosa da fargli temere che se si fosse lasciato andare avrebbe distrutto i suoi genitori o sarebbe stato distrutto per rappresaglia. Il suo rifiuto di parlare era la sua difesa: il suo sistema per proteggere se stesso e i suoi genitori dalle conseguenze della sua tremenda ira. Gli sforzi per aiutarlo a comprendere razionalmente la propria situazione non hanno nessun effetto su di lui e per giunta lo lasciano sconfitto, dato che egli non pensa ancora in modo razionale. Se dite a un bambino che un suo coetaneo andò talmente in collera coi suoi genitori che non gli parlò per due settimane, la sua reazione sarà: "Che stupido!» Se cercate di spiegargli perché il bambino si chiuse nel suo mutismo per due settimane, il vostro piccolo ascoltatore giudicherà ancora più stupido questo tipo di comportamento: questa volta non solo perché considererà stupido il gesto, ma anche perché la spiegazione non avrà senso per lui. Un bambino non può accettare a livello conscio che la sua collera possa privarlo della parola, o che egli possa voler distruggere coloro dei quali dipende per la propria esistenza. Comprendere questo significherebbe che deve accettare il fatto che le sue emozioni possono essere così travolgenti da metterlo nell'impossibilità di controllarle: un pensiero quanto mai allarmante. L'idea che il nostro intimo possa racchiudere forze refrattarie al nostro controllo è troppo spaventosa per essere accettata, e non soltanto da un bambino. Per un bambino l'azione prende il posto della comprensione, e questo diviene sempre più vero a misura che i suoi sentimenti si fanno più intensi. Un bambino può aver imparato sotto la guida degli adulti a esprimersi in modo diverso da come sente, ma, secondo il suo modo di vedere, le persone non piangono perché sono tristi; piangono e basta. Non menano colpi né si comportano in modo distruttivo, né si chiudono nel mutismo perché sono in collera; esse si limitano a fare così. Un bambino può avere imparato che può placare gli adulti spiegando la sua azione con queste parole: "L'ho fatto perché sono arrabbiato," ma ciò non cambia il fatto che il bambino non percepisce la collera come collera, ma soltanto come un impulso a colpire, a distruggere, a non rivolgere più la parola a nessuno. Soltanto alla pubertà cominciamo a riconoscere le nostre emozioni per quello che sono senza agire immediatamente su di esse, o senza volerlo fare.

I processi inconsci del bambino possono chiarirglisi soltanto attraverso immagini che parlano direttamente al suo inconscio. Le immagini evocate dalle fiabe hanno questo effetto. Così come il bambino non pensa: "Quando mamma torna, sarò felice" ma: "Le darò qualcosa," il Genio disse fra sé: "Chiunque mi libererà, lo farò ricco." Cosi come il bambino non pensa: "Sono così arrabbiato che potrei uccidere questa persona" ma: "Quando la vedo la uccido," il Genio dice: "Ucciderò chiunque verrà a liberarmi." Se viene detto che una persona reale pensa o agisce in questo modo, tale idea suscita troppa ansia per permettere la comprensione. Ma il bambino sa che il Genio è un personaggio immaginario, e quindi può permettersi di riconoscere che cosa motiva il Genio, senza essere costretto a estendere direttamente tale motivazione a se stesso. Nell'intessere fantasie intorno alla storia — e se non lo fa la storia perde molto del suo impatto — il bambino si familiarizza lentamente con il modo in cui il Genio reagisce alla frustrazione e alla prigionia: un passo importante verso una presa di coscienza di reazioni analoghe che si manifestano nel suo stesso intimo. Dal momento che è una fiaba ambientata in un paese fuori del tempo a far presente al bambino questi modi di comportamento, egli può oscillare nella propria mente dal pensiero: "È vero, è così che una persona agisce e reagisce" al pensiero: "Non c'è niente di vero, è soltanto una storia," a seconda della sua maggiore o minore prontezza a riconoscere questi processi in se stesso. Cosa più importante di tutte, dato che la fiaba garantisce un esito felice, il bambino non deve temere di permettere al suo inconscio di venire alla ribalta in accordo con il contenuto della storia: egli sa che, qualsiasi cosa possa scoprire, vivrà "felice e contento." Per il bambino, l'assenza di un genitore sembra un'eternità: una sensazione che la madre non può cambiare spiegando che in realtà era stata fuori soltanto per mezz'ora. Quindi le esagerazioni fantastiche della fiaba le conferiscono l'accento della verità psicologica, mentre le spiegazioni realistiche sembrano psicologicamente false, per quanto vero possa essere il fatto. La fiaba Il pescatore e il Genio presenta parecchi vantaggi rispetto a quelle del ciclo di Jack (Jack l'Ammazzagiganti, Jack e il fagiolo magico). Il pescatore è non solo adulto ma anche, come ci viene detto, padre di bambini piccoli, e quindi la fiaba dice implicitamente al bambino che il suo genitore può sentirsi minacciato da potenze più forti di lui, ma è tanto intelligente da sconfiggerle. Secondo questa storia, il bambino può realmente avere la meglio su entrambi i mondi. Può immedesimarsi nel personaggio del pescatore e immaginare di scon- figgere il gigante. Oppure può mettere suo padre nei panni del pescatore, e immaginare se stesso come uno spirito che può minacciare il genitore, pur con la certezza che questi avrà la vittoria. Un aspetto apparentemente insignificante ma importante del Pescatore e il Genio, è che il pescatore deve subire tre fiaschi prima di prendere con la rete il recipiente contenente il Genio. Anche se sarebbe più semplice iniziare la storia con la pesca della fatidica bottiglia, questo elemento dice al bambino senza fargli la morale che non ci si può aspettare la riuscita al primo e neppure al secondo o terzo tentativo. A una persona meno perseverante le prime tre retate suggerirebbero di arrendersi, dato che ogni tentativo ha esiti sempre peggiori. La necessità di non cedere, nonostante gli insuccessi iniziali, costituisce un messaggio così

Fiaba e mito

Ottimismo contro pessimismo Platone — che probabilmente comprese che cosa forma la mente dell'uomo meglio di alcuni dei nostri contemporanei i quali vogliono che i loro figli piccoli siano messi a contatto soltanto con persone "reali" e con eventi di tutti i giorni — sapeva quale fosse il valore delle esperienze intellettuali per il conseguimento della vera umanità. Egli suggerì che i futuri cittadini della sua repubblica ideale iniziassero la loro educazione letteraria dall'apprendimento dei miti, piuttosto che da meri fatti o dai cosiddetti insegnamenti razionali. Perfino Aristotele, maestro della pura ragione, disse: "L'amico della saggezza è anche un amico del mito." I pensatori moderni che hanno studiato i miti e le fiabe da un punto di vista filosofico o psicologico giungono alla stessa conclusione indipendentemente dalle loro convinzioni originarie. Mircea Eliade, per esempio, descrive queste storie come "modelli per il comportamento umano, [che], per questo stesso fatto, danno significato e valore alla vita." Tracciando paralleli antropologici, egli ed altri suggeriscono che miti e fiabe derivarono da — o espressero simbolicamente — riti d'iniziazione o altri riti de passaggio — come la morte metaforica di un'individualità vecchia e inadeguata che serve a farla rinascere a un piano superiore d'esistenza. A suo avviso è per questo che le fiabe soddisfano una necessità fortemente avvertita e sono latrici di un significato profondo. Esistono naturalmente differenze molto importanti fra fiabe e sogni. Per esempio, il più delle volte nei sogni il soddisfacimento dei desideri è mascherato, mentre nelle fiabe è per lo più espresso apertamente. In misura considerevole, i sogni sono il risultato di pressioni interne che non hanno trovato sfogo, e di problemi che assediano una persona senza che essa possa risolverli; né i sogni stessi possono offrire una soluzione. La fiaba agisce nel modo contrario: proietta rallentamento di tutte le tensioni e non solo offre dei modi per risolvere i problemi ma anche garantisce che sarà trovata una "felice" soluzione. Noi non possiamo controllare quello che succede nei nostri sogni. Benché la nostra censura interna influenzi quello che possiamo sognare, tale controllo avviene a livello inconscio. La fiaba, invece, deriva soprattutto da un contenuto comune conscio e inconscio che è stato pla- smato dalla mente conscia; questa mente conscia non è quella di una particolare persona ma rappresenta il consenso di molti circa quelli che essi vedono come problemi umani universali e quelli che accettano come soluzioni desiderabili. Se tutti questi elementi non fossero presenti in una fiaba, essa non verrebbe tramandata da una generazione all'altra. Soltanto se una fiaba rispondeva alle esigenze consce e inconsce di molte persone veniva narrata molte volte, e ascoltata con grande interesse. Nessun sogno di una persona avrebbe potuto suscitare un tale persistente interesse a meno che non fosse rielaborato sotto forma di mito, così come lo fu la storia dei sogni del faraone interpretati da Giuseppe nella Bibbia. È generalmente riconosciuto che i miti e le fiabe ci parlano nel linguaggio di simboli che rappresentano un contenuto inconscio. Essi fanno appello contemporaneamente alla nostra mente conscia e inconscia, a tutti e tre i suoi aspetti — Es, Io Super-io — nonché al nostro bisogno d'ideali dell'Io.

Non esistono soltanto analogie essenziali fra i miti e le fiabe; ci sono anche differenze intrinseche. Benché tanto nei primi quanto nelle seconde siano presenti gli stessi personaggi esemplari e le stesse situazioni e si abbiano eventi ugualmente miracolosi, c'è una differenza fondamentale nel modo in cui essi sono comunicati. In termini semplici, la sensazione dominante comunicata da un mito è la seguente: questo è assolutamente unico; non avrebbe potuto succedere a nessun'altra persona, o in nessun altro ambiente; simili eventi sono grandiosi, ispiratori di sacra meraviglia, e non sarebbero mai potuti capitare a comuni mortali come voi o me. Il motivo non è tanto che l'avvenimento è miracoloso ma che è descritto come tale. Per contrasto, benché gli eventi che si verificano nelle fiabe siano spesso insoliti e assai improbabili, sono sempre presentati come ordinari, come qualcosa che potrebbe accadere a voi o a me o al vicino di casa durante una passeggiata nel bosco. Anche gli incontri più straordinari sono raccontati nelle fiabe in tono casuale, come se fossero una faccenda di tutti i giorni. Una differenza ancora più importante fra questi due tipi di storie è il finale, che nei miti è quasi sempre tragico, mentre nelle fiabe è sempre lieto. Per questo motivo, alcune delle storie più note contenute in una raccolta di fiabe non appartengono realmente a questa categoria. Per esempio, La piccola fiammiferaia e Il soldatino di stagno , di Hans Christian Andersen, sono molto belle ma estremamente tristi; esse non trasmettono il sentimento consolatorio che caratterizza il finale delle fiabe. Invece La Regina della neve, sempre di Andersen, si avvicina molto a un'autentica fiaba. Il mito è pessimistico, mentre la fiaba è ottimistica , per quanto possano essere tremendamente seri certi aspetti della storia. È questa decisiva differenza che distingue la fiaba da altre storie dove succedono fatti altrettanto fantastici, indipendentemente dalla causa del lieto fine, che può consistere nelle virtù dell'eroe, nel caso o nell'interferenza di figure soprannaturali. I miti riguardano in modo tipico le richieste del Super-io in conflitto con un'azione motivata dall'Es, e coi desideri auto conservatori dell'Io. Un semplice mortale è troppo fragile per far fronte alle sfide degli dei. Paride, che ubbidisce all'ordine di Zeus trasmessogli da Mercurio e alla richiesta delle tre dee di scegliere fra loro quella degna di ricevere la mela, è distrutto per aver ubbidito a questi comandi, come succede a innumerevoli altri mortali dopo questa fatale scelta. Per quanto ci possiamo sforzare, non riusciamo mai a vivere completamente all'altezza di quanto il Super-io, così come è rappresentato nei miti degli dei, sembra chiederci. Più noi ci sforziamo per accontentarlo, più sono implacabili le sue richieste. Anche quando l'eroe non sa di aver ceduto ai pungoli del proprio Es, è comunque costretto a soffrirne in modo tremendo. Quando un mortale scontenta un dio senza aver fatto qualcosa di male, viene distrutto da queste supreme rappresentazioni del Super-io. Il pessimismo dei miti è esemplificato in modo superbo in quel paradigmatico mito della psicanalisi che è la tragedia di Edipo. Il mito di Edipo , soprattutto quando riceve una buona interpretazione scenica, suscita nell'adulto potenti reazioni intellettuali ed emotive, tanto che può procurare un'esperienza catartica, così come la procura — a quanto insegnò Aristotele — qualsiasi tragedia. Uno