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La Nuova Italia 1861-1910: Cultura, Società e Estetismo - Prof. Manetti, Dispense di Letteratura

Manuale di G. Ferroni per il corso di "Letteratura contemporanea" in Unito

Tipologia: Dispense

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9.1.1.Limiti cronologici.
Tu tt a l a se co n da me t à d el s ec ol o XIX e la parte iniziale del secolo XX, fino alla prima
guerra mondiale (1914), vedono la massima espansione della società borghese, con una dif-
fusione su scala mondiale dei modi di produzione capitalistici, con uno sviluppo irresisti-
bile di nuove industrie e di nuove tecnologie, con il definirsi di istituzioni e di modi di go-
verno di tipo liberale: gli Stati europei creano dei sistemi imperiali, che esercitano il pote-
re su gran parte del pianeta, sia attraverso una diretta amministrazione coloniale, sia attra-
verso le piú svariate forme di dominio e di sfruttamento economico. Il borghese europeo si
sente padrone del mondo, si sente destinato a conoscere e a controllare, con la sua ragione
dominatrice, con il suo spirito di iniziativa, con la sua crescente capacità di trasformare la
materia e di creare oggetti, tutti i possibili spazi e territori della terra: la produzione e il la-
voro sono al centro della vita umana e appaiono destinati a costruire benessere e civiltà, a
liberare l’uomo europeo dai condizionamenti secolari della natura, a creare sempre nuove
possibilità di libertà, di movimento, di espansione e sviluppo.
Come per ogni circostanza storica, non è possibile nemmeno per questa epoca fissare li-
miti cronologici precisi: sul piú ampio orizzonte europeo si può partire dalla crisi rivolu-
zionaria del 1848-1849 (cfr. 8.1.1), dopo la quale si ha un assestamento di equilibri sociali ac-
compagnato, nei paesi piú sviluppati (e in primo luogo in Inghilterra), da una nuova intensa
fase di espansione produttiva, con una diffusione su larga scala di nuove forme industriali
già sperimentate nei decenni precedenti. Dopo una fase di guerre e di turbamenti istitu-
zionali che coinvolgono diversi paesi europei, culminante nella guerra franco-prussiana del
1870, si ha un lungo periodo di relativa pace, senza guerre dirette tra gli Stati europei, che
giunge appunto fino al 1914 (quando scoppia il grande conflitto mondiale) e che vede lo svi-
lupparsi di nuovi modi di organizzazione della produzione e lo svolgersi di una competi-
zione sempre piú aggressiva tra le economie dei diversi paesi: da una economia liberale
«pura» si passa a un capitalismo strettamente legato agli apparati statali; la stessa concor-
renza nell’espansione imperialistica crea sempre nuove occasioni di contrasto tra gli Stati
piú ricchi, fino all’esplosione della Grande Guerra, che segna la fine del mondo della bor-
ghesia liberale. Sempre piú chiara si fa intanto, tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, la
coscienza del verificarsi di una trasformazione radicale della civiltà, il senso di una nuova
«modernità».
Nel piú ampio orizzonte europeo e mondiale si possono insomma indicare come limiti
di quest’epoca, da una parte il 1848-1849, dall’altra il 1914: ma se ci si colloca all’interno del-
l’esperienza italiana e in una prospettiva di storia della cultura e della letteratura, è neces-
sario prendere le mosse dalla realizzazione dell’unità d’Italia (1861), dopo la quale soltanto
è possibile, nel nostro paese, un’espansione borghese e capitalistica, che cerca di mettersi
al passo con i grandi paesi europei. L’arretratezza della situazione italiana e l’eredità di una
storia secolare danno un carattere particolare a questo processo, che si intreccia stretta-
mente con la nascita delle strutture del nuovo Stato unitario: ma, tra limiti, contraddizioni,
velleità di tutti i tipi, l’Italia partecipa della generale tendenza della civiltà borghese euro-
pea, fino a entrare, nel 1915, nella grande guerra mondiale; tenendo conto però delle parti-
colari vicende politiche italiane e di un accentuarsi di nuovi fenomeni culturali intorno al
1910, abbiamo preferito indicare questa data (e non quella dell’ingresso in guerra dell’Ita-
lia) come limite conclusivo di questa epoca della nostra storia letteraria.
9.1.2.Uno sviluppo senza limiti.
La vorticosa espansione dell’industria capitalistica nell’ultima fase del secolo XIX si ap-
poggia su nuove forme di produzione, il cui insieme dà luogo alla cosiddetta seconda rivo-
9.1 L’ITALIA BORGHESE E LIBERALE NELLA
SOCIETÀ E NELLA CULTURA EUROPEA
La borghesia
europea
Il capitalismo
imperialista
In Italia
Lo Stato
unitario
Ver so la
«modernità»
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9. 1. 1. Limiti cronologici.

Tutta la seconda metà del secolo XIX e la parte iniziale del secolo XX, fino alla prima

guerra mondiale ( 1914 ), vedono la massima espansione della società borghese, con una dif-

fusione su scala mondiale dei modi di produzione capitalistici, con uno sviluppo irresisti-

bile di nuove industrie e di nuove tecnologie, con il definirsi di istituzioni e di modi di go-

verno di tipo liberale: gli Stati europei creano dei sistemi imperiali, che esercitano il pote-

re su gran parte del pianeta, sia attraverso una diretta amministrazione coloniale, sia attra-

verso le piú svariate forme di dominio e di sfruttamento economico. Il borghese europeo si

sente padrone del mondo, si sente destinato a conoscere e a controllare, con la sua ragione

dominatrice, con il suo spirito di iniziativa, con la sua crescente capacità di trasformare la

materia e di creare oggetti, tutti i possibili spazi e territori della terra: la produzione e il la-

voro sono al centro della vita umana e appaiono destinati a costruire benessere e civiltà, a

liberare l’uomo europeo dai condizionamenti secolari della natura, a creare sempre nuove

possibilità di libertà, di movimento, di espansione e sviluppo.

Come per ogni circostanza storica, non è possibile nemmeno per questa epoca fissare li-

miti cronologici precisi: sul piú ampio orizzonte europeo si può partire dalla crisi rivolu-

zionaria del 1848 - 1849 (cfr. 8. 1. 1 ), dopo la quale si ha un assestamento di equilibri sociali ac-

compagnato, nei paesi piú sviluppati (e in primo luogo in Inghilterra), da una nuova intensa

fase di espansione produttiva, con una diffusione su larga scala di nuove forme industriali

già sperimentate nei decenni precedenti. Dopo una fase di guerre e di turbamenti istitu-

zionali che coinvolgono diversi paesi europei, culminante nella guerra franco-prussiana del

1870 , si ha un lungo periodo di relativa pace, senza guerre dirette tra gli Stati europei, che

giunge appunto fino al 1914 (quando scoppia il grande conflitto mondiale) e che vede lo svi-

lupparsi di nuovi modi di organizzazione della produzione e lo svolgersi di una competi-

zione sempre piú aggressiva tra le economie dei diversi paesi: da una economia liberale

«pura» si passa a un capitalismo strettamente legato agli apparati statali; la stessa concor-

renza nell’espansione imperialistica crea sempre nuove occasioni di contrasto tra gli Stati

piú ricchi, fino all’esplosione della Grande Guerra, che segna la fine del mondo della bor-

ghesia liberale. Sempre piú chiara si fa intanto, tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, la

coscienza del verificarsi di una trasformazione radicale della civiltà, il senso di una nuova

«modernità».

Nel piú ampio orizzonte europeo e mondiale si possono insomma indicare come limiti

di quest’epoca, da una parte il 1848 - 1849 , dall’altra il 1914 : ma se ci si colloca all’interno del-

l’esperienza italiana e in una prospettiva di storia della cultura e della letteratura, è neces-

sario prendere le mosse dalla realizzazione dell’unità d’Italia ( 1861 ), dopo la quale soltanto

è possibile, nel nostro paese, un’espansione borghese e capitalistica, che cerca di mettersi

al passo con i grandi paesi europei. L’arretratezza della situazione italiana e l’eredità di una

storia secolare danno un carattere particolare a questo processo, che si intreccia stretta-

mente con la nascita delle strutture del nuovo Stato unitario: ma, tra limiti, contraddizioni,

velleità di tutti i tipi, l’Italia partecipa della generale tendenza della civiltà borghese euro-

pea, fino a entrare, nel 1915 , nella grande guerra mondiale; tenendo conto però delle parti-

colari vicende politiche italiane e di un accentuarsi di nuovi fenomeni culturali intorno al

1910 , abbiamo preferito indicare questa data (e non quella dell’ingresso in guerra dell’Ita-

lia) come limite conclusivo di questa epoca della nostra storia letteraria.

9. 1. 2. Uno sviluppo senza limiti.

La vorticosa espansione dell’industria capitalistica nell’ultima fase del secolo XIX si ap-

poggia su nuove forme di produzione, il cui insieme dà luogo alla cosiddetta seconda rivo-

9.1 L’ITALIA BORGHESE E LIBERALE NELLA

SOCIETÀ E NELLA CULTURA EUROPEA

La borghesia europea Il capitalismo imperialista In Italia Lo Stato unitario Verso la «modernità» Il mercato mondiale

4 EPOCA 9 LA NUOVA ITALIA 1861 - 1910

luzione industriale ; le grandi potenze industriali controllano, con i loro sistemi coloniali e

imperialistici, gran parte del pianeta: si crea un vero e proprio mercato mondiale, con rap-

porti economici che mettono in relazione tra loro anche i luoghi piú remoti, generando

condizionamenti e interazioni capaci di omogeneizzare, per la natura stessa delle merci e

della loro circolazione, tutte le forme di vita della terra. La realtà industriale crea modifi-

cazioni velocissime del paesaggio naturale, e porta la presenza dell’uomo anche nei luoghi

piú inaccessibili e incontaminati.

L’atteggiamento culturale dominante trova espressione nel positivismo (cfr. PAROLE, tav.

162 ), che guarda ai fatti, alle loro condizioni concrete; e le diverse scienze, raccogliendo l’e-

redità della tradizione scientifica laica e moderna, individuano mezzi di misurazione razio-

nale, rigorosa e uniforme, della realtà su cui intendono intervenire. La stessa realtà fisica

del nostro pianeta viene sottoposta a misurazioni e a rilievi esatti, che rifiutano le approssi-

mazioni a cui spesso ci si era limitati nel passato: nascono tra l’altro una geografia e una car-

tografia moderne, e si mira a unificare le varie misure in uso nei diversi paesi (fondamen-

tale la convenzione, sottoscritta anche dall’Italia, che fissa il sistema metrico decimale co-

me metodo universale di misurazione).

Proprio la collaborazione tra industria e ricerca scientifica consente di definire e diffonde- re su vasta scala nuove tecnologie, che contribuiranno a modificare radicalmente sia la produ- zione sia la vita quotidiana: in primo piano sono le scoperte nel campo della chimica (fonda- mentali tra l’altro la lavorazione della gomma e quella del petrolio) e in quello dell’elettricità, che portano alla costruzione di nuovi materiali e all’impiego di un nuovo tipo di energia (sullo scorcio della fine del secolo comincia a diffondersi, specie nelle grandi città, l’illuminazione Trionfo del positivismo Progresso scientifico e trasformazioni sociali DATI tav. 169 Mezzo di trasporto in ogni senso singolare, che associa caratteri meccanici e industriali al solo im- piego dell’energia del corpo umano e permette un libero movimento individuale, un rapporto diret- to con la natura. La bicicletta (inventata alla fine del Settecento, ma perfezionata e diffusasi su larga scala solo verso la fine dell’Ottocento) ha suscitato la curiosità e l’attenzione di vari scrittori, che ne hanno variamente parlato nelle loro opere (d’altra parte, specialmente tra gli anni Trenta e Sessanta di questo secolo, il ciclismo sportivo è stato una presenza cospicua nella vita sociale italiana). Si dà qui un elenco in ordine cronologico di alcuni testi italiani dedicati a questo mezzo di tra- sporto o a viaggi ciclistici. ALFREDO ORIANI Bicicletta , 1902 : la parte intitolata Sul pedale è la cronaca di un viaggio in bicicletta compiuto nell’estate 1897 (cfr. 9. 8. 3 ). GIOVANNI PASCOLI La bicicletta , in Canti di Castelvecchio , 1903 (cfr. 9. 7. 6 ). ALFREDO PANZINI La lanterna di Diogene , 1907 : su un viaggio da Milano alla riviera romagnola GUIDO GOZZANO Le due strade , in La via del rifugio , 1907. GIORGIO CAPRONI Le biciclette , 1946 - 1947 , in Il passaggio d’Enea (cfr. 11. 4. 13 ). VASCO PRATOLINI Cronache dal Giro d’Italia , articoli sul Giro ciclistico del 1947 , raccolti in volume nel 1992. DINO BUZZATI Buzzati al Giro d’Italia , articoli sul Giro ciclistico del 1949 , raccolti in volume nel 1981 (cfr. 10. 6. 14 ). ANNA MARIA ORTESE articoli sul Giro d’Italia del 1955. TOTI SCIALOJA La grande boucle , in Versi del senso perso , 1989 ( 1914 - 1998 ). FRANCO CORDELLI L’Italia di mattina , 1990 : sul Giro d’Italia del 1989 (cfr. 12. 4. 8 ). BICICLETTA E LETTERATURA

**6 EPOCA 9 LA NUOVA ITALIA 1861 - 1910

      1. La nuova Italia: orizzonti sociali, politici, ideologici.**

In Italia il raggiungimento dell’unità politica, dopo secoli di dominazione straniera e di

particolarismi regionali, impone uno sforzo di unificazione reale delle strutture delle isti-

tuzioni, delle condizioni materiali, delle mentalità e delle abitudini sociali, in un paese che

presenta situazioni tra loro lontanissime e inconciliabili, dai modi di sviluppo industriale e

borghese del Nord, alla sopravvivenza di forme di tipo feudale nel Sud.

Lo sviluppo del capitalismo italiano si trovò a dover fare i conti con la frantumazione

del paese e si concentrò soprattutto in alcune zone dell’Italia settentrionale, che godevano

di condizioni favorevoli per tutta una serie di fattori storici, economici e sociali. L’inflessi-

bile politica di unificazione amministrativa, giuridica, istituzionale del paese intrapresa dai

governi del nuovo Stato unitario creò d’altra parte le condizioni per una omogeneizzazio-

ne del mercato e finí per favorire la capacità di iniziativa e di penetrazione di gruppi eco-

nomici già costituiti, che furono fortemente appoggiati dallo Stato. La frattura tra il Nord

e il Sud si rivelò un ostacolo insormontabile all’effettiva unificazione del paese, a ogni ipo-

tesi di sviluppo organico e coerente: la questione meridionale (cfr. DATI, tav. 170 ) apparve

subito in tutta la sua evidenza a quanti, anche da posizioni conservatrici, miravano a crea-

re strutture civili unitarie, senza discriminazioni tra le diverse zone del paese.

Le varie tensioni dovute alle difficoltà dello sviluppo, alla cattiva integrazione tra le di-

verse regioni e alla frattura fra Nord e Sud non impedirono il formarsi presso le classi diri-

genti di una coscienza borghese e liberale di tipo piuttosto omogeneo: esse sentivano di ap-

partenere a una nazione che aveva espresso il meglio di sé nelle lotte del Risorgimento e che

cercava ora di ritrovare il posto di rilievo assegnatole dalla tradizione entro la civiltà euro-

pea. Tra remore di vari tipi, la nostra borghesia cercò di adeguare i suoi comportamenti e i

suoi modi di vita a quelli della grande borghesia europea, pur avvertendo i limiti del pro-

Il paese reale Unificazione amministrativa e centralizza- zione dei mercati La questione meridionale La coscienza della borghesia italiana DATI tav. 170 La questione meridionale ha costituito uno dei nodi essenziali della vita sociale, economica, politi- ca e culturale italiana dopo l’unità: la creazione dello Stato unitario mostrò infatti quanto diverse fos- sero le condizioni tra il Nord e il Sud del paese e quanto pesasse nel Sud la secolare sopravvivenza di antiche strutture economiche, di forme di oppressione e di arretratezza. Il modo in cui le strutture dello Stato vennero impiantate al Sud, la durezza con cui fu represso il fenomeno del brigantaggio, il mantenimento e l’adattamento di antichi privilegi alla nuova situazione, il sorgere di nuove clientele e di nuove forme di oppressione, parvero addirittura aggravare il divario tra un Settentrione tenden- te a uno sviluppo industriale di tipo europeo e un Meridione immerso ancora in una società agricola immobile. Lo stesso sviluppo del Nord verso il moderno capitalismo aggravò la condizione delle mas- se meridionali, generando contraccolpi di estrema gravità, che trovarono uno sfogo parziale nell’emi- grazione transoceanica. Il confronto tra le arretrate condizioni della società meridionale e l’aspirazione a una moderna ci- viltà borghese di tipo europeo creò in molti intellettuali meridionali un senso di sradicamento, che si espresse in grandi esperienze letterarie (cfr. 9. 4 ). Numerosi furono coloro che elaborarono proposte politiche, suggerendo ipotesi di riforme che rimediassero ai mali della società meridionale e creasse- ro un nuovo equilibrio tra Nord e Sud. Nella vasta letteratura «meridionalistica», ricordiamo le Let- tere meridionali pubblicate nel 1875 da Pasquale Villari (cfr. 9. 1. 5 ) e l’ Inchiesta in Sicilia , apparsa nel 1877 , di due liberali conservatori di grande intelligenza come LEOPOLDO FRANCHETTI ( 1847 - 1917 ) e SIDNEY SONNINO ( 1847 - 1922 ), direttori della «Rassegna settimanale»; l’attività di PASQUALE TURIELLO ( 1836 - 1902 ), di GIUSTINO FORTUNATO ( 1848 - 1932 ) e di Gaetano Salvemini (cfr. 10. 2. 6 ). Un intervento decisivo nella questione meridionale si ebbe con Gramsci e con l’ipotesi di una nuo- va alleanza storica tra la classe operaia del Nord e quella contadina del Sud. Questa ipotesi dominerà la politica della sinistra dopo la seconda guerra mondiale, mentre una varia letteratura, specialmente negli anni del neorealismo, richiamerà di nuovo l’attenzione sulla concreta vita sociale del Sud (in questo senso il documento piú intenso e sconvolgente sarà fornito dal settentrionale Carlo Levi). LA QUESTIONE MERIDIONALE

9. 1 L’ITALIA BORGHESE E LIBERALE NELLA SOCIETÀ E NELLA CULTURA EUROPEA 7

prio provincialismo, come se qualche forza nemica venisse a ostacolare una nuova, piena e

gloriosa espansione della civiltà italiana (e di qui scaturirono pulsioni aggressive e naziona-

listiche che si fecero sentire sempre piú fortemente con il nuovo secolo). I modelli borghe-

si furono raccolti e fatti propri da una classe sempre piú ampia di impiegati e funzionari,

dalla nuova piccola borghesia, che si formò con l’espansione delle strutture dello Stato uni-

tario e che divenne una sorta di ossatura del paese, ramificata e presente su tutto il territo-

rio nazionale, piena di frustrazioni, di risentimenti, di velleità politiche e intellettuali (in

questa piccola borghesia la produzione culturale trovò un nuovo ampio pubblico).

Una nuova e moderna serie di tensioni sociali fu originata dalla pressione operaia, dal-

la diffusione del socialismo, dalle lotte nelle fabbriche e nelle città (che trovarono echi e ri-

percussioni anche nel mondo contadino): in molti settori della borghesia si diffuse una ve-

ra e propria paura del socialismo, a cui contribuí lo spettro minaccioso della Comune di

Parigi del 1871 e che fu amplificata dalle sommosse degli anni Novanta. Superata la fase del-

la violenta repressione, la spinta del socialismo, pur controllata dalla attenta e moderata po-

litica di Giolitti, ottenne dei successi (come il grande sciopero generale del 1904 ) che la-

sciarono profonda impressione in tutto il paese e stimolarono nella borghesia e nella pic-

cola borghesia una aggressiva volontà di rivalsa.

Il modo in cui era stata realizzata l’unità e i nuovi problemi generati dal nuovo Stato

unitario portarono a un rapidissimo esaurimento delle ideologie maturate negli anni del-

la lotta risorgimentale. La gestione dei nuovi poteri toccò a un liberalismo conservatore,

ma orientato in senso laico, che non si identificò con una precisa struttura partitica, si col-

legò a orientamenti ideologici e filosofici diversi ed ebbe espressioni, tendenze e sfumatu-

re differenti.

Una posizione come quella di De Sanctis (cfr. 8. 8 ) rappresenta l’esito piú avanzato di que- sto liberalismo dominante sulla scena politica postunitaria, ancora vivamente legato all’eredità risorgimentale; ma altri personaggi di orientamento liberale, intellettualmente vicini a De Sanc- tis, rinunciarono molto presto a ogni ipotesi di rinnovamento radicale e si collocarono su po- sizioni di realismo politico, tendenti a giustificare, sulla base della filosofia hegeliana, la fun- zione equilibratrice della monarchia. L’eredità teorica della tradizione liberale venne raccolta e sintetizzata nell’opera di Bene- detto Croce, che già all’inizio del Novecento poneva le basi per una sua vera e propria egemo- nia su tutta la cultura italiana (cfr. 9. 8. 2 e soprattutto 10. 2. 5 ). Il ceto impiegatizio Paura del socialismo Il liberalismo postunitario Tra riformismo e moderatismo MODERNISMO PAROLE tav. 171 Movimento religioso che prende avvio nella fase finale del secolo XIX e che assume grande rilievo in Francia e in Italia, con il proposito di confrontare il cattolicesimo con le piú essenziali acquisizioni della cultura e della civiltà moderna. Esso si svolge in un primo momento nel campo dell’esegesi bi- blica e degli studi teologici, cercando di farvi valere un nuovo metodo «positivo» e scientifico; tiene conto in modo particolare dell’ evoluzionismo – nelle sue forme piú moderate – applicandone gli sche- mi alla storia della rivelazione (fino a interpretare tutta la storia del cristianesimo come storia dell’e- voluzione della presenza di Dio nel mondo). Il modernismo ebbe le piú avanzate soluzioni filosofiche in Francia, nel primo decennio del Novecento; in Italia si incontrò con la tradizione del cattolicesimo liberale e trovò uno dei suoi organi piú vivaci nella rivista «Il Rinnovamento» (pubblicata tra il 1907 e il 1909 ), mirando soprattutto a un’azione sociale e al rinnovamento della Chiesa e delle sue strutture. Sullo scorcio del primo decennio del Novecento, il diffondersi del modernismo suscitò dure condan- ne da parte della Chiesa, culminate nell’enciclica del papa Pio X Pascendi ( 8 settembre 1907 ). Si deve tener presente che nelle lingue anglosassoni il termine modernism indica invece varie for- me di manifestazione culturale della «modernità» (e varie esperienze artistiche che si sviluppano alla fine dell’Ottocento); nella penisola iberica si definiscono in particolare con il termine di modernismo una serie di esperienze e movimenti letterari che si svolgono in Spagna e Portogallo tra la fine del- l’Ottocento e l’inizio del Novecento.

**9. 1 L’ITALIA BORGHESE E LIBERALE NELLA SOCIETÀ E NELLA CULTURA EUROPEA 9

      1. Le tendenze dominanti della cultura europea.**

Una sensibilità di tipo romantico era ancora assai diffusa nell’esistenza quotidiana, so-

prattutto nei comportamenti giovanili, negli atteggiamenti femminili, negli affetti e nelle pas-

sioni amorose, ma la cultura dell’epoca che stiamo studiando non può piú essere compresa

sotto l’etichetta del Romanticismo. Nei termini piú generali e sociali la cultura europea del-

la seconda metà dell’Ottocento appare dominata dal positivismo (cfr. 9. 1. 2 e PAROLE, tav. 162 ),

che condiziona l’esperienza tecnica e scientifica e sostiene il fortissimo sviluppo delle scien-

ze naturali e delle scienze esatte. Le scienze della natura, con le loro scoperte e i loro suc-

cessi, si pongono come modello di conoscenza e di ricerca, anche nell’ambito della realtà

umana, storica e sociale: si estendono cosí a ogni campo culturale il criterio sperimentale del-

la verifica, il confronto con i fatti e il rifiuto di categorie tradizionali non controllate.

Ma siamo anche molto lontani dall’Illuminismo settecentesco: il progresso non si com-

misura direttamente ai principî della ragione, ma a quelli della fattualità; non si fanno bat-

taglie per creare una nuova realtà basata su principî razionali, ma ci si impegna piuttosto a

ricavare idee e giudizi dai dati offerti dalla realtà fisica.

Fra tutte le teorie scientifiche che vengono elaborate all’interno delle diverse discipline,

ha un rilievo centrale l’ evoluzionismo (cfr. PAROLE, tav. 172 ), che si pone come guida e sche-

ma di interpretazione di tutta la realtà umana, come vero e proprio strumento teorico del

positivismo. La concezione delle realtà storiche come complessi organici, la cui trasforma-

zione ed evoluzione è regolata da leggi costanti, si riallaccia d’altra parte a certa storiogra-

fia romantica e alle nuove scienze umane sviluppatesi nella prima metà del secolo XIX, co-

me la sociologia (cfr. PAROLE, tav. 173 ), che si organizza in un orizzonte positivistico parten-

do proprio da premesse definitesi in età romantica.

Ma la storiografia positivistica cerca, molto piú di quella romantica, la verifica dei fat-

ti, accumulando e confrontando elementi concreti, notizie e documentazioni particolari.

L’accurato riscontro dei dati, facilitato dai nuovi mezzi tecnici a disposizione, agisce for-

temente anche sulla filologia e sull’archeologia, e permette di interrogare realtà che erano

sempre sfuggite alla ricerca sperimentale, come le società preistoriche e quelle che non

hanno lasciato tracce di scrittura o di architettura. L’espansione coloniale incrementa i

contatti con popoli non ancora toccati da forme avanzate di sviluppo: nasce da questo

un’altra disciplina, che conoscerà uno straordinario sviluppo nel secolo XX, l’ antropologia

(cfr. PAROLE, tav. 174 ).

Ma mentre il positivismo, pur in forme diverse, appare comunque guidato da una so-

stanziale fiducia nel progresso civile, dalla convinzione che i caratteri che questo assume

L’età del positivismo Sviluppo delle metodologie scientifiche Applicazioni dell’evoluzio- nismo La ricerca dei dati, la storiografia e le scienze umane Le filosofie antiborghesi SOCIOLOGIA PAROLE tav. 173 Parola composita, costruita sul termine latino societas , “società”, e su quello greco lógos , “discor- so” (significa dunque “discorso sulla società”): il suo inventore fu il filosofo positivista Auguste Com- te (cfr. PAROLE, tav. 162 ), che ne fece uso nel Cours de philosophie positive ( 1839 ), per indicare lo «stu- dio positivo delle leggi fondamentali che son proprie dei fenomeni sociali». Nel corso dell’Ottocento si sviluppò un’amplissima serie di studi volti ad analizzare da vicino i fenomeni sociali, alla stregua di fenomeni naturali, con metodi e strumenti d’indagine ricavati dalle scienze fisico-matematiche o mo- dellati su di esse: la storiografia ottocentesca sviluppò cosí vari orientamenti di tipo sociologico, ten- denti a spiegare lo sviluppo storico e culturale con le strutture della società e con le loro trasforma- zioni. In questo senso un peso importante ebbe lo studio delle strutture sociali compiuto da Marx (cfr.

    1. 4 ), che non si poneva però sul piano di una indagine neutrale dei fenomeni sociali, ma ne rico- struiva i processi nel loro carattere dinamico, in vista di una trasformazione rivoluzionaria della so- cietà. La sociologia moderna, legata a precise ricerche su situazioni concrete e a un’approfondita ve- rifica teorica del proprio metodo e dei propri strumenti, si inaugura con l’attività di Max Weber (cfr.
    1. 4 ), di Vilfredo Pareto (cfr. 9. 1. 5 ), del francese Emile Durkheim ( 1858 - 1917 ).

10 EPOCA 9 LA NUOVA ITALIA 1861 - 1910

nel mondo contemporaneo sono i soli praticabili, altre filosofie e altri atteggiamenti cor-

rodono questa fiducia, prospettando una critica radicale ai valori su cui si basa la società

borghese, o scoprendo nuove sfere e modi di organizzazione dell’esperienza che sfuggo-

no a ogni stretto controllo fattuale e «positivo». Dalla filosofia tedesca e da una critica

interna all’idealismo hegeliano (cfr. 8. 1. 7 ) si sviluppa il nuovo materialismo storico e dia-

lettico di Karl Marx ( 1818 - 1883 ) e di Friedrich Engels ( 1820 - 1895 ), che diventa la filosofia

del socialismo scientifico e del comunismo: esso critica rigorosamente tutte le forme di

socialismo umanitario, anarchico e utopistico, e si pone come interpretazione globale dei

processi storici e come analisi generale della società capitalistica. Un cardine dell’analisi

marxista è la critica dell’economia politica: essa nega il carattere assoluto e inevitabile dei

meccanismi della nuova scienza economica borghese e, interpretando i dati concreti del

modo di produzione capitalistico, individua la necessità e la possibilità di un suo rove-

sciamento, che porti a una socializzazione dei mezzi di produzione e a un libero svilup-

po delle forze produttive dell’umanità. L’ultima grande opera di Marx, Das Kapital (“Il

capitale”), il cui primo libro apparve nel 1867 , costituisce un grande monumento di

scienza economica e uno dei maggiori contributi alla lotta per l’emancipazione delle clas-

si lavoratrici.

Il marxismo ebbe un peso determinante nella storia culturale per la sua critica delle

ideologie e per il modo in cui individuava il legame tra elaborazioni ideologiche e struttu-

ra economica delle società in cui esse venivano prodotte.

Nel campo della sociologia si avvertí per contro come i fenomeni sociali non fossero ri-

costruibili secondo schemi rigidamente evoluzionistici, ma implicassero una serie di fatto-

ri ideologici e comportamentali (essenziale a tal proposito l’opera di Max Weber, 1864 -

1920 ). Dal terreno della psichiatria clinica si sviluppò l’opera rivoluzionaria di Sigmund

Freud ( 1856 - 1939 ), il fondatore della psicoanalisi (cfr. PAROLE, tav. 175 ), che rivolgeva lo

sguardo all’ambito inesplorato dell’inconscio e mostrava come dietro tutte le espressioni e

i comportamenti dell’uomo agissero desideri e pulsioni sessuali, radicati nell’infanzia e mai

completamente risolti.

A questi ridimensionamenti della razionalità positivistica, che riguardano ambiti scien-

tifici particolari, se ne accompagnano altri piú radicali. Tutta l’epoca positivistica e bor-

ghese è percorsa in effetti da filosofie e da atteggiamenti di tipo irrazionalistico, che si rial-

lacciano spesso a orientamenti romantici, rivendicano il valore assoluto di esperienze reli-

giose o svolgono prospettive radicalmente pessimistiche.

Il marxismo Il capitale Max Weber e Sigmund Freud Le teorie irraziona- listiche PAROLE tav. 174 Parola formata sul greco (dove esiste l’aggettivo anthropólogos , “che parla dell’uomo”), indicante in generale lo studio dell’uomo e delle sue condizioni naturali, biologiche, sociali, culturali: questo studio, presente anche in antiche concezioni filosofiche e religiose, comincia a svilupparsi in senso scientifico nel secolo XVI. Ma solo nel corso del secolo XIX l’ antropologia si definisce come una vera e propria disciplina, con aspetti e orizzonti diversi. Da una parte essa si sviluppa attraverso rilievi di ti- po fisico e biologico, che tendono a far risalire le differenze di cultura e di civiltà a ineluttabili diffe- renze naturali (è un’antropologia naturale, quasi sempre di carattere «razzistico»). In altra direzione essa si svolge attraverso precise indagini sulle differenze linguistiche, le condizioni culturali, gli usi e i costumi dei vari popoli, con una particolare attenzione (di origine romantica) per le forme origina- rie della vita popolare: in questo senso si pone piú specificamente come etnologia (cioè studio della vita dei popoli, dal greco éthnos , “popolazione”, e lógos , “discorso”), che predilige lo studio del fol- clore (cfr. PAROLE, tav. 146 ). Dal seno degli studi etnologici si sviluppa, sempre nel corso del secolo XIX, l’ antropologia culturale , che si dedica allo studio piú ampio delle forme di comportamento dell’uomo, delle regole e delle funzioni culturali su cui si basa la vita di qualunque civiltà. Gli studi antropologici hanno conosciuto sviluppi assai ampi tra Ottocento e Novecento: essi si so- no posti in primo luogo come studi etno-antropologici , come ricerche sempre piú accurate sulla vita ANTROPOLOGIA

12 EPOCA 9 LA NUOVA ITALIA 1861 - 1910 gli Archivi di Stato) stimolò una serie di ricostruzioni concrete e minute e la raccolta dei dati riguardanti vari momenti della storia nazionale: un’attività che si riallacciava, ma con mezzi piú moderni, al grande lavoro svolto dagli eruditi del Settecento (cfr. 6. 2. 1 ). Questa scuola storica, che spesso si appoggiò su principî di tipo evoluzionistico, dominò anche nel campo delle ri- cerche sulla letteratura: a essa si collegò in parte anche il lavoro critico del Carducci; suo auto- revole strumento fu il «Giornale storico della letteratura italiana», fondato nel 1883. Il positivismo si impose anche nelle scienze sociali, specialmente attraverso l’opera del ve- ronese CESARE LOMBROSO ( 1835 - 1909 ), che studiò le forme dell’anormalità e della devianza so- ciale, facendole risalire a caratteri somatici e psicologici fissati fin dalla nascita e atavici (cioè ereditati dagli antenati). Di matrice positivistica fu anche la ricerca di VILFREDO PARETO ( 1848 - 1923 ), economista e sociologo, il cui lavoro culminò nel grande Trattato di sociologia generale ( 1916 ). Egli si propo- se un’analisi spregiudicata delle forme della vita sociale, attenta all’evidenza dei «fatti». L’e- quilibrio sociale si regge per lui sulla disuguaglianza e sul rapporto tra gruppi che gestiscono il potere e gruppi a essi sottoposti: la trasformazione sociale è determinata dal ricambio dei grup- pi governanti, che egli definisce circolazione delle élites. Da queste premesse egli giunge a met- tere in luce i caratteri distruttivi su cui si fondano la vita sociale e lo stesso sviluppo storico. Una risonanza internazionale ebbe anche, nel campo della scienza della politica, il pensie- ro di GAETANO MOSCA ( 1858 - 1941 ), che mise in luce il carattere separato dei corpi di governo (di quella che egli chiama «classe politica») rispetto alla piú generale struttura della società. La teoria di Mosca offre un’articolata giustificazione alla tendenza dei tecnici e dei gestori della politica a costituirsi in gruppi separati, riflessione che può ancora essere utile per interpretare l’espandersi delle burocrazie e dei gruppi di potere nel corso del secolo XX. 9. 1. 6. Intellettuali e istituzioni culturali.

La creazione del nuovo Stato unitario comportò un totale riassestamento delle istitu-

zioni culturali e una ridefinizione dei rapporti degli intellettuali con le istituzioni stesse. Nel

periodo della lotta risorgimentale si era creata una frattura tra gran parte degli intellettua-

Cesare Lombroso Vilfredo Pareto Gaetano Mosca Partecipazione istituzionale PAROLE tav. 175 La psicologia (dal greco psyché , “anima”, e lógos , “discorso”) ha sempre costituito un aspetto im- portante di tutte le filosofie che hanno cercato di spiegare i comportamenti mentali e di distinguere di- verse componenti dell’anima umana, ma si è definita in senso scientifico solo tra il Settecento e l’Otto- cento, quando si è rivolta alla verifica sperimentale dei comportamenti, dei meccanismi interiori, delle azioni e delle reazioni che avvengono nella mente, e ha iniziato a elaborare categorie teoriche, che pre- scindono da richiami al mistero o a valori ultraterreni. Nell’orizzonte positivistico, la psicologia, con sviluppi in molteplici direzioni, cerca di far risalire la vita mentale e sentimentale dell’uomo alla sua condizione naturale e biologica, spiegandone tutti gli aspetti nel quadro delle determinazioni poste dal- la realtà esterna. Ma già verso la fine dell’Ottocento anche la psicologia tende a porre l’accento sui ca- ratteri particolari della realtà mentale e a sganciarsi da prospettive deterministiche e naturalistiche. Non coincide con il dominio piú vasto della psicologia la psicoanalisi , che ha assunto un rilievo cen- trale in tutta la cultura del Novecento, e in particolare nella letteratura. La psicoanalisi è infatti un me- todo di indagine e di terapia della vita interiore dell’uomo, sorto sulla base di un confronto con la psi- cologia e con i metodi clinici in uso nel secondo Ottocento per opera del medico viennese Sigmund Freud (cfr. 9. 1. 4 ): rovesciando le tradizionali impostazioni che facevano risalire alcune malattie men- tali a dati organici, Freud affermò il rilievo essenziale che, nell’equilibrio dell’individuo, assumono tutta una serie di impulsi e di contenuti emotivi che non gli è possibile esprimere direttamente e che vengono quindi rimossi , cancellati dalla coscienza, relegati in una zona della psiche che egli definisce con il termine di inconscio. La necessità di risalire all’origine dei processi di rimozione induce a rivol- PSICOLOGIA / PSICOANALISI

9. 1 L’ITALIA BORGHESE E LIBERALE NELLA SOCIETÀ E NELLA CULTURA EUROPEA 13

li e le istituzioni statali (a parte il caso del Piemonte negli anni Cinquanta); ora si tenta di

integrare le forze culturali in strutture pubbliche che vogliono essere espressione di una co-

scienza nazionale e realizzare quell’unità di sforzi intellettuali che non era mai stata possi-

bile nella nostra storia.

Molti intellettuali, già impegnati nelle lotte del Risorgimento, partecipano ora direttamen- te alla nuova vita politica dello Stato unitario, sedendo nel parlamento o addirittura nel gover- no (è il caso, particolarmente rilevante, di Francesco De Sanctis): si crea una nuova figura di intellettuale-politico e nasce un nuovo tipo di cultura «parlamentare», legata alla dialettica del- la vita politica. Ma la cultura e il lavoro intellettuale penetrano nella realtà sociale in modo piú diffuso e ar- ticolato grazie alle specifiche istituzioni di insegnamento e di ricerca, che aggregano un cre- scente numero di intellettuali al servizio dello Stato: la scuola e l’università ricevono una at- tenzione di primo piano, in quanto strumenti essenziali per l’unificazione culturale del paese e luoghi di lavoro di molti intellettuali. Oltre alla creazione di una ampia rete scolastica, il nuo- vo Stato unitario provvede a una riorganizzazione delle università, a una omogeneizzazione delle loro strutture; si forma una classe di professori di alto livello e prestigio, che dà nuova vi- talità a tutto il mondo accademico. È assai frequente il caso di intellettuali e scrittori di grande rilievo il cui lavoro viene riconosciuto pubblicamente con l’attribuzione di una cattedra uni- versitaria o che svolgono gran parte della propria attività all’interno dell’università; a molti in- tellettuali (di origine borghese o piccolo-borghese) lo stipendio universitario garantisce spesso una vita di studio e di ricerca. Tra gli universitari troviamo non soltanto filosofi, storici, critici, scienziati, giuristi, ma anche alcuni tra i maggiori poeti dell’epoca, come Carducci e Pascoli. Oltre alle strutture scolastiche e universitarie, ricevettero particolare attenzione e sostegno pubblico altri organismi di ricerca e di incontro tra gli intellettuali, come le antiche accademie (per esempio fu rilanciata la romana Accademia dei Lincei, cfr. DATI, tav. 80 ) o le deputazioni di storia patria (che si svilupparono in varie regioni impegnandosi nello studio della storia lo- cale). Per la raccolta della documentazione storica si organizzarono Archivi di Stato , che rac- coglievano l’eredità di precedenti istituzioni regionali, e una serie di provvedimenti di ristrut- turazione riguardarono le grandi biblioteche (ma cfr. DATI, tav. 79 ). L’intellettuale- politico Scuola e università I docenti universitari Altre istituzioni gere d’altra parte una particolare attenzione all’infanzia, al nesso di desideri e di divieti che il bambi- no ha subito nei suoi originari rapporti con i genitori. Sullo studio delle rappresentazioni e dei com- portamenti originati dai contenuti inconsci si fonda sia il diretto lavoro terapeutico, che mira a trarre alla luce della coscienza i contenuti rimossi (spesso espressi in sintomi inconsci), sia l’analisi delle piú diverse manifestazioni della vita mentale e culturale dell’uomo (a partire dal sogno, studiato da Freud in Die Traumdeutung , “L’interpretazione dei sogni”, 1900 , per arrivare al lapsus , al motto di spirito, alle forme letterarie e artistiche). Con la scoperta dell’inconscio e dell’azione che sulla vita dell’uomo hanno i desideri (la cui fonte primaria è sempre di tipo sessuale), Freud ha suscitato nella civiltà contemporanea un nuovo ed ec- cezionale interesse per tutti gli aspetti della vita individuale che solitamente venivano relegati ai mar- gini, considerati «bassi» o inconfessabili; ha mostrato che nel mondo borghese la malattia mentale sorge spesso dalla rete di divieti e di interdizioni che la società costruisce sui desideri originari; ha messo in opera un nuovo metodo di interpretazione (cfr. TERMINI BASE 25 ), rivolto a cercare in ogni espressione e in ogni comportamento dei contenuti latenti, non esplicitamente manifesti. Muovendo dall’insegnamento di Freud, la psicoanalisi si è sviluppata in una serie amplissima di studi, di esperienze, di scuole diverse. La letteratura e l’arte hanno costituito strumenti essenziali per lo sviluppo di queste teorie. Molti psicoanalisti nel corso di questo secolo hanno studiato le forme ar- tistiche e letterarie, ma anche molti critici e studiosi della letteratura hanno utilizzato, nei loro studi, strumenti tratti dalla psicoanalisi (cfr. TERMINI BASE 37 ).

9. 1 L’ITALIA BORGHESE E LIBERALE NELLA SOCIETÀ E NELLA CULTURA EUROPEA 15 La moderna stampa quotidiana e periodica garantiva alla tematica letteraria una diffusione ben piú vasta: gli intellettuali e gli scrittori vi collaborarono in modo sempre piú massiccio; e nacquero nuove figure di scrittori-giornalisti, la cui attività si risolse quasi tutta nella collabo- razione a giornali, nella creazione di riviste e periodici, nella ricerca di nuovi modi di comuni- cazione, fatti di divulgazione elegante o di atteggiamenti singolari e ben riconoscibili dagli af- fezionati lettori. Campo privilegiato per l’attività di questi scrittori-giornalisti fu la terza pagina dei grandi quotidiani, destinata proprio alla cultura e alla letteratura; e notevole rilievo ebbero anche i giornali domenicali e varie riviste letterarie volte a propugnare immagini moderne e «pubbliche» della letteratura. Si ricordino almeno i nomi di RUGGERO BONGHI ( 1826 - 1895 ), che nel 1881 fondò «La Cultura», del giornalista letterario FERDINANDO MARTINI ( 1841 - 1928 ), di EDOARDO SCARFOGLIO ( 1860 - 1917 ), incline a pose eroiche e retoriche e a un gusto estetizzante (ma cfr. 9. 5. 4 ), di ENRICO NENCIONI ( 1837 - 1896 ), di ENRICO PANZACCHI ( 1840 - 1904 ). In tale con- testo svolsero una funzione essenziale anche alcune figure di imprenditori, che promossero col- laborazioni tra scrittori diversi, come l’editore ANGELO SOMMARUGA ( 1857 - 1941 ), che ebbe un ruolo fondamentale nel mondo giornalistico e letterario romano tra il 1881 e il 1885 , fondando tra l’altro la «Cronaca bizantina» (cfr. 9. 6. 1 ). In questo variegato mondo editoriale e giornalistico, pieno di successi e di fallimenti, di sorprese e di scandali, di alleanze e di dissidi tra gruppi, venivano creandosi le prime forme di una cultura di massa, le prime tecniche e le prime strutture che, attraverso molteplici modifi- cazioni, sono giunte fino al giornalismo di oggi: la stampa provava a confrontarsi con un mer- cato assai ampio, a lottare per conquistarne nuovi settori. Per far ciò doveva tener conto di gu- sti e di curiosità diverse (per esempio differenziando tra loro le parti di un giornale e inseren- dovi rubriche specializzate), conferire all’informazione un carattere in qualche modo «spetta- colare» (che di ogni evento esaltasse la risonanza «pubblica») e tener conto dei meccanismi della pubblicità. 9. 1. 8. La lingua italiana e la scuola.

L’unificazione del paese pose per la prima volta in evidenza il problema della comuni-

cazione linguistica, da fondarsi su una lingua comune non soltanto letteraria, ma pratica-

bile da tutti i cittadini, di tutte le regioni e di tutte le classi sociali. Gli ostacoli erano però

enormi e venivano dalla secolare differenziazione regionale, dalla vitalità dei dialetti (spes-

so adottati anche nella conversazione delle classi colte), dal fatto che l’uso dell’italiano co-

me lingua comune era limitato quasi soltanto alla scrittura, dall’elevatissimo numero di

analfabeti (che intorno al 1861 costituivano circa il 70 % della popolazione, con punte mol-

to alte nelle regioni meridionali). Fu subito evidente alle nuove classi dirigenti che l’alfabe-

tizzazione e il conseguimento di una omogeneità linguistica erano condizioni essenziali per

la costruzione di una comunità civile, al passo con i piú moderni paesi d’Europa: e la strut-

tura di base per il raggiungimento di queste condizioni fu individuata nella scuola, che, uni-

ficata nelle forme e nei programmi, doveva raggiungere tutto il territorio nazionale e assi-

curare a tutti i cittadini il possesso di comuni strumenti linguistici.

Oltre alla scuola, anche altri fattori, come l’emigrazione all’estero, le migrazioni interne e quindi i rapporti sempre piú fitti tra le diverse regioni, il primo sviluppo industriale, il par- ziale miglioramento delle condizioni di vita, fecero sí che il numero degli analfabeti scendes- se notevolmente, arrivando nel 1911 a una percentuale del 40 % (con punte particolarmente basse in alcune regioni del Nord, ma sempre elevatissime, anche al di sopra del 60 %, in mol- te regioni del Sud). D’altro canto riemergeva in termini nuovi la secolare questione della lingua: si poneva cioè il problema di quale lingua insegnare e promuovere a uso nazionale. Grande fortuna ebbe, in questa prospettiva, la teoria manzoniana (cfr. 8. 3. 17 ), per l’orizzonte ideologico moderato in cui si inscriveva e per il prestigio dell’autore de I Promessi Sposi : essa proponeva il fiorentino Gli scrittori- giornalisti L’editore Angelo Sommaruga Conquistare i lettori Alfabetizza- zione e omogeneità linguistica La prospettiva linguistica toscana

16 EPOCA 9 LA NUOVA ITALIA 1861 - 1910 dell’uso contemporaneo come norma da seguire sia nello scritto, sia nel parlato, cosí da ga- rantire una comunicazione e una letteratura «popolari», cariche di concretezza e di spontanea immediatezza. Tra i vari sostenitori del manzonismo un ruolo rilevante ebbe il già ricordato Ruggero Bon- ghi, che già nel 1855 pubblicò le sedici lettere Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia ; e lo stesso Manzoni, presidente di una apposita commissione nominata dal ministro della Pubblica Istruzione Emilio Broglio, pubblicò nel 1868 la relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla (cfr. 8. 3. 18 ), punto di riferimento per una politica di toscanizzazione linguistica, non priva di aspetti assurdi (come il tentativo di reclutare i maestri soprattutto in Toscana). Il limite piú evidente di tale progetto consisteva ancora una volta (nonostante gli originari propositi anticlassicistici del Manzoni) nella sua radice tutta letteraria, nell’idea che fosse pos- sibile imporre dall’alto, in tutto il paese, una «buona lingua» sviluppatasi in un ambito come quello della Firenze contemporanea. Nella pratica della scuola italiana questo fiorentinismo non ebbe penetrazione: ma lasciò molti negativi residui in tanta sterile letteratura della secon- da metà dell’Ottocento. Il manzonismo incontrò l’opposizione di molti scrittori, dagli scapigliati al Carducci; e l’in- consistenza dei suoi fondamenti teorici fu mostrata dal fondatore della moderna linguistica ita- liana, GRAZIADIO ISAIA ASCOLI ( 1829 - 1907 ), con il suo celebre Proemio che nel 1873 aprí la nuo- va rivista «Archivio glottologico italiano». L’Ascoli rilevò l’impossibilità di imporre in astratto dei modelli normativi di uso linguistico e rivendicò il valore storico della stessa tradizione del- la lingua letteraria italiana: mentre il fiorentino dell’uso contemporaneo rivelava orizzonti trop- po limitati, la lingua letteraria comune costituitasi nella tradizione letteraria restava aperta ai rapporti piú vivaci con la cultura europea e con gli stessi dialetti regionali, dei quali occorreva riconoscere tutta la vitalità e la validità culturale.

Nel primo cinquantennio dell’unità, il problema della comunicazione linguistica nazio-

nale si rivelò sempre piú come un problema sociale e culturale: le immense difficoltà in-

contrate dall’educazione linguistica non derivavano tanto dalla scelta dei modelli da usare,

quanto dalle condizioni, spesso ancora spaventose, di arretratezza e di miseria; i parziali

progressi furono resi possibili solo dal miglioramento delle condizioni di vita. Il confronto

tra le varie realtà dialettali ebbe effetti profondi nello sviluppo della lingua italiana, mentre

una funzione essenziale, nell’elaborazione di una forma linguistica «media», ebbero i gior-

nali e le prime forme di comunicazione di massa. La piú ampia circolazione sociale delle

forme linguistiche operò nelle direzioni piú diverse, e tra l’altro si ebbero due fenomeni op-

posti, ma altrettanto essenziali: da una parte le modificazioni create, soprattutto nel lessi-

co, dal nuovo mondo della tecnica e degli oggetti industriali; e dall’altra la diffusione di un

linguaggio sontuoso, aulico e retorico di massa (tanto diverso da quello del classicismo tra-

dizionale).

Tutto ciò si risentí naturalmente nella letteratura, che contribuí in modo determinante

alla dissoluzione delle forme tradizionali, sia nei casi in cui volle esaltare in modo nuovo

la propria letterarietà, quasi inseguendo gli ultimi bagliori di classicismo e di culto della

forma (come in Carducci e ancora di piú in D’Annunzio), sia nei casi in cui volle accostarsi

direttamente al «vero» e confrontarsi con la vivace concretezza dei dialetti e della lingua

parlata.

9. 1. 9. Nuovi caratteri e distribuzione dei centri culturali.

La nuova situazione unitaria modifica fortemente i caratteri dei diversi centri culturali:

ma l’accentramento istituzionale non arriva a mettere fine al tradizionale pluricentrismo

della cultura italiana. Nella nuova Italia non è possibile costruire d’incanto una capitale che

coordini e raccolga gli intellettuali e le iniziative, che offra un modello di cultura omoge-

Il manzonismo Un modello astratto e autoritario Graziadio Isaia Ascoli Potenzialità dell’italiano letterario Elaborazione di un italiano «medio» Il linguaggio letterario Sopravvivenza delle tradizioni locali

18 EPOCA 9 LA NUOVA ITALIA 1861 - 1910 Altra ex capitale che ha perduto il proprio ruolo, ma che non rimpiange la spaventosa ar- retratezza del regime borbonico e si adatta presto alla nuova realtà culturale, è Napoli, che è dominata da una cultura filosofica e speculativa (cfr. anche 8. 8. 10 ) e che già all’inizio del seco- lo XX vede imporsi una nuova grande figura di intellettuale: Benedetto Croce. Metropoli viva- ce, che richiama visitatori di tutti i tipi per la sua bellezza, abitata da un pullulante proletaria- to urbano, Napoli vede svilupparsi anche una cultura attenta alla realtà locale, al mondo po- polare, al dialetto: si forma ora quella immagine moderna della «napoletanità» che avrà tanta fortuna per gran parte del secolo XX e costituirà uno dei modelli della cultura italiana piú noti nel mondo. Ai centri ora elencati se ne devono aggiungere altri che, tra molte contraddizioni, conser- vano una loro identità culturale (anzitutto Bologna, dominata dalla presenza di Carducci, e Trieste, che, rimasta sotto l’Impero asburgico, gode di un notevole sviluppo economico e civi- le e si trova in una posizione singolare, all’incrocio di culture diverse, quasi ai margini della cul- tura italiana, ma piú di essa proiettata sull’onda della modernità, e in vivi rapporti con l’Euro- pa, cfr. 10. 1. 7 ). Caratteri del tutto nuovi, di sconvolgente e impassibile durezza critica, di vio- lentissima forza inventiva, assume la cultura siciliana, con scrittori che si formano a contatto con i centri culturali piú importanti del paese e che mettono in evidenza la città e la zona di Ca- tania (cfr. 9. 4. 3 .).

La condizione unitaria crea un nuovo tipo di rapporto tra i centri piú importanti e quel-

li relativamente marginali: l’emergere delle varie realtà sociali e culturali induce gli intel-

lettuali non piú soltanto ad abbandonare, come è sempre accaduto, gli ambienti provin-

ciali per convergere verso i centri di maggior rilievo, ma anche a riscoprire le realtà locali,

a cercare di comprenderle e a dar loro voce, a opporle spesso alle tendenze dominanti. Il

mondo della provincia, spesso immobile, fissato nella ripetizione di un arcaico passato,

sottratto a ogni sviluppo in senso moderno, arriva cosí ad attrarre molti intellettuali. Vari

orientamenti, dal verismo al crepuscolarismo, esprimono una nuova serie di rapporti e di

opposizioni tra «centri» e «province», danno voce all’emergere di nuove realtà locali; e una

componente provinciale si rivela anche in alcune ambiziose rivendicazioni di cultura «na-

zionale» (come in Carducci) o in certe spettacolari recitazioni di cosmopolitismo (come in

D’Annunzio).

Napoli Altri centri La letteratura della provincia

9. 2. 1. L’arte contro la società.

L’espansione della società borghese e lo sviluppo di nuovi orizzonti culturali e scientifi-

ci trovano una singolare resistenza e contraddizione nell’atteggiamento degli artisti. So-

prattutto nei paesi dove è piú forte la spinta del progresso tecnico, dell’industria, della nuo-

va cultura scientifica, l’artista sceglie sempre piú frequentemente un’opposizione radicale,

riallacciandosi alle forme piú diverse della tradizione o tentando esperienze nuove e scon-

volgenti, tende a porsi comunque contro il buon senso pratico del borghese, contro la sua

mentalità calcolatrice, contro la fede nella scienza e nelle tecniche, contro la fiducia in un

tranquillo e sereno progresso. Il nuovo paesaggio industriale, le modificazioni materiali che

l’industria crea nell’aspetto del mondo, le metropoli, dove tutto è anonimo, dove tutto è

immerso nel movimento vano e inarrestabile della folla, creano negli artisti un desiderio di

fuga e di evasione.

In questo universo ogni esperienza artistica tende a essere riassorbita entro i meccani-

smi del mercato e del consumo: l’artista deve constatare che la sua opera è ridotta a merce

e che la sua stessa esistenza è condizionata dai valori dominanti nella società. Molti artisti

scelgono comunque di confrontarsi con il mercato, ne accettano le leggi inevitabili, e addi-

rittura cercano un pubblico piú ampio di quello borghese, rivolgendosi alle classi popola-

ri che si stanno affacciando sulla scena della storia; molti tentano invece di rivendicare la

superiore purezza dell’esperienza artistica e di sottrarla alle leggi del mercato, comunican-

do soltanto con gruppi di intenditori, di raffinati iniziati.

Si dà insomma in questa fase storica (soprattutto nei paesi di piú forte sviluppo bor-

ghese e industriale) una frattura radicale tra gli artisti e la società, in termini che non si era-

no mai dati prima: l’artista, libero nella sua ricerca, si scopre «separato» dal mondo circo-

stante, dalle classi da cui proviene (e che, d’altra parte, dovrebbero costituire il suo pub-

blico). Contro il mediocre mondo dell’interesse, l’arte può affermarsi solo come centro e

sintesi di ogni possibile esperienza: e ciò in modi molteplici, che vanno da una rivendica-

zione della sua autonomia, dell’indifferenza verso tutto ciò che è estraneo alla sua forma (si

tratta delle teorie dell’ arte per l’arte ), a un’identificazione integrale e continua di arte e vi-

ta, di ricerca artistica ed esperienza quotidiana.

9.2 SCAPIGLIATURA E DINTORNI

Gli artisti e la società Il rapporto con la città moderna Confronto e scontro con il mercato Autonomia della ricerca creativa DECADENTISMO / DECADENTI PAROLE tav. 176 Il termine nacque in Francia negli anni Ottanta, in seguito all’uso della critica ufficiale di designa- re come décadents , “decadenti”, gli artisti anticonformisti la cui vita e la cui opera costituivano uno scandalo per il pubblico borghese: variamente diffusa era del resto, già nei decenni precedenti, l’at- tenzione per le epoche di decadenza, la curiosità per l’eleganza e la raffinatezza di antiche società sul- l’orlo della fine. La ricerca di una nuova poesia di tipo simbolista portò nel 1886 alla fondazione del- la rivista «Le Décadent» (“Il Decadente”), che assumeva in positivo l’accusa di «decadenza». Negli anni Novanta la tematica e gli orientamenti di questo gruppo esplicitamente «decadente» e lo stesso uso del termine si diffusero in tutta Europa (in proposito va ricordato anche il titolo Decadenza di un romanzo del 1892 dell’italiano Luigi Gualdo, cfr. 9. 5. 7 ). Al di là di questo uso piú circostanziato, il termine decadentismo si è allargato a definire i piú vari aspetti della letteratura e dell’arte del secondo Ottocento, mantenendo a lungo un’accezione negati- va e acquistando un’estensione molto vasta, fino a ricoprire tutti i fenomeni di rottura dei modelli tra- dizionali. La cultura idealistica italiana ha attribuito genericamente l’etichetta di decadentismo a tut- te le esperienze della letteratura del Novecento che frantumavano le forme della comunicazione clas- sica e romantica. A queste generalizzazioni si sono opposte piú precise definizioni di una poetica, di un programma stilistico, di una tematica «decadente», sviluppatesi soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta, e poi variamente continuate nel primo Novecento (in questo senso vanno ricordati almeno i contributi di Mario Praz e di Walter Binni). Oggi appare comunque preferibile un uso piuttosto li- mitato e circostanziato del concetto di decadentismo.

9. 2 SCAPIGLIATURA E DINTORNI 31

e della cultura occidentale e sembrano volerla portare al suo punto-limite, registrando la

«decadenza» e la consunzione di un’intera civiltà.

La poesia di Baudelaire costituisce il maggiore punto di riferimento per tutte le esperienze «decadenti». Dalla sua rivoluzionaria esperienza, che intreccia in modo originale vita e poesia, si svolgono in Francia nuove tendenze: da quelle dei parnassiani a quelle dei simbolisti (cfr. PA- ROLE, tavv. 182 e 183 ). La piú scatenata carica eversiva e anarchica, rivolta contro l’intera tradi-

zione poetica, si esprime nell’opera di Jean-Arthur Rimbaud (cfr. CANONE EUROPEO, tav. 179 );

un approfondimento delle piú segrete possibilità del linguaggio poetico è presente nella poesia

di Stéphane Mallarmé (cfr. CANONE EUROPEO, tav. 180 ); una ricerca di nuova musicalità in

quella di Paul Verlaine ( 1844 - 1896 ). Nella sua diffusione europea la nuova poesia francese invita a rompere gli equilibri e le ge- rarchie tradizionali, svela l’ambiguo fascino del brutto, del deforme, dell’artificiale, dissolve ogni legame tra la bellezza e la morale, e si immerge nelle piú varie forme della corruzione, nel male, nell’allucinazione. L’arte del passato viene recuperata, amata e contemplata soprattutto come serbatoio di oggetti inutili, inconciliabili con la praticità della vita borghese; e nello stes- so tempo molti aspetti della realtà moderna, frammenti, figure, situazioni del quotidiano pos- sono diventare oggetto del discorso poetico. Si spezza ogni razionalità della parola, che si con- fronta con le continue sorprese che si danno nella vita cittadina e può essere stravolta dal con- tatto con la piú corposa e pullulante realtà fisica; al contrario essa può cercare un nesso stret- tissimo con la musica, evocare sensazioni e realtà segrete, evanescenti, inafferrabili, inseguire l’inconoscibile che giace al di là dell’apparenza delle cose. La natura appare percorsa da corri- spondenze segrete, di cui la poesia deve ritrovare le tracce e gli echi, avvalendosi in primo luo- go dello strumento dell’ analogia (cfr. TERMINI BASE 10 ). Sempre piú forte è la tendenza verso l’espressione difficile e oscura: il poeta vuole porsi come sacerdote di una forza spirituale se- greta; il suo discorso tende ad abbandonare i generi tradizionali e a chiudersi nell’ambito del- la lirica o addirittura a farsi parola pura e astratta, priva di ogni riferimento esterno. E ci si av- via anche a una disintegrazione della base stessa della metrica tradizionale, il verso, con la nuo- va esperienza del verso libero (cfr. GENERI E TECNICHE, tav. 204 ). Una delle opere che piú contribuiscono a diffondere in tutta Europa un modello di com- portamento «decadente» è il romanzo di Joris-Karl Huysmans ( 1848 - 1907 ), A rebours (“Con- trocorrente”, 1884 ), che ha come protagonista un raffinato intellettuale, Jean Des Esseintes, de- sideroso di sfuggire alla noia della vita contemporanea con tutte le possibili esperienze dei sen- si. Questo e simili atteggiamenti possono essere fatti rientrare nella categoria dell’ estetismo (cfr. PAROLE, tav. 198 ), che accomuna gran parte delle posizioni definibili come «decadenti». La ricerca poetica in Francia Oltre la bellezza e la morale La parola poetica Corrisponden- ze e analogie L’estetismo SIMBOLISMO / SIMBOLISTI PAROLE tav. 183 Piú genericamente si intende per simbolismo ogni organizzazione del simbolo e ogni uso della co- municazione simbolica (cfr. TERMINI BASE 10 ). Nell’ambito della storia letteraria, per simbolismo si in- tende, in senso molto ampio, la lunga tradizione della poesia europea che prende avvio in Francia in- torno alla metà dell’Ottocento con l’opera di Baudelaire e ha molteplici sviluppi nella poesia europea, concentrandosi sull’uso del simbolo e dell’analogia e mirando a fare della poesia un modo di comu- nicazione svincolato da regole convenzionali, teso a interrogare il fondo segreto e misterioso della realtà, a cercare le corrispondenze e i legami nascosti tra le cose. Inteso in questo senso, il simbolismo approfondisce quegli usi del simbolo e dell’analogia che erano già stati tentati da alcuni scrittori ro- mantici, e si pone a fondamento di quasi tutta la poesia del Novecento. Se si guarda allo sviluppo della poesia contemporanea in modo meno generico, l’uso del termine simbolismo va limitato peraltro a quelle tendenze che esaltano la ricerca del mistero e aspirano a rag- giungere valori segreti e assoluti: tendenze che hanno uno dei punti di riferimento piú significativi nel- la poesia di Mallarmé (in questo senso l’espressione piú conseguente del simbolismo è data in Italia dall’ ermetismo , cfr. 10. 7. 14 ).

32 EPOCA 9 LA NUOVA ITALIA 1861 - 1910 L’estetismo è una componente fondamentale di molte esperienze inglesi, da quella dei preraf- faelliti (cfr. PAROLE, tav. 184 ) a quella di autori come John Ruskin ( 1819 - 1900 ) e Oscar Wilde ( 1854 - 1900 ). Una superba sintesi di tante tendenze artistiche del secondo Ottocento, che mira a un’arte totale, capace di combinare ogni sorta di sensazione e di tecnica e di agire fisicamente e intel- lettualmente sullo spettatore, è data dal grande musicista tedesco Richard Wagner ( 1813 - 1883 ), che crea una nuova forma di opera in musica, da cui sprigiona un’energia distruttiva e assolu- ta, che va al di là di ogni prospettiva razionale e pratica, mettendo lo spettatore a contatto con forze minacciose e segrete. 9. 2. 3. Il primo tentativo italiano di una nuova arte: la Scapigliatura.

Le tendenze critiche e «negative» della nuova arte europea penetrano in Italia con no-

tevole ritardo, a causa della particolare situazione dei nostri intellettuali impegnati nella lot-

ta per l’unità, della arretratezza del nostro sviluppo borghese e capitalistico, della mancan-

za di precedenti esperienze di Romanticismo estremistico. Aspetti piú esplicitamente «de-

cadenti» si manifestano da noi soprattutto a partire dagli anni Ottanta, specialmente nel-

l’ambito dell’estetismo (cfr. 9. 6 ): ma intanto, già nei primi anni successivi all’unità un ten-

tativo di uscire dai limiti angusti e provinciali della nostra letteratura, di accostarsi alle nuo-

ve esperienze europee (soprattutto francesi), di confrontarsi con una realtà non piú com-

prensibile attraverso gli schemi ideologici romantici e risorgimentali, si deve a un gruppo

di scrittori operanti soprattutto a Milano, la città in cui piú forte era lo spirito borghese e

in cui piú rapido avvio aveva avuto il nuovo sviluppo industriale e capitalistico. Questi

scrittori, che ebbero orientamenti comuni soprattutto negli anni Sessanta, erano animati da

uno spirito di ribellione contro la cultura tradizionale e contro il buonsenso borghese: per

definire il loro indirizzo fu usato il termine di Scapigliatura (cfr. PAROLE, tav. 185 ), che gli sto-

rici della letteratura adoperano per designare tutte le forme di ribellione agli equilibri cul-

turali dominanti dell’Italia postunitaria soprattutto negli anni Sessanta e Settanta.

Uno dei primi obiettivi della lotta degli scapigliati fu il moderatismo del Romanticismo

italiano, la sua cautela e il suo rifiuto degli «eccessi» manifestatisi nelle altre grandi lettera-

ture europee: essi cercarono di recuperare alla nostra cultura gli aspetti piú «negativi» ed

estremi della tradizione romantica e nello stesso tempo si scagliarono contro il provinciali-

smo della nostra cultura risorgimentale, contro il romanticismo languido, esteriore, super-

ficiale di Prati e di Aleardi, contro gli orizzonti politici conservatori e il moralismo che si

erano subito imposti nel nuovo Stato unitario. Guardarono la realtà in modo diverso, per-

cependola non piú come processo organico omogeneo e coerente, orientato verso uno svi-

luppo progressivo (come era apparsa a Nievo e come, in modo diverso, continuava ad ap-

Richard Wagner e l’arte totale Esperienze d’opposizione nelle letterature postunitarie Recupero del Romanticismo estremistico Percezione di una realtà contraddittoria PAROLE tav. 184 Con questo termine si designano i partecipanti al movimento artistico Pre-Raphaelite Brotherhood (“Fratellanza preraffaellita”), fondato in Inghilterra nel 1848 , che ebbe come principale animatore il pittore e poeta Dante Gabriel Rossetti ( 1828 - 1882 ), figlio dell’esule italiano Gabriele Rossetti ( 1783 - 1850 ). Questo movimento, che ebbe le sue piú notevoli espressioni nel campo della pittura, ma poi, a partire dagli anni Sessanta, diede risultati significativi anche nel campo della letteratura, si opponeva alle convenzioni dominanti nell’arte ottocentesca e mirava a tornare a un’arte naturale, semplice e ca- rica di religiosità, identificandone i modelli nell’arte europea precedente a Raffaello (della quale for- niva un’immagine assai deformata e convenzionale). Il gusto per la purezza naturale si collegò, nei pre- raffaelliti , a un rifiuto del mondo industriale, del materialismo e dell’egoismo sociale contemporaneo, e a un’esaltazione delle piú diverse forme della vita collettiva e dell’immaginario medievale, coltivan- do un vero e proprio culto per Dante e lo Stilnovo. PRERAFFAELLITI